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Generazione Otaku

In Giappone gli otaku sono le persone ossessivamente appassionate di manga, anime, videogiochi e altri prodotti ad essi correlati.

In Occidente invece questo termine si usa anche per individuare coloro che amano in modo smisurato tutto quello che proviene dal Giappone.

Gli otaku giapponesi sono sottoposti ad una forma di disapprovazione sociale perché sono considerati persone monomaniache o socialmente isolate.

Otaku no video

Ciò, con buona probabilità, è dovuto ad Otaku no video (1991), uno dei più singolari anime mai prodotti in Giappone. Il film rivela non solo una puntuale testimonianza sul mondo degli otaku, ma ne offre anche un’acuta analisi interpretativa toccando corde esistenziali molto importanti. È una sorta di documentario sulla vita degli otaku degli anni Ottanta che propone i risultati di un’indagine sociologica effettuata su un vasto campione di loro, corredata da una decina di interviste riprese dal vivo. 

In Giappone gli otaku non sono solo ragazzi che si appassionano, ma si ossessionano con un hobby soltanto per proteggersi. Si aggrappano al loro spazio di confort, cioè alla loro stanza, per sfuggire ad una realtà che non riescono ad accettare.

Alcuni di loro perdono del tutto il contatto con la realtà, difficilmente legano con persone al di fuori della loro cerchia e vengono inghiottiti dalla solitudine. Questo comportamento sviluppa nell’otaku una particolare sensibilità per tutto ciò che riguarda il loro mondo ed un disinteresse per quello che non lo riguarda.

La riflessione principale che Otaku no video ci induce a fare è quella che, mentre l’otaku giapponese ha ufficialmente connotazioni ben precise e sostanzialmente negative, quello occidentale ha in sé elementi indubbiamente più solari e positivi. 

Origine del termine Otaku

In Italia gli appassionati di manga e anime si dividono sostanzialmente su due posizioni. Chi fa coincidere il termine con quello di appassionato in senso generale (animefan) e chi considera otaku solo quella stretta cerchia di persone dagli atteggiamenti più estremi.

Otaku in giapponese significa letteralmente “la vostra casa” e costituisce all’incirca il corrispettivo del nostro dare del voi a qualcuno che non si conosce bene. Nel caso degli otaku, dare del voi assume però carattere ironico perché indica non più una forma di rispetto, ma una consapevole presa di distanza. 

Le spiegazioni sull’origine della parola sono molteplici. A metà degli anni Ottanta un’autrice di fantascienza, Motō Arai, scrisse un libro nel quale si rivolgeva ai lettori con il termine otaku. Questo perché lo trovava molto più formale e deferente rispetto al lei italiano o al vous francese. I suoi fan cominciarono così ad adottare questo modo di rivolgersi gli uni agli altri.

Seconda ipotesi

Il termine però sarebbe stato introdotto dal giornalista Akio Nakamori, pseudonimo di Ansaku Ahibahara, in una serie di articoli intitolata Otaku no kenkyū (Investigazione sugli otaku), pubblicati nel 1983-1984 su una rivista di dojinshi e divulgazione sulla cultura del manga, Manga Burikko.

Per Nakamori gli otaku avrebbero fatto la loro prima apparizione pubblica di massa nel 1982 in occasione del lancio del primo film per il cinema dedicato alla Corazzata spaziale Yamato. La Toei Doga aveva affittato una sala cinematografica in grado di ospitare circa duemila spettatori, ma si presentò un milione di persone quasi tutte appartenenti alla stessa fascia di età.

Terza ipotesi

Secondo altri studiosi del fenomeno, il termine otaku deriverebbe dalla formula di rispetto che Shōji Kawamori e Haruhiko Mikimoto, due noti autori di anime, utilizzavano con i colleghi all’interno della loro società di animazione, lo Studio Nue.

Probabilmente si rivolgevano in modo così formale perché provenienti dall’università di Keio, una delle più prestigiose del Giappone in cui si richiede un alto profilo sia nel rendimento accademico che nel comportamento e nello stile. 

Lo Studio Nue, in quel periodo era molto famoso per il grande successo dell’opera Macross, la più celebrata di Kawamori e Mikimoto. I loro fan, per deferenza verso i beneamati autori, presero allora ad utilizzare questa formula linguistica. Il suo uso si diffuse fra gli appassionati di manga, alle fiere del fumetto e alle feste a tema. 

Altri sostengono infine che il termine si sarebbe propagato proprio a causa della referenza con cui il protagonista maschile di Macross si rivolge agli altri personaggi.

Secondo una nuova definizione, gli otaku sono quella generazione di ragazzini abituati, per gli esami di ammissione universitari, a memorizzare grandi quantità di informazioni prive di contesto. Ad un certo punto qualcosa si inceppa e loro rimangono bloccati sulla modalità di “raccolta informazioni”. Continuano così a immagazzinare e a scambiarsi ossessivamente informazioni apparentemente senza senso. 

La stanza di un otaku

Interessante è individuare come gli otaku siano stati e siano tuttora percepiti dall’opinione pubblica in Giappone. Curioso è anche stabilire come il concetto di otaku sia arrivato fino in Occidente adattandosi ai fan americani ed europei di manga, anime e videogiochi giapponesi.

Se il termine in Giappone ha assunto un significato prettamente negativo, è perché questa categoria è caratterizzata da un presunto isolamento dal resto della società.

Gli otaku più hard vivono la maggior parte della loro esistenza rinchiusi in casa, più precisamente nella loro stanza. L’interno della loro camera risulterebbe essere un vero e proprio magazzino multimediale. Vi si possono trovare svariate attrezzature (televisori, computer, videoregistratori, lettori e masterizzatori CD-DVD, impianti stereo) e collezioni di manga, anime e videogiochi.

Ridurre però l’otaku ad un collezionista sarebbe inesatto, è molto meglio identificarlo in base ad una dipendenza dai media in direzione collezionistica. Non sono infatti solo le collezioni di manga, videogiochi o anime che determinano l’essere otaku, ma l’ossessione classificatoria in sé che gli dà vita. Esistono otaku che collezionano insetti, gadget delle merendine, tappi di bottiglie, giocattoli, peluche, action figure, pornografia, insomma ogni sorta di oggetti in vario modo catalogabili. L’ossessione classificatoria non si limita all’accumulo di oggetti di tutti i generi, ma si spinge fino all’apprendimento a memoria delle più disparate categorie di dati.

L’importanza scolastica della memorizzazione

Fra le varie cause che portano ad essere un otaku, c’è quella imputata al sistema didattico-educativo giapponese. È un sistema denominato gakureki shakai (società meritocratica scolastica), votato all’apprendimento di una infinità di dati ed informazioni e non particolarmente ricco di approcci critici ai problemi e agli argomenti. Il metodo scolastico giapponese ha meriti sia didattici che inerenti agli altri compiti formativi della scuola, come la socializzazione e l’interiorizzazione di norme e valori. Si caratterizza però anche per la grande attenzione alla memorizzazione di dati per l’inserimento degli studenti nel sistema lavorativo nazionale. Questo avviene soprattutto nel settore terziario, fatto per lo più di grandi aziende e di salarymen, impiegati votati al sacrificio. 

Lo studente giapponese si trova quindi di fronte a delle norme che fanno di quella caratteristica una delle armi principali. Gli otaku che vorrebbero poter esercitare un qualche controllo sulla loro vita utilizzano l’ossessione classificatoria alla quale sono stati sottoposti ogni giorno fin dall’infanzia. Per questo praticano un culto dei dati o degli oggetti elevato a nevrosi, in cui il gadget, il DVD o la statuina di vinile, assumerebbero un valore equiparabile a quello delle persone o degli animali. 

In realtà gli otaku non trattano le cose come persone o viceversa. Il processo è un altro e si dirige su dinamiche interiori che portano molti giovani a trovare rifugio emotivo nei beni superflui in modo compulsivo.

La demonizzazione del termine otaku

In seguito a gravi eventi delittuosi avvenuti nel 1989 per opera dello squilibrato Tsutomu Miyazaki, reo di aver seviziato e ucciso quattro bambine, il termine divenne presso ampie fasce dell’opinione pubblica sinonimo di potenziale omicida. In casa di Miyazaki furono infatti rinvenuti migliaia di manga e videocassette di anime anche a contenuto pornografico e svariato altro materiale licenzioso.

Per la stampa e i media fu facile associare la “otakuità” alle tendenze criminose. 

Dopo questo evento vi fu il tentativo da parte di molti fan di manga e anime e di quella che potrebbe essere definita “l’intellighenzia degli otaku”, di distaccarsi dal temine e di modificarlo in una sua versione più autoironica e disincantata: otakki. Sicuramente quello fu il primo passo degli otaku verso un tentativo di progressiva emancipazione, alla ricerca di un’immagine pubblica più brillante e integrata nella società. 

La rivalutazione degli otaku attraverso i manga

Questo processo non fu avviato tanto dagli otaku, quanto dagli operatori commerciali che a loro dovevano e devono la propria prosperità. Criminalizzare gli otaku infatti avrebbe significato anche deplorare e alla lunga danneggiare un’industria estremamente capillare. 

Per salvaguardare quella parte del sistema economico commerciale giapponese gli otaku furono così accostati a persone spesso bisognose di migliori relazioni umane e di una più corretta integrazione nel sociale. 

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Una dimostrazione tangibile ne è il manga Genshiken, conosciuto in Italia con il titolo di Otaku Club. Vi sono narrate le vicende quotidiane di un gruppo di otaku universitari che hanno costanti contatti sociali, qualcuno ha anche la fidanzata e conducono una vita comune. 

In pochi anni gli otaku sembrano così essere stati perfettamente assorbiti nella società mainstream giapponese. Lo dimostra tutta una serie di manga e anime a loro dedicati. Tra i più famosi troviamo anche Love stage!! un manga yaoi da cui è stata tratta una serie anime di successo. 

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La figlia dell’otaku

Nel manga umoristico La figlia dell’otaku viene rappresentata la vita quotidiana di un otaku e sua figlia in un condominio popolato da interessanti vicini. 

Yukimura Kanau a nove anni deve lasciare la casa della madre che fino a quel momento l’aveva cresciuta da sola ma che ora non può più occuparsi di lei per i troppi debiti. Va quindi ad abitare con il padre che però aveva sempre ignorato la sua esistenza. La ragazzina lo aveva immaginato e sognato, ma quando lo incontra ogni idea che si era fatta viene infranta.

Kota Morisaki è un otaku, il tipico soggetto che a ventisei anni è capace di spendere tutti i suoi risparmi, ottenuti lavorando come assistente di mangaka, per collezionare figures erotiche piuttosto che per mangiare. Passa poi le notti giocando ai gal game, un videogioco caratterizzato da personaggi maschili di bell’aspetto con un contenuto che non è pornografico né erotico. Non rinuncia a una sola puntata del suo anime preferito e inoltre disegna anche doujinshi vietate ai minori. Dopo lo shock iniziale di entrambi, non essendoci alternative, i due iniziano la loro convivenza in uno scenario surreale che prevede condomini che incarnano ogni possibile categoria di otaku. Un vicino ha interesse solo per le lolita e come tale ha una libido esagerata per tutto ciò che è moe. Un’altra è disegnatrice di doujishi porno ed è quasi hikikomori, poiché non riesce a parlare con gli altri se non facendosi scudo con qualcuno.

Accettarsi per come si è

Kota dovrà diventare consapevole del proprio ruolo e assumersi le responsabilità verso una figlia che a sua volta dovrà accettare la nuova realtà cercando anche di capire il padre. 

La narrazione si incentra sulla diversità di visione del mondo e sull’effetto terapeutico che padre e figlia hanno uno sull’all’altra. Molto diversi fra loro, sembrano essere in ruoli invertiti per quanto riguarda maturità e responsabilità. Riescono però a capirsi e a conoscersi e in questo modo si migliorano.

La principessa delle meduse

Nell’anime josei Kuragehime (La principessa delle medusetratto dal manga di Higashimura Akiko, la protagonista Tsukimi ha perso la madre da bambina ed è rimasta estremamente affezionata all’idea di donna intesa come “principessa”. Non è riuscita però a diventare una giovane donna di classe.

Infatti è un’otaku ossessionata dalle meduse; non fa altro che disegnarle sognando di diventare un giorno una mangaka. Quando si trasferisce a Tokyo, vive insieme ad altre ragazze “outsider” della società: c’è quella fissata col cibo, quella con le bambole tradizionali e quella appassionata dei samurai. Tutte le ragazze si trascurano esteticamente e odiano chi si veste alla moda. Sono timide, goffe, trasandate e hanno problemi nel rapportarsi con gli altri, per questo vivono la maggior parte del tempo rinchiuse nel loro appartamento. Un giorno Tsukimi, per salvare una piccola medusa nell’acquario di un negozio, si fa aiutare da una bellissima giovane elegante che poi invita a dormire a casa sua. La mattina dopo scopre però che la donna di classe altro non è che un bellissimo ragazzo, figlio di un potente politico, che adora travestirsi da ragazza e quando lo fa nessuno riesce ad accorgersi della sua vera identità. Nell’appartamento però vige la regola che non può assolutamente entrare un ragazzo e “la principessa delle meduse” è costretta quindi a mantenere il segreto. Da questo momento inizia il suo cambiamento: dalla scoperta dell’amore alla gelosia e alle sofferenze. La protagonista otaku inizia a sperimentare cosa significa vivere davvero.

La storia racchiude un messaggio importante: ognuno dovrebbe amarsi un po’ di più e accettarsi per quello che è. In questo modo tutti possono diventare bellissimi principi o principesse e avere le loro favole.

Hikikomori

In Giappone si usa il termine hikikomori (segregati), a volte detti anche fujikomeru, per designare dei giovani che si sono autoconfinati per mesi o addirittura anni nella propria stanza cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. 

Il termine deriva dalle parole hiku (tirare) e komoru (ritirarsi) e letteralmente intende lo stare in disparte, l’isolarsi. Una scelta causata da fattori personali e sociali di varia natura, come il temere il giudizio degli altri e la paura di affrontare il mondo esterno. 

Tra questi c’è anche la particolarità del contesto familiare giapponese caratterizzato quasi sempre dalla mancanza di una figura paterna. Il padre infatti di solito predilige il lavoro agli affetti familiari, mentre la madre è caratterizzata da un’eccessiva protezione verso i figli. 

Anche la grande pressione della società giapponese verso l’autorealizzazione e il successo personale contraddistingue il fenomeno sociale degli hikikomori. 

Una delle opere più significative sugli Hikikomori è senza dubbio Welcome to the NHK. Si tratta di una light novel scritta da Tatsuhiko Takimoto da cui sono stati tratti un manga e un anime.

La storia è incentrata su un giovane hikikomori che non ha vita sociale da quattro anni, che è preda di paranoie e turbe psicologiche e riesce a stento a mantenersi con i pochi soldi che gli inviano i suoi genitori. Per vari motivi verrà a contatto con diversi personaggi non del tutto dissimili da lui, cioè anche loro senza troppe speranze e illusioni per il futuro.

La mia Maetel

Spesso i giovani appartenenti a questo gruppo sono sottoposti ad un percorso terapeutico che può durare da pochi mesi a diversi anni. Consiste nel trattare la loro condizione come un disturbo mentale, oppure come un problema di socializzazione, stabilendo un contatto con i soggetti colpiti e cercando di migliorarne la capacità di interagire.

La condizione di hikikomori e le sue dinamiche familiari sono spiegate molto bene nel manga La mia Maetel, dove il protagonista Shintaro Koizumi, che ha trent’anni, è isolato nella sua stanza da quando a quindici anni ha perso la madre.

Per suo padre diventa molto pesante occuparsi di lui e cerca sempre di convincerlo ad uscire, senza però ottenere risultati positivi. Un giorno il ragazzo, stanco di quelle pressioni, scende a patti: se il padre riuscirà a trovarsi una fidanzata, allora lui uscirà dalla sua stanza. Il ragazzo ignora, dato il suo isolamento, che il padre ha già una fidanzata, una giovane collega Haruka Yoshinaga, con la quale decide di sposarsi. Durante la luna di miele il padre muore e Haruka decide di andare a vivere con Shintaro, iniziando quindi a instaurare un particolare rapporto madre-figlio che cambierà le loro vite.

La differenza tra otaku e hikikomori

La categoria degli hikikomori non coincide del tutto con quella degli otaku anzi, proprio gli psicologi hanno creato una netta distinzione fra loro. Gli otaku infatti diventano, al confronto degli hikikomori, un fenomeno di costume innocuo.

Chi in genere parla di otaku, deve considerare fattori rilevanti del modello di vita di ciascuno di loro attinenti alla più diverse e quotidiane relazioni con gli altri: le attività di studio o di lavoro, il fare la spesa, i contatti con i vicini. L’isolamento totale a cui si sottopongono gli hikikomori non è praticabile dagli otaku proprio per la loro natura e per la struttura delle relazioni umane effettive da loro intrattenute. Gli otaku non sono mai totalmente isolati dal resto del mondo mentre per gli hikikomori questa resta una condizione fondamentale.

Essere diversi…

Il fenomeno di rifiuto totale delle regole sociali entra però in contraddizione con la piena accettazione della componente commerciale legata ai vari gruppi giovanili. Questo si evidenzia anche in relazione ad altre sottoculture e comunità presenti quasi esclusivamente nelle metropoli, in special modo Tokyo e Osaka.

Ne sono un esempio le kawaikochan, le belle ragazzine, da tratti graziosi, dall’abbigliamento alla moda e dai comportamenti disinibiti. Il loro nome è spesso associato alle idol della musica pop locale. Ci sono poi le gothic lolita, adolescenti che arricchiscono il loro vestiario di corpetti, gonne, calze di pizzo, nastri neri e maquillage scuro. Invece le ganguro (faccia scura) e le yamanba, che come le kogaru (piccole ragazze) vestono in modo trasgressivo e provocante, curano maniacalmente l’abbronzatura e il colore dell’acconciatura. Contravvengono così alle regole tradizionalmente codificate per le quali la donna giapponese deve avere capelli nerissimi e carnagione diafana, simbolo di purezza esteriore e interiore. 

Ci sono poi le burikko, adolescenti che studiano in modo spasmodico i loro atteggiamenti e le loro reazioni agli altri. Danno così un’impressione di infantilismo spinto e di stupidità al fine di essere ritenute kawaii, carine, dolci e indifese. Infine gli shinjinrui, una sorta di yuppie giapponesi fra i venti e i trent’anni, che studiano all’università o lavorano nei settori della moda, del design e della pubblicità. Sono caratterizzati dalla tendenza a sperperare grandi quantità di denaro in beni futili e in status symbol come auto e orologi.

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Essere otaku in Occidente

In Occidente essere otaku è generalmente affine ad essere geek o è sinonimo di nerd. I due termini vengono spesso confusi tra di loro.

Geek

Geek è un termine di origine anglosassone che indica una persona eccentrica o non identificabile nella massa, con una forte passione o esperienza nel campo tecnologico-digitale o in un altro speciale campo di interesse, che lo porta ad essere percepito come troppo intellettuale. Il termine è usato spesso in tono auto-referenziale e come fonte di orgoglio, a volte però ha un’accezione leggermente dispregiativa.

Come molte parole a seconda del contesto e della competenza di chi parla, il termine geek può assumere diversi significati. Se una persona si autodefinisce geek, significa che è interessata alla tecnologia, specialmente all’informatica e ai nuovi media. Molti  hacker però non vogliono essere chiamati geek, ma nel linguaggio comune le due parole possono essere facilmente interscambiate.

Un’altra persona geek può essere colui che ha una vera e propria devozione verso qualcosa, in un modo che la dispone fuori dal comune, molto avvicinabile al concetto di otaku. 

Esistono quindi diversi tipi di geek, ma quello informatico è il più noto. Per estensione ogni campo di studi e molte realtà culturali hanno i loro geek: politica, geografia, scienze naturali, astronomia, musica, storia, linguistica, sport. Se ne trovano anche tra i giocatori di ogni genere, tra i radio-amatori, tra i fruitori di anime e manga, tra gli appassionati della serie televisiva Star Trek, chiamati trekkie o trekker e in molti altri ambiti ancora.

Il termine geek ha sempre avuto una connotazione negativa nella società in generale, infatti essere definiti così di solito tende ad essere un insulto. Solo recentemente il termine è diventato meno dispregiativo o persino un titolo onorifico in particolari campi o culture. Ciò è particolarmente evidente nelle discipline tecniche dove la parola è ora più che altro un complimento che indica qualcuno con straordinarie abilità.

Nerd

Nerd è un termine della lingua inglese con cui viene definito chi ha una certa disposizione per la tecnologia ma al tempo stesso è tendenzialmente solitario e con una più o meno ridotta propensione alla socializzazione. Il termine è nato come dispregiativo ma in seguito è stato usato in alcuni ambiti per definire una sorta di orgoglio e di identità di gruppo. 

I nerd sono considerati poco interessati alle attività sportive e sociali e non hanno significativi contatti coi membri dell’altro sesso. Anche l’aspetto esteriore è rappresentato da un cliché ben definito. Indossano vestiti niente affatto alla moda, anacronistici, spesso tipici di persone più in là con gli anni (come gilet o mocassini), occhiali spessissimi, visi colmi di brufoli, pettinature piatte come il riporto e difetti nella parlata. I non-nerd spesso pensano ai nerd come persone intelligenti ma socialmente goffe.

È uno stereotipo che al liceo viene ridicolizzato e sottoposto ad angherie dagli studenti più popolari o socialmente inseriti. Quelli etichettati come nerd si impegnano a fondo negli studi a cui sono interessati ed esprimono generalmente un interesse superiore alla norma per argomenti complessi. Argomenti che hanno a che fare con i computer e la tecnologia, i giochi di ruolo, la musica elettronica, i film di fantascienza, i fumetti, i videogiochi e la letteratura fantasy sono tipicamente associati ai nerd.

Soprattutto in America la definizione di nerd si rivaluta. Grazie a film, libri e personaggi di spicco, come Bill Gates, che in gioventù venivano considerati nerd per le loro passioni.

I personaggi nerd

Nelle fiction di solito il personaggio del nerd affianca l’eroe aiutandolo con preziose informazioni, grazie alle sue capacità in genere legate all’uso del computer. Ne è un esempio illustre Velma della serie animata Scooby Doo.

Lei racchiude in sè tutte le caratteristiche nerd soprattutto quella di aiutare i suoi amici grazie al suo talento tecnologico. Ha grossi occhiali neri abbinati a maxipull rigorosamente a collo alto per nascondere oltre che coprire ogni fattezza femminile che esalti troppo il fisico a discapito di una preferita esaltazione intellettiva. Anche la sobria pettinatura è volutamente in contrasto con l’esagerata fluenza della fulva chioma dell’altra protagonista del cartoon, la bella Daphne Blake. Altra simpatica trovata che incornicia il personaggio nell’archetipo del nerd è la gag riproposta in varie occasioni che ritrae la protagonista in goffi atteggiamenti, come quando perde il contatto con i suoi grossi occhiali senza i quali è il cosiddetto pesce fuor d’acqua.

Altri nerd

Se il nerd è il personaggio principale di una storia, ha spesso un’identità segreta come supereroe.

Peter Parker, ovvero Spider-Man, è un insegnante di scienze e prima di diventare Spider-Man era il nerd dell’istituto superiore. Clark Kent, l’alter ego di Superman, ad esempio, può essere visto anche lui come un nerd ante litteram. Altro esempio, più recente, è Chuck dell’omonima serie TV, nella quale il protagonista segue una particolare evoluzione psicologica volta ad uscire dal suo stato di nerd. 

Se dunque il nerd è un personaggio secondario. Molto spesso è un genio capace di inventare o riparare i mezzi che permetteranno all’eroe di vincere il male. Il contrasto tra i tratti tipici del nerd e le virtù del personaggio principale, hanno il risultato di esaltare il fascino del protagonista. 

Malcolm il protagonista della serie Malcolm in the middle può essere definito un nerd. Possiede infatti un ottimo quoziente intellettivo e viene spesso preso in giro dai coetanei.

Anche la sit-com The Big Bang Theory racconta il modo di vivere tipico dei nerd attraverso quattro giovani scienziati dalle scarse attitudini sociali che devono confrontare il loro modo di vivere con altri personaggi, soprattutto donne, dando origine a molti risvolti comici.

I nerd negli anime

I nerd negli anime spesso indossano degli occhiali opachi, a volte con delle spirali, come Yuki Nagato in La malinconia di Haruhi Suzumiya. Se indossano degli occhiali trasparenti hanno il vezzo di aggiustarli in modo che riflettano la luce, assumendo così un atteggiamento intimidatorio, come Kabuto in Naruto o Uryū Ishida in Bleach.

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Questi personaggi giocano un ruolo più importante di quelli simili a loro nei fumetti occidentali. Una possibile spiegazione è che nella cultura giapponese il successo nel campo accademico o nello studio riveste un’importanza maggiore di quello sociale.

Si viene così a creare una sorta di affinità tra le caratteristiche dell’otaku e la figura del nerd.

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  1. E’ un’interessantissima galoppata sul fenomeno, che favorisce riflessioni sull’argomento. Grazie!

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