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Fantasmi e maschere dal teatro nō a manga & anime

Nou Senza Volto

INTRODUZIONE: LA RELIGIOSITÀ GIAPPONESE

     Si dice che il Giappone sia la terra degli “otto milioni di divinità”, dove con “otto milioni” si intende “innumerevoli”, e con “divinità” ho scelto di tradurre, almeno in questo contesto, l’intraducibile parola “kami”. Insomma, in Giappone ci sono infiniti kami.

     Questo perché in Giappone ogni cosa ha un’anima (termine altrettanto valido per rendere il concetto di “kami”). Un albero secolare può sviluppare un suo spirito e meritare venerazione. Due scogli gemelli possono rappresentare Izanagi e Izanami (le divinità consorti che crearono l’arcipelago e generarono gli altri kami), e per questo essere uniti in mistiche nozze da una corda sacra. Persino gli oggetti fabbricati dall’uomo possono essere abitati da un kami: ancora oggi molti sarti giapponesi, prima di buttare via i vecchi aghi da cucito, celebrano per loro una cerimonia di addio, in modo da ringraziarli per il loro lavoro ed evitare che si sentano abbandonati e tornino sotto forma di demoni.

Scogli Ise Aghi Kyoto
Gli scogli di Ise, sacri a Izanagi e Izanami (immagini da Wikipedia)
e la cerimonia degli aghi di Kyoto (immagine dal sito Sharing Kyoto).

     La consapevolezza dell’onnipresenza del kami conferisce alla cultura giapponese un senso del sacro che noi occidentali, purtroppo, abbiamo perso a causa dello strapotere del cristianesimo, il quale detta le proprie regole dogmatiche ed esclusive.

     Per rendersene conto, basterà semplicemente rilevare che, in Giappone, vige un sincretismo per cui, diversamente che dalle nostre parti, una religione non esclude l’altra: secondo un altro detto, “i giapponesi nascono shintoisti, si sposano cristiani e muoiono buddhisti”. Non nel senso che cambiano fede durante la loro vita, ma che colgono da ognuna ciò che può dare. Per esempio, lo shintoismo (la religione nativa basata appunto sul culto della natura e dei kami) non offre una dottrina escatologica e per questo i funerali seguono normalmente il rito buddhista, che invece spiega l’aldilà.

Ranma Matrimonio
Il matrimonio di Ranma e Akane, celebrato
sia alla maniera giapponese che a quella occidentale.
(Immagini da un episodio dell’anime.)

     Altro aspetto interessante della religiosità giapponese (e orientale in genere) è un certo relativismo etico. Nella prospettiva cristiana, l’uomo è afflitto dal peccato originale, è continuamente tentato dal male ed è minacciato dalla dannazione eterna; per il buddhismo, invece (per quanto le azioni siano oggettivamente buone o cattive, con conseguente karma positivo o negativo), compiere il male non significa offendere un dio trascendente, bensì incatenare la propria anima più strettamente al ciclo delle rinascite e della sofferenza. C’è, insomma, non una dicotomia manicheistica bensì una gradualità di stati.

     Quanto ai kami dello shintoismo, nemmeno loro sono buoni o cattivi in sé: in quanto forze della natura, sono sostanzialmente indifferenti. Con loro bisogna coesistere in armonia, non adottare un approccio di tipo contrattuale (“io ti prego e tu in cambio mi fai la grazia”). Un kami benevolo può voltarti le spalle quando meno te lo aspetti, per puro capriccio; uno sulla carta malefico, d’altro canto, può limitarsi a procurarti uno spavento senza nuocerti in alcun modo.

PER APPROFONDIRE: Lo shintoismo su Wikipedia

PER APPROFONDIRE: Il buddhismo zen su Wikipedia

     Alla luce di questa sacralità diffusa, di questo sincretismo religioso e di questo relativismo etico, appare chiaro il perché, in Giappone, abbiano tanta fortuna le storie a carattere soprannaturale, che comunque si innestano sull’innata inclinazione umana per la narrativa fantastica.

     Tali storie, come tutto il patrimonio folclorico, vengono tramandate prima oralmente e poi in forma autoriale tramite opere letterarie o visive, per arrivare infine ai giorni nostri e investendo quindi anche manga e anime.

     Esiste però un passaggio intermedio, fondamentale per la cultura giapponese, che è il teatro nō. Non conoscerlo significa privarsi, oltre che di un’esperienza di sublime bellezza, di un elemento indispensabile per capire le storie di fantasmi giapponesi.

     Per la verità, trattandosi di una forma di teatro antichissima, al giorno d’oggi anche i giapponesi più giovani (mangaka compresi) rischiano questa mancata comprensione. Tuttavia, essi restano comunque inconsapevolmente intrisi di questi elementi. Qualcosa di simile accade in Italia con l’opera lirica: un po’ tutti canticchiano La donna è mobile o Va’, pensiero o Figaro qua, Figaro là Largo al factotum o Vincerò Nessun dorma pur senza avere alcuna familiarità col melodramma.

     Nei prossimi paragrafi, dunque, offrirò una breve descrizione del teatro nō e vari esempi di come esso abbia influenzato alcune celebri opere manga e anime, con particolare riferimento all’uso della maschera.

     Inutile dire che, data la vastità del campo, mi sarà impossibile essere esaustivo: mi limiterò a raccogliere suggestioni e fornire spunti che chiunque potrà poi approfondire da sé a seconda dei propri percorsi di lettura e di visione.

IL TEATRO NŌ

NASCITA E POETICA

     Il teatro nō nasce nel periodo Muromachi (1336-1537), sotto gli shōgun Ashikaga. In questi anni, come durante il Rinascimento italiano, si ha un grande fermento culturale (anche se non è un periodo di pace: vi regnano anzi l’intrigo e la violenza). Si sviluppano così molte delle rinomate arti tradizionali giapponesi, quali, oltre al nō, la calligrafia e la cerimonia del tè.

PER APPROFONDIRE: La cerimonia del tè su Otaku’s Journal

Padiglione d'oro e Cerimonia del tè
Il kinkaku-ji (padiglione d’oro) di Kyoto e la cerimonia del tè,
entrambi risalenti al periodo Ashikaga. (Immagini da Wikipedia.)

     Tali arti risentono dell’influsso dello zen (il buddhismo giapponese): sono perciò permeate dal senso della caducità di tutte le cose e da una austera eleganza.

     Il teatro nō non è da meno. Esso racconta esclusivamente storie di fantasmi, e lo fa con elementi minimi (trame semplici, pochi attori, scena vuota), tanto che lo si potrebbe definire un poema cantato e mimato più che un dramma come lo intendiamo comunemente. (Quest’ultimo coincide semmai con il meno antico teatro kabuki, di matrice non aristocratica bensì borghese, il quale è invece articolato, appariscente, movimentato.)

     Il termine “nō” significa “abilità”, con riferimento alla maestria degli interpreti: essi (tradizionalmente maschili) si sottopongono a un lungo e duro addestramento per poter ripetere all’infinito, con suprema grazia, interpretazioni codificate fin nel più minuscolo dettaglio.

ZEAMI E RISORSE

     Il massimo esponente del nō è Motokiyo Zeami (1363-1443), autore e attore considerato lo Shakespeare giapponese. In Italia è disponibile un volume, edito da Adelphi, che contiene alcuni suoi drammi unitamente a importanti scritti teorici.

PER APPROFONDIRE: Acquista Il segreto del teatro nō di Zeami

Zeami Libro

     Quanto al materiale audiovisivo, su YouTube si trovano intere rappresentazioni di nō. Di tutti i drammi si possono facilmente scaricare i testi dalla Rete. Ciò perché l’arte del nō sta scomparendo e le poche scuole rimaste, per quanto tradizionaliste, fanno a gara per divulgarla e rendere disponibili tutte le risorse necessarie per comprenderla e apprezzarla. Sono sostenute dal governo giapponese, da cui quello italiano dovrebbe, almeno su questo fronte, imparare.

PER APPROFONDIRE: Database dei drammi nō: testi e schede

REPERTORIO E STRUTTURA

     Il repertorio odierno del nō consta di circa 250 titoli, un centinaio dei quali scritti da Zeami.

     La rappresentazione di un singolo nō dura circa un’ora. Il programma completo di una giornata ne prevede cinque. Sono cinque perché deve essercene uno per ognuno dei cinque tipi: storie di divinità, storie di fantasmi guerrieri, storie di fantasmi femminili, storie assortite e storie di demoni.

     La trama ha quasi sempre la stessa struttura, in due parti: nella prima parte lo waki (secondo attore, senza maschera) incontra lo shite (primo attore, con maschera) e viene esposto l’antefatto; nella seconda lo shite si rivela uno spirito e si congeda con una danza propiziatoria (o viene esorcizzato dallo waki se è uno spirito malevolo). In alcuni casi si ha più di uno shite o più di uno waki. Alcuni ruoli, pur essendo adulti, richiedono un interprete bambino (per esempio alcuni imperatori).

     Tra le due parti a volte interviene un personaggio rozzo e buffo a riassumere la vicenda. Brevi farse, inoltre, si eseguono tra un dramma nō e l’altro.

ESEMPI DI TRAMA

     HAGOROMO. Un pescatore trova una veste di piume appesa al ramo di un albero. Appare una fanciulla che sostiene di esserne la proprietaria. Il pescatore le restituisce la veste. La fanciulla si rivela uno spirito celeste e danza per lui in segno di gratitudine.

Hagoromo
Hagoromo

     CHIKUBU-SHIMA. Un viaggiatore, diretto al tempio della dea Benten sul lago Biwa, si fa dare un passaggio in barca da un vecchio pescatore e da una donna, i quali si rivelano poi il kami del lago e Benten in persona. I due danzano per il pio viaggiatore e lo benedicono.

     ATSUMORI. Un monaco in viaggio incontra un tagliaerbe, con cui parla della tragica morte in battaglia del giovanissimo Taira no Atsumori, avvenuta proprio in quei luoghi. Poco dopo il tagliaerbe rivela di essere lo spirito di Atsumori, di cui il monaco andava in cerca essendo egli stesso il guerriero avversario che era stato costretto a ucciderlo. I due si riconciliano e Atsumori danza per il monaco.

Atsumori
Atsumori

     AOI NO UE. Aoi, consorte del principe Genji, è malata. I monaci incaricati di curarla scoprono che è posseduta da un demone che incarna la gelosia di Rokujō, precedente amante di Genji. I monaci mettono in fuga il demone.

     SOTOBA KOMACHI. Un monaco scaccia una vecchia da uno stupa (edicoletta sacra). La vecchia si rivela essere la bella e vanitosa Komachi, che costrinse un suo spasimante a dimostrarle il proprio amore vegliando cento notti sotto la sua finestra. L’uomo morì alla novantanovesima e adesso il suo spirito perseguita Komachi.

     SAKURA-GAWA. Un monaco e il suo discepolo incontrano una donna intenta a raccogliere fiori di ciliegio dal fiume e resa pazza dalla separazione dal figlio, il quale si era venduto come schiavo per mantenerla. Il discepolo del monaco si rivela essere il figlio perduto e la donna rinsavisce.

     ADACHI GA HARA. Un monaco si ferma a pernottare presso una vecchia nella cui casa c’è una stanza vietata. Scopre che la stanza è piena di scheletri e che la vecchia è un demone, e quindi la esorcizza.

Adachigahara
Adachigahara

     DŌJŌ-JI. Presso il tempio Dōjō si sta inaugurando una nuova campana, quando arriva una misteriosa donna che vi si nasconde dentro. È lo spirito indemoniato di una fanciulla che molto tempo prima aveva amato invano un giovane monaco, e viene esorcizzato.

Dōjō-ji
Dōjō-ji

     KURAMA TENGU. Un eremita disceso dal monte Kurama si reca a un monastero. Tutti lo scansano, tranne un bambino che gli si accosta con gentilezza. L’eremita si rivela allora un potente tengu (saggio spirito corvo) e promette di addestrare il bambino nelle arti marziali. Il bambino diventerà il leggendario guerriero Minamoto no Yoshitsune.

     KANTAN. Dramma atipico ma profondo. Un uomo alloggia in una locanda a Kantan. Mentre attende che la padrona gli prepari una zuppa, si addormenta. Arriva un messaggero che gli annuncia la sua ascesa al trono imperiale. L’uomo regna per cinquant’anni, finché non viene svegliato dalla padrona della locanda con la zuppa pronta: l’uomo capisce che la vita è un sogno.

     SHŌJŌ. Un venditore di vino stringe amicizia con un cliente che beve molto ma non si ubriaca mai. Il cliente si rivela poi uno spirito e dona al venditore una giara magica che resta sempre piena.

     SHAKKYŌ. Un monaco in pellegrinaggio vuole oltrepassare un ponte di pietra, ma un giovane taglialegna lo avverte che è un’impresa molto difficile: il ponte rappresenta infatti la via del buddhismo. Quindi il taglialegna si trasforma in un benigno spirito leonino, che danza vigorosamente.

Shakkyou
Shakkyō

CANTO E MUSICA

     Gli interpreti del nō utilizzano una vocalità a metà tra il canto e la declamazione. Nel caso dello shite, la voce è ulteriormente deformata dalla maschera. C’è anche un piccolo coro, che non è un personaggio e ha piuttosto il compito di ripetere e amplificare alcuni versi dei solisti o commentare la vicenda.

     Ci sono poi degli strumentisti, i quali suonano un flauto e tre tipi di tamburo (uno da gamba e uno da spalla, che si percuotono con una mano, e uno da terra, più grande, che si suona con le bacchette). La musica del nō non offre alcun “motivetto” da canticchiare, non è basata su melodia e accordi: è più che altro un insieme di suggestivi effetti sonori sul cui senso tornerò tra poco.

     Lo stesso vale per le continue vocalizzazioni emesse dagli strumentisti, simili a esclamazioni e richiami, che, di fatto, si sentono anche più del canto degli attori e del coro.

(Immagine dal sito www.the-noh.com)

SCENOGRAFIA E ATTREZZERIA

     Il nō si esegue su un palcoscenico che ha delle caratteristiche fisse: una piattaforma in legno quadrata (dal lato di circa 6 metri), coperta da una tettoia sostenuta da pilastri, chiusa da un fondale su cui è dipinto un pino, e aggettante nella platea. Ci sono postazioni prestabilite per i coristi e gli strumentisti.

     Tale palcoscenico è completamente vuoto e costituisce uno spazio astratto in cui occorre immaginare i luoghi dell’azione. Sono i personaggi a descrivere ciò che vedono: un prato, un lago, una strada, un tempio, un palazzo, una locanda.

Nou Stage
(Immagine da Wikipedia.)

     Al massimo potrà comparire qualche elemento scenico; ma sarà comunque all’insegna dell’essenzialità: una capannina di tela simboleggia una stanza (come nei drammi Chikubu-shima o Adachi ga hara), un’intelaiatura di bambù sta per una barca (di nuovo in Chikubu-shima o in Funa-Benkei). In Aoi no ue, addirittura, il personaggio della principessa malata è rappresentato da un kimono adagiato per terra. Secondo gli stessi principi, l’attore può far ondeggiare un ventaglio a indicare il mare o compiere un giro in tondo sul palco per significare un viaggio.

     Gli accessori vengono disposti da servi di scena, per convenzione invisibili. Anche le azioni dei servi di scena, come ogni altro elemento del nō, sono rigidamente codificate ed eseguite come un cerimoniale.

     Sulla sinistra del palcoscenico si ha una passerella che conduce al camerino dello shite. Non è uno spazio di servizio, ma ha una precisa funzione drammaturgica. Le entrate dello shite dalla passerella, prima sotto le mentite spoglie di un essere umano e poi nella sua vera forma soprannaturale, costituiscono spesso i momenti più emozionanti dello spettacolo.

     Lungo la passerella sono disposti delle colonne e dei pini, sempre nello stesso numero e sempre alla stessa distanza. Insieme ai pilastri agli angoli del palco, essi sono indispensabili allo shite per orientarsi: la maschera, infatti, gli preclude gran parte della visuale e l’unico punto di riferimento a sua disposizione sono appunto questi.

Pianta palco teatro nō

COSTUMI E MASCHERE

     Tanto è scarna la scenografia quanto ricchi sono i costumi, spesso costituiti da più strati di seta riccamente decorata e provvisti di “trucchi” che permettono stupefacenti cambi rapidi o altri effetti speciali. Per esempio, nel dramma Dōjō-ji lo shite salta in una grande campana, vi si cambia al buio e ne riemerge sotto forma di demone. In Tsuchigumo lo shite è un demone ragno che “spara” le sue tele.

     La parte più importante del costume è sicuramente la maschera. Essa è indossata soltanto dallo shite e sta a indicare la natura soprannaturale del suo personaggio.

     La maschera del nō è più piccola del volto dell’attore. Ne restringe la visuale e ne altera la voce. Ha la peculiarità di cambiare espressione a seconda dell’angolazione con cui viene colpita dalla luce. Per gestire questo effetto, naturalmente, occorre una grande abilità. Le affascinanti maschere del nō, in molti casi antichissimi oggetti di artigianato, sono autentiche opere d’arte.

Nou Masks
Le due più famose maschere del nō.
A sinistra una han’nya, un demone femminile, utilizzata per drammi come Aoi no ue, Adachi ga hara, Dōjō-ji.
Si notino le corna, le zanne e gli sporgenti occhi stralunati.
A destra una ko-omote, una fanciulla angelica, utilizzata per drammi come Hagoromo e Chikubu-shima.
Si notino i denti colorati di nero e le sopracciglia rasate e ridisegnate sulla fronte,
secondo i canoni di bellezza del Giappone antico.

LA SACRALITÀ DEL NŌ

     Al termine di questa breve panoramica, è opportuno ritornare sulla sacralità del teatro nō. Esso non va considerato una mera forma di intrattenimento, bensì una vera e propria cerimonia religiosa.

     Dall’esame delle trame appare evidente l’ispirazione buddhista del nō: in queste “storie di fantasmi giapponesi” non manca il brivido horror, ma vi si narra più che altro di spiriti dolenti che vengono purificati e pacificati.

     In quest’ottica gli attori vanno visti come dei sacerdoti. Lo shite evoca lo spirito, lo fa rivivere in sé e lo manifesta. Il pubblico assume il punto di vista dello waki, il quale è insieme personaggio, narratore e celebrante.

     Ecco quindi spiegata anche la particolare musica del nō. Come si è detto, essa non propone delle melodie cantabili, bensì degli effetti sonori: la funzione originaria dell’accompagnamento musicale era indurre la trance, attraverso le note fisse e lunghe dei flauti, i colpi ripetuti e incalzanti dei tamburi, i richiami dei suonatori (con modalità simili a quelle del candomblé brasiliano, del gospel nordamericano, della taranta pugliese, dello sciamanesimo siberiano e di tutti i rituali affini).

     Lo stesso vale per la maschera: essa è un oggetto magico, che annulla la personalità dello shite e lo rende un medium tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti.

     Anche in questo caso ritroviamo le medesime valenze in tutti i luoghi e tutte le epoche: la maschera è perturbante. Copre e scopre, nasconde e rivela, inquieta e attrae. Annulla l’espressività del volto eppure la potenzia. Altera l’identità di chi la indossa, ma anche di chi la osserva dal di fuori.

Maschere Occidentali
La potenza perturbante della maschera è universale. La si trova in ogni luogo, in ogni epoca, in ogni cultura.
Qui le maschere del teatro latino, quelle della Commedia dell’Arte (il goldoniano Arlecchino nella messa in scena di Strehler), le bautte veneziane (nel Don Giovanni di Losey), Darth Vader di Star Wars, Guy Fawkes in V per vendetta, e infine una mascherina chirurgica, oggetto con cui ognuno di noi ha dovuto fare i conti.

     A generare la sensazione di trovarsi in una dimensione sospesa contribuiscono infine la vaghezza e la lentezza della rappresentazione: un nō è quasi privo, oltre che di ambientazione, anche di azione. Esso si risolve essenzialmente in un dialogo tra lo shite e lo waki, le cui battute sono tanto lunghe da sembrare dei monologhi e la cui elegante gestualità è misuratissima. (In questo ha un andamento simile a quello della tragedia greca.)

     La vicenda, spesso tragica, dello shite appartiene a un remoto passato e viene rievocata (in versi meditativi di altissima poesia) compiendo un viaggio nella memoria. Persino gli spiriti malvagi sembrano essere più immelanconiti che incattiviti.

     Proprio la melanconia è il sentimento prevalente nel nō: la consapevolezza, tutta buddhista, dell’impermanenza delle cose, del male di vivere. E questa è anche la disposizione d’animo più adatta per assistere alla rappresentazione di un nō, un’esperienza il cui incanto sottile difficilmente può essere descritto con le parole.

Kurosawa Ran Dreams
Akira Kurosawa, uno dei massimi registi giapponesi.
Nello shakespeariano Ran (1985) rappresenta il cieco Tsurumaru
come uno spettro del nō (per esempio il protagonista di Semimaru).
In Yume (o Dreams o Sogni, 1990), per rendere i kitsune (spiriti volpe), rinuncia agli effetti speciali,
facendoli interpretare a dei danzatori mascherati.

ESEMPI TRATTI DA MANGA & ANIME

IL VOLTO ANTICO

     SHIGERU MIZUKI: KITARO e YOKAI

     Inevitabile cominciare dal grande mangaka, scomparso nel 2015, che più di ogni altro si è occupato di valorizzare il patrimonio folclorico del suo Paese. Oltre che del celeberrimo Ge ge ge no Kitaro o Kitaro dei cimiteri (1959), il sensei Mizuki è autore dell’Enciclopedia degli spiriti e dei mostri giapponesi (due volumi), interamente scritta e disegnata da lui, cui si è aggiunto Yokai, mostri e spiriti del folclore giapponese (volume unico a colori in grande formato). Sono tutti editi in Italia da Kappalab.

     Ecco due volti mostruosi della tradizione nipponica visti da Mizuki: una han’nya (donna indemoniata: la si confronti con l’equivalente maschera del nō nel relativo paragrafo) e un noppera-bō (un “mostro senza volto”).

PER APPROFONDIRE: Acquista Yokai, mostri e spiriti del folclore giapponese

Mizuki Han'nya Nopperabou

     KAZUHIRO FUJITA: USHIO E TORA

     Questa magnifica opera degli anni ’90 offre un epico viaggio nel folclore giapponese, di cui presenta i mostri tradizionali insieme ad altri appositamente creati.

     Tora è un demone che ricorda le tigri e i leoni divini del teatro giapponese (si veda, sopra, il nō Shakkyō): la sua capigliatura è rossastra, voluminosa e arruffata. Il suo volto è truccato come quello di un attore del kabuki.

     Il final boss, “Maschera Bianca”, è una volpe malefica nata in India, cresciuta in Cina e imprigionata all’interno di una roccia in Giappone, esattamente come nella leggenda narrata nel nō Sesshōseki.

     Inoltre, fra gli innumerevoli personaggi secondari di Ushio e Tora, segnalo uno zashiki-warashi (un “bambino del salotto”: capriccioso spirito domestico simile al nostro poltergeist), il quale, quando viene liberato da una lunga prigionia, apre un ventaglio e si esibisce in una gioiosa danza, esattamente come farebbe uno shite del nō (per esempio in Hagoromo).

Ushio e Tora

     RUMIKO TAKAHASHI: LAMÙ, RANMA, INUYASHA, RINNE

     È noto che la “regina del manga” attinge volentieri al folclore per le sue storie a carattere fantastico.

     Lamù è basato sull’assunto che le creature mitologiche giapponesi siano in realtà degli extraterrestri. La stessa protagonista è una versione sexy dell’oni, il demone del tuono: ha zanne e corna, indossa vesti tigrate, spara fulmini.

     In Inuyasha, compare una grande quantità di mostri. L’eroe eponimo è un demone canino che indossa i larghi calzoni tipici anche degli interpreti del nō e che ha i capelli bianchi (nel nō le parrucche che designano divinità e demoni sono appunto bianche oppure rosse, come visto per Tora di Ushio e Tora).

     Quanto a Rinne, protagonista del manga omonimo, ha il compito di accompagnare nell’aldilà anime di defunti ancora legate alla dimensione terrena e quindi incapaci di purificarsi e reincarnarsi, in una dinamica squisitamente buddhista.

     Ma desidero soffermarmi su un dettaglio di Ranma: il signor Tendo, padre di Akane, è un uomo solitamente impassibile che però va soggetto a inopinate e comicissime crisi di pianto o di rabbia; nel secondo caso il suo volto si trasforma istantaneamente in una maschera demoniaca della tradizione.

Rumiko Takahashi

IL VOLTO NASCOSTO

     HAYAO MIYAZAKI: LA CITTÀ INCANTATA

     Se anche voi avete provato un brivido allorché la misteriosa città, all’imbrunire, si è popolata di spiriti, nonché una inspiegabile commozione durante il viaggio in treno di Chihiro, circondata da passeggeri evanescenti e silenziosi, sappiate che, ancora una volta, è la magia del nō a colpire.

     Quanto al Senza Volto, esso è una creatura informe che necessita di una maschera per acquisire un’identità. Copre un volto che non ha. La maschera non appartiene a un personaggio del nō, ma è fatta come quelle del nō: in alcune sequenze, infatti, si vede chiaramente che essa è più piccola del presunto volto del Senza Volto, la cui vorace bocca si apre molto al di sotto dell’ovale della maschera.

     KOYOHARU GŌTOGE: DEMON SLAYER

     Molti personaggi di questa famosa saga si coprono il volto. Inosuke utilizza una maschera da cinghiale selvatico per nascondere i propri lineamenti, che considera troppo effeminati e inadatti a un guerriero. Il maestro Sakonji, invece, indossa una maschera da tengu. I tengu sono kami che si manifestano come corvi umanizzati o come individui dal volto rosso e dal lungo naso. Essi sono maestri di arti marziali (si veda, sopra, la trama di Kurama Tengu), il che accomuna a loro l’addestratore. Tra gli allievi di Sakonji, il generoso Sabito indossa una maschera da kitsune, ovvero da volpe: come questo kami, Sabito è autorevole ma anche sfuggente, in quanto defunto che riappare come fantasma.

Demon Slayer Masks

     SUI ISHIDA: TOKYO GHOUL

     I ghoul che vivono tra i normali esseri umani fingendosi uguali a loro, durante le varie scorribande sono soliti indossare una maschera, in modo da non essere riconosciuti. Il più apprezzato artefice di maschere è lo stravagante Uta, il quale fa sì che le sue creazioni, pur camuffando il ghoul, ne delineino la personalità. (È interessante notare come proprio Uta, unico tra i ghoul, abbia il potere di modificare il proprio volto senza bisogno di maschere.)

     La maschera di Kaneki, in cuoio nero, presenta due elettrodi laterali, una benda sull’occhio destro e una cerniera sulla bocca. Gli elettrodi (simili a quelli del mostro di Frankenstein) ricordano che Kaneki è un ghoul “artificiale”. La benda nasconde l’occhio che “resta umano” non diventando rosso come agli altri ghoul (quando è senza maschera, al contrario, Kaneki si benda l’occhio sinistro, il cui colore innaturale lo tradirebbe). La cerniera sulla bocca sta a indicare gli scrupoli di Kaneki a uccidere gli uomini per cibarsene. Il cuoio nero riconduce alle pratiche BDSM, in linea con le esperienze e i tormenti del personaggio. Si rammenti, inoltre, che Kaneki, a causa dei numerosi traumi, soffre di personalità multiple e che la sua identità va continuamente in frantumi. Quando perde completamente il controllo, la sua kagune (l’organo predatorio dei ghoul) arriva a coprirgli il volto come una maschera di carne.

     [MINI SPOILER] Durante l’ultimo arco narrativo, i ghoul “buoni”, per riconquistare la fiducia degli umani, si liberano delle maschere, in una scena esaltante e commovente.

Tokyo Ghoul Masks

IL VOLTO DEFORME

     GO NAGAI: MAZINGA e GOLDRAKE

     La passione del grande Go Nagai per il body-horror si ritrova non solo in Devilman e nelle altre opere del filone demoniaco, ma anche nell’ambito dei fantascientifici super-robot degli anni ‘70. In questo caso, anzi, i volti deformi dei nemici risaltano maggiormente a causa del contrasto con quelli regolari e rigidi dei robot.

     In Mazinga Z, compare il barone Ashura, che è stato creato dal dottor Inferno mettendo insieme due mummie micenee: ne risulta un ermafrodita maschile nella metà sinistra e femminile in quella destra. I suoi scagnozzi, inoltre, indossano spersonalizzanti maschere di ferro.

     Davvero angoscianti sono gli antagonisti del Grande Mazinga, cyborg micenei dalle fattezze più disparate, la maggior parte dei quali presenta due volti o addirittura due teste: una, quella che si trova al posto “giusto”, è mostruosa ma immobile; l’altra, collocata altrove (nel torace, sulla fronte, in una mano) è quella vera, che guarda, parla e cambia espressione.

     In Goldrake, il generale Gandal contiene, dentro di sé, la propria moglie, la quale si manifesta sotto forma di una minuscola figura femminile e diabolica che si “affaccia” dal volto di lui come da una finestra. [MINI SPOILER] Il conflitto tra i due coniugi (o due facce della stessa personalità?) sarà risolutivo per la serie.

     LEIJI MATSUMOTO: CAPITAN HARLOCK

     Un altro capolavoro fantascientifico degli anni ’70, che ha influenzato decine di opere successive con la sua seminale iconografia. Cosa sarebbe l’astronave Arcadia senza la dolce e triste Meeme che ne consola l’equipaggio grazie alle note della sua arpa? Ultima sopravvissuta di una razza aliena, Meeme ha carnagione candida e diafana, lunghi capelli turchini e, soprattutto, un enigmatico volto privo di bocca, con dorati occhi senza iridi né pupille.

Capitan Harlock Meeme

     HITOSHI IWAAKI: KISEIJŪ

     I parassiti extraterrestri di Kiseijū (o Parasyte o L’ospite indesiderato) si installano nel cervello delle loro vittime e ne mutano il corpo tanto da renderlo elastico e capace di varie metamorfosi e ibridazioni. In particolare, il cranio può spalancarsi fino a diventare un’unica enorme bocca e inghiottire le malcapitate vittime. È evidente che Iwaaki si è ispirato alla kuchisake-onna (“donna dalla bocca tagliata”), antico mostro giapponese tornato alla ribalta grazie a una recente leggenda metropolitana.

     (Tutto ciò non vale per il protagonista, Shinichi: nel suo caso il parassita resta per errore confinato in una mano, consentendo al ragazzo di conservare la propria individualità e costringendo entrambi alla convivenza in un unico corpo condiviso.)

Kiseiju

     HIDEO YAMAMOTO: HOMUNCULUS

     Nakoshi, il protagonista di questo singolare manga, acquisisce, grazie a una trapanazione del cranio, il potere di vedere gli homunculi, cioè le proiezioni delle personalità altrui. Questi gli appaiono nelle forme più varie: arti animaleschi, armature robotiche, figure di sabbia, acquari di vetro, solidi geometrici, gigantesche uova e, come ovvio, volti deformi. [MINI SPOILER] In una scena molto significativa, Nakoshi vede il viso di una donna diventare concavo, come un negativo del suo stesso viso; il che segna un ribaltamento della prospettiva e della vicenda.

PER APPROFONDIRE: Homunculus su Otaku’s Journal

Homunculus
Homunculus: tavole dal manga in un mio montaggio (lettura da sinistra a destra).

IL VOLTO ARTIFICIALE

     YOSHIYUKI TOMINO: DAITARN III

     Altro capolavoro robotico degli anni ’70, con una importante novità che rovescia il paradigma anteriore: diversamente dai robot precedenti, compresi quelli di Go Nagai, Daitarn III possiede una mimica facciale (ciò a causa degli intenti in parte parodistici della serie). I comandanti meganoidi, suoi avversari, sono persone che hanno rinunciato alla propria natura umana per divenire cyborg, e conservano una grande espressività (oltre a essere i cattivi psicologicamente più ricchi di quegli anni).

     Su tutti, però, impera Don Zauker, dall’ipertrofico cervello racchiuso in un cranio di vetro e dall’imperturbabile viso metallico, in antitesi con quello, mobilissimo, del robot. A rendere Don Zauker ancora più inquietante è il fatto che si esprima attraverso versi meccanici che solo la sua assistente Koros è in grado di interpretare. [MEGA SPOILER] Al termine della serie si scopre che Don Zauker si trova in stato catatonico e che Koros spaccia per suo il proprio volere. Don Zauker si risveglia solo per vendicare Koros, uccisa dal “robot a energia solare”, finendo distrutto a sua volta.

Daitarn

     HIDEAKI ANNO: NEON GENESIS EVANGELION

     [MEGA SPOILER] Uno degli elementi che hanno reso così rivoluzionario e importante questo anime è che gli Eva, apparentemente super-robot non dissimili dai loro predecessori, in realtà nascondono, dentro un guscio metallico, dei cloni organici di mistiche entità aliene.

     Alcuni degli “angeli” (o “apostoli” che dir si voglia) loro antagonisti presentano una maschera, o forse un volto che sembra tale. Sicuramente una maschera è invece quella sul viso di Lilith, angelo ancestrale tenuto prigioniero nei sotterranei della Nerv. Lilith è priva della parte inferiore del corpo e inchiodata a una croce. Si può supporre che la maschera (su cui sono disegnati un triangolo e sette occhi, cioè il simbolo della Seele, organizzazione all’origine della Nerv) funzioni come un sigillo: rimossa la maschera, il corpo di Lilith si rigenera e torna in vita.

Evangelion Maschere

     MASAMUNE SHIROW e MAMORU OSHII: GHOST IN THE SHELL

     Concludiamo la disamina col volto artificiale probabilmente più emblematico di tutti: quello di Motoko Kusanagi, mente umana (“ghost”: “spirito”) racchiusa in un corpo totalmente robotico (“shell”: “guscio”). Ciò rende per lei ancora più pressanti i grandi interrogativi esistenziali di ognuno di noi. E se anche i miei ricordi fossero artificiali? I miei sentimenti sono solo reazioni chimiche? Cosa definisce la mia identità? Cosa mi distingue da una macchina? Qual è il confine tra la vita e la non-vita?

     Se nel manga originario il maggiore Kusanagi aveva (almeno inizialmente) un atteggiamento sbarazzino e si presentava come una donna assolutamente realistica e anzi provocante, nel primo dei film ad esso ispirati il personaggio è fin da subito pensieroso e taciturno, e ha le fattezze di una bambola a grandezza naturale. I suoi occhi sono vitrei, sbarrati, privi di emozioni, e però, proprio per questo, tradiscono il disagio interiore.

     In una scena giustamente celebrata (anche per la conturbante musica che l’accompagna), Kusanagi contempla, attraverso la vetrata di un bar, un cyborg solitario esattamente uguale a lei, un suo doppio presumibilmente fuoruscito dalla stessa catena di montaggio.

     Siamo di fronte a un vero fantasma moderno. Un nō cyberpunk.

Ghost in the shell

ALTRI VOLTI

     Qualche spunto ulteriore.

     Nei Cavalieri dello zodiaco (adotto l’inesatta ma affermata traduzione italiana del titolo e dei nomi), oltre all’imperscrutabile Gemini, nascondono il proprio volto anche le sacerdotesse guerriere, come prescritto dalla loro regola. Sotto la maschera della sua maestra Castalia, Pegasus sospetta nascondersi la perduta sorella, mentre la caduta della maschera della nemica Tisifone fa sì che lui ne apprezzi la bellezza e che, di conseguenza, l’odio di lei si trasformi in amore.

     In Bleach, gli spiriti maligni detti Hollow sono caratterizzati da una scheletrica maschera. Essi sono, come dice il nome, “vuoti” e, in quanto tali, affamati di anime (quindi di identità altrui): significativo è il fatto che la rimozione della maschera comporti la trasformazione di un Hollow in un’entità più potente.

     Su VVVID è presente la prima stagione di Mushishi, anime con protagonista un esperto di creature soprannaturali. Le puntate, autoconclusive, presentano un’atmosfera rarefatta e poetica simile a quella del nō.

     Su Crunchyroll si può guardare Yamishibai, i cui episodi (della durata di pochissimi minuti l’uno) sono deliziosi raccontini dell’orrore in stile giapponese.

     Una menzione meritano anche le versioni manga dello Squalificato, romanzo del tormentato Osamu Dazai, in cui grande importanza hanno i fantasmi del passato e la maschera intesa come finzione sociale.

PER APPROFONDIRE: Lo squalificato su Otaku’s Journal

[Ringrazio Cami e Deathbyglamour per i loro suggerimenti.]

Volti Arte Contemporanea
Fascinazione per il volto alterato nell’arte contemporanea occidentale: Munch, Magritte, Bacon, Basquiat.

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