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Goku e le altre scimmie: la vera storia del “Viaggio in Occidente” (I parte)

Goku Quattro Versioni

INTRO: IL PERCHÉ DELLE SCIMMIE

     La recente invasione di meme e gif raffiguranti scimmie, scimmiette e scimmioni per ogni dove sui social-network, e in particolare nei gruppi Telegram, è solo l’ultima recrudescenza dell’ancestrale culto riservato a questi nostri cugini, che tanto ci piacciono ma anche ci inquietano, perché a noi sono così simili.

     La scimmia ci mette davanti alla nostra animalità, è una specie di deforme doppio dell’essere umano: ecco perché definiamo “scimmia” chi ha un aspetto sgradevole, e diciamo “scimmiottare” l’imitare (male) qualcun altro, e addirittura immaginiamo una scimmia sulle spalle di alcolizzati e tossicodipendenti, quasi che essa costituisca l’incarnazione dei peggiori istinti dell’uomo.

     Insomma, la scimmia ha un altissimo grado di iconicità. In termini di valenza proverbiale, possono starle alla pari il lupo, il leone, l’aquila, la balena e davvero pochi altri animali non domestici.

     Forse vi sarà capitato di notare che molti personaggi di manga e anime hanno caratteristiche scimmiesche, spesso abbinate ad altri singolari dettagli ricorrenti: un cerchietto attorno al capo, un bastone da combattimento, una nuvola d’oro usata come mezzo di trasporto, un rapporto piuttosto tempestoso con un partner.

     Queste coincidenze non sono casuali: fanno tutte capo al Viaggio in Occidente, opera letteraria celeberrima in Asia ma semisconosciuta da noi, che ha per l’appunto come protagonista uno scimmiotto. Il risultato di questa discrasia culturale è che rischiamo di non comprendere riferimenti che a un lettore o spettatore giapponese invece appaiono lampanti.

     Shock the monkey di Peter Gabriel in sottofondo, e partiamo.

Innumerevoli sono i libri, i film, le serie, i manga, gli anime, i videogames tratti dal Viaggio in Occidente. Tra gli altri, si riconoscono, oltre ai titoli che esamineremo in questo dossier, anche la versione a fumetti dell’italiano Manara e La principessa dal ventaglio di ferro (1941), il primo lungometraggio animato cinese della storia.
(L’immagine è un mio montaggio, senza pretese di esaustività.)

IL ROMANZO (DA CUI TUTTO EBBE INIZIO)

DATAZIONE, ATTRIBUZIONE, EDIZIONI

     La storia del viaggio in Occidente è un romanzo cinese del XVI secolo, caposaldo della letteratura Míng. Anche se con qualche incertezza, viene comunemente attribuito all’erudito Wú Chéng’ēn; di cui, per la verità, si sa poco.

     Lo Scimmiotto che ne è protagonista è estremamente popolare, non solo in Cina ma anche in Giappone e in gran parte dell’Asia, come da noi possono esserlo Cenerentola o Pinocchio.

     Non cito a caso tali esempi perché essi ci sono noti, più che nella loro forma originaria, attraverso la trasmissione orale e le innumerevoli rivisitazioni successive (come i film della Disney). Lo stesso accade con il Viaggio in Occidente: il testo in sé è in realtà considerevolmente lungo, steso in uno stile arcaico e denso di significati davvero ostici (tanto più per un occidentale), per cui lo si legge abitualmente in riduzioni e adattamenti.

     Se, però, dopo la pubblicazione di questo articolo, doveste andare in… scimmia (è proprio il caso di dirlo) dall’irrefrenabile bisogno di leggerne la versione integrale, sappiate che in Italia è edita da Luni. Altrimenti un buon compromesso (anche in termini di quattrini) è il volume Lo Scimmiotto per i tipi di Adelphi, il quale comprende un più che bastante terzo dell’opera originaria e vanta la traduzione (pur se attraverso un passaggio intermedio dall’inglese) della leggendaria Adriana Motti.

     Il titolo originale è Xīyóuji. Traslitterato in giapponese suona Saiyūki. Ta-daaan!

Per approfondire: Il viaggio in Occidente su Wikipedia.

Antiche raffigurazioni di Goku.

LA VICENDA (I parte)

     Il romanzo è nettamente diviso in due parti.

     La prima ha inizio con la nascita miracolosa di uno scimmiotto di pietra sulla cima di una montagna fecondata dal vento. “Venir fuori dalla pietra” è un’espressione idiomatica cinese che stava a significare “spuntare dal nulla”, assimilabile al nostro “nascere sotto un cavolo” o “essere portato da una cicogna”.

     Dotato di grande forza, lo strano essere in breve viene acclamato sovrano di tutte le scimmie e fonda un regno in un’amena valle nascosta sotto una cascata. Successivamente, desideroso di diventare invincibile e di sconfiggere anche la morte, lo Scimmiotto si fa addestrare da un anziano sapiente. Da lui, però, riesce a imparare solo trucchi magici, non la vera saggezza: resta la creatura irruente di sempre.

     Per questo, grazie ai suoi nuovi poteri (tra cui la capacità di creare copie di sé stesso dai propri peli e quella di viaggiare su una nuvola d’oro), finisce per recare scompiglio in ogni dove. Tra le sue imprese, il furto di una colonna dal palazzo di uno dei Re Drago del Mare Occidentale (con conseguente sconvolgimento delle acque): tale colonna, rimpicciolita fino a diventare un bastone, sarà la sua arma prediletta.

     Alla fine, spaventato da tutta quella confusione, il Re del Cielo (noto anche come Imperatore di Giada), lo nomina custode delle sue divine stalle. Lo Scimmiotto dapprima è onorato dall’incarico, ma poi sente puzza di bruciato (oltre che di letame) e si rende conto che si tratta solo di un espediente per tenerlo a bada. Monta in furia e si mette a spaccare tutto. Tra l’altro, si fa anche una bella scorpacciata delle pesche dell’immortalità che ha rubato dal giardino della Regina Madre dell’Occidente, dea della fecondità.

     I celesti allora imprigionano lo Scimmiotto e lo rinchiudono nell’enorme fornace del venerabile Lăozĭ. Ma l’indomita creatura ormai è immortale, e ne riemerge ancora più forte di prima, ben temprata e con gli occhi dorati. Riprende a seminare il caos per il Regno dei Cieli e nessuna divinità riesce a sconfiggerlo, tanto che, infine, interviene il Buddha in persona.

     L’Illuminato sfida lo Scimmiotto a toccare i confini del mondo. Ivi giunto in pochi salti, lo Scimmiotto trova delle strane colonne. Per dimostrare di aver vinto la scommessa, incide il proprio nome su una di esse e, per giunta, ci fa pipì. Quando torna indietro, il Buddha lo rimprovera scherzosamente di avergli lordato la mano: le colonne erano infatti le dita dell’Illuminato. Lo Scimmiotto comprende così che nessuna creatura è superiore al Buddha, e si arrende. Per punizione viene rinchiuso nel cuore di una montagna, dove rimarrà prigioniero per secoli e secoli in attesa di redenzione.

     Qui finisce la prima parte del libro. Non vi ho detto la cosa più importante: il nome dello Scimmiotto. In cinese si chiama Sūn Wùkōng; in giapponese (ma dovreste averlo già capito) è Son Gokū. Ri-ta-daaan!

Per approfondire: Goku su Wikipedia.

La nascita miracolosa di Goku vista da Kazuya Minekura in Saiyuki.

LA VICENDA (II parte)

     La seconda parte ha inizio cinque secoli dopo. Sūn Wùkōng viene liberato da un monaco buddhista, il quale sta viaggiando dalla Cina all’India per rintracciare alcuni sacri sutra (cioè la trascrizione degli insegnamenti del Buddha: ciò che per il Cristianesimo sono i Vangeli). Il nome del Monaco è Xuánzàng, in giapponese Sanzo; ma è noto anche come Tripitaka (in sanscrito: “tre ceste”, con riferimento ai contenitori dei sutra).

     La strana accoppiata tra il Monaco e lo Scimmiotto è stata decisa dalla bodhisattva Guānyīn (in giapponese Kannon), manifestazione del Buddha in forma femminile e compassionevole: in questo modo Xuánzàng avrà una guardia del corpo durante il viaggio, e Sūn Wùkōng potrà redimersi dalle proprie colpe. Però, come prevedibile, lo Scimmiotto non ne vuole sapere di fare da servitore a un prete, e risponde all’immacolata divinità con un gesto tipico della dinastia Táng: l’ostensione del dito medio. Guānyīn gli impone allora sul capo un diadema che Xuánzàng potrà far restringere a comando, procurando alla bestiaccia un dolore atroce tutte le volte che servirà ridurla all’obbedienza. Per la serie: ‘sto Scimmiotto fa perdere la pazienza pure ai santi…

     Lungo la strada, il Monaco e lo Scimmiotto vengono aggrediti da Zhū Wùnéng, un maiale demoniaco (sì, proprio un maiale) armato di un rastrello (sì, proprio un rastrello). Sconfitta, la bestia rivela di essere un dio decaduto: ingordo e ingenuo, secoli prima si era ubriacato e aveva tentato di violentare la dea della Luna, e per questo era stato esiliato sulla terra dall’Imperatore di Giada. In cerca di redenzione, il maiale è ben lieto di diventare seguace del Monaco, da cui viene ribattezzato Zhū Bājiè, e di unirsi a lui nel suo viaggio.

     Lo stesso copione si ripete all’incontro con Shā Wùjìng, uno spaventoso demone fluviale (in Giappone identificato con un kappa, mostro acquatico del folclore locale; in Italia noto anche come Sabbioso) il quale ha capelli e barba rossi, indossa una collana di teschi e brandisce una doppia falce. Anche lui, in una vita precedente, è stato una divinità e si è macchiato di una grave colpa: ha accidentalmente mandato in frantumi del preziosissimo vasellame dell’Imperatore di Giada, il quale lo ha punito, eccetera eccetera. Pentito, il demone si inginocchia davanti al Monaco, eccetera eccetera.

     Non è finita, perché la squadra è completata dal bianco destriero su cui viaggia il sant’uomo, sotto le cui sembianze si nasconde uno dei figli del Re Drago del Mare Orientale, anche lui bisognoso di espiare, eccetera eccetera. Sì, è praticamente un heist-movie. E, sì, tutti questi incontri non sono casuali: sono stati pianificati dalla divina Guānyīn, la quale, non avendo a disposizione George Clooney, Brad Pitt, Julia Roberts e tutti gli altri, ha dovuto accontentarsi di un prete, una scimmia, un maiale, una rana e un mulo. Pazienza.

     Da qui in poi sarà tutto un susseguirsi di avventure che vi risparmio: la nostra banda affronterà pericoli innumerevoli, attraverserà lande inospitali, supererà ostacoli inenarrabili, sconfiggerà irriducibili nemici (tra cui spicca un demone bufalo il quale, strano a dirsi, non cerca redenzione e non si converte al Buddhismo per unirsi a loro: è proprio bastardo dentro). Nei momenti più drammatici, quando i nostri temono di dover lasciare ogni speranza, interviene il Cavaliere della Fenice la compassionevole Guānyīn, dea ex machina di nome e di fatto, la quale veglia perennemente sui suoi protetti.

     Dopo quattordici anni di avventure, essi arrivano infine a Monte Fato e ci buttano dentro l’Anello di Sauron in India e ritrovano i sutra perduti. Così purificati, raggiungono l’Illuminazione e vengono trasfigurati in divinità.

     A questo punto, non chiedetemi perché la compassionevole (?) dea Guānyīn abbia condannato quei poveretti a un viaggio di ben quattordici anni (mi sento solidale, in quanto faccio il pendolare su Trenord), quando poteva andarci lei a recuperare i sutra in un batter d’occhio. La risposta è già dentro di voi: perché così è più divertente. (Non sentite The neverending story in sottofondo?)

LE RADICI STORICHE

     Molteplici sono le valenze di questa grande opera.

     Per prima cosa, è evidente che si tratta della rappresentazione fantastica di un preciso momento storico: l’apertura della Cina, tradizionalmente taoista e confuciana, al Buddhismo, che non è un culto autoctono. Il Monaco, infatti, compie il suo viaggio “verso Ovest”, dalla Cina all’India, la terra dove nacque il Buddha.

     E notiamo che nel romanzo compaiono non solo le più antiche divinità del pantheon cinese (l’Imperatore di Giada alias il Re del Cielo, la Regina Madre dell’Occidente, la dea della Luna, i Re Draghi del Mare e tanti altri), ma anche Lăozĭ, fondatore del taoismo, e soprattutto il Buddha e la bodhisattva Guānyīn, in un significativo processo sincretico.

     Bisogna aggiungere che il monaco Xuánzàng è realmente esistito e ha davvero viaggiato lungo la Via della Seta, anche se difficilmente avrà avuto per compagno una scimmia parlante…

     Insomma, oggi diremmo: “basato su una storia vera”.

Ricostruzione dei viaggi del Sanzo storico.

IL TEMA DEL VIAGGIO

     Ma non è tutto qui. Il romanzo è, fin dal titolo, il resoconto di un viaggio, una grande avventura on the road (Kerouac sempre sia lodato) attraverso luoghi lontani e ignoti. (Il che, trattandosi di “Occidente”, può farci sorridere. Ma bisogna ribaltare il punto di vista: se per noi è l’Oriente a essere esotico e misterioso, per le popolazioni asiatiche è esattamente il contrario. Basti pensare che, mentre gli europei collocavano il Paradiso Terrestre a est, i cinesi immaginavano che il giardino della Regina Madre si trovasse a ovest.) Insomma, Goku come Ulisse o Parsifal o Gulliver o Cappuccetto Rosso.

     Va da sé che, in ogni viaggio che si rispetti, a importare non è la meta, bensì il viaggio stesso. Un viaggio non è praticamente mai solo uno spostamento fisico, ma anche, e soprattutto, un percorso spirituale: alla fine del viaggio, si torna cambiati. La vita stessa è, metaforicamente, un viaggio. Questa è la grande verità che ci insegnano Dante con la Divina commedia, Collodi con Pinocchio, Melville con Moby Dick, e tanti, davvero tanti, altri. Incluso, dunque, anche Wú Chéng’ēn.

I nostri eroi si mettono in cammino. (Immagine tratta da Saiyuki di Kazuya Minekura.)

LA TRADIZIONE LETTERARIA

     In questa prospettiva, il Viaggio a Occidente si inserisce nell’antichissima tradizione della narrativa con protagonisti animali antropomorfizzati e, il più delle volte, nella forma dell’apologo morale: chi non conosce le storielle della cicala e della formica, della volpe e dell’uva, della rana e dello scorpione, della lepre e della tartaruga, delle rane che vogliono un re, nonché del brutto anatroccolo, dei tre porcellini, del gatto con gli stivali?

     Anzi, nel Viaggio a Occidente, gli aspetti favolistici e fiabeschi danno luogo a tante e tali situazioni grottesche (delle autentiche gag comiche) che alcuni studiosi sono convinti si tratti in realtà di una sorta di parodia di un’opera anteriore, o quanto meno di una leggenda preesistente, non pervenuta fino a noi.

     Ad ogni modo, non è strano che sacro e profano si mescolino nella cultura popolare: anche in ambito cristiano esistono fior di facezie a proposito di santi, monaci e diavoli, senza che le loro figure ne vengano sminuite. Anzi, la commistione autoriale di registri diversi è spesso segno di grandezza, come si dice sempre a proposito di Dante o di Shakespeare.

Statue in un tempio di Suphan Buri (Thailandia). C’è anche il cavallo!

     Una suggestiva ipotesi vuole che Sūn Wùkōng sia idealmente un discendente di Hanuman, personaggio chiave del Rāmāyana (il grande poema epico indiano). Hanuman è il forte e saggio re delle scimmie, compagno inseparabile dell’eroe Rama, il quale è a sua volta avatara (cioè incarnazione) di Vishnu, dio che presiede alla salvezza del mondo.

     Hanuman aiuta Rama a sconfiggere il terribile demone Ravana, che gli ha rapito Sita, l’amata sposa. Al culmine della vicenda si colloca il celebre e commovente episodio in cui Hanuman, accusato da alcune malelingue di simulare per ambizione personale un affetto verso Rama che in realtà non prova, si squarcia il petto e mostra a tutti che porta nel cuore le immagini di Rama e Sita, rivelando così la propria assoluta fedeltà.

     Molti sono i punti di contatto tra Hanuman e Sūn Wùkōng: entrambi sono scimmie guerriere, entrambi sono figli del vento, entrambi hanno una colpa da espiare (quella di Hanuman è di aver osato tentare di mangiare il Sole), entrambi sono inizialmente superbi per poi diventare supremi esempi di devozione.

Per approfondire: il Rāmāyana su Wikipedia.

Hanuman e la sua devozione per Rama.

BRIDGE: VERSIONI MANGA E ANIME

     Come ben sa ogni otaku che si rispetti, il Giappone ha importato il Buddhismo dalla Cina (insieme ad altre due o tre cosette, tipo… i kanji) e quindi non stupisce che Il viaggio a Occidente sia amatissimo anche nella Terra del Sol Levante e onnipresente nella cultura di massa.

     Nei manga e negli anime si sprecano i riferimenti a Goku. Per esempio, un “buon selvaggio” alla Goku è il Conan di Miyazaki. In Naruto compare un gorilla di nome Son Goku. E qualcosa di scimmiesco ha indubbiamente il Monkey D. Rufy di One Piece. Al rapporto tra Goku e Sanzo si è senz’altro ispirata Rumiko Takahashi allorché ha creato la coppia formata da Inu Yasha e Kagome: uomo-bestia lui e personaggio salvifico lei, col potere di metterlo a cuccia. E prima ancora c’erano stati Ushio e Tora nell’omonimo manga di Kazuhiro Fujita, coi medesimi ruoli. E così via.

     Più in generale, ci troviamo di fronte a un epigono di Goku tutte le volte che abbiamo un outsider casinista ma di buon cuore, che supera le avversità con la propria tempra. Yukihira Sōma di Food wars ne è l’esempio perfetto: spavaldo quanto rustico, sbaraglia gli chef avversari espertissimi di tutte le più raffinate tecniche culinarie grazie alla propria genuina gavetta nella piccola trattoria di famiglia. Per intenderci, un po’ come l’umile orfanello che estrae la spada dalla roccia, impresa che ha visto fallire i più blasonati cavalieri, e diventa Re Artù.

     Dare conto di tutte le opere che citano il Viaggio in Occidente sarebbe dunque un obiettivo improponibile. Mi limiterò pertanto a quattro titoli fondamentali, sia perché del romanzo non propongono vaghi riferimenti bensì autentiche reinterpretazioni, sia perché sono in sé estremamente popolari, e per di più paradigmatici di diversi decenni successivi: The Monkey (1967) di Osamu Tezuka, Starzinger (1978) di Leiji Matsumoto, Dragon Ball (1984) di Akira Toriyama, Saiyuki (1997) di Kazuya Minekura.

     Tali titoli, insieme a qualche extra, saranno oggetto di analisi nella seconda parte di questo dossier, di prossima pubblicazione. Per adesso è tutto… Nuvola d’orooo?

LEGGI LA SECONDA PARTE DEL DOSSIER! (Link in elaborazione.)

Goku come appare nell’Opera di Pechino, importantissima forma di teatro tradizionale cinese.

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