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Goku e le altre scimmie: la vera storia del “Viaggio in Occidente” (II parte)

Goku Quattro Versioni

VERSIONI MANGA E ANIME DEL “VIAGGIO IN OCCIDENTE

GOKU, GOKU EVERYWHERE

     Nella prima parte di questo dossier abbiamo imparato a conoscere Il viaggio in Occidente. Innumerevoli sono i manga e gli anime che citano questo grande classico della letteratura cinese, tanto che è impossibile elencarli tutti. In questa seconda parte, perciò, vi presenterò solo i quattro titoli più celebri che vi hanno trovato sostanziale ispirazione.

     Go West dei Village People in sottofondo, e partiamo!

LEGGI LA PRIMA PARTE DEL DOSSIER! Goku e le altre scimmie: la vera storia del “Viaggio in Occidente” (I parte)

THE MONKEY (1967)

     La nostra disamina comincia immancabilmente con Osamu Tezuka. Il “dio dei manga”, il Disney giapponese, il creatore dei generi che ancora oggi vengono praticati, non poteva non occuparsi anche del Viaggio in Occidente.

     The Monkey è un anime di 39 episodi (produzione originale ma preceduta da un manga e da un film affini) che è diretto a un pubblico infantile e che, per questo, assume toni decisamente caricaturali: Goku è una piccola peste dispettosa; Sanzo, per quanto sapiente, è svanito e vulnerabile; Hakkai è il solito maiale goloso e pasticcione; Sagojo è un burbero e avido vecchietto in cerca di tesori nascosti. C’è anche Tatsuko, una dolce creaturina rosa col potere di cambiare forma, figlia del Re del Mare e innamorata di Goku.

     La serie non potrà non apparire antiquata agli spettatori odierni, specie se adulti, e quindi annoiare un po’, ma è in realtà piuttosto divertente e molto movimentata.

     Presenta un turbinio di invenzioni visive a dir poco lisergiche. In questa surrealtà convivono tranquillamente elementi orientali e occidentali, non senza una gran quantità di anacronismi. Ecco allora apparire, a fianco dei personaggi del mito originario, anche dinosauri, moschettieri, scienziati pazzi, clown e… monnelise.

     Il tratto è quello arrotondato del sensei Tezuka, con i tipici occhioni che in seguito fecero scuola. Gli stilizzati sfondi desertici e rocciosi hanno un che di arabeggiante (l’atmosfera nel suo complesso sa molto di Mille e una notte) e riescono a tratti inquietanti. Così come i vari mostri (mani gigantesche, occhi senza volto, diavoli ghignanti, meduse anguicrinite) i quali, in un effetto alla Walpole, si riuniscono a formare uno spaventoso boss finale.

     Questi aspetti, a suo tempo, procurarono all’anime addirittura l’accusa di essere “volgare” e “inadatto ai bambini”. La polemica è sicuramente bacchettona, ma anche io, avendo guardato la serie da piccolo alla sua prima trasmissione italiana, posso confermare di esserne rimasto fortemente impressionato. Intendiamoci: impressionato, non traumatizzato.

     Innalziamo lodi alla Yamato Video, che ha ridistribuito questo gioiellino in DVD ai primi del Duemila, cantando all together:

     Nell’Oriente misterioso / c’è un brigante generoso: / Monkey!

     Con le fide sue scimmiette / dei potenti si fa beffe: / Monkey!

(Nota. A margine, è interessante notare come, al rapporto tra Goku e Sanzo, il sensei Tezuka si sia sicuramente ispirato anche per quello tra il suo “bambino coi tre occhi” dalla doppia personalità e Wato, l’unica in grado di domarlo.)

Per approfondire: Osamu Tezuka su Wikipedia.

STARZINGER (1978)

     Ideato da Leiji Matsumoto, il creatore di Capitan Harlock e di tutto l’universo narrativo correlato, Starzinger non è altro che una rilettura in chiave fantascientifica del Viaggio in Occidente.

     Sulla Terra una scienziata di nome Kitty (no comment: è un alter ego di Guānyīn in persona) scopre che l’Energia Galattica che vivifica il cosmo si sta spegnendo. Invia dunque alla volta del Grande Pianeta, fonte di tale energia, la dolce ma determinata principessa Aurora, l’unica umana dotata dei necessari poteri risanatori. Il viaggio è estremamente pericoloso, poiché Aurora dovrà affrontare ogni sorta di creature extraterrestri che, a causa dell’affievolirsi dell’onda benefica, hanno subito orrende mutazioni e sono diventate mostruose e aggressive. Ma niente paura: il cyborg Jan Coog viene cordialmente invitato costretto col solito cerchietto alla testa cefaleogeno a fare da guardia del corpo alla principessina col suo giavellotto astrale. Manco a dirlo, al gruppo si uniranno ben presto altri due cyborg: Hakka e Gorgo, l’uno grosso e sciocco, l’altro smilzo e furbo.

     L’opera presenta tutte le incongruenze tipiche del sensei Matsumoto, al quale, come sappiamo, più che le finezze della sceneggiatura, interessano le suggestioni avveniristiche. E qui lo ritroviamo e come, tutto il suo meraviglioso immaginario: lo spazio profondo visto come un infinito oceano siderale, i pianeti che diventano isole inesplorate, la catastrofe ecologica, l’umanità svuotata di ogni senso e ormai alla deriva, l’ultimo barlume di speranza affidato a eroi ribelli e melanconici che si accompagnano a diafane fanciulle.

     Quanto al rapporto con la fonte, salta subito all’occhio la trasformazione (la prima di tante) del Monaco in una gentil donzella, con tutte le inevitabili complicazioni sentimentali che ne derivano nel cuore del nostro caro Scimmiotto (qui un aitante giovine, ancorché per metà bionico).

     Inoltre, erano gli anni Settanta, e i personaggi del Viaggio in Occidente sono qui chiaramente ricondotti all’allora neonato stereotipo della “squadra” introdotto dai seminali Gatchaman: Coog è il leader bello-e-dannato vestito di rosso, Gorgo il bassista carismatico contrassegnato dal blu, Hakka il tipo grosso e buffo tutto verde, Aurora la bella in rosa. Se ci fosse anche un ragazzino precisino o pestifero avremmo completato a dovere l’inventario meritoriamente formulato dal Doc Apreda.

     I 73 episodi si risolvono essenzialmente in una serie di scontri con gli alieni e possono risultare piuttosto ripetitivi, ma non sono privi di fascino.

     Anche Starzinger è stato recentemente ripubblicato da Yamato Video. La sigla italiana era interpretata dai Superobots, alle cui voci quelli della mia generazione non possono non commuoversi pavlovianamente. E dunque, non ci resta che cantare everybody now:

     Nella galassia una stella brilla in più: / è la principessa Aurora, bella più che mai!

     Il suo messaggio è pace, amore e libertà! / Con i suoi tre cavalieri lei trionferà!

Per approfondire: la teoria del “bassista carismatico” di Alessandro Apreda.

DRAGON BALL (1984)

     Pochi se ne ricordano, ma, prima di partire per la tangente e diventare il battle shōnen per eccellenza, la fortunata e torrenziale saga creata da Akira Toriyama era una rilettura del Viaggio in Occidente in chiave parodistica (per quanto si possa fare la parodia di una parodia), con le sette sfere al posto dei sutra: Goku era un bimbo-scimmia (altro che Saiyan), Bulma una versione femminile del Monaco (come già si era avuta in Starzinger), Yamcha il corrispettivo del torvo Shā Wùjìng e il maiale trasformista Oolong… il maiale. Il maestro Muten (alias Genio Tartaruga) è riconducibile al vecchio saggio che addestra lo Scimmiotto nel romanzo. Tra gli antagonisti compare il demone-bufalo, nei panni dello Stregone Toro.

     In origine, più che sui combattimenti, l’opera era basata su una comicità delirante, sulla falsariga di Dr. Slump & Arale, precedente successo dello stesso autore. Poi sappiamo cosa è accaduto e non sto a ripeterlo, sia perché non ha più niente a che fare col Viaggio in Occidente, sia perché stiamo parlando di uno dei titoli nipponici più famosi al mondo e, dunque, ogni aggiunta diventa superflua.

SAIYUKI (1997)

    Kazuya Minekura firma quella che, pur essendo un’ennesima libera reinterpretazione del Viaggio in Occidente, ne restituisce intatto lo spirito.

     È forse sulla spinta di questa consapevolezza che l’autrice sostituisce nel titolo il kanji “sai” di “Occidente” con un altro che si pronuncia allo stesso modo ma che significa invece “estremo”: come dire che Il viaggio in Occidente diventa Il viaggio oltre i limiti.

     L’ambientazione del manga parte da un’idea semplice quanto geniale: il fantomatico Occidente era per Wú Chéng’ēn quello che per l’immaginario contemporaneo è il Far West. Ecco dunque le ampie panoramiche su paesaggi desolati, i villaggi dall’aspetto cinese ma dall’atmosfera decisamente western (con tanto di saloon), la grande abbondanza di avventurieri girovaghi, le armi da fuoco sempre a portata di mano, le imboscate, gli inseguimenti, e così via.

     Né mancano macchinari avveniristici e avanzatissime tecnologie: basti dire che il draghetto, quinto membro del gruppo, fornisce agli altri un mezzo di trasporto trasformandosi non già nel classico puledro bianco ma in una jeep fuoristrada.

     Restano tuttavia tutti i tradizionali elementi dell’Asia antica, specie quelli sacri e magici: templi e pagode, idoli e altari, mantra e mudra, maniche ad acqua e bastoncini per mangiare.

     Anche i personaggi sono esattamente gli stessi del romanzo originario: non solo quelli principali ma pure gli antagonisti; quasi tutti trovano un corrispettivo, se pur minuscolo, nella fonte.

     Vengono però sottoposti a un processo di riscrittura, per iperbole (Goku, essendo rimasto cinquecento anni prigioniero, è perennemente affamato, il che dà luogo a continue gag comiche) o per antitesi (Sanzo è tutt’altro che un sant’uomo, poiché beve, fuma, gioca, impreca e spara senza alcuna misericordia; Kanzeon, cioè Guānyīn, è una divinità spregiudicata, strafottente e sessualmente aggressiva).

     Tuttavia, tale operazione di riscrittura, ben lungi dallo snaturare i personaggi, li rivela. Perfetto road-movie e perfetto heist-movie, questo Saiyuki, senza rinunciare al gusto del fantastico né a quello dell’azione (i combattimenti, tra l’altro, sono splendidamente coreografati), è tutto incentrato sull’approfondimento psicologico dei protagonisti e sull’evolversi del loro rapporto.

     Chiassosi, litigiosi, violenti, marci fino al midollo, i quattro sono degli autentici tsundere che nascondono vecchie ferite: Goku non ricorda nulla del proprio passato se non i cinquecento anni di disperata solitudine; Sanzo non ha più alcuna fiducia nel suo prossimo dal giorno in cui è stato assassinato il monaco che si era preso cura di lui, orfano abbandonato; Gojyo, i cui capelli rossi sono lo stigma del suo essere metà umano e metà demone, porta fuori e dentro di sé i segni di una assurda tragedia familiare; Hakkai, in apparenza l’unico assennato del gruppo, è stato reso folle dal suicidio della sorella con cui aveva una relazione incestuosa e che era stata rapita e stuprata da una banda di demoni, e si è a sua volta trasformato in un demone tanto sanguinoso da incutere timore, quando perde il controllo, persino al fortissimo Goku.

     Ognuno dei quattro, pur senza volerlo ammettere, trova conforto negli altri (in momenti enfatizzati da un indimenticabile Leitmotiv musicale). Ciò vale soprattutto per Goku e Sanzo: la “stupida scimmia” scopre nel monaco l’unico in grado di placare il mostro che le si annida dentro, e il “bonzo corrotto” sente rinascere la voglia di vivere guardando il mondo attraverso gli occhi ingenui e sinceri del ragazzino. (Se volete saperlo: sì, sono ampiamente shippabili.)

     In questo il gruppo si conforma pienamente alla dottrina buddhista (continuamente evocata nella serie): viene a contatto con tutto il dolore dell’esistenza e impara a superarlo distaccandosene, a costo di “uccidere il proprio padre, uccidere un buddha, non avere legami, non avere niente, vivere semplicemente la propria vita”.

     Lo sa bene Kanzeon, a sua volta spietata solo in apparenza, la quale, essendo circondata da divinità apatiche e da una burocrazia immobilista, spedisce in missione il gruppo raffazzonato e sgangherato, nella speranza che possa sconvolgere positivamente il mondo ormai isterilito.

     Sicuramente dobbiamo tale spessore etico al calvario che vive quotidianamente l’autrice: di Kazuya Minekura, infatti, conosciamo solo tale pseudonimo e i bollettini medici riguardanti il tumore che da sempre l’affligge, insieme a una terribile serie di complicazioni.

     Per questo stesso motivo, la pubblicazione di Saiyuki si è sempre più diradata nel corso degli anni fino a fermarsi del tutto, proprio in coincidenza con quelle che sembravano essere le tanto agognate battute finali.

     Ne ha inevitabilmente risentito anche l’adattamento anime: la prima stagione era di discreta fattura, ma quelle successive, nell’impossibilità di seguire il manga, hanno purtroppo visto una qualità altalenante, il proliferare dei filler, lo spostamento di interi segmenti della trama e addirittura un finale inventato di sana pianta per un dato arco narrativo. (Nota: di tale arco narrativo è stata recentemente annunciata per Gennaio 2022 una serie remake, proprio con l’obiettivo di ripristinare il finale del manga.)

     C’è da dire che a stancare irrimediabilmente la sensei hanno sicuramente contribuito la sua fertilità (la saga, già lunga in sé, comprende ben due prequel e vari capitoli speciali; inoltre Minekura si è dedicata parallelamente ad altre opere, riuscendo a concluderne ben poche) e il grande successo ottenuto (oltre all’anime, vari OAV, film, videogiochi, musical e un vastissimo merchandising oggi scontato ma per l’epoca ancora innovativo, il tutto supervisionato dall’autrice in persona, pur nel suo letto d’ospedale).

     Non possiamo che augurare alla sensei, per quanto possibile, la guarigione. In merito alla mancata conclusione dell’opera, invece, dobbiamo ammettere, seppure a malincuore, che non è poi così indispensabile: alcuni misteri resteranno irrisolti, ma il sublime senso generale è ormai perfettamente delineato. Anche la recente scomparsa di Kentarō Miura ce lo ha tragicamente dimostrato. Del resto, come dicevo nella prima parte di questo dossier, in ogni viaggio che si rispetti, a importare non è la meta, bensì il viaggio stesso.

     Siamo perciò felici di immaginare Sanzo, Goku, Gojyo e Hakkai, con le loro inconfondibili fattezze longilinee e spigolose, tuttora e per sempre in cammino sull’inseparabile jeep, alla volta del tramonto, verso Ovest.

Per approfondire: tsundere e altri stereotipi caratteriali in manga e anime.

Ritorno alle origini per i protagonisti del Saiyuki di Kazuya Minekura.

I QUATTRO GOKU A CONFRONTO

     GOKU (Monkey), in italiano Gokò o Ercolino. Natura: è un vivace scimmiotto antropomorfo nato sulla montagna, come nella fonte. Partner: il monaco Sanzo (in italiano Sanso) e il maiale parlante Hakkai come nella fonte; Sabbioso diventa Sagojo (in italiano Sagoyo), un burbero vecchietto in cerca di tesori; Sanzo ha un normalissimo cavallo, ma viene aggiunta Tatsuko (o Tansuko), mutaforma figlia del Re del Mare come il destriero della fonte. Missione: raggiungere l’India e procurarsi i sutra, come nella fonte. Diadema: Goku lo indossa dall’incoronazione in poi (insieme ai suoi primi vestiti: il tradizionale abito rosso dei monaci guerrieri Shaolin), ma è più che altro una corona e non ha funzione costrittiva. Bastone: colonna che sostiene il mare trafugata da Goku e rimpicciolita, come nella fonte. Nuvola: la utilizza dalla permanenza presso il Re del Cielo in poi.

     JAN COOG (Starzinger). Natura: è un cyborg dal carattere ribelle. Partner: il Monaco diventa la principessa Aurora; Gorgo e Hakka sono altri due cyborg, provenienti l’uno da un pianeta acquatico e l’altro da un pianeta roccioso; non compare il cavallo. Missione: raggiungere il Grande Pianeta e ripristinare l’Energia Galattica, il cui attenuarsi sta mutando in mostri tutte le creature extraterrestri. Diadema: apparecchio tecnologico, con funzione costrittiva a comando di Aurora, come nella fonte; indossa una corazza, rossa come l’abito del Goku tradizionale. Bastone: giavellotto astrale, altra arma tecnologica. Nuvola: Coog viaggia su una piccola astronave monoposto (spesso standoci sopra in piedi), ma lo stesso fanno gli altri due.

     GOKU (Dragon Ball). Natura: inizialmente Goku è un misterioso bambino con la coda e la forza di una scimmia (ma non più misterioso degli altri strambi personaggi), che si trasforma in un mostruoso gorilla quando guarda la luna piena; in seguito gli viene tagliata la coda, diventa adulto e ne viene scoperta la provenienza extraterrestre (è infatti un alieno Saiyan, capace di tutta una serie di successive metamorfosi ed evoluzioni). Partner: il Monaco diventa la giovane scienziata Bulma; Sabbioso diventa il guerriero e bandito Yamcha; Oolong è un maiale parlante e trasformista; non compare il cavallo. Missione: girare il mondo per procurarsi le sette Sfere del Drago, grazie alle quali si può esaudire un desiderio. Diadema: non compare; da allievo del maestro Muten (alias Genio Tartaruga), Goku indossa l’abito rosso tradizionale degli Shaolin (col kanji di “tartaruga” sulla schiena). Bastone: arma magica ereditata dal nonno adottivo umano insieme a una delle Sfere del Drago. Nuvola: viene donata a Goku dal maestro Muten e può essere cavalcata solo dai puri di cuore.

     GOKU (Saiyuki). Natura: Goku è assimilato a un demone, ma in realtà è una creatura unica al mondo; possiede una doppia identità, poiché, quando perde il controllo, diventa un mostro spinto da cieca furia. Partner: Sanzo, bonzo corrotto e scontroso; Hakkai, umano tramutatosi in demone a sua volta dopo aver compiuto una strage di demoni per vendicare la propria sorella e amante; Gojyo, mezzosangue figlio di un demone e di una donna umana; invece del cavallo si ha un piccolo drago che si trasforma in una jeep. Missione: raggiungere l’India per impedire il processo di resurrezione di Gyumaoh (il demone-bufalo) che sta facendo impazzire i demoni; contemporaneamente, recuperare i sutra rubati a Sanzo. Diadema: gli viene imposto da Kanzeon, come nella fonte, ma serve a contenerne la seconda identità; Goku è in grado di levarselo quando gli occorre forza straordinaria, ma lo fa raramente per non perdere la propria coscienza e per paura di far male ai propri compagni; Kanzeon e Sanzo sono gli unici in grado di ricreare il diadema; il resto dell’abbigliamento è un misto di antico (mantellina e spalline, oltre al diadema e al bastone) e moderno (maglietta, jeans strappati e scarponi). Bastone: in una breve storia extra viene spiegato che si tratta di una antica arma magica. Nuvola: non compare.

ALTRE OPERE DERIVATE

Il finale di Conquering the demons. E non ditemi che è spoiler.

CONTENUTI EXTRA

     Se, nonostante la lunghezza di questo dossier, avete ancora voglia di scimmie e di monaci, vi segnalo alcune recenti produzioni con attori in carne e ossa che, secondo me, meritano un’occhiata: poiché offrono un’ulteriore e interessante prospettiva sul Viaggio in Occidente o, quanto meno, una piacevole divagazione sul tema.

THE MONKEY KING (2014)

     Si tratta di una trilogia di lungometraggi cinesi, diventati in patria dei blockbuster grazie alla sapienza con cui il folclore tradizionale è stato calato in salsa shénmó e wŭxiá con magnifico sfoggio di arti marziali e di effetti speciali, ottenendo esiti colossali, patinati e un po’ kitsch.

     Il primo film ricalca abbastanza fedelmente, con qualche libertà più che legittima, la prima parte del Viaggio in Occidente. Il secondo e il terzo se ne discostano via via sempre più.

     Da segnalare che Sūn Wùkōng è interpretato inizialmente dalla super star Donnie Yen, noto anche da noi per aver preso parte a Rogue One: a Star Wars Story. Nel secondo film l’antagonista principale è la divina Gŏng Lì, già musa di Zhāng Yìmóu, e protagonista di Lanterne rosse, Addio, mia concubina, 2046, Memorie di una geisha, Mulan e tanti altri titoli che non elenco perché già così ho le vertigini.

JOURNEY TO THE WEST: CONQUERING THE DEMONS (2013)

     Altra produzione cinese col merito (o demerito, fate voi) di proporre una singolare origin-story alternativa.

     Un monaco pasticcione va a caccia di demoni armato solo di un libro di filastrocche e per questo continuamente deriso da una sua avvenente rivale che invece padroneggia un magico anello d’oro. Quando, però, devono vedersela con un mostro acquatico prima e un cuoco suino poi, entrambi cannibali, sono costretti a farsi aiutare dal Re delle Scimmie, che liberano dalla montagna in cui è stato imprigionato dal Buddha. Come si vede, gli elementi del Viaggio in Occidente ci sono tutti, anche se smontati e rimontati in un altro modo. Al termine, però, ogni pezzo andrà al suo posto, in un finale a suo modo sorprendente e commovente.

THE NEW LEGENDS OF MONKEY (2018)

     È una serie Netflix (visibile anche in Italia) che consta, al momento, di due stagioni da dieci episodi l’una.

     Viene prodotta tra Australia e Nuova Zelanda ed è il tipico polpettone mitologico che si realizza laggiù. Per intenderci: nello stile di Hercules e Xena. Ma, se non vi infastidiscono le scenografie di cartapesta, i costumi raccogliticci, gli effetti speciali poveracci e il medievalismo di maniera, troverete la giusta dose di fantastico, di avventura, di azione e di comicità. Purtroppo vi manca del tutto la componente filosofica e spirituale.

     Quanto al rapporto con la fonte, la vicenda è abbastanza fedele, almeno nelle premesse, e viene sviluppata senza troppa diluizione. È da notare che, dei quattro protagonisti (qui Monkey, Tripitaka, Pigsy e Sandy), stavolta ben due cambiano sesso. Infatti, sotto il nome di Tripitaka (alias Xuánzàng), si cela un’umile servetta, la quale, suo malgrado, porta avanti il duplice inganno di farsi passare per un uomo e per un monaco. Se la cosa non è del tutto nuova per Xuánzàng (abbiamo visto gli importanti precedenti di Starzinger e di Dragon Ball), qui c’è la novità che anche Shā Wùjìng diventa donna (Sandy: nel senso di “Sabbioso”), con un risultato, bisogna ammetterlo, molto stimolante.

     Il fiore all’occhiello della produzione è però il Sūn Wùkōng di Chai Hansen (che abbiamo già visto come “sirenetto” in Mako Mermaid e come lupo mannaro in Shadowhunters). A dispetto delle pur fondate accuse di whitewashing che hanno investito la serie, Hansen, che se non altro è per metà thailandese, fa uno splendido lavoro: è forzuto e sbruffone ma pure imbranato e ingenuo, esattamente come deve essere lo Scimmiotto.

Neon Genesis Saiyuki… (Immagine da Conquering the demons.)
GO WEST!

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