Cowboy Bebop
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Cowboy Bebop, ieri e oggi

PREMESSA: Questo articolo non intende essere un’analisi esaustiva dell’universo narrativo di Shin’ichirō Watanabe e nemmeno di Cowboy Bebop. Ho selezionato alcuni degli elementi più interessanti della sua produzione, al fine di creare un altrettanto interessante paragone con il Live Action, appena uscito su Netflix.

Anime che hanno fatto la storia

Cowboy Bebop ha, indiscutibilmente, segnato la storia dell’animazione. Pochi altri anime hanno lasciato un segno così indelebile nel mondo dell’animazione e non solo; Cowboy Bebop, dal giorno in cui ha visto la luce (il lontano 3 Aprile 1998), è stato, infatti, punto di riferimento per tutti gli autori che hanno desiderato lavorare nell’ambito della fantascienza e, più in generale, nell’ambito dell’animazione per adulti.

Da allora, Shin’ichirō Watanabe è divenuto uno dei registi di serie TV d’animazione più acclamati di sempre, dando vita a capolavori come: Samurai Champloo, Space Dandy o i meno famosi Sakamichi no Apollon e Terror in Resonance.

Watanabe ha creato opere dallo stile inconfondibile. Ecco alcuni elementi:

  1. Abbiamo una netta preferenza per il Jazz e simili, sempre di matrice afroamericana, che in Cowboy Bebop, in Samurai Champloo e in Sakamichi no Apollon non fa da semplice accompagnamento, ma è parte fondamentale per la decodificazione del suo peculiare linguaggio.
  2. Il linguaggio di Watanabe, poi, si inserisce in quello stile postmoderno chiamato Citazionismo: i pezzi che compongono l’opera sono, molto spesso, complessi collage di altre forme, idee o tecniche artistiche, se non addirittura citazioni prese a piene mani da altre opere, anche non di animazione. Ad esempio, l’episodio in cui Jet e Spike incontrano per la prima volta Faye Valentine, si chiama “Honky Tonk Women“, proprio come una nota canzone dei Rolling Stones.
  3. La tendenza al citazionismo si collega ad un altro fenomeno spesso dimenticato, ma quanto mai fondamentale: il multiculturalismo. Per Watanabe, non si tratta solo di un fenomeno spaziale, ma anche di un fenomeno temporale, strettamente legato al citazionismo: l’hip-hop si mescola con il codice d’onore dei samurai, mentre, ancora in Cowboy Bebop, western, noir, pulp, dramma psicologico, Nouvelle vague, uniti tutti insieme, danno vita ad un vero e proprio capolavoro.

Cowboy Bebop e i suoi antecedenti

Trigun

L’originalità di Cowboy Bebop è un argomento molto complesso. In realtà, pochi mesi prima, la televisione giapponese aveva visto la messa in onda di un altro cult dell’animazione: Trigun, infatti, esce il 1 Aprile 1998. Tuttavia, il capolavoro di Yasuhiro Nightow possedeva già una versione cartacea nel 1995. Ma che c’entra Trigun con Cowboy Bebop? Siccome entrambi sono su Netflix, gustatevi la visione delle due serie in concomitanza, visto che le somiglianze sono davvero tante.

Spike e il reverendo Wolfwood hanno una marcata somiglianza, di certo non nell’aspetto, ma in alcune tendenze caratteriali. Entrambi mostrano una facciata molto cinica, dietro alla quale si nasconde un mondo emotivo molto complesso, spesso difficile da decifrare completamente. Ma è l’atmosfera ad essere particolarmente simile:

  1. Le ambientazioni da Western spaziale sono molto simili. Mentre in Trigun non vi sono viaggi nello spazio, anche se spesso compaiono navicelle spaziali, in Cowboy Bebop il viaggio inter-planetario diventa fondamentale. L’idea di “Fantawestern“, tuttavia, è molto simile.
  2. Cacciatori di taglie, criminali, assicurazioni… L’universo narrativo è simile, visto da prospettive diverse. Spike, Faye e Jet sono cinici cacciatori di taglie, mentre Vash, uno pseudo-criminale, è accompagnato dalla compagnia di assicurazioni Bernardelli, rappresentata da Milly e Meryl.
  3. Un’organizzazione segreta trama alle spalle del protagonista, ma ha con lui un legame piuttosto enigmatico. Vash è perseguitato dai Gung-Ho Guns, 11 assassini guidati da Legato Blue Summers, segretamente pilotati dal fratello gemello di Vash, Knives. Anche Spike è in contatto con un’organizzazione segreta, di stampo mafioso, di cui però un tempo faceva parte: la “Red Dragon Crime Syndicate“. L’antagonista non è il capo di quest’ultima, ma Vicious, un membro “qualsiasi”, con cui Spike ha dei conti da regolare.
  4. Tutti gli episodi sono permeati da questioni etiche e morali. Ma, mentre in Trigun, gli ideali di Vash sembrano vincere qualsiasi dubbio etico, in Cowboy Bebop, l’etica è, da una parte, completamente asservita al bisogno di soldi, dall’altra, al passato irrisolto dei nostri protagonisti.

Nella cinematografia in generale

Questo è un discorso molto vasto, che si ricollega per lo più al discorso sul citazionismo. Gli elementi, che compongono l’opera, presi singolarmente, non hanno nulla a che vedere con l’originalità. Il punto è che tutti questi frammenti, una volta uniti insieme, compongono un quadro estremamente originale e innovativo. Cowboy Bebop è quasi un collage di tecniche ed esperienze diverse. Eccone alcune:

  1. Il Western e il Fantawestern. Cowboy Bebop, lo dice il nome stesso, non c’è molto altro da aggiungere. Del Western, oltre all’evidente affinità tematica (cacciatori di taglie), vi sono anche vere e proprie citazioni, come nei personaggi di Punch e Judy, che, mentre fanno da sfondo musiche country, annunciano le taglie dei nuovi ricercati.
  2. L’animazione d’autore. Mamoru Oshii, Hayao Miyazaki, Katsushiro Ōtomo (e molti altri), a partire dagli anni ’80, il cinema d’animazione giapponese ha visto una generale elevazione di contenuti. Da semplice immagine in movimento, il cinema d’animazione, in Giappone per lo più, è diventato esplorazione di mondi altrimenti non realizzabili con il cinema fisico. Soprattutto con le ambientazioni futuristiche (Ghost in the Shell, Nausicaa della Valle del Vento, Akira), si tende a sperimentare, a riflettere sulle infinite possibilità dell’uomo e della sua natura. Così fa anche Shin’ichiro Watanabe nel suo Cowboy Bebop.
  3. Il noir e il pulp. In questi due generi cinematografici, si affrontano per lo più temi cupi, con tecniche cinematografiche che prediligono colori altrettanto cupi, musica jazz e sangue a non finire. La criminalità organizzata è all’ordine del giorno (si veda il celebre film: Pulp Fiction), così come lo sono le arti marziali (di cui Spike è esperto) in molta cinematografia asiatica del genere.
  4. Il cinema d’autore anni ’60. Chi ha visto un po’ di Cowboy Bebop avrà notato che, inquadrature e montaggio, tendono a spingersi verso un’estetica difficilmente vista prima, nel cinema d’animazione. L’uso che Watanabe fa della grammatica classica cinematografica è molto espressivo e personale. Sicuramente, ha un diretto collegamento con autori del cinema europeo, come Jean Luc Godard, autore citato nell’episodio Pierrot Le Fou, che è anche il titolo di un film del 1965, girato proprio da quest’ultimo.
Jean Seberg, a sinistra, e Jean Paul Belmondo, a destra, che, come Spike, riutilizza e rinnova la classica caratterizzazione psicofisica da film noir.

“OK, 3, 2, 1… Let’s Jam!”

Il Bebop

Sin dalla opening, l’OST di Cowboy Bebop ci immerge in uno specifico immaginario sonoro. Le atmosfere evocate, tipiche delle jam session anni ’40, si trovano in aperto contrasto sia con il mondo del western, che con il mondo della fantascienza. Questo perché, la musica, non è un semplice sottofondo, non rappresenta semplicemente l’ambiente, ma è vera e propria struttura significante.

Innanzitutto bisogna capire cosa significa Bebop. Il Bebop è un particolare stile di Jazz, nato negli anni ’40, a New York, basato su pochi elementi musicali, frammentati, spesso molto frenetici ed eccitanti. Le “sessioni” si aprono e si chiudono su un unico tema musicale, mentre la sezione centrale della “sessione” è interamente dedicata all’improvvisazione di uno o più strumenti (solitamente la tromba, il sassofono o la tastiera).

Ecco una prima chiave interpretativa. Come nel Bebop, le vite di Jet, Spike, Faye, si intersecano in un magma di suoni, eventi e missioni, come gli ottoni si mescolano nelle ardite improvvisazioni del Bebop. Non solo, il Bebop nasce nel periodo bellico, mette l’ascoltatore a confronto con la frenesia e la violenza di tutto un decennio. Lo scopo non era quello di allontanare l’orrore della guerra dalle vite dei newyorkesi, bensì renderlo vivo e presente, al contrario di tante altre orchestrine jazz.

Cowboy Bebop ha la stessa identica meta: lo spettatore, che potrebbe semplicemente attendersi viaggi spaziali conditi con un po’ di arti marziali (come tanto cinema d’intrattenimento fa), si trova di fronte ad una realtà che è tutto fuorché facilmente decifrabile. Ogni episodio, quasi come se fosse una jam session (anzi, lo è, visto che gli episodi si chiamano Session), vede uno dei protagonisti barcamenarsi in un mondo ostile e in continuo cambiamento, così come gli strumenti nel Bebop improvvisano in una densa tessitura di ritmi e armonie destabilizzanti.

La musica strumentale, tuttavia, soprattutto quella Jazz, non vuole esprimere nulla di comprensibile, è la musica assoluta, cioè sciolta da ogni legame extra-musicale. Nessun elemento verbale può definire realmente ciò che stiamo ascoltano, la musica strumentale è un linguaggio asemantico. Anche i personaggi di Cowboy Bebop sembrano lasciare tantissimo al non-detto: sguardi, espressioni, piccoli movimenti. Sono proprio questi elementi a costruire un racconto emotivo, più che razionale.

Forme musicali

Per chi non lo avesse ancora notato, moltissimi episodi sono forme o generi della musica strumentale popolare (termine che si riferisce a varie categorie come il Jazz, il Pop, il Rock ‘n Roll…). Ogni genere ci permette di inserire i vari episodi di Cowboy Bebop in un preciso orizzonte di attesa. Un orizzonte sia emotivo, che razionale.

A tal proposito, prendo come esempio uno dei miei episodi preferiti, con una delle musiche più belle nel contesto di Cowboy Bebop: Ganymede Elegy.

Una scena da brividi e, credo, una delle più belle nella storia d’animazione. La musica che accompagna l’inseguimento è tanto in contrasto con l’azione viva, quanto in perfetta armonia con il dolore di Jet, da una parte, ancora legato al suo passato. Dall’altra con il desiderio di emancipazione che Alisa custodisce nel cuore e che l’ha portata a legarsi al criminale Rhint Celonias.

Il montaggio di primi piani, le soggettive di Rhint, creano un meccanismo molto complesso di sentimenti e di emozioni non esprimibili a parole. Nei 5 minuti che compongono la suddetta scena, si intersecano tre storie dal grande impatto emotivo, senza l’uso di lunghi dialoghi o scene ridondanti.

L’elegia è il canto della fine: in greco antico, con έλεγος (elegos), s’intende proprio il “lamento funebre”. Con questa composizione, poetica o musicale che sia, si descrive un sentimento malinconico generalmente derivato da una perdita, da qualcosa che se n’è andato. Le due storie, quella di Alisa e di Jet, tenute insieme dalla canzone elegiaca in sottofondo, sono supportate da immagini visionarie: l’iscrizione rovinata del bar governato da Alisa (chiamato simbolicamente “La Fin”), alternata all’uccellino di legno in perenne movimento, che pure richiama al senso di un tempo inarrestabile e incomprensibile.

Elm, di Pierre Bensusan, con le sue melodie modali e richiami ad antiche folk-songs, si innesta benissimo nella scena conclusiva di Ganymede Elegy. La voce, senza parole, accompagnata esclusivamente dalla chitarra, evoca un forte senso di malinconia, quello stesso senso di disperazione evocato dai primi piani di Alisa, Rhint e Jet, in un montaggio perfetto.

Sappiamo già che la fuga di Rhint non presenta realmente alcuna via di scampo, la cattura è solo questione di attimi, il potere di Jet è di gran lunga superiore. Quello che ci vuole raccontare Elm è che qui non si sta fuggendo dalla polizia, o da Jet. Si sta fuggendo dalla paura di ripetere i propri errori, si fugge da un passato che ha solo segnato dolore.

Testi

Alle numerose forme e generi che rendono viva l’interpretazione di Cowboy Bebop, si alternano canzoni in esplicito contatto con l’episodio a cui fanno da titolo. Ho già citato Honky Tonk Women, l’episodio nel quale si introduce il personaggio di Faye Valentine.

Faye Valentine è uno dei personaggi femminili più amati e, forse, tra i più riusciti, dell’animazione di quegli anni. La rotondità del suo carattere è data da una sensualità spigliata ed energica, sfumata però da una profondo desiderio di definire il suo passato.

Il testo e la musica della canzone dei Rolling Stones definiscono da subito la cifra dell’episodio e del carattere di Faye: il testo, che parla di donne disinvolte e magnetiche, si “veste” di una musica nostalgica, l’Honky Tonk. Con nient’altro che una canzone, Cowboy Bebop cattura l’immagine di Faye.

Ma non è tutto, la “parabola” esistenziale di Faye prosegue con altre canzoni, l’ultima delle quali è Hard Luck Woman, dei Kiss. Qui, la nostra protagonista ha raggiunto una maturazione completa quanto dolorosa: è tempo di accettare che molto del suo passato rimarrà per sempre nel mistero. Da una generica Honky Tonk Women, Faye è diventa una donna fragile e forte allo stesso tempo, piena di umanità. È diventata una Hard Luck Woman.

A prescindere dal messaggio che Faye veicola, nel suo doloroso rapporto con un passato frammentato, la musica, usata come strumento narrativo, circonda la nostra protagonista di una forte emotività. Non è un semplice oggetto in movimento, Faye è l’immagine di un eroe moderno: con tutte le sue fragilità, accetta l’oscurità del proprio passato e lotta con le unghie e con i denti per un futuro altrettanto oscuro.

Ma che è rimasto di questo sviluppo narrativo nel Live Action? Cose è rimasto di questo particolare modo di raccontare, che ha come centro la musica, ma soprattutto le emozioni?

Il Live Action

Generalità

Prima di rispondere alle suddette domanda, vediamo qualche generalità assieme.

Cowboy Bebop è una serie originale Netflix. Uscita da pochissimo sulla piattaforma, già popola i primissimi posti delle serie TV più viste nell’ultimo periodo. A differenza di molti Live Action passati in sordina, Cowboy Bebop ha suscitato scalpore in tutto il mondo, otaku e non.

D’altronde, si stava per realizzare il Live Action di un’opera di culto. E non è tutto, si stava realizzando il Live Action di un capolavoro dell’animazione. Insomma, le aspettative, sul web, nei giorni precedenti all’uscita della serie TV, sono altissime.

L’ottima scelta del cast contribuisce a tenere alte le aspettative: i nostri protagonisti non sembrano cosplayer, ma ricordano, fisicamente, in tutto e per tutto, i nostri tre amatissimi protagonisti. Anche se, l’impressione che qualcosa stesse andando per il verso sbagliato, mi era venuta già quando ho compreso che Ed sarebbe stata quasi totalmente “silurata” dallo show. Un personaggio fondamentale, dimenticato così, senza alcun apparente motivo (direbbe la celebre serie TV, Boris: “Così, de botto. senza senso.”).

Ma andiamo avanti con le aspettative alte, perché in svariate interviste si legge che, lo show, avrebbe pienamente ricalcato lo stile e le atmosfere di Cowboy Bebop, senza ricopiarne la trama. Eppure, non è andata esattamente così.

Cowboy Bebop

Una buona serie Netflix

Parliamoci chiaramente, quello che è rimasto di Cowboy Bebop, nella serie Netflix, è poco e niente. Nel nuovo adattamento, non resta nulla di tutto quello che ho descritto poco sopra, ma quasi tutte le pratiche narratologiche messe in atto dagli autori dell’anime, si sono trasformate in gusci vuoti. Un articolo di Wired parla chiaramente di un “prodotto senz’anima” e non posso che essere d’accordo. (per leggere l’articolo, clicca qui)

L’esteriorità di Cowboy Bebop è stata indiscutibilmente ben resa: personaggi fisicamente simili, atmosfere multiculturali, il Bebop riprodotto fedelmente, persino Punch e Judy sono identici; Insomma, tutte cose positive.

La macchina da presa, tuttavia, non sperimenta movimenti particolari, o montaggi serrati. Cowboy Bebop è una normalissima serie prodotta da Netflix: accattivante nell’aspetto, deludente quando si cerca una narrazione un po’ meno classicheggiante e più approfondita. Una narrazione che non racconti una serie di eventi, ma che comunichi un’esperienza intima e unica.

Naturalmente, questo era il mio- triste- orizzonte d’attesa per quanto riguarda questa serie. Eppure si tratta di una grande occasione, purtroppo persa. Si potevano, quantomeno, rinnovare le forme della solita serie TV. Invece, Cowboy Bebop, più che un Live Action, è diventato il solito show, bello, ma “senz’anima”.

La musica

Io mi sono concentrato a lungo sulla musica, non solo perché è il mio campo, ma anche perché la musica ha reso vivi i personaggi di Faye, Spike, Jet, Ed e perfino Ein (che ha il suo leitmotiv in Bad Dog No Biscuits). Di tutto questo sistema, nella serie, non sono rimasti che i titoletti. Ma la loro posizione è poco chiara.

Il primo episodio si chiama Cowboy Gospel. Il Gospel è un genere famosissimo e si associa principalmente a tre elementi legati alla comunità afroamericana: il jazz, la cultura, e le chiese protestanti. Verrebbe da pensare alla scena ambientata nella grande cattedrale, dove Vicious e Spike si scontrano… Invece no: la trama di Cowboy Gospel è ricalcata sulla trama di Asteroid Blues (il primo episodio dell’anime).

Solo che, Asteroid Blues ha un senso ben preciso, quello di evocare, per la prima volta, un mondo incomunicabile che si nasconde dietro gli occhi di Katerina. Asimov, Katerina e Spike, in questo primo episodio, sono come asteroidi incapaci di comunicare, ognuno si muove nella proprio orbita. Il blues, genere sul quale non mi dilungo, crea un cortocircuito molto evidente tra il primo e l’ultimo episodio di tutto l’anime: The Real Folk Blues. C’è un’evoluzione ben precisa, da solitari asteroidi, a gente che ha saputo veramente vivere.

Anche il finale di Asteroid Blues è stato evitato. Asimov, ormai totalmente dipendente dal Red Eye, viene ucciso dai cacciatori di taglie e non da Katerina, in un ultimo disperato gesto d’amore, com’era nella serie animata. Naturalmente, questo distrugge tutta la poesia dietro il personaggio di Katerina, ridotta, nella serie TV, a semplice criminale impazzita per amore.

I personaggi

Non che io mi aspettassi la riproduzione fedele di Katerina, di Asimov e di tutti gli altri personaggi, sia chiaro. Ma almeno un senso, una caratterizzazione a tutto tondo, l’ho cercato (senza trovarlo del tutto), soprattutto in questa serie, che aveva tenute così alte le mie aspettative. Invece, anche quando si tratta dei personaggi principali, le scelte sono poco in linea con lo stile del Cowboy Bebop originale.

Se personaggi secondari sono quasi tutti ridotti a macchiette, i personaggi principali, invece, sono decisamente più polarizzati. Jet, ad esempio, è il classico omone duro fuori e tenero dentro, con una figlia, alla quale deve assolutamente fare il regalo di compleanno. Dell’evoluzione di Faye non resta che un vago episodio, mentre su Spike non aleggia alcuna nube di mistero.

Come ogni serie TV statunitense che si rispetti, ha creato, nei tre personaggi principali, dei protagonisti “buoni”. Sono cinici, sono spietati, ma non hanno eccessive complicazioni: da misteriosi anti-eroi in lotta con il passato, Spike, Jet e Faye, diventano una triade più classica, già vista in tantissime altre serie TV.

A questa polarizzazione concorre il fatto che la Red Dragon Syndicate ci viene “spiattellata” sin dai primissimi episodi. Non per costruire una narrazione speciale, ma per individuare subito, chiaramente, chi è l’antagonista: membri della Red Dragon spuntano dovunque, anche quando proprio non ce ne sarebbe bisogno (la scena iniziale del secondo episodio, è tutto fuorché sensata).

Molto più sfortunato è il personaggio di Julia, che da donna misteriosa, ricca di sfumature, la cui presenza è fondamentale quanto enigmatica, diviene stereotipo mal riuscito e mal trattato. Sul sito BadTaste.it, si può leggere una citazione di André Nemec, lo showrunner del Live Action, secondo cui: “Nell’anime [Julia], è quasi più un’idea che un personaggio”.

Impossibile negarlo. La presenza di Julia è diafana, onirica. Presenza che tuttavia si realizza solo nel finale, che racchiude tutto il senso dell’opera:

Le parole di Julia restano nel silenzio: torna ancora il tema dell’indecifrabilità, della narrazione emotiva, asemantica, supportata da un preciso uso della musica.

Nel Live Action, Julia è un personaggio… qualsiasi.

Inclusività e multiculturalismo

Come ormai accade da tempo, le serie TV cercano di riequilibrare le rappresentazioni del mondo queer e BIPOC (Black, indigenous and people of color). C’è da dire che, la serie originale, era di per sé già molto inclusiva: tantissimi personaggi neri, per quanto tutti secondari e anche qualche rappresentazione del mondo LGBTQ+ (nel mondo degli anime è rarissima oggi, figuriamoci allora), soprattutto nel personaggio intersessuale di Gren.

Se il multiculturalismo è stato ampiamente mantenuto e ben reso dagli attori che formano la triade di protagonisti, le persone LGBTQ+ sono ancora una volta mandate nel dimenticatoio, nonostante le ottime occasioni che già l’anime offriva (in maniera piuttosto goffa), soprattutto nei due episodi chiamati Jupiter Jazz.

Qui veniva presentato il personaggio di Gren, persona intersessuale, dal bellissimo quanto drammatico sviluppo. Gren è un personaggio fondamentale nel quadro di sviluppo dei personaggi: su di ləi si intrecciano le esistenze di quasi tutti i personaggi principali (Julia, Faye, Vicious e Spike).

Nel Live Action invece, io non l’avevo nemmeno riconosciuto, divenuto persona non binaria dalla funzione quasi nulla (è unə barista). Anche se le inquadrature in cui è presente sono decisamente maggiori, la sua centralità è persa e, da protagonista di due episodi, è diventatə figura sbiadita in varie scene.

Conclusioni

Per chi non ha mai visto l’originale, Cowboy Bebop è una buona serie TV, molto classicheggiante, con una veste solo apparentemente innovativa. I “non-otaku” (se così possiamo dire) che si accingono a vedere quest’opera, potrebbero anche rimanerne piacevolmente colpiti.

Il problema è questo, come giustamente fa notare l’articolo di Wired: il pubblico di questo Live Action è, per buona parte, composto da fan di Cowboy Bebop. Un’altra buona fetta, parlo per ipotesi, ne ha sentito parlare e ha una certa dimestichezza con l’animazione. Una tale accozzaglia di idee, che non ha nulla di nuovo e non cerca nemmeno di ricostruire a pieno lo stile della serie TV d’animazione, credo non possa nemmeno colpire questi ultimi.

Qualcosa di buono c’è stato, comunque. L’uscita del Live Action e il desiderio di realizzarci un articolo, mi hanno “costretto” a rivedere un anime così bello e unico. Piuttosto che guardare una qualsiasi serie Netflix, il mio consiglio è questo: riguardate l’originale, scopritene ogni segreto. La musica di questo anime è un mondo sconfinato dov’è bellissimo perdersi.

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