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Criminali, il marcio della società?

Questo Settembre abbiamo visto concludersi Tokyo Revengers, uno degli anime più interessanti e discussi dell’anno. L’opera ha messo sul tavolo il tema della criminalità e, in particolare, ha analizzato le motivazioni sociologiche che spingono i ragazzi a diventare delinquenti. A differenza di quel che si possa pensare, il tema della criminalità ricorre spesso sia negli anime che nei manga.

In questo articolo esamineremo gli spunti di riflessione offerti da due opere di grande successo: Sanctuary, di Sho Fumimura e Banana Fish, di Akimi Yoshida.

Le trame di Banana Fish e Sanctuary

Banana Fish

A New York si sta indagando su una serie di morti insolite. Il giovane Ash Lynx, capobanda e beniamino del boss malavitoso Dino Golzine, scopre il legame fra queste morti e la strana sostanza allucinogena chiamata “Banana Fish”. Decide quindi di ribellarsi a Papa Dino, il quale l’ha sempre sfruttato sia come prostituta personale, sia come arma per compiere i suoi lavori sporchi. Inizia quindi un viaggio attraverso le strade più malfamate di New York, fra personaggi iconici in grado di raccontare aspetti diversi della criminalità organizzata.

Sanctuary

Hojo e Asami sono due ragazzi giapponesi scampati alla guerra civile in Cambogia. Ritornati nella loro terra natale, rimarranno inorriditi dalla corruzione del popolo giapponese. Decideranno quindi di percorrere due carriere opposte: Hojo diventerà presidente di un clan Yakuza mentre Asami intraprenderà la carriera politica. Durante il loro percorso, si scontreranno con uomini conservatori come il segretario del partito liberale Isaoka. Hojo porterà avanti un progetto di reinserimento nella società dei suoi sottoposti, riuscendo a far cambiare persino Tokai, uomo estremamente violento il cui unico obiettivo e affermarsi con la forza. Riusciranno a riformare le luci e le ombre del Giappone dalle sue radici?

Un nuovo approccio alla criminalità

Quando ci riferiamo alla criminalità, le prime cose che ci vengono in mente sono le grandi associazioni criminali, che da tempo immemore dilaniano intere nazioni. Stiamo parlando di Mafia, Camorra, Yakuza, Organizacija, e molte altre. Da sempre, questo tipo di organizzazioni ha colpito l’immaginario comune, creando stereotipi riprodotti spesso nell’arte.

Nascono così gli archetipi di criminale che noi oggi conosciamo: dallo Yakuza in giacca bianca, al mafioso russo pelato e ricoperto di tatuaggi, passando per i ragazzi di strada dei quartieri più malfamati di Chicago. Siamo così abituati a queste immagini stereotipate che ci pare di poterle riconoscere facilmente nei volti delle persone.

Quante volte ci è capitato di dire “quell’uomo ha proprio la faccia da mafioso” o altri giudizi di questo tipo? Eppure, è molto probabile che la maggior parte di noi non abbia mai visto un vero mafioso e, se anche qualcuno lo avesse fatto, forse non sarebbe qui a raccontarlo.

È indubbio che l’opinione pubblica investa i criminali di tutto il mondo di una reputazione tutt’altro che rosea. Tralasciando i concetti di “buono” o “cattivo”, però, non siamo capaci di dare una motivazione deterministica e scientifica a questo tipo di pregiudizio. Chiariamoci, non sono qui a difendere coloro che hanno mietuto vittime innocenti e messo in ginocchio le economie di interi Stati.

Il fulcro della mia riflessione, però, riguarda la causa del fenomeno della “criminalità organizzata”. Storicamente, non siamo riusciti ad eliminare e nemmeno fermare l’avanzata di queste organizzazioni. Pensiamo ad esempio a quelle presenti nel nostro paese, nate da una cattiva gestione da parte degli organi di governo nei confronti delle esigenze del meridione. Dal 1861, ci siamo limitati a puntare il dito sul brigantaggio (ora criminalità organizzata) senza davvero fare qualcosa per prevenirlo: forse è arrivato il momento di cambiare il tipo di approccio.

Criminali: vittime o carnefici?

Cosa accomuna le gang viste in Banana Fish alla Yakuza di Hojo e Tokai? Sicuramente, le due opere prese in esame sono caratterizzate da un’ottimo studio psicologico dei personaggi, perciò la risposta che ci pare più semplice è “l’umanità”. Un altro grande pregio di queste opere, però, è la crudezza con cui mettono alla prova il lettore. In certi punti, pare proprio che gli autori ci vogliano ricordare che si tratta pur sempre di criminali, senza addolcire la pillola.

Questo è sicuramente un ottimo punto a favore in quanto, come già menzionato prima, tralascia i concetti di “buono” e “cattivo”. Le opere non vogliono mostrarci queste organizzazioni né soltanto come vittime della società, né come suoi carnefici. Lo stesso Tokai, che durante il suo sviluppo compirà gesti di inaudita violenza, alla fine comprenderà di non potersi redimere e si costituirà.

Se quindi, come queste opere ci mostrano, né i sottoposti di Ash Lynx, né gli scagnozzi di Hojo, riescono ad amarsi e ad accettare ciò che giornalmente fanno, cosa li spinge a continuare e cosa li ha portati, in primo luogo, ad entrare in quel terribile mondo?

A questa domanda rispondono le backstory dei nostri protagonisti. Da chi vuole riformare il marcio di un paese, come Hojo, a chi in quel mondo ci è cresciuto e non per scelta, come Ash, passando per chi non aveva più nulla da perdere se non il proprio orgoglio, come Tokai, fino a chi vuole mettere in ginocchio tutto e tutti, come Papa Dino.

Ciò che emerge da queste storie è come il contesto sociale abbia influito pesantemente sulle scelte di vita di queste persone. Questo aspetto è riconoscibile più facilmente in Ash, il quale è cresciuto nelle grinfie di un boss malavitoso. Papa Dino non è mai stato clemente con lui, causandogli traumi non indifferenti. Ash non sarebbe sopravvissuto, se non avesse imparato a maneggiare una pistola, nonostante questo faccia di lui un criminale a tutti gli effetti e causi in lui una profonda vergogna.

I criminali Ash e Papa Dino
Da sinistra: Ash Lynx e Dino Golzine

Discorso differente, ad esempio, si può fare per Tokai, entrato nella Yakuza consapevolmente. Le sue uniche motivazioni sono, infatti, una scarsa educazione scolastica e un temperamento aggressivo. Ciò appare come giustificazionismo futile e fine a sé stesso, ma se ancora una volta andiamo oltre i concetti di “buono” e “cattivo”, ci renderemo conto di come, anche in questo caso, un uomo come Tokai, statisticamente, non avrebbe potuto crescere in altro modo se non questo, data la società che l’ha accolto.

Ciò che mi chiedo a questo punto è: ha davvero senso limitarsi a puntare il dito se non siamo in grado di coltivare un contesto sociale più sano, dove situazioni del genere possano capitare con meno probabilità?

La responsabilità delle vecchie generazioni

Il prossimo punto che voglio affrontare in questa analisi riguarda proprio questo: in che modo il contesto sociale ha portato alla fioritura di tutte queste organizzazioni criminali? La risposta a questo quesito arriva principalmente da Sanctuary, ma possiamo trovare ottimi riscontri anche in Banana Fish.

In Sanctuary, ritroviamo una forte critica sociale legata che punta il dito a chi di anni ne ha fin troppi e non vuole lasciare il potere decisionale nelle mani dei giovani. Fin da subito, queste persone ci vengono presentate con disegni grotteschi, che ne mettono in luce le deformità del volto, date appunto dall’età.

Villain principale dell’opera è, infatti, proprio il segretario Isaoka del partito liberale, in carica ormai da troppo tempo. L’opera ci mostra come, in fondo, la società conservatrice e tradizionalista, che ancora i giovani, nasce proprio dalle menti di uomini come Isaoka, i quali hanno fatto il proprio tempo e non vogliono accettarlo.

Isaoka stesso fa spesso appello alla Yakuza, chiedendo aiuti sia di tipo economico che politico, proprio allo scopo di rendere impossibile la scalata sociale a ragazzi intraprendenti come Asami, mantenendo salda la propria posizione di potere. Quando, però, il presidente Hojo si candiderà, Isaoka punterà tutta la sua propaganda sul ricordare al popolo che Hojo è “uno Yakuza” (a cui lui stesso, in passato, ha chiesto dei favori).

Il discorso populista di Isaoka contro i criminali
Isaoka si scaglia contro Hojo

Dall’altra parte, Banana Fish ci mostra come anche nella criminalità organizzata il potere è detenuto da uomini anziani. Possiamo ipotizzare infatti che lo stesso Papa Dino sia partito dai bassifondi delle metropoli americane prima di ottenere la posizione di rilievo che detiene già all’inizio dell’opera. D’altronde, ogni ragazzino vorrebbe essere al suo posto, dallo spacciatore di quartiere, fino ai capi banda.

Abbiamo assodato al punto precedente che questi uomini spesso non abbiano ricevuto una adeguata educazione e sono stati costretti a vivere in ambienti dove solo la violenza conta. Quando queste persone raggiungo posizioni di potere, quindi, fanno l’unica cosa che è stato insegnato loro: pensare a loro stessi. Si tratta di un processo psicologico basilare, che già Mary Shelley aveva intuito nel suo celeberrimo romanzo gotico Frankenstein.

I bambini sono come tele bianche su cui l’esperienza dipinge: non possiamo aspettarci di trovare felicità in un quadro che rappresenta povertà e disagio. I nuovi boss decideranno, quindi, di ricercare nuovi ragazzini da adescare nelle grinfie dell’organizzazione, che avranno lo stesso percorso di formazione e diventeranno, con molta probabilità, uguali a quelli che hanno rovinato loro la vita.

Criminali: Asami descrive il suo punto di vista politico
Asami osserva il parlamento giapponese

Il ruolo della politica e del populismo

Se davvero il fenomeno della criminalità nasce da problematiche di disagio sociale, possiamo in qualche modo limitarlo attraverso la politica? Ovviamente, la risposta è sì. Il problema più grande, a questo punto, sta nella partecipazione alla vita politica dei cittadini. In Sanctuary, vediamo come il giovane Asami tenti di ridestare le coscienze del popolo giapponese. Riconosce, come causa del conservatorismo del governo, il basso interesse che i giovani mostrano per le urne.

D’altro canto, è un dato di fatto che, anche qui in Italia, la partecipazione dei cittadini alle elezioni è particolarmente bassa. Nelle elezioni del 2018, l’affluenza alle urne si è attestata intorno al 73%, risultando la più bassa della storia della Repubblica Italiana dal 1948. È facile criticare il “governo ladro”, quando si ha deciso di non dare valore alla propria opinione votando.

La mistificazione, che si genera intorno a certi personaggi politici, porta le persone a rinunciare ai loro diritti di cittadini. Dai loro leader politici, questi vengono considerati come una vaga idea di “popolo” piuttosto che come singoli cittadini. Pensiamo ad esempio ai motti di alcuni leader politici, come “prima gli italiani”, oppure ai comizi che tutt’ora affliggono ogni singola parte del paese. In quelle occasioni si riduceva il rapporto tra cittadini e Parlamento a due estremi tecnici. Da una parte c’erano i politici oppressori degli innocenti, dall’altra il popolo che doveva ribellarsi.

Il gruppo degli elettori, però, è composto da persone differenti, con passati differenti e culture differenti. Non possiamo ridurci ad una massa con un unico pensiero guidato da slogan privi di significato.

Il danno che il populismo ha generato nelle nostre menti ha portato ad un distacco progressivo dei cittadini dal mondo politico. Ci consideriamo pecorelle, protette da leader politici trattati come idoli, mentre questi ultimi fanno soltanto i loro interessi. Come possiamo cambiare la nostra società se non ci interessiamo nemmeno a chi ci governa?

Criminali: Isaoka descrive il uso punto di vista politico
Isaoka descrive il suo punto di vista sulla politica

Tiriamo le fila del discorso

Arrivati a questo punto, non ho ancora chiarito come il contesto politico populista abbia influito nello sviluppo della criminalità. L’obiettivo di un leader populista, come Isaoka, è proprio quello di creare un’unica grande coscienza nazionale. In questo modo, chi non si trova in accordo con il pensiero politico del partito dominante troverà inutile andare alle urne. Anzi, si sentirà una minoranza incapace di fronteggiare il grosso degli elettori, e preferirà lasciare tutto com’è.

Il distacco fra politici e cittadini permetterà ai primi di mantenere il potere politico attraverso ogni mezzo disponibile. È facile controllare le menti di chi ti considera un idolo, soprattutto se queste rispondono ripetendo a memoria i tuoi slogan a chi cerca di svegliarli.

Banana Fish ci ha mostrato come le organizzazioni mafiose americane siano diventate così potenti da rendere imprescindibile per il governo appoggiarsi a loro. Le mafie smuovono grandi quantità di denaro sporco, con il quale possono facilmente finanziare spedizioni militari e altri progetti del governo, laddove riconoscono un guadagno anche per loro. A questo link potete trovare un’intera pagina di Wikipedia che mostra le relazioni fra crimine organizzato e politica nel contesto italiano.

Pare quindi impossibile eliminare del tutto la criminalità organizzata: è fin troppo utile per il governo e fin troppo potente per essere affrontata a viso aperto. Situazione affine ci viene presentata in Sanctuary, dove i due presidenti Hojo e Ibuki, membri della Yakuza, hanno trovato una soluzione. Il processo che mette in atto Hojo non serve ad eradicare totalmente la presenza della Yakuza, bensì si tratta di un progetto di educazione interna e legalizzazione. Il suo obiettivo è quello di renderla una potenza economica legale. Non è certo un percorso facile. Per portarlo a termine, si fa appoggiare dallo stesso Asami e dai cittadini, mentre inculca un obiettivo nelle teste dei suoi sottoposti, i quali non conoscono via diversa dalla violenza.

Per quanto possa apparire come un processo complesso e distante, qualcosa che può avverarsi soltanto in un fumetto, riformare la mentalità delle persone è possibile. Abbiamo bisogno di tornare cittadini, di interessarci alla vita politica e, soprattutto, di analizzare argomenti complessi, come la criminalità, in maniera meno superficiale.

Abbiamo costruito con fatica la democrazia in cui viviamo, non lasciamo che si sgretoli sotto futili proposte populiste. Diffidiamo di chi indossa impropriamente divise di agenti dell’ordine e suona ai campanelli di presunti spacciatori. Coloro che ci salveranno dalla criminalità siamo e saremo sempre e soltanto noi, con le nostre singole teste, impegnandoci giorno per giorno nel costruire un contesto sociale sano.

Se siete giunti fino al termine di questa lunga analisi, vi chiedo di prestarmi l’ultimo attimo di attenzione e riflettere su questi quesiti: chi sono i veri criminali? Dove sta il marcio della nostra società?

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