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[Analisi] Paranoia Agent

Paranoia Agent (妄想代理人 Mōsō Dairinin) è la quarta opera di Satoshi Kon (今 敏 Kon Satoshi, 12 Ottobre 1963 – 24 Agosto 2010), nonché la sua prima ed unica serie animata, composta da ben 13 episodi, trasmessa per la prima volta in Giappone tra il 2 Febbraio e il 17 maggio del 2004, sulla TV satellitare WOWOW.

Per la realizzazione di questo progetto, Kon affida nuovamente la parte tecnica alla Madhouse (TrigunBlack LagoonDeath Note, e moltissimi altri), un sodalizio che dura sin dal suo primo lungometraggio, Perfect Blue. Per la sceneggiatura, d’altro canto, il regista dell’Hokkaido cambia nuovamente collaborazione, questa volta opta per Seishi Minakami (Shigurui, Skull Man), il quale prenderà parte anche alla realizzazione della sua ultima opera, Paprika.

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Sinossi

Tsukiko Sagi, la famosa disegnatrice che ha partorito la mascotte Maromi, viene aggredita con una mazza da baseball da uno squilibrato di cui la ragazza ricorda solo essere un bambino su pattini a rotelle color oro e con indosso un cappellino da baseball. Le ricerche partono immediatamente anche se il sospetto che la ragazza abbia mentito sull’accaduto viene subito avanzato da uno degli investigatori. Giorni dopo altre persone vengono però colpite da questo maniaco, che viene soprannominato Shonen Bat, ed il misterioso ragazzino diventa una sorta di leggenda metropolitana.

Dopo diversi casi i due detective riescono a mettere le mani su un sospetto che combacia con la descrizione fatta dalla prima vittima. Il ragazzo confessa di aver perpetrato la riprovevole azione perché crede di essere il guerriero protagonista di un gioco di ruolo. Dopo vari interrogatori, però, i poliziotti scoprono che in realtà il ragazzo non è altro che un emulo e che il vero Shonen Bat è ancora a piede libero. Ma il confronto con il giovane mitomane porta la narrazione su un piano surreale, con Maniwa che intraprende un percorso d’indagine a metà tra il videogioco ed una trama fantasy. Da questo punto in poi la storia continua a snodarsi su più piani di realtà, fondendo in un’unica dimensione elementi onirici, psicoanalitici e sociologici, per poi sfociare in un epilogo catastrofico alla Ōtomo.

-estratto da wikipedia.org

Commento Critico

A saltare subito all’occhio è la scelta di Kon di rivoluzionare drasticamente il suo modo di lavorare. Tra la realizzazione di un lungometraggio e quella di una serie TV, le differenze sono enormi. A partire dal budget, per arrivare allo staff, al minutaggio a disposizione e quindi ai fotogrammi che la compongono. Tuttavia, la diversità più grande risiede senza alcun dubbio nel pubblico al quale è diretto il prodotto finale. Difatti, uscire nelle sale è ben differente da essere trasmesso in televisione. Almeno in Giappone, il pubblico che guarda la TV è alquanto dissimile da quello che frequenta il cinema. Per non considerare la natura dei lavori di Kon, i quali si distaccano di molto dall’animazione “solita” giapponese. Allora perché il regista dell’Hokkaido ha osato così tanto? A lui la parola:

Durante i miei tre film precedenti, nella mia mente si è accumulata una montagna di idee inutilizzate per possibili storie e sceneggiature. Non che le abbia scartate perché non erano abbastanza buone, ma non si adattavano a nessuno dei lungometraggi che stavo realizzando. Fa male vedere del buon materiale andare sprecato, per questo ho cercato l’opportunità di riciclarlo. Inoltre, nel caso avessi scelto di realizzarlo come un film da proiettare nelle sale, avrebbe voluto dire lavorare due anni e mezzo, sempre con lo stesso stile e nella stessa maniera. Volevo fare qualcosa che mi permettesse di essere più flessibile, di realizzare istantaneamente ciò che mi balenava nella mente. Inoltre miravo a una sorta di variazione dal mio solito format, quindi ho deciso di andare con una serie TV. Non vedo l’ora di incontrare e lavorare con un nuovo team.

Satoshi Kon

Come già accadde con Tokyo Godfathers, dove il regista rinnovò tutto il suo staff per dare nuova linfa alla sua vena creativa, in Paranoia Agent decide nientemeno di rivoluzionare completamente l’intero processo lavorativo.

Ma Kon non si limita solamente a sconvolgere il metodo di lavoro. Anche la struttura narrativa di Paranoia Agent è qualcosa di completamente innovativo nel suo repertorio. Non contento di aver stravinto la scommessa di puntare su tre co-protagonisti nel suo precedente film, in Paranoia Agent osa persino realizzare un’opera senza protagonista, corale, o come Kon stesso afferma, una “staffetta di personaggi”. Secondo il regista, questo “relay race method” è funzionale al significato insito nella serie animata, in quanto lo spettatore non dovendo concentrarsi su uno o più protagonisti, è portato a cercare qual è l’anello di congiunzione tra tutti i personaggi che compaiono nell’opera.

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L’agente delirante

Paranoia Agent può essere facilmente suddiviso in due parti: la prima è composta dai primi nove episodi; mentre la seconda, di conseguenza, comprende gli episodi che vanno dal decimo al tredicesimo e ultimo episodio.

Il primo segmento dell’opera, oltre ovviamente a stendere un velo di mistero sull’identità e sul movente del responsabile dietro la striscia di violente aggressioni (è pur sempre un thriller poliziesco), è quello di rendere chiaro agli spettatori il significato del termine “paranoia”.

Paranòia (raro parànoia) s. f. [dal gr. παράνοια «follia», comp. di παρα- «para-2» (per indicare disordine, condizione anormale) e di un tema affine a νοῦς «mente»]. – 1. In psichiatria, psicosi caratterizzata dallo sviluppo di un delirio cronico (di grandezza, di persecuzione, di gelosia, ecc.), lucido, sistematizzato, dotato di una propria logica interna, che non è associato a allucinazioni, e non comporta deterioramento delle funzioni psichiche al di fuori dell’attività delirante. Queste due ultime caratteristiche la distinguono dalla schizofrenia paranoide (v.), alla quale sarebbe altrimenti assimilabile. 2. Con sign. generico e improprio, nel linguaggio com., e spec. nel gergo giovanile, stato di confusione mentale, o condizione, anche temporanea, maniacale, di crisi, di prostrazione psichica: andarecadere in p.; essere in paranoia. (estratto da Treccani.it)

La definizione parla da sé, basta semplicemente leggerla per mettere meglio a fuoco l’opera di Kon. Tuttavia ci sono due parole che bisogna evidenziare e tenere bene a mente: delirio lucido. Una tematica non ancora trattata dal regista, che va ad ampliare nuovamente il suo pensiero e la sua visione del mondo.

Viene spontaneo pensare come questo tema non sia poi così nuovo al repertorio di Kon. Ad esempio. Anche Mima, la protagonista di Perfect Blue, è in preda a deliri mentali. Ma c’è una grande differenza con i personaggi di Paranoia Agent, Mima non è assolutamente lucida, al contrario è preda delle allucinazioni dovute al suo alterato stato mentale (viene anche spiegato nella succitata definizione). Sottolineo “suo”, in quanto in Paranoia Agent si tratta invece di un delirio collettivo, composto da persone che si trovano nelle medesime condizioni di Mima, ma anche da persone perfettamente lucide.

La seconda parte dell’anime rappresenta invece l’essenza, il cuore dell’opera. Si potrebbe tranquillamente affermare che Satoshi Kon avrebbe potuto rappresentare Paranoia Agent soltanto con questi ultimi quattro episodi, in poche parole avrebbe potuto proporlo al pubblico come un unico lungometraggio. Ma non sarebbe stata la stessa cosa. Il vantaggio nel realizzare una serie TV è quello di poter scandagliare bene ogni aspetto del messaggio che un autore vuole trasmettere ai suoi spettatori, grazie ovviamente al maggiore minutaggio che questo format permette. Risulta, infatti, praticamente impossibile non interpretare in modo corretto questa opera.

Ma partiamo dal principio…

Episodio I – Arriva Shonen Bat!

Protagonista di questo episodio è la giovane disegnatrice Tsukiko Sagi. Famosa per essere l’autrice della mascotte Maromi, con la quale ha riscosso enorme successo a livello nazionale.

Attraverso questo episodio Kon, oltre ad introdurre quella che poi si rivelerà il personaggio chiave dell’intera opera, vuole descrivere come le pressioni lavorative nella società giapponese possono facilmente portare una persona a crollare emotivamente, in particolar modo se si tratta di una ragazza così giovane. Inoltre, Tsukiko non è solamente pressata dalle scadenze che il suo capo cerca “gentilmente” di imporle, ma anche dall’invidia delle sue colleghe causata dal successo che la giovane disegnatrice ha riscosso grazie a Maromi.

Non riuscendo a partorire nessuna buona idea, Tsukiko si sente oramai come se il mondo le stesse crollando addosso, ma fortunatamente per lei “Arriva Shonen Bat!”. La ragazza dopo esser stata aggredita dal misterioso ragazzino, sembra paradossalmente più rilassata e tranquilla di prima. Questo perché l’aggressione l’ha liberata dal fardello che la opprimeva. Ora Tsukiko ha una scusa valida, e socialmente accettabile, per non rispettare le sue scadenze lavorative.

In diverse scene vediamo la protagonista in preda ad allucinazioni, intenta a conversare con il peluche di Maromi che tiene sempre con sé. Questo fatto conferisce una forte sensazione di déjà-vu, difatti risulta automatico il paragone tra Tsukiko e la protagonista di Perfect Blue, Mima.

Inoltre, durante l’interrogatorio di Tsukiko Sagi, i detective Keiichi Ikari e Mitsuhiro Maniwa dubitano sin dal primo istante della versione che la ragazza fornisce, reputano infatti che si sia inventata, o meglio, immaginata tutto. Indagando sulla sua vita privata arrivano immediatamente a sospettare che le pressioni lavorative nei suoi riguardi l’abbiano portata a trovare un modo per fuggire da esse.

Tuttavia quando Kawasu resta anch’egli vittima di Shonen Bat, i due detective sono costretti a riaprire il caso che pensavano già risolto. Mettendo anche Kawasu sotto la lente d’ingrandimento, è semplice notare come la sua situazione psicologica non è poi molto differente da quella di Tsukiko Sagi. Difatti, il disperato giornalista è in cerca di uno scoop per sanare i suoi innumerevoli debiti economici. Oramai arrivato al limite della sopportazione, tra i creditori che lo assillano al cellulare, e il muro di silenzio alzato da Tsukiko che lo separa da un possibile guadagno, Kawasu vede scomparire anche la sua ultima ancora di salvezza. Fortunatamente per lui “Arriva Shonen Bat!”.

Nomen Omen

Un elemento decisamente curioso di Paranoia Agent risiede nei nomi scelti dal regista per i vari personaggi che popolano l’opera. Alcuni sono infatti nomi comuni di animale, ai quali è possibile associare i rispettivi simbolismi che la cultura nipponica ha dato loro nel corso dei secoli. Altri, invece, necessitano di una piccola ricerca etimologica sui kanji che li formano per comprendere il loro significato. Kon dona di fatto al suo pubblico una chiave di lettura con la quale interpretare correttamente i diversi personaggi che compaiono nell’anime. Ma iniziamo con la protagonista di questo primo episodio.

Tsukiko (月子) : il nome può essere letteralmente tradotto con “Bambina della Luna”, ovvio riferimento alla divinità shintoista Tsukuyomi-no-Mikoto.
Sagi (鷺) : il cognome della protagonista, invece, sta per “airone”.

Interpretare questo personaggio è piuttosto complesso, ho quindi optato di scrivere un paragrafo a sé stante più avanti nell’articolo.


Episodio II – Le scarpe d’oro

Il protagonista del secondo episodio è Yuichi “Ichi” Taira, un ragazzino delle elementari. Il messaggio che Kon vuole muovere attraverso questa puntata è molto forte. Tutto sta nel soprannome del malcapitato protagonista “Ichi”, che significa “uno”.

Il Giappone resta una delle nazioni più meritocratiche del pianeta. I bambini sono spinti dalla società giapponese, sin dai primi anni di vita, ad essere migliori degli altri, a primeggiare sul prossimo, essere sempre i numeri uno per l’appunto. Basti pensare ai tabelloni dei risultati di fine trimestre, dove vengono mostrati i voti di tutti gli alunni della scuola, elencati in base al punteggio invece che in ordine alfabetico, creando così non soltanto competizione, ma discriminazione bella e buona. Non dimentichiamo che stiamo parlando di bambini delle scuole elementari o medie.

Tutta questa pressione sociale incombe su Ichi che, ossessionato dal primeggiare, tramuta quello che sarebbe dovuta essere una spensierata candidatura a rappresentate d’istituto in una vera e propria guerra politica. La sfortunata somiglianza di Ichi con l’identikit di Shonen Bat, fa piombare il protagonista in un forte stato paranoico. Ichi comincia quindi a ricorrere a vari sotterfugi per affondare Ushiyama Shogo, il suo rivale “politico” : la diffamazione, scavare nel passato del suo avversario, fino a bramare il desiderio della sua morte. Sentimenti e pensieri che non dovrebbero mai assalire un bambino delle scuole elementari.

Il messaggio di Kon è forte, estremamente diretto. La società giapponese deve cambiare, e deve farlo dalle fondamenta: i bambini.

Nomen Omen

Yuichi (優一): può essere tranquillamente tradotto con “colui che è gentile”. Il nome è praticamente un ossimoro, difatti la gentilezza che Ichi mostra in pubblico serve soltanto come facciata al cinismo del suo ego.
Taira (鯛良): è l’unione degli ideogrammi di “dentice rosso/orata” con quello di “buono/giusto”. Il primo ideogramma, quello riferito al pesce, è riconducibile a Ebisu, dio shintoista della pesca e della fortuna. Anche in questo caso spicca l’ironia dell’autore, somigliare all’identikit di un criminale non è proprio il massimo della fortuna.

Shogo (尚吾) : sono abbastanza convinto che derivi dal gergo “Plotting Potato”. Gli Shogo adorano tramare (sono ambiziosi), ridono di molte cose e talvolta sono malvagi. Essere uno Shogo significa essere visto dai propri coetanei come qualcuno che pensa fuori dagli schemi. Esattamente la visione che Ichi ha del suo rivale.
Ushiyama (牛山) : composto dagli ideogrammi di “mucca” e “montagna”. È noto a tutti come nella tradizione giapponese le montagne vengono viste come luoghi sacri e dimora degli spiriti (yokai). Questo mi ha spinto ad associare alla “mucca” un qualche tipo di spirito, il kudan per essere precisi. Uno yokai che possiede il corpo di mucca e la testa di un umano, e che porta varie disgrazie come scarso raccolto, calamità naturali o malattie. Agli occhi di Ichi, il povero Ushiyama è la causa di tutte le sue disgrazie.


Episodio III – Double Lips

Nonostante io trovi personalmente il terzo episodio tra i migliori dell’intera serie animata, non posso nascondere l’enorme rischio che Satoshi Kon si è preso per la delicata tematica trattata in esso: la pudicizia come valore morale.

Harumi Chono è la triste protagonista di questo episodio. Harumi ha due vite. Di giorno lavora come assistente per un professore universitario, mentre la notte si trasforma in Maria, una escort d’alto bordo.

Tirando in ballo la pudicizia, si potrebbe scrivere un intero articolo, ma cosa dico?! Un intero libro sull’argomento. Cercherò invece di concentrarmi sul messaggio che Kon vuole far trasparire attraverso questo episodio. Come ho già illustrato, Harumi ha una doppia vita, ma a cosa è dovuto questo disturbo della personalità?

Di certo in Giappone non c’è la dittatura, ciò nonostante il rigore della società è tale da portare (costringere) le persone che ne fanno parte ad assumere precisi comportamenti. A partire per l’appunto dalla questione morale. Non è bene che una donna, single, abbia una vita privata e sessuale troppo attiva, in particolar modo se questa aspira a diventare una docente universitaria. Deve invece sposarsi con un uomo di una certa caratura sociale, che possibilmente le faciliti, o meglio, le permetta di proseguire la carriera.

È questo il quesito che Kon pone ai suoi spettatori: è più squallido fare la escort di alto bordo, o sposarsi una persona importante per poter far carriera più rapidamente? La società è chiara su questo, chi sceglie di fare la escort è moralmente inaccettabile; d’altro canto chi sceglie la via del matrimonio per convenienza, di sicuro non andrà a rappresentare il quadretto felice per eccellenza, ma è altrettanto certo di come non sarà giudicata immorale come una prostituta.

La battaglia interiore di Harumi è racchiusa in questo dilemma. Lei si sente meno sporca a fare la escort che a sposare qualcuno che non ama, ma le pressioni del rigore morale della società la obbligano verso una vita che non vuole fare. Harumi e Maria lottano ferocemente, ma nessuna delle due personalità riesce a prevalere. Persa oramai ogni speranza, giunge in suo soccorso Shonen Bat .

Nomen Omen

Harumi (晴美) : può significare “bel tempo” e “bellezza”. Palese riferimento al fascino della protagonista, che va inoltre ad evidenziare il contrasto col suo stato psicologico, tutt’altro che “sereno”.
Chono (蝶野) : il primo ideogramma sta per “farfalla”, mentre il secondo può significare “campo”. Ci sono due possibili interpretazioni. La prima riguarda la psicologia, la farfalla viene infatti spesso associata al disturbo dissociativo dell’identità, date le sue “vite multiple” (uovo, bruco, crisalide e adulto). L’altra interpretazione è invece di natura mitologica, in quanto le farfalle sono simbolo della maturità della donna, la trasformazione da bambina in adulta, evidenziando le difficoltà di Harumi nel diventare grande, nell’entrare a far parte della società.


Episodio IV – Il cammino del vero uomo

Il quarto episodio continua il discorso sulla questione morale, questa volta però trattando un aspetto molto più scontato. Questo non vuol dire che sia meno importante o di inferiore impatto sullo spettatore.

Masami Hirukawa è un agente di polizia, considerato da tutti come un uomo integerrimo, votato totalmente alla famiglia. Ma la realtà è ben diversa. Quella di Hirukawa è soltanto una maschera che porta abilmente in modo da essere socialmente accettato; situazione analoga a quella di Harumi Chono.

La vera identità di Hirukawa può essere definita semplicemente come la personificazione dell’immoralità. Difatti possiede tutti i vizi possibili e immaginabili. È avido, va con le prostitute, è colluso con la mafia, e più avanti nell’anime si scoprirà essere anche un pedofilo, con sua figlia per altro. Kon racconta le vicissitudini di Hirukawa in maniera tragicomica, fantozziana. La comica goffaggine del personaggio cela e alleggerisce una vicenda nella quale c’è veramente poco da ridere.

Inoltre, durante il corso dell’intero episodio, la storia di Hirukawa si interseca con il manga di Shimpei Minami intitolato: Il cammino del vero uomo. Non a caso scelto anche come titolo per questo episodio. Sì, perché l’intento di Kon è quello di mettere in contrasto la cultura pop dei manga, pieni di supereroi integerrimi e incorruttibili, con la realtà della società giapponese, fatta di apparenze e perversione. È come se il regista dell’Hokkaido volesse dire: siamo sicuri che far crescere le nuove generazioni con una cultura che nasconde la realtà della vita sia corretto? O forse i manga e gli anime hanno tutto un altro scopo? Sono soltanto un mera via di fuga per i giovani da una realtà che non vogliono vivere?

Lentamente, Kon si sta avvicinando al nodo della questione.

Nomen Omen

Masami (雅美) : scritto con i kanji che stanno per “giusto/elegante” e “bello”. Anche qui spicca l’ironia dell’autore, in quanto Masami non è di sicuro un bel vedere, e soprattutto non è “bello” o “giusto” interiormente.
Hirukawa (蛭川) : può essere tradotto con “sanguisuga di fiume”. Nella mitologia giapponese la sanguisuga è vista come la massima abiezione. Difatti nel mito shintoista della creazione, il primogenito di Izanami e Izanagi viene descritto come un essere deforme simile ad una sanguisuga, che viene immediatamente allontanato dal creato. Mai cognome fu più esplicativo.

Shunsuke (俊介) : l’ironia non manca nemmeno per lo yakuza che minaccia Hirukawa. Il nome è scritto con i kanji di “talentuoso/eccellente” e quello di un’antica onorificenza giapponese traducibile con “araldo”. Decisamente sarcastico.
Makabe (真壁) : scritto con i kanji di “reale/vero” e “muro/fortezza”. Come se l’autore volesse sottolineare l’enormità del guaio nel quale il protagonista di questo quarto episodio si è cacciato.


Episodio V – Il racconto del sacro guerriero

Uno degli episodi più sperimentali di Paranoia Agent, tanto da sembrare un precursore del genere “isekai”, divenuto popolare solamente molti anni dopo.

Il protagonista dell’episodio è Makoto Kozuka, arrestato con l’accusa di essere il colpevole della serie di aggressioni avvenute in città. Kozuka è un ragazzino delle medie, che, come molti suoi coetanei, è appassionato di videogiochi e altre cose da otaku. Ciò che rende Kozuka unico, è la sua incredibile somiglianza all’identikit di Shonen Bat rilasciato dalla polizia. Questa stupefacente coincidenza ha portato Kozuka a pensare di essere il prescelto, colui che deve salvare il mondo dal male, esattamente come se fosse il protagonista di un videogioco.

L’episodio segue la confessione di Kozuka, narrata attraverso il suo punto di vista, dopo esser stato arrestato dalla polizia. Guardando l’episodio sembra infatti di essere catapultati in un mondo fantasy, con tanto di draghi, mostri mitici, spade, elmi, mantelli, guerrieri, magia, etc. Lo stile registico di Kon esalta ancor di più l’effetto. La sua abilità di mescolare la realtà con l’immaginazione, unica nel suo genere, mostra allo stesso tempo la follia di Kozuka, ma anche la disperazione di un ragazzino che ha scelto di rifugiarsi in un mondo di fantasia. I toni dell’episodio sono leggeri, spensierati, come quelli di un videogioco. Ma è il contesto a fare la differenza. Paranoia Agent è ambientato nel Giappone moderno, contemporaneo, reale. Il mondo fantastico è solo nella mente di Kozuka, rendendolo quindi un personaggio fuori di testa, un pazzoide. Per il quale si può provare al massimo pena.

Da notare il differente approccio dei detective Ikari e Maniwa. Il primo rappresentando una generazione oramai passata, non comprende minimamente il punto di vista di Kozuka, provando un puro e sincero disprezzo nei suoi confronti. D’altro canto Maniwa, essendo più giovane del suo collega, tenta almeno di comprendere il giovane teppista, tanto da riuscire nel finale a decifrare il suo farfugliamento, e trovare quindi una buona pista da seguire per risolvere il caso, quella della anziana senzatetto.

Kon con questo episodio sembra voler stuzzicare i suoi stessi spettatori, infatti, si distacca di molto dalle tinte tragiche e realiste dei precedenti episodi. Il regista vuole mostrare come l’industria dell’intrattenimento in generale crea degli universi immaginari e fantastici con l’unico intento di batter cassa sfruttando il disperato bisogno di escapismo insito nelle persone.

Nomen Omen

Makoto (誠) : il nome è composto dall’unico kanji che significa “sincerità”. Una scelta abbastanza emblematica, che rappresenta da un lato il contrasto con le innumerevoli fandonie (eroi, spade, mostri, magie e etc.) che il protagonista di questo episodio racconta ai due detective; mentre dall’altro descrive perfettamente la malinconica sincerità con la quale Makoto racconta la sua versione dei fatti.
Kozuka (狐塚) : scritto con i kanji di “volpe” e di “tumulo/tomba”. Sapendo che la volpe è uno degli animali più ricorrenti nella cultura giapponese, le interpretazioni possono essere svariate. Spesso la volpe (kitsune) viene vista come un emissario celestiale di Inari Okami, divinità della prosperità ed anche dei guerrieri, probabilmente per indicare sarcasticamente la missione “sacra” di Makoto. Tuttavia associato alla volpe c’è anche il fenomeno del kitsunetsuki, ovvero un essere umano che viene posseduto dallo spirito di una kitsune. In Giappone, il kitsunetsuki fu descritto come una malattia già nel periodo Heian e rimase una diagnosi comune per la malattia mentale fino all’inizio del XX secolo. Come quella che affligge Makoto, che lo porterà difatti alla “tomba”.


Episodio VI – Minacciata dalla furia degli elementi

Nel sesto episodio si intersecano le storie di tre personaggi. La prima è quella dell’anziana senzatetto, che molto ricorda i protagonisti di Tokyo Godfathers. Persone normalmente invisibili alla società giapponese, finché non diventano utili per la comunità, come nel caso della protagonista di questo episodio che viene letteralmente sfruttata dai due detective. È semplicemente disgustosa l’impassibilità e l’indifferenza che questi provano dopo che l’anziana senzatetto viene spazzata via insieme alla sua casa di cartone. Non fanno assolutamente nulla, nemmeno chiamare i soccorsi, hanno avuto le informazioni che cercavano, l’anziana senzatetto non ha più alcun valore. In Giappone chi è socialmente inutile non merita alcuna attenzione, né rispetto.

Come ho già accennato nel commento al quarto episodio, torna in scena l’abietto poliziotto Hirukawa. La protagonista tuttavia è sua figlia, Taeko. Quest’ultima è fuggita di casa dopo aver scoperto che suo padre la spiava con una telecamera nascosta posizionata nella sua stanza. Il PC di Hirukawa era infatti pieno di foto e video di Taeko in biancheria intima o completamente nuda. L’adolescente scopre che dietro la maschera del padre affettuoso si nasconde invece un mostro. Fortunatamente per lei arriva Shonen Bat, che le provoca una grave amnesia. L’unico modo per superare una realtà così ripugnante. Probabilmente Kon ha voluto estremizzare ancor di più la piaga del fanatismo verso le ragazzine adolescenti che affligge la società giapponese (il fenomeno delle idol, lolicon, etc.), una tematica già espressa ed esplorata dal regista nel suo primo lungometraggio Perfect Blue.

Nel finale dell’episodio si assiste, letteralmente, al crollo psicologico di Tsukiko Sagi. Messa dinanzi alla realtà dei fatti, la testimonianza dell’anziana senzatetto che l’ha vista colpirsi da sola, Tsukiko sente il castello immaginario creato dalla sua paranoia sgretolarsi in un attimo.

Nomen Omen

Taeko (妙子) : scritto con i kanji di “intelligente/abile” e di “bambina”. L’intento dell’autore è forse quello di far risaltare la tragedia nella quale incappa la povera ragazzina. A volte è meglio essere ingenui, è meglio non venire a conoscenza di alcuni fatti, come si suol dire: “Beata ignoranza…”.
Hirukawa (蛭川) : ovviamente come il padre. In questo caso però è il figlio a provare ribrezzo per il suo genitore, e non viene cacciato, ma fugge di sua spontanea volontà. Un vero tocco di classe di Kon.

Akio (明雄) : i due kanji che compongono il nome indicano rispettivamente “luminoso” e “eroe”. Ennesimo nome sarcastico, in quanto Kawazu è senza alcun dubbio tra i personaggi più viscidi dell’intera serie animata, visto il suo insuperabile egoismo.
Kawazu (川津) : il cognome è un palese riferimento al rospo. Questa volta non tanto da imputare alla mitologia shintoista, bensì alla visione che i paesi orientali di religione buddista hanno di questo animale. Difatti è ricorrente il proverbio de La rana nel pozzo, riportata anche nello Zhuangzi. Questo viene usato in relazione a una persona che considera follemente il suo orizzonte della conoscenza come il limite di tutta la conoscenza umana (proprio come una rana immagina che il suo pozzo sia il più grande corpo idrico e non può immaginare un oceano che potrebbe essere molto più immenso). Descrizione che calza a pennello per Kawazu, un modo perfetto per descrivere la sua superbia e indifferenza verso il pensiero e i sentimenti altrui, basti pensare a come si è comportato nel primo episodio con Tsukiko Sagi, o in questo nel quale vuole approfittarsi addirittura di un’indifesa senzatetto.


Episodio VII – Mhz

Primo nodo cruciale della narrazione. In questo episodio Kon distrugge le certezze di tutti, a partire dai protagonisti dell’anime, fino ad arrivare agli stessi spettatori. Finalmente si inizia ad intravedere il senso dell’intera opera, e a comprendere il significato del suo titolo.

Nonostante sia stata scoperta la sua farsa, Tsukiko ha creato un mostro inarrestabile, oramai Shonen Bat è nella mente delle persone, è talmente radicato nella società da far cominciare a traballare anche le menti più salde. Tutti sono destinati a soccombere sotto i “colpi” di questo mostro : la paranoia collettiva.

L’evento scatenante è la morte di Makoto Kozuka, il principale indagato delle aggressioni. Kozuka si suicida in cella, schiacciato dal giudizio della società, non dimentichiamo che è pur sempre uno studente delle scuole medie. Ma la società da chi viene impersonata? Dal detective Ikari, ovviamente.

Lo scontro generazionale è forte, Ikari non comprende minimamente le conseguenze del suo comportamento nei confronti di Kozuka. Un ragazzo che si rifugia in un mondo virtuale, è ovvio che abbia dei complessi; ma Ikari non tenta nemmeno un secondo di comprenderlo, costringendolo con le cattive a tornare ad una realtà della quale è terrorizzato. Non sopportando la situazione, Kozuka si toglie la vita in cella. Il gesto del ragazzino è così improvviso da infrangere le menti di Maniwa e Ikari, gli unici personaggi che fino a quel momento sembravano avere ancora la testa sulle spalle. Quest’ultimi vedono prima Shonen Bat uscire dalla cella di Kozuka e poi attraversare una parete come fosse un fantasma. I due detective cadono preda del mostro creato da Tsukiko Sagi, non riuscendo a concepire il gesto estremo compiuto da Kozuka, la loro mente sostituisce la realtà dei fatti con “l’agente paranoico” che ha colpito la massa: Shonen Bat.

Maniwa è quello che ha accusato di più il colpo, tanto da essere completamente ossessionato da Shonen Bat. Uscito fuori di senno, Maniwa diventa Radarman, il supereroe che combatte la minaccia di Shonen Bat. Un Batman dei poveri, un supereroe nel mondo reale, un matto.

Nomen Omen

Mitsuhiro (光弘) : composto dai kanji di “luce” e “vasto/diffondere”. Cade perfettamente nel nome della rubrica, l’unico intento di Maniwa è proprio quello di fare luce sul mistero che avvolge Shonen Bat.
Maniwa (馬庭) : il significato dei kanji non sembrano portare a nessuna conclusione. Difatti penso che sia un riferimento al più antico e famoso dojo (scuola di arti marziali) del Maniwa Nen-Ryu. Quest’ultimo rivoluzionò enormemente i principi dell’arte della spada, sradicando le vecchie regole legate ad una ormai obsoleta concezione, e istituendone altre più al passo coi tempi, proiettando nell’era moderna questa affascinante arte. Non c’è da stupirsi infatti che gli insegnamenti di questo dojo siano arrivati fino ai giorni nostri nonostante i quasi 500 anni dalla sua fondazione. L’intento di Kon è quello di paragonare la succitata rivoluzione del Maniwa Nen-Ryu a quella che il giovane detective vuole portare all’interno della polizia (shogunato), un metodo più consono, che si adegua alla costante e veloce evoluzione della nostra società. Non a caso il regista ha scelto come suo collega Ikari, l’incarnazione del poliziotto d’altri tempi, due mentalità opposte, una che cerca di comprendere le nuove generazioni, mentre l’altra esige il rispetto delle regole ergendosi ad intoccabile baluardo della giustizia. Scena esplicativa di quanto appena scritto è quella dell’interrogatorio di Makoto Kozuka.


Episodio VIII – Happy family planning

Poteva mancare il fenomeno di internet? Ovviamente no. Il fenomeno paranoico generato da Tsukiko Sagi raggiunge anche quel mondo che ad inizi anni 2000 muoveva i primi passi nell’aspetto social. Difatti i protagonisti di questo episodio si conoscono su un forum, un format oramai obsoleto, al giorno d’oggi quasi scomparso, sostituito dai vari social network.

Un episodio singolare, che si distacca molto dalla trama di base, quasi a formare una trama a sé. I protagonisti sono lo strano trio formato da Zebra, Kamome e Fuyubashi. Ovviamente sono nomi fittizi, o meglio, sono i nickname che usano sul forum dove si sono conosciuti. Palese la critica di Kon verso il mondo di internet, un mondo virtuale che cela le identità di tutti, dove regna la menzogna, un mondo fatto di false apparenze, di mirabolanti aspettative ed errate supposizioni. In breve, un’iperbole malsana della società. Dimostrazione di ciò è lo stupore di Fuyubashi (un anziano signore) e di Zebra (un ragazzo intorno ai trenta anni) nel costatare che dietro il nickname di Kamome si nasconde soltanto una ragazzina delle scuole medie.

Tuttavia il messaggio dell’episodio risiede nella discussione avvenuta sul forum antecedente all’incontro dei tre protagonisti. Non è certo un’invenzione di Kon quella di un forum nel quale si ritrovano persone con l’intento di togliersi la vita assieme, ma esistevano per davvero, ed erano anche abbastanza diffusi. Probabilmente è il punto più basso che una società può toccare, sopratutto se si pensa che una di loro è poco più che una bambina.

Cosa spinge questi tre personaggi a bramare la morte? Dalle poche informazioni che vengono mostrate, è possibile tirare qualche ipotetica conclusione:

  • Zebra è un omosessuale, come mostrato nella foto del ciondolo che porta al collo. Con ogni probabilità il suo malessere è dovuto all’omofobia della società moderna, al giorno d’oggi ancora presente, figurarsi venti anni fa.
  • Fuyubashi invece personifica la “mentalità dello scarto” tipicamente nipponica, dove chi non è utile alla società viene appunto gettato via. Gli anziani rappresentano un vero e proprio peso per la società. Non è notizia di molto tempo fa, l’emergenza affollamento delle carceri giapponesi dovuto ai moltissimi anziani che commettono volutamente reati per essere arrestati, così da non pesare sulle loro famiglie.
  • Kamome sicuramente ha problemi abbastanza comuni a molte famiglie moderne giapponesi, e non: un divorzio, oppure dei genitori troppo impegnati con il lavoro e che non le dedicano alcuna attenzione, oppure la maltrattano…in breve, si sente sola e triste. L’unica cosa che desidera è fuggire, essere libera.

I loro strampalati tentativi di togliersi la vita vengono narrati da Kon con uno stile tragicomico, il regista cerca di strappare un sorriso, di sdrammatizzare una situazione estremamente sconfortante. La scena dove tentano di impiccarsi assieme è emblematica.

Il finale è comunque positivo, in quanto i tre protagonisti trovano ciò che mancava loro stando insieme: far parte di una famiglia. Il modo con il quale svaniscono nel finale come fossero tre spettri, probabilmente indica come in realtà uno dei loro tentativi sia andato a buon fine, lasciando ancor di più un velo di tragedia su una problematica a dir poco vergognosa.

Da notare inoltre, come questo trio strizzi palesemente l’occhio a quello dei protagonisti di Tokyo Godfathers. Un omosessuale, un uomo maturo ed una ragazzina in fuga che creano una famiglia. Probabilmente è stata una delle idee scartate da Kon per il concept del succitato film, e ripescata per questo episodio data la bontà del soggetto.

Nomen Omen

Kamome (かもめ) : può essere tradotto con “gabbiano”, simbolo di libertà per eccellenza.

Fuyubachi (冬蜂) : composto dai kanji di “inverno” e “ape/calabrone”. Un nome colmo della malinconia di una persona che sente di essere arrivata al capolinea della propria esistenza, un po’ come si sente un calabrone quando l’inverno si avvicina.

Zebra (ゼブラ) : in gergo (soprattutto di internet) il termine “zebra” può anche indicare una persona omosessuale o bisessuale.


Episodio IX – Etc.

Attraverso questo episodio Kon vuole mostrare con quanto è semplice far piombare un’intera comunità (in questo caso una città) in uno stato paranoico collettivo completamente fuori controllo. Banali pettegolezzi di quartiere che diventano prime pagine di giornali. Non bisogna dimenticare come Tsukiko Sagi ha praticamente confessato il fatto di essersi inventata tutto, ma è oramai impossibile estirpare Shonen Bat, le sue radici sono profonde e ben salde nell’inconscio collettivo.

Il nono episodio è infatti ambientato nel cortile di un complesso condominiale, le protagoniste sono delle signore pettegole, impegnate in una sorta di competizione per decretare chi conosce la storia più incredibile riguardante Shonen Bat. Da questo incipit hanno origine i vari spezzoni, progressivamente sempre più assurdi, che narrano le vicende di altrettanti personaggi caduti vittima del misterioso aggressore:

  1. Il protagonista del primo pettegolezzo è un ragazzo letteralmente immerso nello studio per gli esami d’ammissione all’università. Un chiaro esempio dello stress che l’eccessiva meritocrazia del sistema scolastico nipponico pone sui suoi studenti. Il terrore di non essere ammesso si tramuta in quella che oggi viene definita sindrome da burnout. Schiacciato dalle alte aspettative di tutti, il giovane crolla psicologicamente.
  2. Il secondo spezzone racconta un avvenimento abbastanza comune, frequente in molte famiglie, giapponesi e non. La suocera che si mette in competizione con la compagna del figlio per timore di essere messa in disparte. La sua sicurezza economica le permette di avere il coltello dalla parte del manico. Infatti, spesso i giovani non hanno stipendi adeguati che permettono loro di vivere autonomamente, spesso sono i genitori ad aiutare con la propria pensione, con i beni di proprietà, etc. Una situazione che a seconda dei soggetti coinvolti può degenerare facilmente, e facilmente può portare più di qualche persona all’esaurimento nervoso.
  3. Il terzo pettegolezzo è basato su un’ossessione molto delicata: volere dei figli quando la natura non lo permette. Questa porta molte coppie a ricorrere alla fecondazione assistita. È abbastanza palese come Kon non sia favorevole a questa pratica, non perché credente nei valori cristiano-cattolici, bensì perché la reputa spinta da sentimenti negativi. Le coppie, secondo il regista, peccano di un eccesso di egoismo, cadono appunto preda dell’ossessione di “dover” avere un figlio a tutti i costi; mentre le cliniche che la attuano sono governate dal dio denaro. Di certo Kon non ha avuto paura ad esporre il suo pensiero su una delle questioni più delicate degli ultimi anni.
  4. Da qui le storie cominciano a diventare sempre più inverosimili. Difatti il pettegolezzo della ragazza malata e del suo innamorato è una versione alterata de The last leaf di O. Henry. Anche una delle pettegole si accorge della similitudine con questo famoso racconto. Con questo Kon vuole mostrare come un fenomeno paranoico collettivo possa alterare la mente delle persone al punto d’arrivare a contaminare inconsciamente racconti, romanzi, poesie, libri e film.
  5. La pressione sociale non risparmia nemmeno il mondo dello sport. Il lanciatore di una squadra di baseball, che ha letteralmente in mano le sorti della partita, viene assalito dal terrore di fallire. Si sente schiacciare dalle aspettative e dalle speranze che la sua squadra, i suoi tifosi, l’opinione pubblica tutta, ripongono in lui. Magicamente il battitore si trasforma in Shonen Bat. La sua paura si è materializzata.
  6. Altra paranoia sociale: l’apparire perfetti. Un uomo che fa jogging mentre cerca di resistere alla tentazione di mangiare del cibo creato della sua immaginazione. L’ossessione di essere sempre in forma, il terrore di ingrassare. Non è difficile interpretare questo pettegolezzo, è pura satira contro un fenomeno di costume alquanto diffuso.
  7. La serie di pettegolezzi si conclude con il botto, in tutti i sensi. Uno space shuttle che esplode sulla rampa di lancio a causa di Shonen Bat. Un ragazzino delle medie che con un colpo di mazza da baseball fa esplodere una navicella spaziale? Certo. Kon vuole indicarci come l’opinione collettiva cominci ad omologarsi. Individuato il male, il capro espiatorio, tutto ciò che va storto è riconducibile a esso. Un po’ come Satana nel Medioevo europeo. A buon intenditor…

La conclusione dell’episodio è ancora più caustica. Una delle pettegole si sente un po’ emarginata dalla discussione, in quanto non riesce a trovare storie interessanti su Shonen Bat. Tuttavia quando torna a casa trova suo marito steso a terra in una pozza di sangue, è stato appena attaccato da Shonen Bat. La donna è paradossalmente contenta dell’aggressione a suo marito, finalmente anche lei ha un pettegolezzo tutto suo da raccontare alle sue amiche.

I fenomeni di cronaca nera che diventano d’interesse mediatico e trasformati in mero intrattenimento. Non penso si debba aggiungere altro.


Episodio X – Maromi dolcesonno

Da questo episodio inizia la seconda parte nella quale è racchiusa la vera essenza dell’opera.

Dove cominciare se non esponendo minuziosamente tutto il lavoro che c’è dietro la realizzazione di un anime? L’episodio è infatti ambientato in uno studio d’animazione. Per dar risalto ad ogni singola figura professionale che compone uno studio, ogni qual volta che entra in scena un nuovo personaggio, la narrazione viene momentaneamente interrotta a favore di una breve quanto esplicativa scheda illustrante ruolo e relative mansioni di ognuna di esse.

Il protagonista dell’episodio è Naoyuki Saruta, l’assistente di produzione. Il suo ruolo è quello di far rispettare le scadenze a tutti gli altri componenti dello staff, insomma un ruolo apparentemente marginale, dato che se operasse correttamente nessuno si accorgerebbe del suo lavoro; tuttavia, un suo errore potrebbe persino far saltare un’intera produzione. Dovendo quindi interagire personalmente con ogni componente dello studio, è d’obbligo avere una personalità forte e distinta, in modo da essere ben visto e stimato da tutti. Purtroppo Saruta non possiede questa caratteristica, viene considerato da tutti come l’ultima ruota del carro e trattato come fosse un essere inferiore, in particolar modo dal suo diretto superiore. Saruta vive costantemente sotto pressione, e questo lo porta spesso a commettere errori, anche gravi, che minano ancor di più la stima che gli altri membri dello staff provano nei suoi confronti. Per non parlare della sua autostima. Il finale è ovvio, non che identico a tutte le precedenti vittime di Shonen Bat.

Cos’è quindi che rende questo episodio così rilevante? Semplice, con esso Kon sfonda la quarta parete, mostrando al suo pubblico il paradossale contrasto tra lo stressante ambiente di lavoro nel quale gli artisti dell’animazione sono costretti ad operare, e i fantastici mondi immaginari che loro stessi realizzano, che hanno come unico scopo intrattenere e liberare la mente di persone che si trovano nella loro medesima logorante situazione.

Il sovraccarico di lavoro nei paesi orientali non è di certo una novità, ciò non toglie l’amara ironia della situazione appena descritta. Ma questa è soltanto la punta dell’iceberg.

Nomen Omen

Naoyuki (直行) : non è molto semplice comprendere il significato dietro il nome del protagonista di questo episodio. I kanji che compongono il suo nome possono essere letti rispettivamente con “dritto/diretto” e “via/andare/portar fuori”. È possibile quindi interpretare il suo nome attraverso il compito che il protagonista deve sbrigare in questo episodio: portare il primo episodio dell’anime di Maromi allo studio televisivo. La maggior parte del percorso avviene sull’autostrada, ovvero una strada dritta.
Saruta (猿田) : il primo kanji sta per “scimmia”, un animale molto legato alla tradizione nipponica. Nell’antichità le scimmie erano viste come degli intermediari tra gli esseri umani e le divinità shintoiste. Tuttavia, a partire dal tredicesimo secolo, la loro visione muta completamente, diventando infatti sinonimo e metafora di persone spiacevoli e inaffidabili. Esattamente come il protagonista di questo episodio.


Episodio XI – Senso Vietato

In questo episodio la narrazione torna sull’oramai ex-detective Ikari, e la sua famiglia. A causa della salute cagionevole di sua moglie Misae, Ikari non ha prole. Ma ad inficiare ancora di più la quiete già precaria di questa famiglia è l’avvento di Shonen Bat. A causa di quest’ultimo Ikari perde uno dei pilastri della sua esistenza: il suo lavoro. Simbolo del valore della giustizia nel quale Ikari ancora crede con fermezza, e ovviamente anche la sua principale fonte economica, fondamentale sopratutto per le ingenti spese mediche che sua moglie necessita.

La narrazione è un continuo alternarsi tra scene che raffigurano Misae impegnata in un monologo con Shonen Bat, e di Ikari alle prese con la sua nuova vita lavorativa post-licenziamento dalla polizia. Il contrasto che vuole evidenziare Kon è quello tra le persone che come Misae continuano a credere nella bontà d’animo del genere umano, con quelle che invece, sentendosi tradite come Ikari, si rifugiano in un mondo di fantasia. Misae trae infatti forza dalla magnanimità del suo consorte, una fiducia e una stima così grande da permetterle di sopportare i dolori della sua malattia, e di continuare a vivere. Al contrario Ikari, dopo esser stato un inguaribile sostenitore dell’essere umano, cade in una profonda crisi esistenziale. Il suo motto: “In un mondo di follia, ci deve essere qualcosa di giusto. È questo che ci fa andare avanti.”, più volte esternato nel corso della serie animata, viene soppiantato in questo episodio da un’altra frase : “…c’è soltanto una cosa che mi è chiara, e cioè che la mia epoca appartiene oramai al passato”. Sintomo della depressione nella quale è sprofondato Ikari, e della sfiducia che prova ora verso gli esseri umani, o meglio, verso una società che non comprende più, una società priva di valori, che è stata capace di creare un mostro come Shonen Bat.

Proprio questo cambio di pensiero porta Ikari a raccogliere il portachiavi di Maromi, emblema di come l’ex-detective riesca finalmente a comprendere il motivo per il quale molte persone, come ad esempio Tsukiko Sagi e Makoto Kozuka, si rifugiano in mondi immaginari. Lo fanno per fuggire da una realtà che li ha traditi, o che non li soddisfa, o che temono, oppure semplicemente una realtà che considerano brutta e noiosa. In una parola: escapismo. Dopo aver perso ogni fiducia nella società moderna, Ikari si rifugia nel suo mondo immaginario, un mondo fantastico e bellissimo, un mondo in due dimensioni, esattamente come quello degli anime. Questo è lo scopo ultimo celato dietro l’industria dell’intrattenimento.

L’escapismo rappresenta il nodo cruciale del terribile paradosso che Kon vuole sciogliere attraverso Paranoia Agent.

Nomen Omen

Keiichi (慶一) : scritto con i kanji di “felice” e “uno/colui”, ennesimo nome che poco s’addice al carattere del personaggio in questione. Difatti il navigato detective risulta essere tra i più infelici di tutti, soprattutto dopo il licenziamento causatogli da Shonen Bat.
Ikari (猪狩) : è composto dai kanji di “cinghiale” e “caccia”. Molte sono le leggende nelle quali compare questo animale, ritenuto estremamente pericoloso, alla stregua di un demone. Inoltre la caccia al cinghiale era una pratica molto comune nel Giappone antico. Kon ha probabilmente scelto questo cognome come simbolo della caccia a Shonen Bat (anch’esso visto come un demone).

Misae (みさえ) : l’unico nome proprio di persona scritto in hiragana e non in kanji. Il nome in giapponese significa “Meraviglioso dipinto di sabbia”. Non sembra aver alcun collegamento con l’anime, in realtà potrebbe rivelarsi una delle chiavi di lettura più importanti dell’intera opera. Tuttavia, come ho già scritto nella nota a Tsukiko Sagi, ho dedicato a questi due personaggi un intero paragrafo più avanti nell’articolo, in modo da spiegare al meglio il loro significato recondito.


Episodio XII – Radarman

Nel finale del precedente episodio è facile distinguere la peculiarità unica della regia di Kon: mescolare alla perfezione realtà ed illusione in un impasto talmente omogeneo da non riuscire più distinguere l’una dall’altra.

Il punto di vista si sposta su Maniwa, ex-detective e collega di Ikari. A differenza di quest’ultimo, la paranoia collettiva di Shonen Bat non si è limitata a rovinare la sua vita, ma se ne è addirittura impossessata. Come dai vari interrogatori sostenuti con Tsukiko Sagi o Makoto Kozuka, risultava evidente come Ikari fosse sempre estremamente diffidente nell’ascoltare le loro storie, mentre Maniwa cercava sempre di comprendere i punti di vista dei sospettati. Con il procedere delle indagini, questa sua empatia si trasforma in una vera e propria ossessione, tanto da portare lo stesso Maniwa a cadere vittima della paranoia collettiva chiamata Shonen Bat.

Lo stato psicologico di Maniwa è magistralmente rappresentato dall’abilità registica di Kon. L’episodio comincia infatti in un’atmosfera surreale. Mascherato ed avvolto in un mantello, Maniwa, pardon Radarman, è alle prese con Shonen Bat. La scena è rappresentata in puro stile battle-shonen. Non riuscendo a sconfiggere il suo nemico, Radarman fugge dal combattimento. Una volta al sicuro, scruta turbato la città di Tokyo dall’alto di un grattacielo, esattamente come un supereroe dei fumetti.

Manga e anime battle-shonen, comics, fumetti di supereroi…sono tutti prodotti creati dall’industria dell’intrattenimento per permettere alle persone di rifugiarsi in mondi immaginari, mondi che hanno leggi e regole ben stabilite, dove i buoni e i cattivi sono ben delineati, mondi che permettono al lettore/spettatore di essere sempre dalla parte del giusto, mondi che fanno sentire le persone al sicuro. Esattamente ciò che accade a Maniwa.

È proprio questa la causa del fallimento di Maniwa nel combattere Shonen Bat. Non si può combattere il proprio disagio interiore rifugiandosi in un mondo di fantasia. Il caso di Shonen Bat ha ovviamente proiettato Maniwa in una profonda depressione. Il giovane detective ha dovuto assistere al suicidio di un adolescente, ad una ragazza che si è inventata un’aggressione, alla rivalità tra due bambini delle elementari, alla doppia personalità di una giovane donna, etc. Tutte persone schiacciate dal peso della società moderna. Maniwa ha semplicemente preferito credere all’esistenza di Shonen Bat, invece di accettare la verità, ovvero di vivere in una società che porta le persone all’esasperazione emotiva.

Ciò nonostante, c’è ancora un barlume di coscienza nell’animo di Maniwa. Grazie a questo si rivolge all’unica persona capace di vincere Shonen Bat: Misae, la moglie di Ikari. Come è riuscita Misae a tenergli testa? Facile, innanzitutto non si è rifugiata in un mondo immaginario, e sopratutto perché ancora ha fiducia nella bontà degli esseri umani. In una società cinica ed insensibile, ci sono ancora persone che posseggono sani principi morali, come suo marito.

Misae, dall’alto della sua integrità psichica, illumina Maniwa sulla vera natura di Shonen Bat. Prima si rivolge a lui affermando come Shonen Bat è frutto della psicosi collettiva che ha colpito Tokyo, e quando nel finale, cercando un buon esempio per spiegare il suo pensiero, conclude il suo discorso con il seguente paragone: Shonen Bat e Maromi sono la stessa cosa.

Fulminato dalla rivelazione, Maniwa comprende che se vuole risolvere i suoi problemi deve scavare nel cuore di colei che ha dato origine a tutto, per questo si dirige in tutta fretta dal padre di Tsukiko Sagi.


Episodio XIII – Ultima Puntata

Tutti i nodi della trama vengono finalmente al pettine. Innanzitutto l’origine di Shonen Bat, e di conseguenza quella di Maromi. Le parole di Misae, la moglie di Ikari, nell’undicesimo episodio trovano finalmente senso: Maromi e Shonen Bat sono esattamente la stessa cosa, entrambi sono stati partoriti dalla mente di Tsukiko Sagi.

Grazie a Maniwa veniamo finalmente a conoscenza del passato della giovane disegnatrice, una bambina cresciuta senza madre e con un padre un po’ troppo severo. L’infanzia vissuta da Tsukiko, la rende una persona fortemente insicura, estremamente emotiva e dal carattere fragile quanto un cristallo. È proprio questa sua particolare personalità a permetterle di tenere in vita Maromi, il cagnolino scomparso a causa di una disattenzione, trasformandolo in una mascotte; e a trasmettere la sua paura di essere rimproverata, personificata nella severa figura paterna, in una paranoia collettiva.

Altra scena fondamentale di questo ultimo episodio è quella nella quale Ikari ritrova il senno perduto grazie all’intervento di sua moglie Misae. Come avevo già spiegato nei precedenti paragrafi, Ikari si rifugia nel suo mondo 2D proprio per fuggire da una realtà che lo ha deluso e stremato allo stesso tempo. A salvarlo è l’amore di sua moglie. Misae, infatti, fa tornare in mente ad Ikari cosa è veramente importante nella vita: i buoni sentimenti, come l’amore. Kon ce lo ha già mostrato in Tokyo Godfathers, fuggire in mondi virtuali non serve a nulla, bisogna invece ricominciare dai buoni sentimenti, quelli che ci rendono esseri “umani”.

Il finale dell’episodio è probabilmente la parte più complessa da interpretare dell’intera opera. Come si spiega la scena del blob nero-fucsia che semina distruzione in tutta Tokyo? Non è da sottovalutare infatti come tutte le “allucinazioni” presenti nei precedenti episodi possono essere spiegate come produzioni delle singole menti alterate dei protagonisti, e che quindi non avevano alcuna conseguenza sul mondo reale/materiale. Tuttavia il blob dell’ultimo episodio distrugge realmente palazzi, strade e case. Non sembra una mera allucinazione, anche perché le tracce del suo passaggio sono ben visibili anche dopo il suo annientamento.

Prima di tutto bisogna comprendere il simbolismo dietro questo surreale blob. Tutto nasce da Shonen Bat, la massa informe di colore nero rappresenta la sofferenza delle persone, i problemi esistenziali descritti nel corso della prima parte della serie animata: lo stress da lavoro, la moralità, il dover primeggiare, e via discorrendo.

A scontrarsi con il blob arriva Maromi, che dopo una breve colluttazione, viene anch’esso assorbito dall’inarrestabile massa nera. Questa scena è semplicemente meravigliosa. Come ho già descritto, Maromi rappresenta l’escapismo fornito dall’industria dell’intrattenimento, la “personificazione” del fuggire dalle difficoltà della vita quotidiana, ovvero da Shonen Bat. Ma anime, manga, cinema, letteratura, musica, sport, o qualsiasi altra cosa che distoglie il nostro sguardo dalla realtà è soltanto un palliativo, non una cura. È per questo che Maromi può soltanto “rallentare” la corsa di Shonen Bat, per poi essere sottomesso dalla sua forza annichilante.

Allora com’è possibile sconfiggere questo male deforme? Proprio come fa Tsukiko Sagi. Innanzitutto affrontandolo, e non fuggendo in un mondo fantastico “fatto da innumerevoli Maromi”. Fatto questo bisogna scavare nella nostra anima, trovare ciò che lo ha originato, ed infine processarlo coscientemente.

Le ultime scene con le quali si chiude Paranoia Agent sono le medesime del suo inizio. Tutto è tornato come prima, come se il fenomeno Shonen Bat non fosse mai esistito. Questo finale mostra tutta la rassegnazione di Kon, la società non impara nulla dalla storia, figurarsi da un fenomeno temporaneo come quello di Shonen Bat. Un caso di cronaca che fa clamore finché ha i riflettori dei media puntati addosso? Praticamente un evento quotidiano, come si suol dire, il naturale corso degli eventi.

La conferma di ciò ci viene data da Maniwa, ossessionato a tal punto dalla volontà di scoprire la verità dietro la nascita di Shonen Bat da uscire di senno, diventando infine il successore dell’anziano malato che scriveva equazioni sul cementato. Maniwa riesce a trovare la soluzione, e l’anime si chiude sulla sua espressione, un concentrato di incredulità e disperazione. Ha capito che non c’è soluzione, Shonen Bat comparirà di nuovo, con un’altra forma, con un modus operandi differente…ma non c’è alcun dubbio che tornerà.

Il kafkiano paradosso

Cosa vuole quindi esprimere Kon attraverso Paranoia Agent? Nonostante venga proposto come un thriller psicologico innegabilmente ricolmo di satira sociale, l’anime possiede tuttavia un’anima fortemente esistenzialista. La riflessione avanzata dal regista attraverso l’opera riguarda lo scopo ultimo della sua professione, o meglio, al perché vengono realizzati anime, manga, film, videogiochi, libri, etc. Il quesito che si pone Kon, e che propone di conseguenza al suo pubblico è il seguente: qual è lo scopo dell’industria dell’intrattenimento? La conclusione alla quale giunge il regista dell’Hokkaido è un atroce paradosso.

Per illustrare meglio il pensiero di Kon, reputo più corretto incominciare da una sua dichiarazione rilasciata ad una emittente giapponese. L’intervistatore chiede al regista se il termine “paranoia” abbia per lui qualche significato particolare…

La paranoia possiede un’immagine, un significato più forte rispetto alla fantasia. Sì. Delirante, direi. La parola da l’impressione di una persona che vuole consapevolmente essere folle. Beh, per poter sopravvivere ognuno di noi ha bisogno di qualcosa che sia lontano dalla realtà … come la fantasia, i sogni, e forse anche la paranoia. Altrimenti, la vita può dimostrarsi incredibilmente difficile. Credo che ogni persona percepisca la realtà filtrandola, processandola attraverso la propria fantasia o la propria paranoia. Vista in questo modo, non penso che la fantasia, o la paranoia, siano veramente dannose.

Satoshi Kon

La paranoia, quindi, come forma d’escapismo. Kon riflette su questo suo pensiero e trova come lo scopo ultimo del suo mestiere, quello di creare anime, non sia poi molto differente. Come ogni altra tipologia di intrattenimento, anche la maggior parte degli anime e dei manga pubblicati vengono creati con la finalità di “distrarre” le persone dalla realtà. Basti pensare al perché furono creati in principio. I manga nascono, infatti, per risollevare gli animi dei giovani giapponesi dopo la fine della Seconda guerra mondiale, un modo per allontanare la paura di un nuovo bombardamento. Ed è proprio qui che si trova il paradosso. Attraverso le sue opere, Kon vuole invogliare il suo pubblico a creare una realtà migliore, una società più “umana”; si accorge però che il mezzo con il quale vuole trasmettere questo messaggio ha uno scopo diametralmente opposto, appunto quello di far fuggire le persone dalla realtà.

Questo paradosso viene reso perfettamente dal finale della serie animata. Ikari è l’emblema del cittadino medio giapponese di mezza età (come lo stesso Kon), ovvero i figli del dopoguerra, coloro che hanno in mano le redini della nazione, che badano solo all’utile e al produttivo, che reputano gli anziani e le classi deboli come pesi inutili della società, e che guardano con sfiducia le nuove generazioni. Il detective Ikari, prima di perdere il suo lavoro, tratta quasi con disprezzo giovani come Makoto Kozuka o Tsukiko Sagi, e anche le classi deboli come ad esempio l’anziana senzatetto. Dall’alto della superbia che contraddistingue la sua generazione, Ikari si sente sempre nel giusto, non reputa necessario, tanto meno utile, comprendere la realtà che lo circonda. Tuttavia, il licenziamento lo fa scendere dal suo piedistallo di altezzosità, e ritrovandosi nella medesima posizione di molti giovani, senza certezze sul futuro, e soprattutto in una società nella quale non si riconosce più, riesce ad abbracciare il concetto di escapismo che affligge la gioventù moderna. Gli basta, infatti, il portachiavi di Maromi per proiettarlo nel mondo bidimensionale creato dalla sua mente.

I manga nacquero per togliere dalla mente dei bambini giapponesi il terrore della bomba atomica, adesso il terrore ha un’altra natura, ma resta sempre terrore.

Probabilmente il sogno di Kon è quello di restare senza lavoro, mi spiego meglio, desidera una società dove le persone non hanno più bisogno di fuggire continuamente dalla realtà. Un’utopia. E il regista lo sa perfettamente. È questo il motivo per il quale Paranoia Agent finisce esattamente come è iniziato, con i medesimi fotogrammi che ritraggono vari cittadini giapponesi nella loro solita indifferente quotidianità, come se Maromi e Shonen Bat non fossero mai esistiti. Un ciclo infinito. Forse è più corretto definirlo un elastico. Dopo la deformazione, ritorna alla configurazione iniziale. Ma un elastico sotto l’azione di una forza eccessiva può rompersi…

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Una divina interpretazione

Premetto che questa è una mia personale interpretazione, dato che non sono riuscito a trovare nessun’altra fonte che la condividesse. Nonostante abbia più di qualche fondamento, resta comunque lungi dall’essere inattaccabile, ma essendo molto suggestiva ho deciso comunque di proporla. È d’obbligo, quindi, prendere con le molle quanto scritto in questo paragrafo.

Tutto nasce dai due personaggi che influenzano maggiormente la vita di uno dei protagonisti di Paranoia Agent, il povero detective Ikari. Mi sto ovviamente riferendo a Tsukiko Sagi e a sua moglie Misae Ikari. La combinazione tra il ruolo che rivestono nella storia e il significato dei nomi scelti per loro dall’autore genera un interessante risvolto. Ma procediamo con ordine.

Come ho già accennato nella nota “Nomen Omen” dedicata a Tsukiko Sagi, il nome scelto per la giovane illustratrice può essere letteralmente tradotto come “Bambina della Luna”. Questo è un palese riferimento alla divinità shintoista di Tsukuyomi-no-Mikoto.

Sebbene la luna sia spesso considerata bella e degna di essere vista, Tsukuyomi è visto come una figura negativa nello shintoismo e nel folklore giapponese. Bello e sereno, crede nell’ordine e nel galateo e li fa rispettare ogni volta che può. La sua applicazione di tali ideali si estende al punto che è disposto a uccidere per mantenere l’ordine (il mito di Uke Mochi), nonostante l’omicidio sia una grave violazione delle leggi della corte celeste. Quindi, è alquanto assurdo il rigore di Tsukuyomi nel far rispettare l’ordine che professa: per farlo rispettare, è disposto lui stesso a infrangerlo. (estratto da mythopedia.com)

Il cognome della giovane illustratrice, Sagi, sta invece per “airone”. Questo è facilmente riconducibile al racconto popolare giapponese de The heron maiden.

Un giovane si imbatte in un airone ferito. Lo accoglie nella sua dimora e lo rimette in salute. Quando l’airone ha riguadagnato l’uso delle sue ali, viene liberato e lasciato volar via. Il tempo passa e il giovane qualche tempo dopo incontra una bellissima donna di cui si innamora perdutamente. Si sposano e iniziano a vivere felici insieme. La giovane moglie tesse un particolare tipo di broccato di seta sul quale i disegni appaiono in rilievo. Il giovane vende il tessuto e i due sono in grado di sostenersi in questo modo. Ma la giovane donna pone un vincolo all’uomo: non deve mai osservarla mentre sta tessendo il suddetto broccato. Naturalmente il giovane non può resistere alla tentazione di guardare, e quando lo fa, invece di sua moglie, vede un airone piegato sul telaio. Sotto il suo sguardo l’airone si trasforma in una bella donna – è sua moglie. Ora che il segreto è stato svelato, la vita felice dell’airone con il suo amato deve finire. La giovane donna saluta affettuosamente suo marito e vola via con i suoi compagni aironi. (estratto da theinkbrain)

Da questi due riferimenti possiamo comprendere ancor di più la natura di Tsukiko Sagi. La giovane ragazza nasconde la sua vera natura dietro un velo di mistero e apparenza, esattamente come avviene nel racconto de The heron maiden. Inoltre il suo nome è ispirato ad una divinità ossessionata dall’ordine, spesso considerata malevola nella tradizione giapponese per la sua cinica filosofia del “fine giustifica i mezzi” contraddistinta da una superbia e un’altezzosità degne di un tiranno. Questo porta Tsukuyomi-no-Mikoto a considerare il suo punto di vista come l’unico valido, il giusto assoluto, denigrando e calpestando quindi quelli altrui. Perfettamente rappresentato da Tsukiko Sagi, che ha preferito portare ordine nella sua vita inventandosi una finta aggressione, infischiandosene di aver rovinato quelle altrui.

Il detective Ikari, quando comincia a seguire il caso di Tsukiko Sagi, viene accecato dall’ossessione di scoprire cosa si nasconde dietro quel velo di mistero. Esattamente come il protagonista del racconto de The heron maiden. Questa voglia inesauribile di portare ordine porta il detective Ikari ad agire cinicamente, non mostrando alcun rispetto verso il prossimo: l’interrogatorio a Makoto Kozuka, come quello alla stessa Tsukiko Sagi, per non parlare infine dell’anziana senza tetto che lascia alle intemperie senza mostrare alcuna pietà. Insensibile come Tsukuyomi-no-Mikoto. Il suicidio di Kozuka, del quale è in parte responsabile, gli fa perdere il lavoro di poliziotto, quel mestiere che amava così tanto perché gli permetteva di portare ordine nel suo mondo. Perduta questa sua ultima ancora di salvezza, Ikari si rifugia nel mondo “bidimensionale” creato dalla sua mente, una confort zone dove può finalmente sentirsi una divinità. Ma è grazie a sua moglie Misae che riesce a rivedere il “sole”.

Come ho già accennato nella nota “Nomen Omen” presente nel paragrafo dedicato all’undicesimo episodio, quello di Misae è l’unico nome proprio di persona dell’intera serie animata scritto in hiragana e non in kanji; e può essere tradotto come “Meraviglioso dipinto di sabbia”. Probabile riferimento alla pratica dei monaci buddisti di dipingere quadri con la sabbia per l’appunto, esercizio mentale che ha come scopo quello di comprendere la fugacità della vita e di conseguenza la poca importanza delle cose materiali. Un nome che calza a pennello per la moglie del detective Ikari, e che evidenzia anche la sua precaria salute.

Ho inoltre trovato che il “sandpainting” o “drypainting” è un’arte molto diffusa nelle popolazioni native americane. Cosa c’entra questo con Paranoia Agent? Il caso ha voluto che Misae sia anche un nome tipico delle tribù degli Osage, e significa letteralmente “Sole Bianco”. Misae simboleggia quindi il sole, rappresentato nella mitologia nipponica dalla divinità Amaterasu :

Amaterasu è la grande e gloriosa dea del sole. Incarnazione del sol levante e del Giappone stesso, è la regina dei kami e sovrana dell’universo. È da lei che discende la famiglia imperiale, e quindi il loro diritto divino di governare il Giappone. È il centro dello shintoismo e della vita spirituale giapponese. Il sole rappresenta l’ordine e la purezza, due dei concetti più importanti dello Shinto. Tutte le cose nella creazione sono ordinate, da Amaterasu fino agli abitanti del Jigoku e degli altri inferni. Questo ordine si riflette anche nella società giapponese. (estratto da mythopedia.com)

Misae Ikari raffigura quindi la divinità benevola di Amaterasu, colei che porta il giusto ordine delle cose, l’unica che bisognerebbe venerare e ascoltare. La rappresentazione in Paranoia Agent è tuttavia di una donna debole, malata, prossima alla morte, a simboleggiare come la società abbia smarrito la retta via. Ma non è una strada senza ritorno, non bisogna mai perdere la speranza. Non è un caso che il detective Ikari ha sempre con sé una scatola di fiammiferi con sopra disegnato il Sol Levante, simbolo distintivo della dea Amaterasu. Tuttavia bisogna precisare che questa mia interpretazione risulta abbastanza debole, dato che sarebbe stato più corretto trascrivere il nome di Misae in katakana piuttosto che in hiragana, data l’origine non-giapponese della parola o riferimento.

Come ho già accennato poco fa, Tsukiko Sagi rappresenta l’ossessione che il detective Ikari ha per il suo lavoro. Secondo lui, è fare il poliziotto che porta ordine nella sua vita. Mettendo il lavoro al centro del suo mondo gli fa perdere inevitabilmente la sua umanità, rendendolo sempre più cieco, insensibile e cinico verso gli altri, esattamente come Tsukuyomi-no-Mikoto. Nel finale il detective Ikari, grazie all’intervento di sua moglie Misae, riesce finalmente a rinsavire, a comprendere ciò che deve porre al centro del sua esistenza: l’amore, i buoni sentimenti. Prova di questa rinnovata mentalità è il modo con il quale si comporta con Tsukiko Sagi dopo essere riuscito a fuggire dall’ illusorio mondo bidimensionale creato dalla sua mente malata. Invece di insultare o disprezzare la giovane illustratrice come aveva fatto fino a quel momento, Ikari tenta di salvarle la vita ad ogni costo, incitandola a scavare nel suo passato in modo da distruggere quella paranoia collettiva chiamata Maromi/Shonen Bat, e con essa il suo dolore esistenziale.

In conclusione

Penso di essermi dilungato più del dovuto, quindi chiudo questa analisi affermando che Paranoia Agent è semplicemente un capolavoro, come del resto l’intera filmografia di Satoshi Kon.

Sarebbe alquanto stupido considerare questa serie animata superiore o inferiore ai precedenti lavori del regista nipponico, non soltanto per i differenti format utilizzati, ma in particolar modo perché Paranoia Agent è il tassello finale del pensiero di Kon. Con esso si conclude infatti quel viaggio nell’animo dell’autore intrapreso con i tre previ lungometraggi.

Questo non vuol dire che Kon non abbia più nulla da dire, al contrario, Paranoia Agent spiana infatti la strada, ahimè, alla sua ultima opera, Paprika.

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