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[Analisi] Perfect Blue

Cover Artwork Perfect Blue

Perfect Blue è il primo lungometraggio diretto da Satoshi Kon (今 敏 Kon Satoshi, 12 Ottobre 1963 – 24 Agosto 2010) rilasciato nell’ormai lontano 1997. Il film è tratto dal romanzo Perfect Blue: Complete Metamorphosis di Yoshikazu Takeuchi, dal quale ovviamente prende anche il nome.

Per la sua prima regia, Kon si contorna di collaboratori di primo livello, difatti affida la sceneggiatura a Sadayuki Murai (Boogiepop wa Warawanai, Durarara!!, Natsume Yuujinchou), e la realizzazione tecnica allo studio Madhouse (Trigun, Black LagoonDeath Note, e moltissimi altri).

SINOSSI

Perfect Blue: Mima Kirigoe nella sua stanza

Mima Kirigoe è una idol e popstar facente parte del gruppo delle CHAM, un terzetto formato da altre idol come lei che cantano un j-pop allegro e orecchiabile. Nonostante i numerosi fan, però, Mima è insoddisfatta della sua carriera e vorrebbe diventare un’attrice: infatti presto lascia il gruppo per lo sconforto dei fan (tra cui in particolare di uno stalker ossessionato da lei) e inizia a recitare in una serie drammatica.
Tuttavia alcuni fatti iniziano ad avvenire: Mima riceve delle minacce, tra cui un fax che l’accusa di essere una traditrice, e scopre l’esistenza di un sito internet chiamato Mima’s Room in cui qualcuno, con inquietante precisione, descrive le sue giornate nei minimi dettagli.

La carriera di attrice procede bene, fino al punto in cui le viene proposto di girare una scena di stupro. Ciò la sconvolge profondamente, al punto di renderla incapace di distinguere tra fantasia e realtà: in alcune occasioni ha delle allucinazioni in cui vede se stessa in tenuta da Cham. La situazione peggiora ulteriormente quando alcune delle persone che avevano lavorato allo sceneggiato in cui lei recitava vengono ritrovate uccise brutalmente, e alcuni indizi fanno pensare che sia lei la colpevole. A causa del suo stato di instabilità mentale però lei non può confermare o smentire di aver commesso quei delitti, e per di più la presenza del misterioso stalker si fa sempre più inquietante.

-estratto da wikipedia.org

COMMENTO CRITICO

Perfect Blue è considerato dalla critica come un cult dell’animazione giapponese. Innanzitutto per lo stile di Kon. La sua regia viene alterata da sentimenti quali paura o confusione, con l’intento di far sprofondare lo spettatore nella psicologia dei vari personaggi, forzando così l’immedesimazione in essi.

Furono però le tematiche affrontate, quasi riduttivo definirle avanguardiste, a rendere Perfect Blue una vera e propria opera d’autore. Se non si conoscesse la sua data di pubblicazione, lo si posizionerebbe probabilmente dieci, anche venti anni dopo la sua effettiva proiezione nelle sale. Anche il primo lungometraggio di Kon, come serie animate quali Serial Experiment Lain o Boogiepop Wa Warawanai, viene visto e considerato dal pubblico un presagio di ciò che sarebbe accaduto solamente diversi anni dopo. Trattare tematiche come il furto d’identità su internet, o lo stalking, nel 1997 è stato alquanto avveniristico.

➡️ Leggi anche: Serial Experiments Lain

Ma andiamo ad analizzare in modo approfondito i temi trattati in Perfect Blue.

Sentimento di appartenenza.

Perfect Blue conflitto interiore

Molti trovano Perfect Blue un film difficile da comprendere e interpretare. La sublime regia di Kon tende a confondere la realtà con la finzione, il reale con il virtuale, con il preciso scopo di far provare allo spettatore lo stesso senso di perdizione che avvolge la protagonista Mima per quasi l’intera durata del lungometraggio.

Ma chi meglio dello stesso autore può dirci qual è il significato di Perfect Blue. Durante un’intervista ad un’emittente nipponica, alla domanda del giornalista sul significato del suo film Kon rispose con queste parole:

…potrebbe essere “perdere la realtà”. È difficile da spiegare.

Durante lo svolgimento del film le immagini della vita reale e quelle della vita virtuale si alternano velocemente. È per questo che, mentre stai guardando il film, ti capita a volte di sentirti disorientato, di non riuscire a distinguere il mondo reale da quello virtuale. Solamente dopo aver viaggiato più volte avanti ed indietro tra questi due mondi, riesci infine con le tue forze a trovare la tua vera identità. Nessuno può aiutarti a farlo. Solamente tu puoi veramente trovare un posto dove sai di appartenere. Questo in sostanza è il concetto. È piuttosto difficile da spiegare.

Un piccolo avvenimento nella quotidianità della tua vita può generare una catena di eventi tali da distruggere le certezze e la tranquillità che possiedi. Per questo vivi la tua vita concentrandoti nel superare gli ostacoli che il caso ti pone davanti. Il passo successivo è quello di iniziare a mettere in discussione la tua esistenza…e a cominciare un viaggio ricco di esperienze di vita…che ti porterà a sentire un senso di identità…e a realizzare infine qual è realmente lo scopo della tua esistenza.

È abbastanza difficile da spiegare…

Satoshi Kon

Kon ripete più volte che il concetto alla base del film “It’s hard to explain” (È difficile da spiegare). Fortunatamente per chi ha visto il film, le sue parole sono dense di significato, tant’è che ciò che “è difficile da spiegare” diventa chiaro e cristallino.

Perfect Blue può essere considerato un film pirandelliano, con tutte le differenze del caso, sopratutto data la distanza temporale tra i due autori. Tuttavia Mima, come Vitangelo Moscarda, ha una crisi d’identità frutto del conflitto tra la sua personalità reale e quella virtuale, o meglio, tra Mima Kirigoe, ovvero la ragazza arrivata a Tokyo con il sogno di sfondare nel mondo dello spettacolo, e la Mima idol, una sorta di entità astratta creata dalla mente perversa dei suoi fan.

Il “piccolo avvenimento” al quale si riferisce Kon nell’intervista, non è altro che l’inquietante lettera ricevuta da Mima dopo il suo addio alla vita da idol. Questo evento porta la protagonista ad acquistare un PC, spinta dalla curiosità del sito dedicato a lei creato dai suoi fan, chiamato “La Stanza di Mima”. È da qui che parte la catena di avvenimenti che stravolgerà la vita della protagonista. Il succitato sito, gestito da un fan che si spaccia per la vera Mima Kirigoe (che poi si rivelerà essere Mimaniac), è aggiornato quotidianamente come un diario, con post talmente precisi nei dettagli da sembrare veramente scritti dalla idol.

Nonostante questo lato a dir poco inquietante, inizialmente i post sono pressoché innocui. Tuttavia, pian piano che i fan prendono consapevolezza della “morte artistica” della loro idol, i post diventano sempre più aggressivi e minacciosi. Difatti, la nuova carriera di attrice porta Mima a perdere progressivamente il suo velo d’innocenza. La scena del finto stupro*, e il set fotografico in topless, sono l’apice del decadimento della Mima idol, macchie indelebili sul suo velo di castità. Inoltre, sono esattamente questi gli eventi che muteranno la mania dei suoi fan in una psicosi omicida.

Tutto ciò è anche l’origine dello stato paranoico nel quale sprofonda Mima. Non solo perché si sente minacciata e stalkerata dai suoi presunti ammiratori, ma è principalmente la sua coscienza ad alimentarlo. Essendo una ragazza pudica, dopo la scena del finto stupro Mima comincia a mettere in discussione se stessa e quindi la sua nuova carriera d’attrice. I post o i pedinamenti che subisce quotidianamente dai suoi fan, non fanno altro che amplificare questo sentimento di disagio, distruggendo e frammentando il suo equilibrio psicologico, tanto da causarle allucinazioni.

È affrontando queste sue paure che Mima riesce nel finale a trovare la sua vera identità. Il primo scontro lo ha con Mimaniac, violento e fisico, esattamente come la scena del finto stupro, non a caso avviene esattamente nello stesso luogo. Questa volta però, non è Mima ad andare al tappeto ma è il suo stalker. Mima ha sconfitto le sue paure, e per questo immagina di ricevere l’applauso dello staff del film, è finalmente libera di continuare la sua carriera da attrice.

Il secondo è quello con Rumi, uno scontro paranoico e surreale, nel quale Mima salva la vita alla sua attentatrice, al contrario di quanto accaduto con Mimaniac. Questa è la dimostrazione che la protagonista ha finalmente accettato il suo passato da idol, si è finalmente liberata dalle catene che inibivano la sua mente.

Riappropriatasi della propria identità, Mima si sente finalmente parte della realtà che la circonda. L’ultima scena del film è emblema di questa sua rinnovata serenità. Mima, oramai una stella del cinema, si reca in visita alla clinica psichiatrica dove Rumi è trattenuta, anni dopo gli eventi nefasti mostrati qualche fotogramma prima. Questa è una chiara testimonianza di come Mima non abbia più timore di affrontare il suo passato, e di come, al contrario di Rumi, sia riuscita a liberarsi dal lascito della sua vecchia vita da idol.

Quello di Kon è un messaggio di crescita personale : trovare se stessi in quell’ordinato marasma chiamato società.

Dopo più di due decadi dalla sua pubblicazione, l’attualità di Perfect Blue mi lascia di sasso. Come ho già detto in questo paragrafo, la paranoia di Mima viene alimentata principalmente dal suo fansite, gestito da qualcuno che si finge di essere lei. Pensare a come questa problematica si sia solamente aggravata nel corso degli anni, tant’è che ai giorni nostri, in un’epoca dove siamo sempre connessi, la vita virtuale spesso sovrasta quella reale. Basti pensare alla nevrosi di massa che i social network hanno generato. Questa ha spinto molte persone a fingersi di essere chi non sono, o chi vorrebbero essere. In un periodo storico dove l’apparenza la fa da padrone, il percorso per trovare se stessi è sempre più arduo; mi correggo, è diventato completamente inutile intraprenderlo.

*Nota – La scena del finto stupro presente in Perfect Blue è una tra le più belle dell’animazione giapponese di sempre. Ogni elemento viene utilizzato da Kon per enfatizzare la drammaticità della scena. Più che a un finto stupro, assistiamo a un suicidio in diretta. Mima uccide una parte di sé, la sé stessa passata, la idol considerata pura e immacolata da tutti, viene annientata nel giro di pochi attimi. È sua la decisione di girare quella scena, non le vengono fatte particolari imposizioni, al contrario. Tuttavia, quando è sul set, Mima comincia a esitare e a pentirsi della sua scelta. Il pudore, la sua coscienza, i commenti sul suo fansite, le parole di Rumi, si fondono tutti assieme creando nella mente di Mima un senso di disagio così profondo da rendere il finto stupro più violento e abietto di uno perpetrato nella realtà.

Idol : un discutibile fenomeno di costume.

Perfect Blue e il fenomeno delle idol

In Perfect Blue, sin dai primi minuti del lungometraggio, viene mostrato allo spettatore uno dei fenomeni di costume più ambigui e distorti della cultura pop giapponese: le idol.

  • Nella cultura giapponese, il termine idol (アイドル aidoru) si riferisce a un adolescente che diventa molto popolare nel mondo dello spettacolo soprattutto in virtù del suo aspetto esteriore. Gli idol possono essere cantanti e far parte di gruppi musicali J-pop, oppure recitare in dorama e film per il cinema, partecipare a show televisivi in qualità di tarento o posare per servizi fotografici come modelli. La loro parabola tende a essere di breve durata, tant’è che in alcuni contesti il termine idol viene usato proprio per implicare l’idea di un fenomeno di fama tanto travolgente quanto effimero. Il fenomeno ha avuto inizio a partire dagli anni sessanta del XX secolo, conoscendo il periodo di massimo splendore negli anni ottanta. Il fandom delle idol è composto principalmente da pubblico maschile, che ha un rapporto molto personale con gli artisti che solitamente va al di là della proposta musicale. I fan di idol si definiscono wota. (estratto da wikipedia.org)

Kon descrive la sua visione, nel modo più realistico e oggettivo possibile, di quella che secondo lui rappresenta una vera e propria piaga sociale, a partire dalla questione morale.

La critica più facile da muovere verso il fenomeno delle idol è ovviamente lo sfruttamento dell’immagine di ragazzine adolescenti da parte delle agenzie dello showbusiness. Poco più che bambine vengono date in pasto al pubblico, per la maggior parte formato da uomini adulti (come viene anche rappresentato nel film), per poi essere rigettate nell’anonimato qualche anno più tardi, in quanto troppo “vecchie” per il ruolo che devono ricoprire. Molte di esse cadono vittime della depressione a causa di ciò.*

Tuttavia Kon non focalizza la sua invettiva sull’aspetto morale appena citato, bensì mostra allo spettatore come non esistono buoni o cattivi assoluti, ma è il sistema, la società, a far impazzire le persone, a trasformarle in mostri. Per far questo mostra nel suo film i diversi punti di vista dei soggetti che compongono questo fenomeno: le idol, le agenzie dello spettacolo e i wota.

Questi ultimi rappresentano ovviamente il pubblico, e di conseguenza l’ingranaggio che fa muovere tutto il resto. Le agenzie di spettacolo saranno sicuramente guidate dal “dio denaro”, in realtà danno semplicemente al pubblico ciò che vuole. Se la richiesta, per quanto perversa, è quella di ragazzine minorenni che saltellano sul palco, la questione morale scende in secondo piano per dare spazio a quella economica. Per soldi, le agenzie non si fanno problemi a sfruttare delle innocenti ragazzine che, poco più che bambine, restano incantate dalle promesse di facile successo che gli vengono proposte. Ed è proprio l’innocenza la chiave di tutto. Difatti, Kon ci mostra come a essere idolatrato non è soltanto l’aspetto fisico, ma la purezza (verginità) che soltanto una adolescente può avere.

Sapere che quella idol non è ancora stata “sporcata” da nessuno, è ciò che spinge questo pubblico di fanatici a pensare di averle nelle loro mani (come da immagine).

I wota, essendo parte della cultura otaku, rappresentano il principale target di pubblico a cui è destinato il film, e quindi il messaggio dell’autore. In un certo senso, Kon spera di aprire gli occhi ai suoi stessi spettatori su questo perverso fenomeno di costume.

Sono passati più di venti anni dall’uscita di Perfect Blue nelle sale, e nonostante ciò il fenomeno delle idol è più vivo che mai, tanto da superare addirittura i confini nipponici, diffondendosi a macchia d’olio in tutto il mondo grazie a gruppi come le Babymetal. Cosa avrebbe pensato Kon di tutto questo?

*Nota – Certo, si potrebbe aprire una parentesi enorme su questo argomento. Basti pensare ai vari talent show che vengono trasmessi in questi anni. Facendo un paragone con il fenomeno delle idol, sono però molte di più le differenze che le similitudini. Nei talent show sicuramente partecipano anche minorenni, ma la stragrande maggioranza è composta da maggiorenni, equamente distribuiti tra i due sessi. Inoltre non si parla di un “idolatrare” prettamente la figura, bensì “simpatizzare” sulla combinazione aspetto + talento. La similitudine più grande resta l’effimero successo che il mondo dello spettacolo promette a tutti loro. Probabilmente il fenomeno di costume che più si avvicinava a quello delle idol che mi viene in mente così su due piedi, non solo è casualmente contemporaneo alla pubblicazione di Perfect Blue, ma è anche tutto italiano, ovvero Non è la Rai. Trasmissione televisiva nella quale si idolatravano per l’appunto delle ragazzine minorenni. Fortunatamente durò solamente pochi anni, in quanto scatenò un vero e proprio polverone mediatico per via della sua dubbiosa moralità. D’altronde fu un programma trasmesso sulle reti Mediaset. Penso che non ci sia bisogno di aggiungere altro.

Mania : il fiele della coscienza.

Perfect Blue scena del finto stupro

In Perfect Blue, Kon non si limita a descrivere l’aspetto deviante del fenomeno idol, ma mostra anche gli strascichi che esso può lasciare su persone deboli mentalmente o con già qualche disturbo psichico. Ovviamente mi sto riferendo a Rumi e Mimaniac.

Inizialmente questi due personaggi appaiono alquanto “normali”, in particolar modo Rumi. Tuttavia sono entrambi dei soggetti, come si suol dire, “borderline“. La loro malattia mentale è semplicemente latente. L’evento che altera in maniera irreversibile il loro stato psichico è senza alcun dubbio la scena del finto stupro girata da Mima sul set cinematografico.

Molti sono i dubbi che avvolgono questi due personaggi. Non è chiaro ad esempio se Rumi e Mimaniac abbiano agito assieme, o se invece lo abbiano fatto separatamente. Si può persino dubitare sulla reale esistenza di Mimaniac. Kon, col suo gioco d’illusioni e di allucinazioni*, e il suo continuo confondere la realtà con la finzione, fa crescere nello spettatore seri dubbi sull’esistenza di questo personaggio. Non è chiaro infatti se sia interamente creato dalla paranoia di Mima, o se sia uno stalker in carne ed ossa. Basti pensare al finale, nel quale Mimaniac, dopo aver ricevuto un colpo alla testa, probabilmente letale, scompare nel nulla, come se non fosse mai esistito. Indubbia è invece la natura di questi due personaggi: la depravazione nella quale può sfociare un assai discutibile fenomeno di costume.

  • Il personaggio di Rumi è uno dei tanti tocchi di genio presenti nel primo lungometraggio del compianto cineasta giapponese. Kon riesce a celare per l’intera durata del film quella che era una grave forma di disturbo dissociativo dell’identità, semplicemente mascherandola nell’affetto, quasi materno, che una tutrice ha nei confronti della sua protetta. Come ci è riuscito? Semplice, omettendo il suo passato, il quale viene rivelato dalla stessa Rumi soltanto nel finale del film. Anche lei, come Mima, è stata una idol in giovane età. Però, a differenza della protagonista, Rumi non è riuscita a scrollarsi di dosso quel periodo della sua vita così magico, fatto di innocenza, felicità e amore (almeno è così che compare agli occhi di una idol, o meglio, di una ragazzina), che le è stato strappato dall’inesorabile scorrere del tempo. Per questo Rumi decide di diventare una manager per le nuove idol, in quanto è l’unico modo che ha per rimanere in contatto con quel mondo “fatato”. Tutto questo non è abbastanza per lei, Rumi cerca allora di soddisfare il suo folle bisogno rivivendo attraverso Mima le emozioni e le sensazioni di quel periodo a lei così caro. La sua mente innesca quel meccanismo definito dalla psicologia con il termine “transfert”. Questo, dopo la scena del finto stupro girata da Mima, muta in un disturbo della personalità che porta Rumi ad impossessarsi dell’identità della protagonista. Nel finale del lungometraggio, la sua mente è talmente compromessa da costringerla a un ricovero presso una struttura psichiatrica. Rumi ha perso se stessa, o meglio, ha preferito un’identità frutto della fantasia a una nostalgica realtà.
  • Mimaniac è un personaggio creato appositamente da Kon per estremizzare il comportamento ossessivo tipico di uno wota. D’altronde il suo nome dice tutto, il maniaco di Mima. Il regista vuole mostrare allo spettatore come una semplice passione può facilmente mutare in fanatismo, sopratutto se il soggetto di tale passione è un personaggio immaginario, perché sì, la Mima delle CHAM non è Mima Kirigoe, ma è un personaggio di fantasia creato dallo showbusiness. Infatuarsi ossessivamente verso qualsiasi cosa, che essa sia una celebrità, una persona qualunque, uno sport o un’opera d’arte, deve esser visto negativamente, come una malattia mentale. Avere una mania porta inevitabilmente una persona ad alterare il suo punto di vista sulla realtà, minando gravemente l’etica e la morale proprie del vivere sociale. Faccio un esempio con un caso limite: le donne che si innamorano perdutamente di un serial killer. Un’ossessione che offusca del tutto la mente di una persona. Questo è il monito che Kon vuole indirizzare a tutti i “fanatici” del fenomeno idol; ne è il simbolo la fine che il regista riserva a Mimaniac. Nell’ultima scena dove compare, quest’ultimo è disteso a terra, esanime, nello stesso luogo nel quale è stato girato il finto stupro di Mima. Per di più, si trova nell’esatto punto del palcoscenico e nella stessa posizione nella quale la protagonista ha girato la succitata scena. Un modo molto plateale per indicare allo spettatore come la personalità di Mimaniac è morta nel preciso istante nel quale la sua mente si è disgregata, nel momento in cui ha perso sé stesso, la sua identità.

Ovviamente Kon non vuole generalizzare, ne sentenziare assolutismi. Con il suo film non vuole di certo far passare il messaggio che tutti gli wota sono degli stalker con tendenze omicide; tanto meno che tutte le idol sono destinate a finire i loro giorni in un istituto psichiatrico, ma vuole semplicemente sottolineare attraverso casi limite, come i personaggi di Rumi e Mimaniac, la dubbia moralità del mondo che gira intorno al fenomeno idol.

*Nota – Uno dei sintomi della paranoia sono le allucinazioni. Proprio nella realizzazione di queste, Kon mostra tutto il suo estro registico. Con un meticoloso lavoro di montaggio, curato nel singolo fotogramma, il regista riesce a trasmettere allo spettatore il senso di disorientamento che prova la protagonista del film. Kon per fare ciò alterna i reali pedinamenti di Mimaniac alle illusorie manifestazioni della Mima idol. Ma il tocco di genio è quello di invertire le reazioni della protagonista. Mima discute, insegue e attacca ciò che è palesemente frutto della sua mente; mentre con il vero stalker non ha alcuna interazione, come un fantasma, un momento c’è, quello subito dopo è svanito nel nulla. Come se Kon volesse destabilizzare e alterare l’inconscio dello spettatore.

Un’eredità Hollywoodiana.

Lo stile registico di Kon fu talmente innovativo per il tempo, da ispirare addirittura cineasti di Hollywood. Basti pensare a Darren Aronofsky, il quale in più di un’intervista ha espresso il suo apprezzamento verso la regia di Satoshi Kon, e come questa abbia influenzato i suoi lavori. Uno su tutti Requiem for a Dream, nel quale rende omaggio al regista giapponese riproponendo persino la scena della vasca da bagno presente proprio in Perfect Blue.

Uno stile che Kon affinerà e perfezionerà nel corso del tempo, sperimentando, in ogni sua opera successiva, nuovi metodi per trasmettere sensazioni e concetti astratti, come ad esempio il tema del passato in Millennium Acress, o quello del sogno in Paprika.

IN CONCLUSIONE

Mima Kirigoe

Perfect Blue è considerato un cult dell’animazione giapponese. Kon ha dato mostra delle sue abilità di cineasta sin dal suo film di debutto, caratterizzato da una regia così unica nel suo genere da portarlo immediatamente al clamore internazionale.

L’unica critica che può essere mossa a Kon per la realizzazione di Perfect Blue è la scelta di optare per una sceneggiatura non originale, in quanto, come ho già scritto nell’introduzione all’articolo, è tratta dall’omonimo romanzo. In realtà la scelta del regista è più che condivisibile, per il suo film di debutto ha preferito andare sul sicuro basando la storia su un qualcosa di solido. Tuttavia, Kon non ha cercato solamente di trasporre in maniera degna il romanzo di Takeuchi, ma ha cercato di esaltare ancor di più il messaggio al suo interno attraverso la sua personalissima visione, grazie sopratutto al suo stile registico unico nel suo genere.

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