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L’origine dei manga

Una delle prime cose che uno straniero nota nel visitare il Giappone è che si vedono ovunque molte persone leggere manga. Un fatto assolutamente naturale per loro, anche storicamente.

I giapponesi infatti hanno il concetto di immagine nella loro stessa scrittura attraverso l’ideogramma. Utilizzano normalmente tre alfabeti ai quali aggiungono, di volta in volta, altre immagini. Quindi in una stessa frase possono esserci degli ideogrammi (kanji), poi un altro alfabeto, poi un altro ancora, poi delle lettere dell’alfabeto latino, poi dei numeri e sempre qualche faccina o disegno.

Con queste premesse dunque, per i giapponesi il manga è assolutamente un modo di comunicare e quindi apprendere.

La scrittura per immagini

È impossibile cercare di trovare chi o quale cultura realizzò il primo “fumetto” o il primo “cartoon”, ma ogni scrittura in tutte le culture è iniziata come scrittura di immagini.

Le prime pitture murali sulle caverne di ventimila anni fa, probabilmente erano fatte per raccontare storie di caccia memorabili o i miti a cui credevano quelle popolazioni, come pure le forme iniziali dei geroglifici erano delle semplici scene che illustravano racconti o storie particolari.

In Europa le prime immagini di incredibile capacità narrativa ed impatto visivo, da poter considerare una sorta di antenato del fumetto, sono sicuramente quelle del famoso arazzo di Bayeux che è formato da una serie di scene individuali o pannelli che raccontano in ordine cronologico la conquista normanna della Bretannia del 1066.

L’arazzo di Bayeux

In Oriente l’antenato del manga è sicuramente l’emakimono, un’opera di narrativa illustrata orizzontalmente diffusasi tra l’undicesimo e il sedicesimo secolo, che univa testo ed immagini dipinte o stampate su un rotolo.

La tradizione del rotolo nasce in India e arriva in Giappone attraverso la Cina nel sesto o settimo secolo, insieme al Buddismo. L’interesse verso questa forma di arte e narrazione si sviluppa durante il periodo Heian (antico nome della città giapponese di Kyoto dal 794 al 1185), anche perché tali rotoli portatili divennero un ottimo strumento per la propaganda delle idee buddiste.

I rotoli fatti di carta o seta, erano attaccati a bacchette di legno sul lato sinistro in modo da poter essere arrotolati e conservati. Una volta arrotolati, tali oggetti venivano legati con una cordicella di seta intrecciata e poi coperti con altra seta. Così sistemati, i rotoli potevano essere trasportati, riposti sugli scaffali o conservati in raffinati involucri dipinti.

La dimensione di questi rotoli oscillava tra i trenta centimetri di larghezza ai nove o dodici metri di lunghezza. Una normale narrazione poteva riempire da uno a tre rotoli.

Gli emakimono (letteralmente “rotoli di immagini”) venivano letti srotolandoli da destra a sinistra, così come richiesto dalla scrittura giapponese. All’inizio del papiro veniva scritta una breve sintesi della storia, poi le immagini erano inframmezzate con testi adeguati. Al lettore del rotolo era richiesto poi di riavvolgere la striscia di carta dopo averla letta.

Il più discusso esempio di emakimono è “La storia di Genji” datato intorno al 1130.

Questo emaki illustra l’epica storia di Genji di Murasaki Shikibu, una scrittrice e poetessa vissuta alla corte imperiale giapponese durante l’epoca Heian. Il romanzo narra la vita e gli amori del Principe Genji e le vicende della Corte di Heian dopo la sua morte. Ai nostri giorni è arrivato solo il quindici per cento dell’opera originale, gli altri frammenti sono conservati tra i Tesori Nazionali del Giappone.

Diverso è il Choju giga, letteralmente “Rotolo degli Animali Eccitati”, dove si fa invece un uso insolito del mezzo, poiché non contiene alcun testo ma solo immagini di divertenti scene animali, metafore degli usi del Giappone del dodicesimo secolo.

Gli emakimono rappresentano inoltre alcuni dei primi grandi esempi di otoko-e (disegno della figura maschile) e onna-e (disegno della figura femminile). Esistono molte sottili differenze tra le due tecniche, a seconda dei gusti estetici dei due generi, però molte sono facilmente riscontrabili.

Per esempio l’onna-e, di cui è emblematica “La storia di Genji”, descrive la tipica vita di corte, specie delle cortigiane e si incentra su temi romantici.

L’otoko-e rappresenta spesso degli avvenimenti storici, in particolar modo battaglie, come nel caso della “Storia Illustrata della Guerra Civile di Heiji: Rotolo della Visita Imperiale a Rokuhara, esposto al Museo Nazionale di Tokyo che illustra alcuni eventi di quel conflitto.

Santō Kyōden: Shiji no yukikai (libro di illustrazioni, 1798)

Il Gaito Kamishibaiya ovvero il “Cantastorie”

Gli emakimono venivano usati anche dai monaci buddisti nel Giappone del XII secolo, per dare forma narrativa al Kamishibai, traducibile come “dramma di carta”, grazie al quale venivano raccontate, ad un pubblico principalmente analfabeta, delle storie dotate di insegnamenti morali.

Questa tecnica, rimasta nelle tradizioni giapponesi per secoli, ha conosciuto il suo massimo splendore fra il 1920 e il 1950.

Gli artisti del Kamishibai infatti, erano per la maggior parte narratori del Benshi, una disciplina che consisteva nel commentare in una sala cinematografica, con buona intensità drammaturgica, i film muti di allora. Lentamente l’avvento del sonoro fece restare senza lavoro migliaia di narratori Benshi, che si convertirono così all’attività di narratori di strada.

Il Gaito kamishibaiya, che può essere paragonato al nostro cantastorie, si spostava da un villaggio all’altro in bicicletta e batteva tra loro due pezzi di legno collegati da un cavo, chiamato hyoshigi, per annunciare il proprio arrivo nei villaggi. 

I bambini accorrevano per comprare da lui caramelle e assicurarsi i migliori posti di fronte al palco. Una volta che si era formato un pubblico, il Gaito kamishibaiya iniziava a raccontare le proprie storie servendosi di un set di tavolette di legno sulle quali erano disegnati i vari passaggi della storia che avrebbe raccontato.

Le storie erano spesso seriali e nuovi episodi venivano raccontati ad ogni visita al villaggio.

Si stima che nella sola Tokyo vi fossero almeno tremila Gaito kamishibaiya, e oltre cinquantamila in tutto il Giappone.

Negli anni di profonda crisi, andare in giro a vendere dolci ai bambini che poi si fermavano ad ascoltare le storie era un modo per portare a casa un reddito decoroso (il guadagno mensile, nei periodi di bel tempo, poteva superare quello di un insegnante).

Non si deve pensare che i narratori fossero artisti indipendenti a tuttotondo, cioè in grado di scrivere e illustrare le storie, procurarsi i materiali da rappresentazione ed in qualche modo essere imprenditori di sé stessi: il Kamishibai alimentava invece una considerevole mole di lavoro da parte di migliaia di persone e l’artista in strada era solo l’ultimo dente di un ingranaggio alquanto complesso.

Per prima cosa le biciclette, complete di struttura da narrazione, venivano affittate all’artista da un Kashimoto, una specie di “boss” al quale il Gaito kamishibaiya doveva per forza riferirsi. Era lui, infatti, che comprava le storie dagli scrittori e le affidava ai propri disegnatori, ed era lui che forniva i dolciumi da vendere.

Tokyo: Gaito kamishibaiya (1979)

Gli accordi tra i vari Kashimoto di città adiacenti consentivano lo scambio di storie tra i vari artisti, in modo da permettere ai narratori, che battevano più o meno sempre le stesse zone, di avere un continuo rifornimento di storie nuove.

I Kashimoto erano i primi garanti della qualità dello spettacolo: essi sapevano bene che i genitori compravano i dolciumi più volentieri se le storie erano narrate bene, munite di bei disegni e sempre diverse.

Il guadagno, in effetti, era certamente determinato dalla qualità delle storie, ma soprattutto dall’abilità del narratore di vendere bene prima dello spettacolo: i bimbi che compravano avevano diritto a stare davanti, chi non comprava nulla doveva accontentarsi di seguire le storie da lontano.

Con l’arrivo della televisione negli anni Cinquanta, la figura del Gaito kamishibaiya è del tutto scomparsa, ma era così popolare che il primo nome dato alla TV fu Denki Kamishibai, ossia Kamishibai elettrico.

Recentemente, grazie all’interesse di giovani teatranti ed artisti, il Gaito kamishibaiya sta avendo un rilancio nelle biblioteche, nelle attività di intrattenimento all’aperto per i bambini e nelle scuole elementari giapponesi.

I primi manga

L’origine vera e propria dei manga risale al 1600, quando si iniziò ad utilizzare questo temine per descrivere le immagini presenti nelle pareti dei templi, che cominciarono ad essere considerate delle attrazioni dai visitatori. Per renderli visibili ad un pubblico più ampio, vennero riprodotte su tavole di legno, facilmente trasportabili in città e villaggi.

In quest’epoca a fianco del temine manga, che indicava più un vero e proprio stile di disegno che il disegno stesso, cominciò ad essere usato il termine edo per indicare le riproduzioni di soggetti meno religiosi di quelli dei templi. Spesso si trattava di grafiche erotiche, ma anche piante di costruzioni e strisce satiriche. Le figure erano monocrome, con profili raramente colorati in maniera rudimentale.

Nel 1702 Shumboko Ono, uno dei primi celebri artisti manga (mangaka), volle raccogliere i propri disegni in un libro che è rimasto fino ai nostri giorni come la raccolta di manga più antica del Giappone. Nel giro di un secolo, la tradizione del “Tobae”, come furono chiamate queste raccolte, si estese a tutta la società giapponese.

Questo temine iniziò quindi ad essere utilizzato da molti scrittori e artisti alla fine del XVIII secolo in alcune pubblicazioni, come il libro di illustrazioni “Shiji no yukikai” di Santō Kyōden e il “Manga hyakujo” dell’illustratore Aikawa Minwa, entrambi del 1798.

Disegni presi da uno dei volumi della serie di rotoli intitolati “Chōjū-Jinbutsu-Giga Emaki”
Ovvero:“Rotoli raffiguranti uccelli, animali e persone animate”

Collage by Elena Paoletta

In seguito fu anche usato dal famoso artista giapponese Hokusai nell’”Hokusai manga” del 1814.

Nel 1905, Rakuten Kitazawa fu il primo disegnatore ad utilizzare la parola “manga” per indicare tutt’oggi quelli che erroneamente vengono chiamati “fumetti”.

Il termine fu coniato ottenendolo dagli ideogrammi “man”, cioè libero, stravagante e “ga”, cioè immagine, per definire quelle che in realtà erano “immagini libere”, “immagini stravaganti”.

Questo genere innovativo che, secondo le consuetudini orientali, si legge al contrario rispetto al fumetto occidentale, cioè dall’ultima alla prima pagina, con le vignette che vanno lette dall’alto verso il basso, la rilegatura alla destra del lettore e le pagine “libere” alla sinistra, spopolò subito in Giappone.

Il concetto dei manga così ridefinito, rimase invariato fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, momento in cui queste opere ebbero una grande fortuna in Giappone grazie allo scrittore-illustratore Osamu Tezuka.

Alcune opere di Osamu Tezuka

Le varie tematiche dei manga

All’inizio i principali lettori dei manga erano coloro nati tra il 1946 e il 1949, durante il cosiddetto “baby boom”, ma con il passare degli anni, quando questa fascia di lettori diventò più adulta, cominciarono ad essere pubblicati molti altri tipi di manga.

Dagli anni Sessanta, il pubblico dei lettori si allargò andando ad includere oltre ai giovanissimi, anche coloro che avevano trenta e quaranta anni.

Nel 1966 i manga rappresentavano il ventidue per cento delle vendite e il trentotto per cento circa di tutti i libri e le riviste venduti in Giappone e da allora influenzarono in vario modo l’arte e la cultura.

Ogni opera può infatti essere letta come una storia a sé, un racconto farcito da elementi storici e religiosi, fantasie, leggende, filosofie, che per quanto possano sembrare lontani, hanno comunque da insegnare sempre qualcosa.

Anche se con i tempi sono cambiate le modalità di lettura, il piacere di leggere un manga non è affatto mutato ed ha stimolato dibattiti, conferenze e quant’altro circa l’insegnamento pedagogico che queste opere si prefigurano.

Leggere un manga non è, come pensano molti occidentali perdere tempo in cose futili, ma un modo di affrontare problematiche differenti.

I manga infatti possono trattare argomenti e generi molto diversi tra loro, come storie d’amore romantiche, avventura, fantascienza, storie per bambini, letteratura, sport, fantasy, erotismo e tanto altro ancora.

Ci sono però saggi politici o che trattano questioni sociali molto serie; la presentazione di qualsiasi tema avviene comunque sempre con l’utilizzazione dell’immagine e del disegno.

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