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Lo Studio Ghibli: il regno dei sogni e della follia

Sono da poco arrivati su Netflix i capolavori dello Studio Ghibli. Questo evento offre l’opportunità di conoscere meglio il più famoso studio di animazione giapponese.

La nascita dello Studio Ghibli

Isao Takahata e Hayao Miyazaki lavoravano insieme dal 1968. Molte serie televisive più famose portano la loro firma. Dopo il successo del film di animazione Nausicaä della Valle del vento (Kaze no tani no Naushika) che vedeva Miyazaki alla regia e Takahata produttore, nel 1984 i due aprirono uno studio in proprio a Suginami Ward. Lo chiamarono Nibariki, che significa “due cavalli”, come l’auto di Miyazaki, da lui tanto adorata.

Hayao Miyazaki e Isao Takahata

Il regista aveva una sua visione, diversa da quella commerciale e del tempo, più avanzata e più profonda. Sentiva un forte bisogno di concentrare energia e talento e di avere spazio creativo, senza scontrarsi con una dirigenza che rischiava di non comprenderlo e di rallentarlo.
Takahata restò al suo fianco moltiplicando gli sforzi e un anno dopo, grazie all’aiuto della Tokuma Shoten, una casa editrice giapponese, i due riuscirono a realizzare il loro sogno e fondare un proprio studio di animazione: lo Studio Ghibli a Kichijouji, Musashino City, vicino Tokyo.

La scelta del nome

La scelta del nome fu fatta da Miyazaki, appassionato di aviazione. Infatti il Ghibli, o Caproni Ca.309, era un aereo della Regia Aeronautica del Regno d’Italia concepito per operare in nord Africa con l’aviazione coloniale. Il regista scelse questo nome sia per il suo amore per il volo, che per significare l’entusiasmo e la determinazione nel creare qualcosa di nuovo e sensazionale nel mondo dell’animazione giapponese.

L’aereo Caproni Ca.309 protagonista anche in “Si alza il vento” di Hayao Miyazaki
Collage by Elena Paoletta

Ghibli è una parola che deriva dall’arabo, lingua in cui significa “nella direzione della Mecca” ovvero est, mentre in italiano il suo nome indica il vento caldo tipico del deserto.

La nascita dello Studio Ghibli sottolineò quindi anche l’esigenza dei due fondatori di portare un soffio di aria fresca nell’industria degli anime. In questo furono affiancati dal produttore cinematografico Suzuki Toshio che finanziò i lavori dello Studio Ghibli fin dalla sua nascita. 

I lungometraggi di Miyazaki realizzati da quel momento in poi contengono riferimenti chiari alla gioia di essere riuscito a fondare finalmente un proprio Studio. Per esempio in Kiki – Consegne a domicilio, quando Kiki arriva nella città di Koriko, rischia di essere investita da un bus che porta sulla fiancata la scritta “Studio Ghibli”. Si salva solo perché si rivela al mondo per quello che è e quello che sa fare meglio: volare. Salta sulla sua scopa e dice: «E ora…vola!», speranza senza dubbio rivolta allo Studio appena avviato.

I primi capolavori

Lo Studio Ghibli per il trio Miyazaki-Takahata-Suzuki voleva dire creare una produzione per tutti i loro film e sogni, anche architettonici.

Miyazaki-Suzuki-Takahata

Infatti lo spazio è sempre stato cruciale soprattutto nella ricerca di Miyazaki che lo intende non come limite, ma come orizzonte da aprire alla sua fantasia senza mai farla sentire costretta. Per questo progettò personalmente gli spazi nei quali doveva muoversi. Le architetture risultarono così come uscite dai suoi film, diventando prosecuzioni del suo immaginario, la prova concreta che i sogni possono diventare realtà

Nascono in quell’ambiente fortemente voluto i suoi capolavori Laputa – Castello nel cielo (Tenkū no shiro Rapyuta) del 1986, ispirato da I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift e dai testi futuristici di Jules Verne e Il mio vicino Totoro (Tonari no Totoro, 1988) il cui simpatico protagonista diventa il logo dello Studio.

Lo Studio 1

Nel 1991, mentre lavorava a Porco Rosso, un anime elegante e sofisticato che richiama alla mente i grandi classici del dopoguerra come Casablanca di Michael Curtiz, Miyazaki ritenne che fosse necessario dare allo Studio una struttura più stabile. Nonostante le difficoltà economiche dell’impresa, cominciò a disegnare personalmente i progetti, a scegliere i materiali e a definire ogni dettaglio costruttivo per assicurarsi che l’edificio rispecchiasse l’immagine che aveva in mente. Un anno dopo sia Porco Rosso che il nuovo Studio, trasferito a Koganei alla periferia di Tokyo, erano terminati. L’area in cui venne eretto lo Studio 1, si sviluppava su circa mille metri quadrati e il piano terra della costruzione occupava l’intera area.

Porco Rosso

La struttura

L’edificio comprende un piano interrato e tre piani rialzati. Il primo piano è occupato dai reparti di disegno e computer grafica e dal team per le immagini digitali. Il secondo da quello di animazione e produzione, mentre il terzo è riservato al reparto amministrativo. Il piano interrato ospita il reparto fotografia.
Al primo piano c’è uno spazio comune per lo staff che serve da sala riunioni e una mensa o sala per occasioni ed eventi speciali. Lo Studio 1 possiede un giardino pensile che si affaccia su un vivaio. É stato costruito su precisa volontà di Miyazaki, che ritiene fondamentale avere un roof garden dove le persone possano uscire e prendersi una pausa dal lavoro. L’area di parcheggio è stata concepita volutamente piccola per scoraggiare l’uso di auto private; il parcheggio delle biciclette invece è stato progettato anche come ricovero in caso di sisma.

I rapporti con i collaboratori

I collaboratori non vengono ormai reclutati per un singolo progetto, ma assunti a tempo pieno ed inseriti in un programma di aggiornamento professionale. Nello Studio lavorano in egual numero e con pari entusiasmo uomini e donne; Miyazaki ha creato intorno a sé una bottega di artisti ed un vivaio di talenti.

L’atmosfera di lavoro all’interno dello Studio Ghibli è stata sempre decisamente anomala, specie se raffrontata ai rapporti di lavoro ferocemente gerarchici tipici del Giappone. Miyazaki ama cucinare per i dipendenti, talora offre loro sollievo con dei massaggi e pratica insieme a loro degli esercizi ginnici per sgranchirsi dal lavoro sedentario. Ha progettato perfino un originale sistema di toilettes di fortuna, occultate in botole poste sotto il parcheggio delle biciclette.

A questo clima quasi idilliaco da un punto di vista umano, fanno riscontro sul piano professionale un’intransigenza e uno spirito accentratore che certo non favoriscono la continuità artistica, principale problema dello Studio.

Dietro la favola dei suoi film c’è un ferreo meccanismo fatto di regole rigide; una politica dello sforzo ripagato, quel dare il massimo, quello spingersi oltre i propri limiti. 

Il bello per Miyazaki non è un dono che arriva, ma impegno e sacrificio a cui consacrarsi. La perfezione è il traguardo a cui si deve tendere, non importa se sia o meno realmente raggiungibile, importano solo sudore e lacrime versati per raggiungerlo. Anche questo è lo Studio Ghibli: il duro allenamento dietro la poesia.

I capolavori di Takahata

Nel 1988 Takahata aveva realizzato Una tomba per le lucciole (Hotaru no haka, 1988) un anime che presenta una visione straziante ed intensamente neorealista delle vicende personali di un ragazzo e una bambina indifesi nei confronti dell’orrore della guerra. Per la crudezza delle sue immagini, divenne un film controverso e poco pubblicizzato, ma un grande successo in Giappone e portò ancora più prestigio allo Studio.

Nel 1991, l’anno in cui lo Studio Ghibli si amplia, Takahata realizza, il suo Pioggia di ricordi (Omohide poro poro) basato sul manga omonimo di Hotaru Okamoto e Yuko Tone. Il film rappresenta una tappa importante per il lungometraggio animato per l’originalità della tematica proposta. Vengono narrate infatti le vicende sentimentali di una office lady di trent’anni, un soggetto piuttosto insolito per un film di animazione.

Il rapporto Takahata-Miyazaki

Takahata e Miyazaki si scambieranno ruolo in molti progetti, producendo l’uno i film diretti dall’altro. La differenza sostanziale è che Takahata non è un disegnatore e ciò lo porterà inevitabilmente ad essere meno fantasioso ed innovatore da un punto di vista grafico e ad orientarsi verso una dimensione più realistica. I film di Takahata sono una trasposizione animata del cinema dal vero. Sono intimisti e drammatici, legati alla realtà e al racconto del quotidiano. Quelli di Miyazaki sono epici, avventurosi, legati in modo imprescindibile alla sfera del fantastico.

I due autori si differenziano dunque in maniera radicale per stile, approccio e mentalità, tanto da diventare, con il passare degli anni, più distanti anche sul piano personale. Eppure restano complementari: affrontano infatti in maniera diversa le stesse tematiche.

Hayao Miyazaki e Isao Takahata

La somiglianza più vistosa è quella tra Tonari no Totoro e Heisei Tanuki Gassen Ponpoko (Pom Poko), che Takahata realizza nel 1994. Il richiamo è evidente, anche perché Totoro, ha alcune caratteristiche del tanuki, un animale simile al procione che fa parte anche del folklore giapponese.

Takahata si inoltra per la prima volta in una dimensione fantastica. Racconta le disavventure di una comunità di tanuki sfrattata dal bosco a causa della speculazione edilizia.

I simpatici animali possono essere interpretati anche come personificazione dei Kami, gli spiriti degli antenati rimossi dalla modernizzazione. Nonostante il tono favolistico, il film è ricco di allusioni sociologiche alla realtà del Giappone dell’epoca e alla sua spietata omologazione. Si presta ad una lettura politica, poiché si può interpretare come una metafora satirica del fallimento delle contestazioni degli anni Sessanta. 

Le difficoltà per Mononoke

Nel 1997 Miyazaki produce il suo lavoro più solenne, Principessa Mononoke (Mononoke-hime) uno spettacolo crudele, affascinante e profondamente commovente. La produzione di Principessa Mononoke risulta però faticosa. Allo Studio Ghibli regnava un’atmosfera molto pesante, dominata dalla tensione e il livello di aggressività era sempre più alto.

Pincipessa Mononoke

Tutti i collaboratori erano costantemente messi a dura prova, sotto pressione per finire in tempo il lavoro e molti ebbero un esaurimento nervoso. Lo stesso Miyazaki subì un forte esaurimento fisico e nervoso, lottò con se stesso per finire il film, ma contemporaneamente annunciò il suo ritiro. Il successo andò al di là delle più rosee aspettative e a Miyazaki tornò la voglia di lavorare ad un nuovo progetto, magari più leggero e positivo e che non portasse via tutte le sue energie.

Il bisogno di essere sul posto

Questa necessità lo portò a ripensare all’organizzazione della sua vita lavorativa. Nel 1998 disegnò e costruì, vicino all’edificio principale dello Studio Ghibli, una struttura nata per ospitare la “vecchia Nibariki” che diventa però la sua casa sul posto di lavoro.

Le linee richiamano fortemente quello dello Studio Ghibli, ma si vede l’idea di realizzare un riparo che diventerà il suo studio privato, il suo atelier delle idee. Fuori dal suo ufficio resta la Citroen 2cv, l’auto della gioventù che, non a caso, è quella di Lupin, altro suo indimenticabile lavoro. 

La casa viene chiamata buta-ya, casa del maiale, un chiaro riferimento al suo Porco Rosso, coraggiosa parodia di se stesso.

Collage by Elena Paoletta

Lo Studio 2 e Lo Studio 3

La vasta produzione dello Studio Ghibli, che comprendeva anche cortometraggi, serie televisive, videoclip e spot pubblicitari, portò nella primavera del 1999 alla costruzione di un altro stabile, lo Studio 2, proprio di fronte allo Studio 1. Nel marzo del 2001 si aggiungerà anche lo Studio 3. 

Tutti gli edifici sono stati disegnati da Miyazaki. Le costruzioni in legno, sebbene non particolarmente ampie, creano un’atmosfera calda e confortevole. 

Al primo piano dello Studio 2 c’è il reparto commerciale, mentre il secondo piano è occupato dal reparto direttori dei dipinti e le sale di montaggio e quelle di proiezione si trovano nel piano interrato. 

Lo Studio 3 è occupato dal reparto pubblicitario e da un gruppo variabile di persone che lavorano a progetti speciali, oltre che da alcuni componenti dello staff del Museo Ghibli, costruito sempre nel 2001 nel bosco di Mitaka, a quindici chilometri da Tokyo.

Collage by Elena Paoletta

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I successi degli anni Duemila

Gli anni Duemila vedono Miyazaki e lo Studio Ghibli impegnati in una serie di capolavori. Da La città incantata, premiato con L’Orso d’oro a Berlino nel 2002 e con l’Oscar nel 2003, a Il castello errante di Howl Ponyo sulla scogliera. Del 2013 è l’ultima opera Si alza il vento, il più grande successo al botteghino giapponese e acclamato dalla critica cinematografica mondiale.

Questo anime ha regalato, oltre all’annuncio del regista di voler lavorare per altri dieci anni magari realizzando solo cortometraggi, anche le sue lacrime durante l’anteprima della proiezione. Un’opera che lo ha visto attraversato dai dubbi su come affrontare una materia così delicata e così autobiografica. Il messaggio «Bisogna tentare di vivere» è un monito a rimanere se stessi e andare sempre avanti nonostante le avversità.

Takahata non c’è più ma Miyazaki, nonostante nel corso degli anni abbia annunciato più volte il suo ritiro, è ancora al lavoro.

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Gli altri capolavori dello Studio Ghibli

Non bisogna dimenticare che dalla sua fondazione, lo Studio Ghibli ha prodotto anche opere di altri autori. Alcuni anime sono arrivati in Italia grazie a Lucky Red, riscuotendo particolare successo. 

Ad esempio I sospiri del mio cuore di Yoshifumi Kondō, più volte indicato come l’erede di Miyazaki, ma scomparso prematuramente o Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento e Quando c’era Marnie di Hiromasa Yonebayashi.

Shizuku e Seiji, i protagonisti de I sospiri del mio cuore

Pur avendo incassato un primo insuccesso con I racconti di terramare (Gedo senki), anche Gorō Miyazaki partecipa al successo dello Studio. Infatti si riscatta completamente dal peso di un cognome importante con La collina dei papaveri (Kokuriko-zara kara).

Pur essendo uno dei film meno conosciuti dello Studio Ghibli, Si sente il mare (Umi ga kikoeru) viene anch’esso proposto su Netflix. Ideato e pensato per la televisione, è stato uno dei primi progetti portati avanti dalle nuove generazioni di giovani dello Studio. A dirigerlo è Tomomi Mochizuki, che in passato aveva diretto la prima stagione di “Ranma 1/2“.

I due documentari sullo Studio Ghibli

Il documentario del 2013 della regista Mami Sunada Il regno dei sogni e della follia ci ha fatto conoscere e amare l’uomo Hayao Miyazaki. Ci ha permesso di comprendere il suo carattere chiuso e contraddittorio, ma anche il sorriso e la tenerezza con cui crea. 

Nel 2016 il regista Kaku Arakawa con Never Ending Man è riuscito a filmare il pensiero di Miyazaki. Ci ha mostrato così i suoi dubbi etici e professionali e il riavvicinamento del maestro al mondo dell’animazione dopo la sofferta decisione di ritirarsi. Questo prima che la concentrazione o il disegno richiedano uno sforzo psicofisico impossibile da sostenere alla sua età. 

Io al cinema il 14 novembre 2017
Picture © Elena Paoletta

Il Regno dei sogni e della follia

Per la prima volta ne Il Regno dei sogni e della follia viene offerto un affascinante e indimenticabile viaggio all’interno del favoloso Studio Ghibli. Tutto è immortalato nella sua routine di lavoro, durante la preparazione delle due sofferte opere: Si alza il vento di Miyazaki e La storia della Principessa Splendente di Takahata.

La storia della Principessa Splendente

Tutto si concentra sul creativo Miyazaki, che tra una battuta ironica e l’altra, realizza ciò in cui crede e lo storico manager Suzuki che, per quanto sia un produttore sui generis, fa sì che la macchina organizzativa proceda perfettamente. Resta quasi costantemente fuoricampo Takahata, l’uomo schivo e refrattario a scadenze e pianificazioni, che conduceva il suo team dalla parte opposta di Tokyo.

Never Ending Man – Hayao Miyazaki

Nella prefazione di Never-Ending Man – Hayao Miyazaki è Suzuki ad introdurre l’argomento del documentario. Ringrazia gli spettatori e sottolinea quanto lui e il regista si siano divertiti durante un loro viaggio in Italia. Lascia intendere inoltre che il maestro tornerà sul grande schermo con un’opera nuova. Di fronte alla scelta tra ritirarsi e rimettersi in gioco e rivivere un doloroso processo di sacrificio, frustrazione e infine gioia, l’artista sembra infatti aver scelto l’ultima opzione grazie a “Boro il bruco”.

Collage by Elena Paoletta

Dagli schizzi a matita ai primi approcci con la computer grafica, il documentario segue la preparazione di questo cortometraggio destinato esclusivamente alla proiezione interna del Museo Ghibli. Miyazaki, da sempre amante del disegno a mano libera, lo ha realizzato con il supporto di giovani animatori di CGI. Per lui è la prima volta e ha incontrato diversi ostacoli confrontandosi con la computer graphic e l’animazione in CGI, restandone a volte meravigliato, altre alquanto imbarazzato e turbato.

Collage by Elena Paoletta

Lo Studio Ghibli non si ferma

Lo Studio Ghibli riprende così vita con un team tutto nuovo, portando avanti quell’etica del lavoro rigorosa ma efficace che da sempre lo ha contraddistinto.

Ѐ un ritratto intimo ed emozionante del maestro, preso da tanti dubbi lavorativi e non, dal voler creare qualcosa di più grande di un corto e la paura di non riuscirci. Emerge qualcosa di prezioso che racconta di un posto speciale, un luogo unico in mezzo a tante piante e fiori.

Lì si trova il tempo per fare piccoli esercizi di ginnastica senza neanche togliere il grembiulone bianco pieno di matite colorate. Si può preparare in solitudine la cena o una tazza di tè o salire in terrazza a guardare il cielo mentre si coltivavano sogni, con tutta la follia necessaria che serve per crederci.

Trasformare “Boro il bruco” in un lungometraggio sembra dunque essere la nuova sfida, perché come dice lo stesso Miyazaki:

«Nonostante sia consapevole del fatto che potrei morire a metà strada di questo lavoro. È meglio morire mentre, che senza».

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