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La più bella storia di Lamù (I parte)

Lamù Visual

Grandi novità

La notizia è di quelle ghiotte: ci sarà una nuova serie di Lamù, capolavoro assoluto di Takahashi Rumiko.

Per adesso i dettagli sono davvero pochi. Sappiamo che arriverà nel corso del 2022 (quindi il progetto dovrebbe essere già a buon punto). Sappiamo, e ciò incuriosisce, che avrà la regia di Takahashi Ideya e il character design di Asano Naoyuki. Infine sappiamo che non sarà un sequel, bensì un remake della vecchia serie; anche se non integrale, poiché adatterà solo alcune parti del manga.

Considerata l’importanza fondamentale di Lamù nella storia di manga & anime e considerato che, purtroppo, le generazioni più giovani non conoscono quest’opera se non per sentito dire, ho pensato di proporre, invece del classico dossier, una mia piccola analisi di una singola storia. Per l’esattezza, la sesta del primo volume del fumetto, dal titolo originale Ai de koroshitai (Vorrei ucciderti d’amore).

Lo so, qui in cima è scritto la più bella storia di Lamù, quindi dovrei parlare di Beautiful Dreamer, perché tutti sanno che è quella la più bella storia di Lamù. Ma i pregi di Beautiful Dreamer, di fatto, non sono merito di Takahashi, bensì di quell’altro geniaccio di Oshii Mamoru. Il regista riscrisse buona parte del film, aprendo sì prospettive inedite sul soggetto di partenza, ma anche, innegabilmente, privandolo della leggerezza originaria e quindi snaturandolo.

In questa sede, invece, vorrei andare alle radici dello stile di colei che è stata definita “la regina dei manga”. Ho quindi scelto una storia che non sarà forse davvero la più bella, ma è sicuramente una delle più esemplari e perciò delle più utili alla nostra analisi. (E poi è la mia preferita.)

Lamù Nuova Versione
Visual della nuova – attesissima – stagione!

Edizioni e fortuna

Lamù (titolo originale Urusei Yatsura) vide la luce nel 1978 per merito della Shogakukan e andò avanti per quasi dieci anni. In Italia arrivò solo nel 1991 grazie alla defunta Granata Press, dalla quale i diritti passarono poi alla Star Comics. Quest’ultima ne ha recentemente ripubblicato sia l’edizione integrale sia due antologie a colori.

Ma molto prima, nel 1983, da noi era arrivato l’anime, oggi appannaggio della Yamato Video: 195 episodi, 12 OAV e 6 film.

Ebbe un effetto dirompente su noi bambini dell’epoca. Situazioni che andavano dal grottesco al surreale, personaggi sempre sopra le righe, comicità sfrenata, ammiccamenti sessuali a iosa… Era un mondo di adolescenti imbranati e allupati, di genitori irresponsabili, di insegnanti inetti, di ricchissimi cialtroni, di monaci da strapazzo e di… aliene sexy. E poi ancora: pestiferi bimbi sputafuoco, giganteschi gatti fantasma, giovani dall’ambigua identità di genere e… infermiere sexy. Quello di Lamù era un mondo mai visitato prima, in cui la semplice apertura di una porta poteva mettere in crisi il tessuto logico della realtà. Un mondo in cui l’unica regola pareva essere l’homo homini lupus: la sopraffazione reciproca. E, caso mai non si fosse capito, era un mondo pieno di… ragazze sexy.

E pensare che i nostri vecchi brontolavano quando guardavamo Goldrake o Mazinga. In alcuni casi ce li vietavano anche. Se fossero stati più attenti, avrebbero individuato ben altri pericoli per la nostra innocenza in Lamù, Pollon o Dr. Slump.

Sospetto che tali titoli siano scampati ai tentativi di censura toccati invece ai robottoni solo perché pigramente assimilati a divertissement d’oltreatlantico come Tom & Jerry o Willy il Coyote. Non che questi ultimi fossero tanto innocui, a ben guardare (come in seguito dimostrato, tra gli altri, da Squeak the Mouse e dai Simpson)… Ma, per l’appunto, bisognava ben guardare.

C’è da dire che anche l’edizione italiana in sé, nel suo piccolo, ha fatto storia: basti pensare alla scatenatissima sigla (Com’è difficile stare / se non possiamo sbagliare mai: lezione di vita) o al modo frizzantino in cui Rosalinda Galli, storica voce italiana di Lamù, chiamava “tesorucciooo”…

Ma l’opera è tuttora imprescindibile anche in Giappone. Proviamo a capirne il perché.

Rifondare i generi

Era il 1978, si è detto. L’industria del manga aveva cominciato la sua incredibile espansione. Tezuka Osamu aveva già gettato le fondamenta dei generi tuttora in vigore (dal manga coi robot a quello con gli animali, dallo storico al fiabesco, dal thriller allo horror, persino lo shōjo). Di più, i tempi erano ormai propizi per una nuova fase.

Takahashi Rumiko, classe 1957 e quindi poco più che ventenne all’epoca del suo debutto con Lamù, fu tra coloro che rimescolarono le carte. La sua prima grande creazione si presenta come un’opera di fantascienza, ma con i toni della commedia. Per intenderci, è come se, in un panorama editoriale fatto di Fondazioni e di Dune, Takahashi si fosse inventata Marziani, andate a casa e Guida galattica per autostoppisti.

Chiaramente, questo tipo di operazioni non nasce mai dal nulla e una tale ibridazione di generi si ricollega a esperimenti precedenti e tradizioni antichissime, compresa l’allegra follia delle pionieristiche vignette di Hokusai. Lo stesso Tezuka ne è tutt’altro che ignaro.

Inoltre, della fantascienza umoristica di Lamù entrano a far parte anche il patrimonio folclorico giapponese e una certa vena sentimentale. Ma, per parlare di questo, ci serve prima un po’ di trama.

L’antefatto

Alieni provenienti dal pianeta Uru attaccano la Terra. Per evitare un inutile spargimento di sangue, concedono che il loro campione sfidi quello dei terrestri. Purtroppo questi, scelto rigorosamente a sorte, si rivela essere non esattamente un modello di rettitudine: si tratta del mediocre dello sfigato Moroboshi Ataru.

Ataru dapprima non ne vuole sapere, ma poi fa di necessità virtù. Anzi, accetta la competizione molto volentieri, dopo aver scoperto che, per vincere, dovrà toccare i cornini presenti sulla testa della provocante aliena Lamù.

L’impresa si rivela più difficile del previsto, poiché la bella è capace di volare e quindi risulta un tantino… inafferrabile. Passano i giorni e i fallimenti, e Ataru, da idolo delle folle, viene retrocesso a capro espiatorio.

Lo risolleva Shinobu, la sua fidanzatina, la quale gli promette che lo sposerà se lui riuscirà a trionfare. Ringalluzzito, proprio all’ultimo tentativo concessogli, Ataru riesce finalmente ad acchiappare Lamù. Però, nel farlo, grida: “Per le nozze!” Lamù fraintende, si riconosce sconfitta e… accetta la proposta di matrimonio.

Extraterrestri poco extra

Qui c’è da capire una cosa importante (fingerò che non la sappiate già): Lamù e compagni non sono semplici alieni antropomorfi. Hanno zanne e corna, portano vesti tigrate e scagliano fulmini. Tutti i giapponesi (non noi bambini italiani degli anni Settanta, ma i giapponesi sì) riconoscono in questi i tratti caratteristici degli oni, i demoni delle tempeste del folclore nipponico.

Oni Statua
Un oni in versione tradizionale.
(Immagine da Wikipedia.)

L’idea da cui parte Takahashi è dunque semplice quanto geniale: gli spiriti e i mostri dell’antichità erano non altro che alieni più progrediti degli umani.

Più avanti, oltre a un considerevole numero di oni, incontreremo anche Benten, amica di Lamù facente parte dei Sette Dei della Fortuna; Oyuki, sovrana del pianeta Nettuno che però è anche una classica “dama delle nevi”; Kurama, principessa extraterrestre allevata dai tengu (spiriti-corvo); e molti altri.

Tale materia narrativa al giorno d’oggi è ormai logora, ma non lo era all’epoca, e ancora se ne esploravano le possibilità. Basti pensare alle tante tipologie di “cattivi” messe in campo, sempre negli anni Settanta, da Nagai Gō.

Il maestro fa combattere sì il suo Goldrake (in origine Grendizer) contro degli invasori spaziali, ma ai due Mazinga oppone neonazisti e discendenti degli antichi micenei, a Getter i “dinosauri” e davanti a Jeeg schiera addirittura l’impero Yamatai (cioè il Giappone ancestrale). Per tacere del grandioso affresco biblico di Devilman. Insomma, la minaccia proviene, più che da lontani pianeti ipertecnologici, dalla nostra Terra e dal nostro stesso passato.

Non che in Lamù tutto ciò conduca a teorie fantarcheologiche. Non abbiamo a che fare con i monoliti accelerazionisti di Odissea nello spazio, tanto meno con le insulse divinità astro-egizie di Stargate. No, qui è tutto parodistico e diretto alla comicità.

Semmai potremo individuare in questo bizzarro spunto l’ennesimo sintomo del rapporto conflittuale fra tradizione e modernità tanto avvertito in Giappone. A maggior ragione negli anni Settanta, con l’avvento della prima generazione del dopo-bomba, una generazione che non ha vissuto il trauma ma che, anche e proprio per questo, è priva di riferimenti e ansiosa di ricostruire la nazione. (Spoiler: a ricostruire ci sono riusciti solo in parte, ottenendo un incredibile boom economico ma a prezzo di un soffocante immobilismo sociale.)

A proposito, “pianeta Uru” in giapponese si dice “Uru sei”. Questo, però, suona come: “Zitto! Sei fastidioso!” Lo sentiamo dire continuamente negli anime. Il titolo originale di Lamù, Urusei Yatsura, è insomma un gioco di parole: può significare contemporaneamente “quelli del pianeta Uru” e “casinisti”.

Compreso questo, procediamo con la nostra analisi. Ma non prima di aver chiarito ancora due cosette.

Premesse metodologiche

Primo. Nel seguito utilizzerò le tavole originali di Lamù malamente scansionate e rozzamente editate. Non lo faccio per mancanza di rispetto verso l’integrità dell’opera e verso gli aventi diritto in Italia, ma proprio in ossequio agli stessi. (Le tavole si leggono da destra a sinistra, all’uso giapponese.)

Secondo. Per forza di cose, sarò costretto a smontare i meccanismi della comicità. Pur sapendo che, quando le spieghi, le battute non fanno più ridere. Pazienza.

Lamù Tavola 01
Tavola 01 della storia in esame.

Un tartuffo zen

La nostra storia inizia con Sakurambo, vecchio monaco zen, accampato in un parco cittadino e intento nottetempo a cuocersi una disgustosa zuppa a base di lische di pesce e altra spazzatura. Ecco che nel pentolone gli appare il kanji di “sciagura”. (TAVOLA 02.) La pagina successiva ce lo mostra in casa Moroboshi: è al desco dei genitori di Ataru e li informa dell’infausto presagio. (TAVOLA 03.)

Lamù Tavola 02
Tavola 02.

Il fatto che il segno profetico appaia nell’intingolo ha intenti chiaramente parodistici. Tanto è vero che, subito dopo, Sakurambo sfrutta l’evento soprannaturale come scusa per correre dai Moroboshi e farsi offrire la cena. La consequenzialità fra le due cose è così automatica che il lettore rischia di non cogliere la gag. Idem per il fatto che Sakurambo abbia deciso altrettanto automaticamente e quindi spassosamente che il presagio riguardi Ataru.

Sakurambo è uno dei personaggi principali di Lamù, tra i primi a entrare in scena e tra i pochi a non lasciarla mai, per quanto le sue apparizioni con gli anni si diradino. Si tratta di un bonzo che vanta una austera spiritualità ma che in effetti è solo uno scroccone e un sadico, un lontano parente giapponese del Tartuffo di Molière e di tutti gli altri “sepolcri imbiancati”, religiosi ipocriti e opportunisti, diffusi decisamente anche da noi.

D’altra parte, la vera natura del personaggio è denunciata dal suo stesso nome, grazie a uno di quei giochi di parole tanto comuni in giapponese e tanto cari a Takahashi. “Sakuranbō” vuol dire “ciliegia”: l’ometto afferma di aver scelto questo appellativo perché la vita di un religioso è comoda in apparenza ma in realtà molto difficoltosa, proprio come tale frutto, che è dolce in superficie ma nasconde un nocciolo grosso e duro. Fandonie. La verità è che “bō” è un suffisso utilizzato per i monaci e che “sakuran” suona come “confusionario”.

Ne approfitto per chiarire che i nomi originari di Sakurambo e Lamù sono appunto “Sakuranbō” e “Ram” (o “Ràmu” o “Lam” o “Làmu” che dir si voglia): sto utilizzando le versioni italiane perché affermate da decenni nella testa e nel cuore di ogni fan. Il problema non si pone per tutti gli altri personaggi che cito nell’articolo, poiché i loro nomi rimangono invariati.

Torniamo all’evento soprannaturale. Sakurambo non ha tutti i torti. In effetti, come vedremo a breve, c’è davvero un’ennesima sciagura che sta per abbattersi sullo scalognato Ataru. Impariamo dunque due cose. Che nell’universo di Lamù esiste anche una componente magica (insieme alle astronavi e ai raggi laser troveremo fantasmi, incantesimi et similia). E che Sakurambo, a dispetto di tutto, è davvero un valente bonzo. Ciò, se possibile, lo rende ancora più buffo: non è un parassita che si finge religioso, è un religioso parassita. La dignità clericale viene messa in discussione e ridicolizzata.

Personaggi di Takahashi che funzionano allo stesso modo sono il maestro Happōsai in Ranma ½ (il combattente più forte in assoluto, che però è anche un vecchio depravato) e il microscopico Myōga in Inu Yasha (una pulce sapiente ma pure molesta e vigliacca). In questi casi, tuttavia, non trattandosi di autorità religiose, viene meno parte dell’effetto satirico. Uscendo per un attimo dalle opere di Takahashi, non si può non pensare al maestro Muten (alias il Genio delle Tartarughe) di Dragonball.

Ma facciamo un salto indietro, al primo episodio del manga. Tutta la saga inizia con Ataru che viene schiaffeggiato dalla sua fidanzatina Shinobu per aver adocchiato un’altra ragazza. Subito dopo, Ataru se ne va a meditare sui propri guai, appoggiato al parapetto di un ponte. Improvvisamente appare Sakurambo, che gli salta addosso scongiurandolo di non buttarsi di sotto e che, così facendo… lo butta di sotto. Cosa che Ataru non aveva mai avuto intenzione di fare.

Sakurambo è così: raramente mette in moto gli eventi, piuttosto è un elemento di disturbo, un apportatore di caos, un nonsense ambulante. Insomma, un parassita persino in merito alla propria funzione narrativa.

Lamù Tavola Extra
Così iniziava Lamù: Ataru, Shinobu e… Sakurambo.

Procedendo nella serie, la figura del bonzo verrà rimpicciolita, non solo metaforicamente; ma, proprio per questo, risulterà esaltata. Quando meno te lo aspetti, il beffardo testone pelato del minuscolo Sakurambo spunta all’improvviso in primo piano, a profetizzare sventure e a divorare tutto ciò che trova. Solo col panda di Ranma 1/2, Takahashi arriverà a creare un tormentone vivente altrettanto minimale eppure icastico.

Lamù Tavola Extra
Una delle tipiche apparizioni improvvise e completamente immotivate di Sakurambo.
Lamù Tavola Extra
Una delle ultimissime apparizioni di Sakurambo,
verso la fine dell’intera saga.
Si noti il rimpicciolimento della corporatura.

Ellissi fulminanti

Intanto, nella sua cameretta al piano di sopra, Ataru sta mettendo ordine. (TAVOLA 03.) Strano, per uno come lui. Infatti c’è un motivo preciso: Shinobu sta venendo a trovarlo. Ciò fa ingelosire Lamù, la quale prima reagisce con furore e poi con un tentativo di seduzione, infilandosi nel futon e sventolando il famoso bikini tigrato.

Lamù Tavola 03
Tavola 03.

Ma perché un adolescente come Ataru, in perenne travaso ormonale e abitualmente schifato dal gentil sesso, non vuole saperne di Lamù? Perché quella che, per uno come lui, sembrerebbe una fortuna, si è da subito rivelata una disgrazia. Lamù è infatti ingenua, capricciosa e possessiva, e per di più… sfoga la gelosia scagliando sul malcapitato dei dolorosissimi fulmini. Tutto il contrario della donnina sexy ma sottomessa che il maschilista Ataru desidera. In pratica, Ataru detesta l’unica donna che gli si concederebbe. (Shinobu fa eccezione, ma solo per il momento.)

Inoltre, i compagni di scuola di Ataru, non meno allupati di lui, adorano Lamù (una delle prime waifu della storia del manga), non accettano che lei abbia scelto proprio lui e non perdono mai l’occasione per manifestare il proprio rancore. Per non parlare del disprezzo di cui Ataru è circondato, in famiglia, a scuola, nel quartiere, ovunque, a causa dei guai che combina per colpa dei suoi esagitati rapporti con gli alieni. Insomma, Ataru avrà anche salvato la Terra, ma la sua vita da allora è un inferno… E anche prima non è che andasse poi tanto meglio.

Per dovere di completezza, anche se è scontato e anche se sicuramente lo sapete già, anticipo che, poco a poco, un certo sentimento germoglierà fra Ataru e Lamù. Ma ci vorranno anni, e sarà comunque un amore… alla Takahashi.

Esaminando un po’ meglio queste vignette, notiamo che procedono per ellissi, cioè eliminando alcuni elementi. Non solo Lamù passa repentinamente dalla rabbia alla lusinga, ma non vengono nemmeno mostrate le azioni intermedie dell’infilarsi nel futon e del togliersi il reggiseno (riferimento al primo episodio, in cui Ataru, durante la competizione, si impadronisce del prezioso indumento). Grazie alle ellissi, il montaggio qui è rapidissimo. Trattandosi di Lamù, diciamo pure fulminante.

Nelle sue opere successive, Takahashi arriverà a omissioni ancora più estreme. In Ranma 1/2, soprattutto, troveremo spesso un personaggio che infastidisce qualcuno e che nella vignetta successiva vola via malconcio, scagliato lontano da un pugno o da un calcio dell’altro, senza che il colpo venga mostrato. Non occorre mostrarlo: è un tormentone e, in quanto tale, più è veloce e meglio funziona.

Continuiamo. Entra Sakurambo, il quale, evidentemente ormai satollo, ha deciso di dedicarsi al suo secondo passatempo preferito dopo l’ingozzarsi a sbafo, cioè infastidire il prossimo (specie se il prossimo è Ataru). La sua presenza rende il battibecco con Lamù ancora più sgradevole. Ataru arriva a meditare una fuga d’amore con Shinobu e viene istantaneamente abbrustolito da Lamù con una scossa elettrica delle sue. (TAVOLA 04.)

Lamù Tavola 04
Tavola 04.

Discorsi antifrastici

Nel mentre, Shinobu cammina per strada, diretta a casa Moroboshi. La vediamo tutta sconsolata, perché sa che vi troverà non solo il suo Ataru ma anche l’invadente Lamù.

In quella, le nubi si addensano, cade un fulmine e appare una mostruosa creatura, una specie di gigantesco toro tigrato. La discesa dal cielo e le striature sul manto ci fanno capire immediatamente che si tratta di un altro extraterrestre proveniente dal pianeta Uru. (TAVOLE 05 e 06.)

Lamù Tavola 05
Tavola 05.
Lamù Tavola 06
Tavola 06.

L’apparizione di questo nuovo personaggio è un colpo di scena, e infatti viene enfatizzata fino a prendersi oltre metà della tavola. Per di più la vignetta invade il canaletto e deborda oltre i margini della pagina. Ma più sotto accade qualcosa di non meno importante: il mostro si sgonfia letteralmente, come un palloncino bucato, e assume sembianze umane.

Takahashi ama sorprendere a colpi di antifrasi: spesso ti fa ridere dicendo una cosa e poi rivelando che intende il contrario. È il tipo che saluta un’amica dicendole: “Tesoro, spero di rivederti presto… Così mi restituirai i mille yen che ti ho prestato!” Vediamo cosa fa in questo caso.

Il nuovo arrivato (ci verrà spiegato dopo) è Rei, ex fidanzato di Lamù, ragazzo così bello che ogni donna si innamora di lui al primo sguardo. Rei ha però una doppia natura: quando è affamato o insonnolito o arrabbiato (insomma, quando prendono il sopravvento i suoi istinti più bassi), si trasforma nel bestione che abbiamo appena incontrato.

Di primo acchito Rei potrebbe sembrare una sorta di Dottor Jekyll, una persona buona e bella che nasconde dentro di sé uno spaventoso e violento Mr. Hyde. Niente di più sbagliato: scopriremo dopo che Rei è stupido in entrambe le sue forme. Non è capace di articolare frasi di senso compiuto, è terribilmente irascibile, prova interesse solo per il cibo, ama Lamù di un amore infantile ed elementare. Il toro tigrato non è la parte repressa del suo Io: è totalmente il suo Io.

Ecco quindi che l’autrice ci presenta una bestia, poi contraddice il tutto rivelando che la bestia è un principe e infine contraddice di nuovo la contraddizione, in quanto il principe è a tutti gli effetti una bestia. Un colpo di scena dietro l’altro, un ridimensionamento dietro l’altro, una risata dietro l’altra. (E scusate se ho spoilerato il seguito, ma non potevo fare altrimenti.)

Il corpo gommoso di Rei

Cosa ci ricorda questa duplicità corporea che va in cortocircuito sul piano caratteriale? Naturalmente Ranma. Il protagonista del successivo manga di Takahashi può atteggiarsi quanto vuole a personaggio volitivo, forte della sua padronanza delle arti marziali, ma la verità è che è un ragazzo insicuro, vittima di due genitori castranti, emotivamente represso e sessualmente frustrato.

Quando Ranma si trasforma nel suo alter ego femminile, pur lamentando la virilità perduta, si sente molto più a suo agio con sé stesso e col mondo: acquisisce disinvoltura, ostenta il prorompente seno e arriva a sedurre aitanti giovanotti anche solo per farsi offrire un gelato. È da donna, quando è libero dalle convenzioni sociali, che Ranma domina la situazione.

Lo stesso si potrebbe dire degli altri personaggi: non è un caso se papà Genma si trasforma in un indolente panda, l’aggressivo ma confuso Ryoga in un tenero maialino, e così via.

Praticamente in tutte le opere di Takahashi troviamo figure dalla doppia natura cortocircuitata: limitandoci ai più evidenti, ricordiamo almeno Inu Yasha, Rinne e Mao, tutti metà umani e metà spiriti.

A questo punto non possiamo non renderci conto della sensibilità particolare che la grande mangaka ha per il corpo umano. Certo, la deformabilità dell’anatomia, inserita in una violazione metodica delle leggi della fisica, è un topos praticamente universale nel fumetto e nell’animazione umoristici. Altrimenti non potremmo avere uno Scooby-Doo che estromette un paio di metri di flessibilissima lingua per arraffare un torreggiante tramezzino; oppure un Paperino che corre nel vuoto per diversi istanti prima di accorgersi di essere uscito di pista e precipitare rovinosamente; né una Lucy che manda Charlie Brown gambe all’aria semplicemente urlandogli contro.

Anche nel mondo di Takahashi Rumiko è così: un pugno può essere tanto potente da spedirti nella stratosfera e, per contro, una micidiale scossa elettrica procurarti solo una bruciacchiatura. Per lei, tuttavia, l’operare sui corpi spesso acquisisce (chissà quanto involontariamente) valenze che vanno ben oltre l’espediente comico.

Qui abbiamo un corpo gommoso, come quello di Rei e un corpo che si contorce, come quello di Ataru (si vedano le michelangiolesche torsioni della sua figura nella vignetta in cui Lamù tenta di impedirgli di mettere ordine e in quella in cui lo folgora). In Ranma ½ è tutto un trionfo di corpi che mutano istantaneamente.

Ci sono poi corpi costantemente demonizzati e de-demonizzati, come quelli di Inu Yasha, di Mao (e Nanoka), di Azusa in Il bersaglio che ride e dei personaggi della “saga delle sirene”. E ancora dei corpi che alternano ripetutamente infanzia e maturità, come in Oltre le fiamme; un corpo in parte invisibile (anche socialmente e psicologicamente), come quello di Rinne; uno che ingrassa e dimagrisce di continuo, come quello del pugile di One Pound Gospel

Infine, corpi come quelli degli inquilini di Maison Ikkoku, i quali, pur non essendo mutevoli, o forse proprio per questo, si configurano come etichette di tipi sociali (la casalinga appesantita e pettegola, la cameriera sexy e frivola, il salaryman anonimo ma tutt’altro che rispettabile, lo studente fuori corso deboluccio e succube), ognuno dei quali corrisponde a un numero che (col solito gioco di parole) compare nel suo cognome ma che è anche il numero della stanza affittata e rappresenta un quartiere, o quantomeno un luogo tipico, di Tokyo.

Pare dunque di poter concludere che Takahashi Rumiko, anche se in maniera meno evidente di altri autori, persegua una sua personale poetica dell’instabilità del corpo. Ciò nell’ambito del quadro più ampio di una totale, tragicomica, inaffidabilità dell’esperienza umana: vedremo infatti che, per la mangaka, non solo le identità, ma anche il tempo, lo spazio e le relazioni interpersonali sono mutevoli e quindi incerti.

Di psicodrammi collettivi

Ataru comincia a preoccuparsi del ritardo di Shinobu. Lamù, indispettita, spera che la rivale sia stata aggredita dal mostro di cui va cianciando Sakurambo. In un certo senso è proprio così: Shinobu appare al balcone, con un’espressione stravolta per aver dovuto cavalcare il toro tigrato in cerca di Lamù fino a casa Moroboshi. Ma la sua condizione viene fraintesa dai presenti, che la scambiano per un fantasma. Sakurambo si mette a salmodiare: “Riposa in pace!”, Lamù grida “Evviva! Shinobu è morta!” e Ataru abbraccia la cara salma commosso. (TAVOLA 07.)

Lamù Tavola 07
Tavola 07.

Ci credono davvero? Sakurambo, come abbiamo visto, ama seminare zizzania. Lamù spesso assume dei comportamenti a dir poco riprovevoli, che le perdoniamo solo perché è più ingenua che cattiva. Ma Ataru? Crede sul serio che Shinobu sia morta? Finge? Scherza? … Tutto e niente. È impossibile da stabilire. Influenzato dagli altri due, Ataru assume spontaneamente il ruolo che gli spetta in questo psicodramma collettivo di umane passioni. Umane, sì; perché ormai abbiamo maturato la certezza che non sono stati gli extraterrestri a portare scompiglio sulla terra: i terrestri sono sociopatici in sé, lo erano anche prima dell’incontro con gli alieni.

E lo psicodramma non finisce qui. Mancano ancora due pazienti: i genitori di Ataru.

Il rossore della mezza età

Il malinteso viene chiarito, Shinobu assicura di essere viva e vegeta, il toro tigrato fa irruzione (un’altra vignetta esplosiva, con onomatopea addirittura debordante) e poi riassume sembianze umane. (TAVOLA 08.)

Lamù Tavola 08
Tavola 08.

A questo punto Lamù spiega ai presenti chi sia il nuovo arrivato. Però abbiamo di nuovo un’ellissi, in quanto questa conversazione non viene mostrata.

Forse Takahashi temeva che sarebbe stato un passaggio meramente funzionale, atto solo a fornire a chi legge le informazioni necessarie. Non c’era questo pericolo, perché avrebbe saputo sicuramente rendere comico il dialogo con qualche battuta delle sue. Fatto sta che l’autrice preferisce fare altrimenti: coinvolge la madre di Ataru.

Durante la colluttazione, la scena si interrompe bruscamente, proprio sul più bello, come in un piccolo cliffhanger. La focalizzazione si sposta sulla signora Moroboshi, la quale, attirata dal clamore, sta salendo le scale. Entra nella camera del figlio, vi trova il nuovo arrivato e chiede spiegazioni. Così, tramite lei, il lettore apprende dell’identità di Rei. Attenzione, però: non è tutto qui. La genialità della trovata sta nel fatto che lo spiegone non solo è offerto con disinvoltura, ma finisce col passare in secondo piano rispetto alla nuova catena di eventi cui dà inizio.

La madre di Ataru, entrando nella stanza, entra a sua volta nello psicodramma. Ammira l’avvenenza di Rei e… arrossisce. Sakurambo le chiede se non è troppo vecchia per imbarazzarsi davanti a un bel ragazzo e lei risponde che è ancora abbastanza giovane per… provare dei sentimenti. Ataru, scandalizzato, grida: “MAMMA!” (TAVOLA 09.)

Lamù Tavola 09
Tavola 09.

Fermiamoci un attimo ad analizzare la tavola.

Abbiamo una prima vignetta con la signora che sale le scale: la vignetta è verticale, per dare il senso della direzione, ed è sovradimensionata, perché costituisce uno “stacco” rispetto alla scena precedente (che si svolgeva invece dentro alla stanza). Nella seconda vignetta, la signora apre la porta titubante.

Nella terza la vediamo in primo piano da un lato che fissa sbalordita l’altro lato, dove Rei sta placidamente abbracciando Lamù e quest’ultima oppone resistenza con pugni levati e zanne in evidenza. Le linee di movimento sullo sfondo rendono sì l’idea dell’agitazione, ma, a ben guardare, convergono verso la signora. È il suo punto di vista, quello che abbiamo assunto. Inoltre, al centro dell’immagine si trovano Ataru e Shinobu, che non stanno osservando il litigio (quello, per loro, ormai è cosa acquisita), bensì la signora.

Segue un’altra vignetta doppia e verticale: Ataru dà alla donna (e a chi legge) le informazioni necessarie su Rei, ma la cosa non è poi così importante, perché madre e figlio si trovano ora indietro, mentre Lamù e Rei sono passati in primo piano. L’inquadratura precedente è ribaltata, eppure il focus è ancora sulla signora Moroboshi e su ciò che vede.

Come se non bastasse, la vignetta successiva presenta di nuovo, addirittura per la terza volta di seguito, la signora da un lato e il bel Rei dall’altro; ma questa volta restano solo loro due, perché gli altri personaggi sono scomparsi, come scomparso è il resto del mondo. Lo sfondo della vignetta è totalmente bianco. Pare quasi di sentire campanelle e uccellini, di vedere stelline e cuoricini. Tutto semplicemente grazie a una inquadratura riciclata, all’assenza di sfondo e di suoni, e a pochi trattini sulle guance della donna.

Manca ancora una vignetta alla fine. Chi spunta? Sakurambo. Ve lo eravate dimenticato? C’era anche lui nella stanza, ma non era più stato disegnato: Sakurambo appare quando meno te lo aspetti, a smascherare la signora, a dire l’indicibile, a gridare che il re è nudo.

Non possiamo che inchinarci di fronte a tanta sapienza registica.

Due parole anche sulla reazione di Ataru. Il monaco accusa la signora di una lussuria tanto più invereconda in quanto di donna adulta. Lei gli risponde in un modo che, più che negare, conferma. Ataru la rimprovera indignato. Proprio lui che non è certo uno stinco di santo? Certo, proprio lui. Ataru sarà anche un cascamorto e un fannullone, ma non è un ribelle.

Dentro di sé coltiva ambizioni borghesi: vita lussuosa, pantagrueliche scorpacciate, donnine arrendevoli. Lui, adolescente, può comportarsi male; gli adulti no. Altrimenti crollerebbero le poche certezze che possiede, nella sua esistenza da derelitto. Il che, guarda caso, è proprio ciò che accade nell’onirico Beautiful Dreamer: il mondo non ha più regole, la vita è un’eterna baldoria, ma… il risultato non è piacevole come sembra.

Termina così la prima parte dell’analisi. Trovate QUI la seconda parte!

Ed ecco anche qualche altro link per approfondire.

Takahashi Rumiko su Wikipedia

Lamù su Wikipedia

La nuova stagione di Urusei Yatsura su Fumettologica

Il sito ufficiale della nuova stagione di Urusei Yatsura

Le migliori opere di Takahashi Rumiko su Otaku’s Journal

E, infine, grazie a Cami per la consulenza in materia di lingua giapponese!

Lamù Sketch Autografo
Sketch di Takahashi Rumiko
per l’annuncio della nuova stagione.

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