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Recensione light novel: Mi sono reincarnato in uno slime

Qualche mese fa, proprio prima di Capodanno, mi è stato gentilmente inviato, dalla nuovissima e vivacissima Dokusho edizioni, il primo volume de Mi sono reincarnato in uno slime, una light novel scritta da Fuse, nom de plume di un uomo misterioso di cui però si conoscono la passione per gli MMO, la professione di salaryman e… il gruppo sanguigno (zero!).

La storia originale è divenuta ormai un famoso IP che conta un anime da due stagioni, vari spin-off, gadgettistica, manga e quant’altro: è, effettivamente, uno dei primi titoli che appaiono quando si cerca la parola isekai sul Web.

Da i 異 “altro” e sekai 世界 “mondo”, il genere, già topos letterario in patria come in tanti altri paesi, ha spopolato negli ultimi anni e delinea tutte quelle storie che hanno a che fare con uno o più personaggi trasportati, reincarnati o comunque “spostati” in un universo parallelo o in un altro mondo.

Diciamo che il genere, nella sua declinazione attuale, non mi esalta particolarmente: rifuggire il mondo reale per un altro fittizio e una versione di sé idealizzata. Alla fin fine, sono comunque cresciuto con i vari Digimon Adventure, I cieli di Escaflowne, Inuyasha e Magic Knight Rayearth, dove il fine ultimo della trama non era il restare nel mondo alternativo, ma uscire per tornare a quello reale con qualche esperienza alle spalle. In più, c’erano chiaramente meno influenze da videogiochi, per ovvi motivi.

In ogni caso, mi sono avvicinato all’opera senza preconcetti. Giuro!

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La trama

La trama segue Mikami Satoru, un impiegato dal corpo di un trentasettenne ma dall’atteggiamento più consono a un tredicenne, che perde la vita in un incidente: accoltellato da un malvivente mentre cerca di proteggere due suoi colleghi, Tamura e Sawatari (della cui relazione sentimentale è abbastanza geloso). Pensando che la sua vita sia ormai giunta al limite, prega Tamura di cancellare tutti i file che ha sul computer (tralasciamo cosa questo possa implicare) e tira le cuoia.

In realtà, come in ogni isekai che si rispetti, si ritrova vivo e vegeto in un mondo fantasy, anche se molto più simile a un videogioco mobile (mobage) che a un effettiva realtà a sé stante alla Berserk o simili.

Nel “vivo e vegeto” c’è da intendere anche il suo nuovo corpo da slime super potente. Non va perso il chiaro contrasto fra l’essere una creatura che tutto il mondo ritiene inutile e l’avere tanto potere da riuscire ad abbattere qualunque tipo di nemico senza nessuno sforzo particolare.

È in questo mondo alternativo che Mikami si muove col suo nuovo nome: Rimuru Tempest. Essendo un piccolo slime super potente, riuscirà lentamente ma inesorabilmente a crearsi un nome in quanto piccolo slime super potente. Anche se, diciamoci la verità, non resterà per sempre un piccolo slime super potente. Al massimo diventerà solo più potente. E forse avrà anche delle braccia.

Però non vi racconto altro. Fra l’inizio di una guerra, draghi, lupi, eroi e goblin, lascio a voi l’onere di capire se la storia possa essere nelle le vostre corde o meno. Come ho già detto all’inizio, non è proprio il mio genere, ma è sicuramente un’opera interessante per chi di isekai contemporanei va ghiotto.

Lo stile

Lo stile narrativo è diretto, senza troppi fronzoli nelle descrizioni degli ambienti, ma estremamente dettagliato per tutta quella parte che riguarda le varie skill acquisite, le mosse d’attacco o difesa, etc. Quindi c’è un’enorme minuzia nel voler raccontare la storia esattamente come se il lettore fosse di fronte alla schermata di un videogioco.

Fuze ci mostra la sua ampissima conoscenza dei sopracitati mobage e dei giochi di ruolo, che però va a penalizzare il racconto emotivo e psicologico dei personaggi, un po’ troppo vittime degli stereotipi (per quanto io abbia visto di molto peggio), ma, soprattutto, rende la lettura davvero complessa da seguire, proprio per l’eccessiva mole di dettagli.

Edizione italiana

Il volumetto

Prendendo in mano il piccolo volume, troviamo una corrispondenza esatta con i B6 giapponesi, il formato normalmente usato per la stampa di opere per un pubblico più maturo (seinen, josei). Ogni volta vi domanderete perché decido di focalizzarmi sempre su questa parte estremamente tecnica e la risposta è semplice: devo capire dove infilarlo in libreria!

In ogni caso, l’edizione è ottima. La qualità della carta è giusta, né troppo sottile né troppo spessa, adatta anche per far risaltare le belle illustrazioni, sia in bianco e nero che a colori, che ci accompagnano durante la lettura, create dall’artista Mitz Vah.

Volumetto e cartolina

Anche la sovraccoperta, seppur minimale, è di grande impatto e risulta molto professionale. Riesce a mostrare i colori brillanti e i neri pieni. L’obi (anche detto “quel foglietto che sta ancora sopra la sovraccoperta”) ci riserva una bella sorpresa: al suo interno si trovano una illustrazione presa dall’anime e anche l’offerta di un mese gratis di abbonamento alla piattaforma di streaming Crunchyroll. È sempre bello vedere questo tipo di collaborazioni!

Il prezzo di €13 è giusto per questo tipo di prodotto: stiamo comunque pagando per un libro che include anche illustrazioni a colori! In più, la copia arriva con un piccolo cartoncino pubblicitario (abbastanza sottile) del prossimo volume della saga.

Illustrazione di Miz Vah

Comunque, adoro la piccola mascotte a forma di libro. Dokusho è riuscita a trovare il punto giusto fra il kawaii e il funzionale, con questo piccolo libriccino colorato in baby blue, il cui design non risulta affatto ingombrante né fastidioso. E poi sorride! Chi potrebbe odiarlo? 

A livello estetico, è proprio un bel volume da avere sullo scaffale.

La traduzione

Contesto

Apriamo una piccola parentesi sulle light novel in sé prima di soffermarci sulla traduzione italiana.

La lingua giapponese ha sempre vantato una grande differenza fra scritto e parlato. Ciò ha quindi creato, a lungo andare, un’ampia discrepanza fra chi fosse capace di leggere opere letterarie e chi, invece, faticava parecchio a seguire i mille vocaboli tirati fuori da un Dazai o un Mori.

Al momento, però, il Giappone è riuscito a rendere la sua popolazione completamente alfabetizzata e non a livelli di “riesco a leggere e capire Piccoli brividi”: il range di comprensione linguistica di un giapponese medio è ben più alto di quello di un italiano qualunque.

Le light novel nascono negli anni Novanta, grazie alla minoranza otaku giapponese (sì, non so se devo dirvelo io che in Giappone non tutti sono fan di anime e manga), spinta dal desiderio di leggere storie veloci e facili da comprendere, ma che al contempo rimandassero al mondo manga per struttura, dialoghi e trope narrativi.

Tutto questo perché un capitoletto doveva occupare l’intervallo di tempo tra la casa e il luogo di lavoro: ecco perché dagli anni Duemila abbiamo avuto un boom di light novel in stile “post sul proprio blog”.

Infatti, il catalogo di questo tipo di opere è aumentato esponenzialmente in Giappone, al contrario che nel resto del mondo. Esportazioni di manga e anime sono in salita, ma le light novel sono ancora difficilmente reperibili al di fuori dei confini giapponesi.

Ecco perché apprezzo molto lo sforzo portato in campo da Dokusho edizioni, per quanto non siano i primi ad aver tradotto opere di questa tipologia letteraria ancora sconosciuta in Italia.

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Traduzione vera e propria

Dopo questo lungo preambolo, è giunto il momento di parlare della traduzione italiana a cura di Massimo Morelli. Il tentativo di rimanere fedeli al giapponese è, come sempre, encomiabile da parte dei traduttori, ma con un’eccessiva letteralità di alcune strutture sintattiche si rischia di essere troppo robotici, troppo… finti.

Inoltre, l’intero libro è costellato da errori ortografici e punteggiatura inadeguata; il che non aiuta la traduzione, ancora distante dal livello professionale che l’estetica del libro stesso ci presenta. L’adattamento sembra essere stato lasciato in disparte, creando quindi una scrittura quasi bambinesca.

Le light novel sono rivolte a un pubblico più giovane, ovvio: di sicuro non avremo uno stuolo di sessantenni correre ad acquistare Mi sono reincarnato in uno slime. Tuttavia, non per questo si dovrebbero fare sconti sull’adattamento in un italiano corrente e corretto, proprio perché chi andrà a leggere sarà principalmente un pubblico di giovani e giovanissimi.

Inoltre, l’impaginazione ha un costante rinvio a capo delle frasi che, alla lunga, infastidisce e intralcia la scorrevolezza del testo. Sono consapevole che il testo originale abbia proprio questo vezzo stilistico, ma non è proprio di Fuze, bensì del giapponese contemporaneo stesso. Avere una sequela di frasi e frasette brevissime non è naturale per la lingua italiana.

Esempio di romanzo giapponese, Nishi no majo ga shinda di Nashiki Kaho (in italiano tradotto da Michela Riminucci come Un’estate con la strega dell’ovest, per Feltrinelli).
Due pagine dal volumetto.

Ecco, diciamo che, in soldoni, si può fare molto meglio. Incrocio le dita per il loro prossimo lavoro, Il monologo della speziale!

Conclusioni

In quanto opera in sé e per sé, leggerlo è stato un interessante esperimento per me. Uscire dalla propria comfort zone, ogni tanto, può essere utile per trovare nuovi spunti, un po’ d’ispirazione, capire cos’è che piace al momento.

Purtroppo ci sono dei grossi nei nella versione italiana, ma che possono comunque essere migliorati. Alla fin fine, Mi sono reincarnato in uno slime è il primo titolo della neonata casa editrice, quindi mi aspetto una scalata in qualità e poi, chissà, magari fra qualche anno si ristamperà anche questa con una nuova traduzione revisionata.

Auguro loro un imbocca al lupo e una lunghissima carriera!

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