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Intervista a Shirahama Kamome, autrice di “Atelier of Witch Hat”

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Introduzione: chi è Shirahama Kamome?

Shirahama Kamome, ovvero l’autore, o meglio, l’autrice, di uno dei titoli più acclamati ultimamente in Italia e sul mercato manga: “Atelier of Witch Hat”. Conosciuta in particolar modo per le sue impeccabili illustrazioni a sfondo Marvel, un panorama che le permise di far discutere a lungo sul suo conto. L’esordio nel mondo fumettistico giapponese avviene nel 2012, anno in cui la Kamome pubblicò sotto la casa editrice di Enterbrain il suo primo lavoro dal nome “Enidewi”, o, più semplicemente, Eniale & Dewiela (al momento annunciato in Italia).

“Atelier of Witch Hat” è, senza alcun dubbio, un’opera tanto interessante quanto caratteristica e il merito non è attribuito solamente al magico e fiabesco tratto che contraddistingue le pagine. La magia, un tema alquanto caro e assai facile da trovare in un manga; quella di Shirahama Kamome però, possiede un qualcosa di diverso, un qualcosa di onirico e che fa sognare i lettori. Proprio come dovrebbe essere.

🌟 Leggi anche: Otaku’s Journal consiglia “Atelier of Witch Hat”.

• Che cosa ti ha spinto ha creare un mondo come quello che possiamo vedere in “Atelier of Witch Hat”?

Shirahama Kamome: Beh, ecco, un giorno stavo consultando dei miei amici illustratori, stavamo discutendo sul disegno in generale: solitamente si parte da una superficie totalmente piana e vuota, che è il foglio, per concludere con il realizzare una precisa figura. Se riflettiamo è un po’ come la magia, se il disegnatore non ha nulla in testa di conseguenza non potrà realizzare granché. Il tutto sta nel concentrarsi ed impegnarsi a buttare su carta ciò viene formulato dal nostro pensiero. E così, improvvisamente, mi è venuta voglia di realizzare un’opera che trattasse proprio di magia.

Cover del primo volume raffigurante Coco, la protagonista.

• Nel tuo manga il concetto di “magia” viene attentamente spiegato. Ti sei a lungo documentata per ottenere questo preciso risultato?

Shirahama Kamome: Devo ammettere che non è la magia in sé e per sé che ha richiesto numerose ricerche, bensì gli scenari in generale. Come potete vedere infatti, gli sfondi e i paesaggi naturali presenti in “Atelier of Witch Hat” sono alquanto dettagliati, a volte persino più dei personaggi posti in primo piano. Ho un grande rispetto per i prodotti artigianali nonché degli artigiani e dei lavori manuali. Mi piaccioni i libri e le librerie, le ampolle di vetro, i vestiti di epoca medievale, insomma tutto ciò che calzerebbe alla perfezione in una narrazione di tipo fiabesco.

Pagina a colori disegnata in occasione del primo capitolo. Molto probabilmente una delle illustrazioni più simboliche.

• Parlando proprio dei paesaggi: questi sembrano alquanto realistici, a cosa ti sei ispirata per realizzarli?

Shirahama Kamome: Adoro viaggiare, molte volte mi è capitato di andare all’estero, sia per impegni di lavoro che non. Mi piace soffermarmi in particolar modo sui dettagli che costituiscono uno scenario, non so se mi sono spiegata bene, in parole povere concentro il mio occhio più sui singoli tasselli e non sul mosaico completo. Quindi direi che dietro i panorami realizzati in “Atelier of Witch Hat” si nasconde semplicemente uno sfrenato desiderio di scattare fotografie e di immortalare l’attimo ideale.

I personaggi principali (da sx a dx): Orugio, Qifrey, Coco, Agate, Tetia, un insetto-pennello, Riche, Euini e Tartah.

• Rendere lo sfondo della tavola ricco di dettagli e dunque completo è un qualcosa che ti viene naturale? Da dove è sbocciata questa passione?

Shirahama Kamome: No, non lo definirei un qualcosa di spontaneo, o almeno non lo era all’inizio della mia carriera. Sono dell’idea che disegnare allena la mente: più una figura, o un personaggio, viene abbozzato su un foglio, più questo diventa automatico. È naturale, per ogni mangaka dovrebbe essere così, altrimenti sarebbe difficile creare un manga. Comunque, riferendomi ora ai particolari enunciati precedentemente, posso confermare che, molto spesso, ricreare fedelmente un oggetto in particolare può risultare ben più complicato rispetto al delineare un personaggio. Questo perchè siamo (quasi) obbligati ad eseguire una vera e propria ricopiatura dal vivo, ovvio poi, delle piccole modifiche possiamo anche apportarle, ma stando sempre attenti a non deformare ciò che esiste realmente.

All’università ho studiato design artigianale e la maggior parte delle sue applicazioni, penso sia fiorita da qui questa mia passione. All’epoca era una materia che mi interessava parecchio, non mi sarebbe mai saltato in mente il desiderio di divenire una mangaka, non era quello inizialmente il mio obbiettivo. Ancora oggi sono molto legata al passato e sono felice di poter combinare il design al disegno cartaceo, è come se stessi padroneggiando una tipologia di arte superiore.

“Atelier of Witch Hat”: veduta di un paesaggio.

• Puoi parlarci un po’ della figura del “mago” nella tua opera? A prima vista sembra alquanto differente dal classico canone fiabesco.

Shirahama Kamome: Molto spesso le storie che trattano di magia e di stregoni vedono i maghi discendere da famiglie nobili o, perlomeno, da casate di alto prestigio. In “Atelier of Witch Hat” è invece l’esatto contrario: tutti possono praticare la magia, quest’ultima non è riservata solamente ai ceti nobiliari. Coco, la nostra piccola protagonista, proviene da una famiglia umile, nonostante ciò viene presa sotto l’ala di Qifrey e qui la vita le pone davanti una grandissima occasione. La magia viene disegnata, ero consapevole del colpo di scena che avrebbe investito gli spettatori, ma, come già spiegato, questo non è altro che un riferimento alla figura del disegnatore. Trovo simpatica l’idea di assegnare un ben preciso significato allegorico alla figura dello stregone.

Qifrey mostra la sua magia.

• Comprendiamo che la magia non sempre aiuta. È importante sottolinearne anche gli aspetti negativi?

Shirahama Kamome: Praticare la magia, per fare un esempio sciocco, è come guidare un’automobile, bisogna stare sempre vigili e attenti se non si vogliono causare o fare incidenti di percorso. A parer mio era obbligatorio introdurre nella trama i cappelli a tesa larga, ovvero gli antagonisti principali e dunque Iguin: probabilmente il più suggestivo comparso fino ad ora. Se devo dire la mia, ammetto che disegnare questi ultimi personaggi è molto più interessante e divertente rispetto alle figure principali.

Questo perchè i cappelli a tesa larga, come del resto si può ben notare nel corso della narrazione, sono in un certo senso “diversi” dal resto degli stregoni, i loro abiti sono un validissimo esempio. Il mio obbiettivo era disegnare una magia tanto bella e potente quanto proibita, ma volevo farlo con originalità.

Iguin.

• All’interno del manga la magia può essere intesa come una forma di maturazione psicologica?

Shirahama Kamome: La risposta è sì, questo è proprio ciò che volevo trasmettere ai lettori. Devo ammettere che ho pensato più volte di introdurre al pubblico Coco già nei panni di una maghetta, l’idea però non mi soddisfava. In maniera tale infatti, la bambina sarebbe stata simile alle sue compagne (intende Agate, Riche e Tetia), cosa che invece non volevo. È sempre bene collocare il personaggio principale leggermente al disotto delle aspettative, a mio modesto parere ciò contribuisce a rendere la figura più umana, più realistica. Questo ovviamente perchè il lettore segue passo passo il suo percorso di crescita.

Coco, inoltre, parte molto svantaggiata in confronto alle compagne di corso: è un’orfanella, il cui solo desiderio è quello di riabbracciare la madre e per farlo crede nella magia. Anche questo fa parte di un ragionamento logico che feci in passato durante la scrittura del copione. Senza questi “handicap” l’identikit della protagonista ora come ora sarebbe assai differente; va contato anche che, come conseguenza, non avrei potuto inserire Iguin così facilmente nella trama.

Coco: illustrazione a colori.

• Solitamente impieghi molto tempo per realizzare una tavola?

Shirahama Kamome: È difficile stimare quanto tempo impieghi nel realizzare una singola tavola, generalmente quando disegno perdo la cognizione del tempo e non mi è mai balenata in mente l’idea di cronometrarmi. In media comunque, realizzo più o meno 3/4 bozze preparatorie al giorno, queste includono: design del personaggio, studio dello scenario e riflessioni sul filo narrativo. Ammetto anche che spesso queste ultime vengono scartate perchè inadatte, dunque possono capitare delle giornate storte in cui non produco nulla.

Pubblico un capitolo di “Atelier of Witch Hat” al mese, non è molto ma nemmeno troppo poco, mi reputo abbastanza veloce. Solitamente comincio a realizzare il disegno proprio dallo sfondo, mi viene difficile immaginare i personaggi, le loro azioni e quindi le scene senza avere in testa un paesaggio definito. Utilizzo la maggior parte degli strumenti a mia disposizione, amo trascorrere molto tempo sul foglio e solo quando riesco a fare apparire un qualcosa di “barocco” posso ritenermi finalmente felice.

Studio sulla colorazione dei personaggi.

• Realizzi anche copertine per fumetti, ti aiuta ciò nel realizzare le tavole di “Atelier of Witch Hat”?

Shirahama Kamome: La domanda che un artista sente maggiormente rivolgersi è: “Come fai a realizzare continuamente lo stesso personaggio? Come fai a riprodurre lo stesso aspetto senza tralasciare neppure neppure il più piccolo dettaglio?”. È sempre bello fare chiarezza su questo tipo di quesiti. Diciamo che è praticamente impossibile fotocopiare così come è una bozza, ogni volta cambia qualcosa, anche a me capita o, a volte, lo faccio di mia spontanea volontà.

I personaggi dei fumetti americani sono diversi: non cambiano mai, al massimo è l’artista che cede il posto ad un altro, ma il character design rimane immutato. Tutto ciò aiuta moltissimo a parer mio, contribuisce ad affinare la tecnica e a realizzare una tavola quanto più realistica possibile.

Il Dottor Strange disegnato da Shirahama Kamome.

• Puoi descriverci brevemente la tua routine quotidiana?

Shirahama Kamome: Qui scendiamo sul personale (ride). A parte gli scherzi, conduco una vita abbastanza normale se posso dire: mi alzo verso le 10/11, a volte anche verso le 12, quando devo mettermi al lavoro. Arrivo sempre dopo i miei aiutanti (ha due aiutanti), ma questo perchè abbiamo orari lavorativi completamente differenti, il loro turno finisce verso le 19:00/20:00 di sera, mentre il mio può dilungarsi anche fino mezzanotte. Quando posso faccio anche un breve pisolino, per poi ricominciare a disegnare intensamente.

Sono solita mettermi in contatto con altri miei amici illustratori via Skype per ricevere o dare consigli, così facendo sembra di disegnare in compagnia e il tempo passa più velocemente. Non nascondo che quando la data di consegna delle tavole è oramai prossima divento ansiosa, in questi momenti mi piacerebbe veramente possedere la magia (ride).

Orugio & Qifrey: illustrazione a colori.

• Hai detto di avere due assistenti: come lavorate insieme? Andate d’accordo?

Shirahama Kamome: Non sono molte le volte in cui tutti e tre lavoriamo in gruppo, perchè come già detto abbiamo routine lavorative completamente opposte. Io mi occupo della storyboard, delle bozze delle tavole e, a volte, della stesura della china, cosa che sono soliti fare loro due. A differenza degli altri mangaka, i quali spesso assegnano compiti ben precisi ai loro aiutanti, come ad esempio la costruzione del paesaggio in secondo piano, preferisco occuparmi degli sfondi individualmente. Mi verrebbe infatti difficile spiegare loro ciò che mi passa per la testa. In “Atelier of Witch Hat” non compaiono panorami normali (ride), sono frutti maturati dalla fantasia.

Tavola finale del volume 1.

• La protagonista dell’opera: Coco, come ti è venuta in mente?

Shirahama Kamome: Domanda interessante. La mia opera non ha limiti di età, è adatta a tutti, ad un pubblico sia adulto che adolescente. Guardo sempre di buon occhio i giovani, ammetto che durante la stesura della trama ho pensato proprio a loro; mi piacerebbe che i ragazzi si rispecchiassero in Coco, o che al massimo la considerassero una loro coetanea. Coco sta percorrendo un sentiero che man mano la porterà a maturare, proprio come accade durante l’adolescenza.

Qifrey & Coco: illustrazione a colori.

• È raro trovare in un manga seinen una protagonista femminile, puoi spiegarci la ragione di tale scelta?

Shirahama Kamome: È proprio perchè è raro che ho deciso di fare indossare al protagonista dei panni femminili. Volevo creare un manga originale e questo è uno dei punti su cui ho fatto leva, al tempo stesso però, ero consapevole dei rischi e degli imprevisti che mi attendevano. Il personaggio di Coco non lo reputo di facile interpretazione: sono stata molto attenta a trattarlo con riguardo, desideravo che avesse qualcosa che le altre ragazze non possedevano.

Sia Agate, che Tetia e persino Riche indossano le vesti del classico personaggio secondario; cambiando un attimo discorso, volevo fare apparire la prima come la rivale della protagonista, ci sono riuscita? (ride). Comunque, pensavo di concentrarmi sulle loro personalità e il loro passato con il proseguire della storia.

Coco, Agate, Riche e Tetia: illustrazione a colori.

• Qual è secondo te la ricetta per creare un buon personaggio?

Shirahama Kamome: Questa è una domanda interessante, penso ci siano vari criteri per difinire se un personaggio è completo. Quando disegno gli sketch sono sempre molto attenta a non rendere troppo perfetto ciò che sto creando, mi piacciono i personaggi che, oltre ad avere i propri pregi, possiedono anche dei difetti. Generalmente seguo un identikit prestabilito, in maniera tale da gettare le basi, in seguito comincio a “smontare” il soggetto, punzecchiandolo e attribuendogli delle debolezze. Se dopo questa analisi l’elemento studiato è ancora convincente, allora merita un posto nella trama. È una specie di selezione naturale (ride).

Tavola raffigurante Coco e tutti gli oggetti magici principali.

• All’inizio della storia è presente la madre di Coco, un’altra figura rara in un’opera “seinen”. Fa sempre parte del tuo piano?

Shirahama Kamome: La madre di Coco svolge il ruolo di trampolino di lancio, è a causa della sua (apparente) morte se la ragazza decide di intraprendere gli studi presso l’atelier di Qifrey. Ho pensato di non reinserirla immediatamente nella trama, non sarebbe bello. È probabilmente questa spiacevole situazione, infatti, l’evento che più smuove la protagonista, che la costringe ad andare avanti e a guardare verso il futuro.

Coco: illustrazione a colori.

• La tua opera è molto legata allo stile “shonen”, nonostante sia un “seinen”. Puoi spiegarci meglio perchè?

Shirahama Kamome: È vero che “Atelier of Witch Hat”, seppur sia di stampo “seinen”, mantiene stretti i rapporti con il genere manga per ragazzi, ovvero gli “shonen“. Come già detto il manga funge anche da lettera indirizzata agli adolescenti: vorrei che si rivedessero nella mia invenzione; nonostante ciò, c’è qualcosa di più. Ci sono ragazzi, anche maggiorenni, che si dilettano nella lettura di manga indirizzati perlopiù ad un pubblico giovane e, viceversa, minorenni che adorano le tematiche mature dei “seinen”. La mia idea di base era creare un misto, spezzare i confini che rendono così tanto distinti due generi e, magari, riuscire a formulare un nuovo stile.

Tavola disegnata in onore dell’uscita del primo volume.

• Che cosa vorresti trasmettere in particolar modo ai tuoi lettori?

Shirahama Kamome: Mi piacerebbe trasmettere il piacere di imparare attraverso il mio manga. Ricordo che in gioventù non compresi totalmente il valore dello studio, all’epoca ero veramente ingenua: più studiamo, più impariamo e di conseguenza più opportunità avremo in futuro. Non voglio ricoprire il ruolo di “madre petulante”, ma è questo ciò che vorrei inculcare nella mente del pubblico (ride).

Shirahama Kamome: sketch.

• In (quasi) tutti i tuoi disegni compare il simpatico insetto-pennello. Potrebbe essere dunque considerato una sorta di mascotte?

Shirahama Kamome: Questa è una storia lunga. All’epoca, quando pensai ai personaggi da inserire in “Atelier of Witch Hat”, non avevo un animale domestico (ora come ora la Kamome ha un cane), dunque l’insetto pennello è nato semplicemente da un mio capriccio. Ero alquanto invidiosa del rapporto fra l’animaletto e Riche, continuavo a domandarmi: “Perché voglio farmi del male?” (ride). Alla fine però la buffa creatura ha avuto la meglio, divenendo così una mascotte vera e propria.

Coco, Tetia e l’insetto-pennello.

• Ti capita spesso di trarre ispirazione da opere d’arte appartenenti al passato?

Shirahama Kamome: Domanda interessante, la risposta è sì. Nutro grande rispetto e ammirazione per le opere appartenenti al passato, dopotutto se non fosse stato per questi grandi artisti al momento io non sarei qui a disegnare. Mi è capitato molte volte di appoggiarmi a dipinti quali quelli di Hieronymus Bosch, probabilmente il mio pittore preferito in assoluto. È vero, la mia storia ha ben poco da spartire con lo stile bizzarro e stravagante di Bosch, ma sapeste quante di quelle volte sono stata ispirata dai dettagli dei suoi quadri per la creazione degli scenari.

Hieronymus Bosch: “La visione di Tundalo”.

• Il titolo giapponese dell’opera fa riferimento ai cappelli a punta indossati dai maghi, puoi spiegarci il perchè?

Shirahama Kamome: I cappelli indossati dai maghi sono molto importanti, nonchè particolari, caratterizzano infatti lo stregone, rendendolo unico. Ogni copricapo è differente dagli altri, potremmo quasi dire che svolge il ruolo di “carta d’identità”. Come probabilmente molti avranno notato, gli studenti dello stesso atelier indossano delle uniformi identiche, è un particolare su cui ho sempre fatto molto affidamento, volevo dimostrare l’esistenza di varie scuole di magia. Nel mio caso potrei proprio dire che l’abito fa il monaco: ogni personaggio è caratteristico a modo suo, così come lo è il suo outfit.

I personaggi principali del manga.

• Hai qualche consiglio per i giovani artisti che vogliono introdursi al mondo dei manga?

Shirahama Kamome: Certo, devi essere severo con te stesso. Quando guardo i miei lavori vedo solo difetti, non riesco a darmi mai pace. Confido molto nella mia abilità manuale, proprio per questo sono sempre in cerca di nuove sfide in cui potermi mettere alla prova. L’esperienza è alla base di tutto, senza quella non si va da nessuna parte; il mio consiglio è quello di ispirarsi alle creazioni altrui, non copiare, prendere solamente spunto. Mai accontentarsi del giudizio altrui, bensì cercare sempre di migliorare il proprio stile. In parole povere è una continua battaglia interna con i propri gusti.

Qifrey.

• Tramite Twitter abbiamo visto che usufruisci di oggetti da disegno particolari. Potresti elencarcene qualcuno?

Shirahama Kamome: In realtà non sono materiali tanto strani, sì, ovvio, il look esteriore trae in inganno, ma sotto sotto (la maggior parte) sono semplici pennini o gomme. Generalmente li costruisco di mano mia, da sola: prendo una normalissima matita e comincio a ritoccarla, aggiungendo passo dopo passo dei dettagli che la fanno sembrare una vera e propria “penna magica”. L’aspetto è molto importante, senza quello non riuscirei a dare il meglio di me nelle tavole, questo perchè mi piace sentirmi a contatto con ciò che disegno.

Sì, potrei elencarne qualcuno. Tempo fa, ad esempio, mi balenò in mente l’idea di rimpiazzare il pennino che utilizzavo, così cominciai a fabbricarne uno personale, del tutto analogo a quello utilizzato dai monaci amanuensi nel XV secolo. Non solo il materiale, ma anche la mia postazione è piena di gingilli del tutto in tema con l’universo di “Atelier of Witch Hat”, chi mi segue su Twitter sa a cosa mi riferisco.

Qifrey: dettagli.

• Vorresti che la magia esistesse per davvero? Se imparassimo a padroneggiarla, secondo te, che fine farebbe la nostra quotidianità?

Shirahama Kamome: Mi aspettavo una domanda del genere. Sicuramente, se esistesse, la magia ci darebbe man forte nella vita quotidiana: tutte le fatiche e le difficoltà che la vita ci pone davanti verrebbero ridicolizzate, ridotte al minimo, permettendo (forse) un più corretto funzionamento della nostra società. Impossibile però immaginare un mondo perfetto. L’essere umano ha più difetti che pregi e dunque perché non sfruttare la magia anche per scopi alternativi? Sfortunatamente non si può fare nulla per impedire ciò.

Dunque, in fin dei conti, la mia risposta è no (ride). Accontentiamoci di ciò che riusciamo a fare con le nostre sole forze. Come già detto io reputo di per sé la mente dell’uomo una potentissima “bacchetta magica”, proprio perché questa ha la capacità di evadere dalla realtà e creare un mondo che, sotto certi aspetti, potrebbe essere considerato al pari di quello raccontato in “Atelier of Witch Hat”.

Coco: illustrazione a colori.

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