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Enter the Anime: come trasformare un’idea vincente in una pubblicità ingannevole

Enter the anime documentario netflix

È storia recente il coinvolgimento e progressivo interesse di Netflix verso le produzioni animate Made in Japan. Un interesse fortemente auspicato da più parti: dai creator, agli sceneggiatori e persino dai critici cinematografici, fra i quali Tomohiro Machiyama, salito alle cronache per aver firmato la sceneggiatura del tanto controverso live action di Attack on Titan.

In un’intervista l’autore definisce “indecoroso” il trattamento riservato dall’industria degli anime agli operatori del settore, che versano in condizioni di estremo disagio a causa di una scarsa retribuzione e turni di lavoro massacranti.

L’ascesa di Netflix, secondo Machiyama, porterebbe a una ventata d’aria fresca garantendo maggiori libertà creative e, soprattutto, un’adeguata copertura economica.

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cultura kawaii

Introduzione

Enter the Anime è un documentario inedito di 58 minuti disponibile dal 5 agosto per gli abbonati Netflix, a cura di Alex Burunova per Burunova Productions, che cerca di esaminare e ricostruire a grandi linee le tappe principali del perché gli anime siano così apprezzati e cosa spinge i giapponesi a creare prodotti così “pazzi” (ci ritorneremo più avanti) esportati in tutto il mondo.

Parliamoci chiaro: l’idea sulla carta è assolutamente vincente. Un documentario sugli anime e per giunta firmato da quel Netflix che solo negli USA, secondo le ultime statistiche, incolla alla sedia quotidianamente circa il 23% degli adulti americani.

Le aspettative erano molte, diciamocelo. Peccato scoprire, sin da subito, l’infondatezza contenutistica di Enter the Anime che clamorosamente, si rivela l’ennesima occasione mancata…

L’azienda con sede in California ha visto negli anime la gallina dalle uova d’oro. Intuendo facili guadagni e attirando potenziali acquirenti, ha iniziato (non dall’oggi al domani) una politica in favore di essi acquistando e autoproducendo nuove serie originali.

Al di là degli interessi commerciali, il contributo di Netflix è stato determinante a conferire maggiore attrattiva ad utenti casual (occasionali). L’importanza strategica di legare un brand così popolare agli anime ne ha permesso una diffusione più capillare come mai visto prima.

Nel caso di Enter the anime, però, come si suol dire, non tutte le ciambelle escono col buco. Cosa è andato storto? Scopriamolo insieme con una serie di criticità.

Un’apologia di 58 minuti sugli anime targati Netflix

Coincidenze? No, scelte intenzionali ben precise. Il documentario si apre con un lungo spot promozionale iniziando da un’intervista all’eccentrico Adi Shankar creatore della serie animata statunitense di Castlevania, per concludere con LeShaun Thomas di Cannon Busters.

Appare chiaro come l’azienda tenda a preferire produzioni a cui ha personalmente dato l’input, rispetto a quelle nipponiche.

Dopo una parentesi squisitamente USA, la palla ritorna saldamente nelle mani del Giappone, con Alex Burunova che ci accompagna alla scoperta del paese nei quartieri più rappresentativi di Tokyo della cultura Otaku incontrando personalità di spicco che contano nell’industria degli anime.

Ho scritto “personalità di spicco” ma se vi aspettate un Miyazaki, Mamoru Oshii, Hideaki Anno, la delusione è assicurata.

Yoko Takahashi

Tra gli intervistati Yukio Takahashi (7Seeds), Toshiki Hirano (Baki), Tetsuya KinoshitaSeiji Kishi e Yuji Higa (Kengan Ashura), Rerecho (Aggressive Retsuko) ed infine la leggendaria Yoko Takahashi (Cruel Angel’s Thesis, la celebre opening di Neon Genesis Evangelion).

Totale estraneità e scarsa conoscenza

Alex Burunova documentario anime

Impossibile non chiamare in causa la regista/narratrice Alex Burunova. Se c’è una cosa infatti a destare subito particolare attenzione, poco lusinghiero secondo la mia opinione, è la scelta infelice con cui la regista definisce “fuori di testa” il modo in cui le contraddizioni che caratterizzano il popolo giapponese finiscono per far loro realizzare anime inaspettatamente violenti e volgari.

Alex infatti non si capacita come un popolo così mite e pacifico possa far cose del genere.

È vero che probabilmente non lo dice con malizia, lungi da me pensarlo, ma di fatto, come lei stessa ammetterà nel corso del filmato, è la prima volta che si affaccia a questo filone narrativo ed è quasi sempre fuori luogo, come se mancasse delle più elementari norme di comportamento nell’approcciare una cultura diversa dalla propria.

mascotte retsuko per le strade di tokyo

Il problema in fondo non è nemmeno tanto dell’incapacità dell’autrice, che da profana cerca solo il modo più “familiare” di approcciarsi a una realtà a lei così distante e di difficile comprensione, ma il fatto di aprire domande e lasciarle nel vuoto, oppure non si capisce perché usare dell’ironia in contesti che richiedono invece serietà.

La maggior parte delle interviste, per fare degli esempi pratici, non dicono assolutamente nulla di rilevante. Se si eccettua la storia della nascita di Toei Animation e alcuni aneddoti, della serie: “Dove trai ispirazione? Risposta: Sotto la doccia! Avete capito bene! Tutto il resto è dimenticabile. C’è bisogno di aggiungere altro? Credo proprio di no.

Il futuro dell’animazione è già scritto, e si chiama: 3DCG

Enter the anime ultraman

Potrà sembrare un dettaglio insignificante ai più, ma vi assicuro non lo è, se pensate che la maggior parte degli anime ad oggi prodotti e in produzione domina incontrastato il 2D.

Netflix in questo documentario ribadisce l’importanza del 3DCG (Computer Grafica 3D), ma lo fa senza approfondire, lasciando qua e là qualche buono spunto. L’immagine che ne esce fuori è decisamente fuorviante, delineando un futuro per l’animazione come se un domani non fosse più necessario tutto il lavoro dietro la realizzazione di centinaia di migliaia di disegni a mano, ormai divenuti obsoleti e rimpiazzabili con le nuove tecnologie.

Non mi è piaciuto personalmente questa “presa di posizione”.

Il 2D rimarrà ancora in auge per moltissimi anni, d’altra parte il futuro dell’animazione cambia e si evolve in continuazione, scempi come Berserk 2016 saranno solo lontani ricordi.

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Cosa ha funzionato ✅

Un documentario sugli anime come raramente se ne vedono.

Interviste e una serie di aneddoti raccontati da affermati professionisti.

Un breve ed interessante passaggio dedicato alla Stop motion e la Kawaii culture che da soli valgono il prezzo del biglietto.

Cosa NON ha funzionato ❌

Troppa autoreferenzialità fine a se stessa verso le produzioni firmate Netflix.

Nessun reale intervento degno di nota, la mancanza di punti di riferimento si fa sentire.

Ironia, nient’altro che ironia.

Eccessiva e strumentale enfasi sulla tecnica di animazione 3DCG (computer grafica 3D).

Regia confusionaria e poco incisiva.

Valutazione globale

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