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Quando in Occidente arrivò il Meisaku

L’Italia è stato uno dei primi Paesi occidentali ad importare anime. Soprattutto tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta la RAI-TV e in seguito le emittenti private liberalizzate nel 1976 acquistarono oltre un centinaio di serie.

Con la nascita di Fininvest, in Italia si assistette ad un vero e proprio fenomeno mediatico. Una rete privata, gratuita e nazionale che dedicava a bambini e ragazzi più di uno spazio nei suoi palinsesti. Tutte e tre le Reti Fininvest di quegli anni, avevano almeno un ritaglio dedicato ai cartoni animati o ai bambini in generale.

La RAI all’inizio fu battagliera e propose alcune alternative, nessuna però in grado di scalzare l’ormai strapotere delle reti milanesi. Con L’albero azzurro riuscì a detenere per anni il primato di attenzione sui bambini in età prescolare, ma niente di più. Quello che rendeva Fininvest vincente era l’importazione costante di nuove serie animate sempre fresche, di cui la maggior parte provenivano dal Giappone. Un Paese lontano di cui gli italiani sapevano ancora ben poco. 

Spazi come “Ciao Ciao” “Bim Bum Bam” proiettavano in media quattro anime ogni cinque cartoni animati e questo contribuì in maniera decisiva al suo successo.

Gran parte di questa riuscita è da attribuire ad Alessandra Valeri Manera, coordinatrice della programmazione per ragazzi di Fininvest fino ai primi anni del Duemila. Il suo grande merito è stato quello di essere stata pioniere di un’importazione attenta e scrupolosa nei primi anni Ottanta. Preferì serie che parlassero di Occidente per avvicinare gradualmente il pubblico ad un mondo praticamente sconosciuto.

Cos’è il Meisaku?

Gli anime infatti rappresentarono un prezioso anello di congiunzione tra la cultura giapponese e quella italiana, soprattutto attraverso il Meisaku, cioè anime basati su romanzi occidentali che presto avrebbero radunato, divertito, commosso e fatto sognare centinaia di fan in tutto il mondo. Il Meisaku è un genere che non è ambientato in Giappone e quindi non rimaneva difficile da seguire per il pubblico italiano.

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La stragrande maggioranza di queste serie infatti non andava riadattata e poteva quindi essere trasmessa mantenendo storia e nomi originali stabilendo così un filo conduttore che legava il Giappone all’Europa. Il Meisaku assunse in Italia un grande valore dimostrativo e culturale, un tassello fondamentale che spalancò le porte al grande mercato dell’animazione giapponese. 

La letteratura occidentale in TV

Il Meisaku ha portato la letteratura in TV, ha scandito gli anni dei ragazzi e ha insegnato loro il valore del coraggio, della tenacia, dell’amore e dell’amicizia. Ha coinvolto lo spettatore in una narrazione che, oltre a divertirlo e ad appassionarlo gli ha permesso di trovare alcune risposte a domande, più o meno inconsce, dubbi, problemi che lo toccano da vicino.

Picture © Elena Paoletta

In maniera forse un po’ drammatica ma molto emozionante ed intensa, ha sempre dato forma ad una situazione problematica. Alcuni nodi devono essere sciolti e si cercano soluzioni e nuove possibilità. I protagonisti attraversano momenti di tristezza, gioia, allegria e rabbia, ma cercano sempre di modificare o rinnovare uno stato insoddisfacente. 

Nel Meisaku il conflitto è sciolto, la vittoria è dei protagonisti, i personaggi principali ottengono il raggiungimento del loro obiettivo, ma non viene esclusa l’eventualità del conflitto, del problema da affrontare, dello sforzo e dell’energia da impiegare per vincere una nuova difficoltà.

Spesso un evento traumatico come la morte dei genitori è la premessa della storia stessa, un incipit che sta alla base di molte opere occidentali. Romanzi come Piccole DonneAnna dai capelli rossi Papà Gambalunga hanno ricevuto popolari adattamenti anime e proprio alla grande tradizione del romanzo d’appendice si ispirano anche lavori come Candy Candy e Lady Georgie.

Papà Gambalunga

Il Meisaku ebbe un grande successo in TV perché aiutava i ragazzi a reggere lo sguardo di fronte alle bassezze della vita. Con strutture narrative avvincenti e ad alto impatto emotivo e mantenendo importanti e inalterati i valori su cui si fonda l’azione dell’individuo, il Meisaku celebra la vita. È un tentativo di comprendere chi siamo, ciò a cui aspiriamo e i valori per i quali lottiamo e ci impegniamo.

Storia del meisaku

Il primo proto-meisaku a cui si può risalire è, senza dubbio, “Gulliver no Uchu Ryoko”, una libera interpretazione futuristica del classico di Jonathan Swift. Prodotto dalla Tōei nel 1965, questo lungometraggio è stato diretto da un allora giovanissimo Yoshio Kuroda, che diventerà un personaggio chiave del Meisaku.

Nel 1969 esce “Nagagatsu no haita neko”, che si ispira alla celebre novella “Il gatto con gli stivali” e contemporaneamente prende il via il progetto del World Masterpiece Theater (Teatro dei capolavori del Mondo) che intende produrre serie di anime Meisaku con cadenza annuale.

Nel 1970 fa il suo esordio “Moomin”, una produzione in sessantacinque episodi ispirati alle novelle dell’autore finnico Tove Jannson. Riscuoterà un così enorme successo tanto che se ne realizzarono vari sequel (1972, 1990, 1992). Moomin, completamente sconosciuto a noi occidentali, è di fatto il primo vero Meisaku in Giappone.

Nel 1974, un regista e uno sceneggiatore che stavano emergendo nel panorama nipponico, riescono ad accaparrarsi il contratto per produrre il loro primo Meisaku: sono Isao Takahata e Hayao Miyazaki. Lo studio di produzione è lo Zuiyo Eizo e il loro anime è “Heidi” basato sull’omonimo romanzo scritto nel 1880 dall’autrice svizzera Johanna Spyri. Le vicende dell’orfanella che viveva con il nonno a Maienfeld aprirono la strada a tutti gli altri anime e il paesino svizzero divenne poi rinomatissimo tra i giapponesi tanto che vi si recavano in pellegrinaggio anche per celebrare i cosiddetti “Heidi Kekkonshiki”, cioè i matrimoni in stile Heidi. Gli italiani impazzirono per quell’anime trasmesso sulla RAI e Heidi divenne un vero e proprio mito.

Heidi

Bisognerà però attendere il 1976 per vedere un altro Meisaku di grande impatto: “Hana no tazunete sanzeri”, tradotto per l’Occidente in “Marco”. Per realizzarlo la Nippon Animation sceglie un cast vincente: Takahata per la regia, Kotabe per la sceneggiatura e il character design e Miyazaki per gli scenari. Il successo riscosso da Marco diventa pari a quello di Heidi.

Il Meisaku a sfondo sociale

Nel 1978 si assiste alla produzione di un Meisaku maturo, improntato nel sociale e che si distingue dalle produzioni classiche e favoleggianti, mostrando una realtà cruda e piena di ingiustizia. Nonostante “Perinu Monogatari” voglia dire letteralmente “Favola di Perinu”, questo anime non ha nulla di fiabesco. Creato come denuncia del lavoro minorile, si basava sul romanzo “In famiglia” (1893) di Hector Malot. Questa serie, che in Italia diventa “Peline Story”,  presenta molte dissonanze con quello che era lo standard Meisaku. Creò così una frattura netta nel filone che da ora in poi affronterà tematiche più impegnative.

I successi più commerciali

Tra il 1979 e il 1986 si assiste alla nascita di grandi successi, che trasformeranno il filone Meisaku in un classico dei palinsesti nipponici per la Fuji TV. L’esordio è “Akage no Anne” (“Anna dai capelli rossi”), con l’ormai collaudata regia di Takahata.

Anna dai capelli rossi

Per tutta la prima metà degli anni Ottanta, le serie procederanno con cadenza regolare, generando una serie di successi che vanno da “Watashi no Annette” (“Là sui monti con Annette”) a “Makiba no shoujo Katori” (“Le avventure della dolce Kati”), fino ad arrivare al Meisaku simbolo degli anni Ottanta: “Shokojo Sara” (“Lovely Sara”) del 1985. In quell’anno si chiude però un’epoca: Takahata e Miyazaki fondano lo Studio Ghibli portando con loro molti collaboratori e autori classici della Nippon Animation.

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Inizia così l’era dei successi commerciali, con una radicale trasformazione della grafica, passando dalle tinte pastello sfumate a colori più vivaci e luminosi che introducono giochi di luce ed ombra. La scelta è dettata dallo stare al passo con i tempi. L’informatica entra prepotentemente nell’animazione lasciando intravedere i primi effetti già nel 1987 con “Ai no wakakusa monogatari” (“Una per Tutte, Tutte per Una”), edizione animata del romanzo semiautobiografico di Louisa May Alcott, “Piccole donne”. Il tratto infatti diviene più morbido, arrotondato e pieno. Il colore e la luce cambiano in modo sostanziale per avere un colpo d’occhio più istantaneo.

Piccole donne

La fine del Meisaku classico

Nel 1993 il World Masterpiece Theater produce “Nanatsu no Umi no Tico” (“Un Oceano di avventure”, 1994) e “Romeo no Aoi Sora” (“Spicchi di cielo tra baffi di fumo”, 1995) anche se con un numero di puntate ridotte.

Con “Romeo” si ritorna nel sociale. Ispirato al romanzo “I fratelli neri” (1941) dello scrittore tedesco Kurt Held. La produzione racconta le disavventure di un gruppo di bambini svizzeri venduti come schiavi ad un mercante senza scrupoli che li rivenderà, a sua volta, agli spazzacamini milanesi per trasformarli in “Bocia”, apprendisti mantenuti ma non pagati. È un anime più professionale, con una trama ricca di dramma, ma allo stesso tempo dolce e romantica. Un’opera stupenda che però decreterà la morte di quello che è il Meisaku classico della Nippon Animation.

Le prime avvisaglie di crisi si erano avute già nel 1988 ma è il 1996 l’anno del crollo. “Meiken Lessie” viene prodotto in venticinque puntate, ma i crudeli numeri dell’indice di ascolto lo condannano ben presto all’interruzione. Il pubblico è cambiato e i bambini giapponesi guardano con occhi estasiati a ben altre serie, studiate da psicologi e sociologi appositamente per loro. Il collie nipponico ha un così basso impatto sulla scena che per la prima volta, in ventidue anni, neanche l’Italia acquista i diritti sulla serie che rimane confinata in Giappone. La qualità delle immagini si presenta allineata agli standard classici della casa produttrice, ma la storia non decolla. Come in un classico melodramma c’è chi paga per questo: è il regista Sunao Katabuchi che si riabiliterà solo nel 2006 riscuotendo un enorme successo per “Black Lagoon”.

Meiken Lessie

A cavallo tra il 1996 e il 1997, la Nippon Animation riparte con una nuova serie che si snoda in ventisei episodi. “Ie naki ko Remi” termina il 23 marzo 1997, mettendo fine anche al World Masterpiece Theater e, ironia della sorte, con lo stesso autore, Malot, che lo aveva aiutato a decollare. Il personaggio principale si rifà al Remì del suo romanzo “Senza Famiglia” (1878), solo che ora è una bambina.

I classici nei Meisaku

Nel 2007 la Nippon Animation torna con un’opera impegnata dedicata a “I miserabili” di Victor Hugo e incentrata sul personaggio della piccola Cosette. “Le miserables: Shoujo Cosette” appare subito in linea con le moderne produzioni. Anche se il numero di puntate torna ad essere di cinquantadue, il disegno è chiaramente adattato alle esigenze moderne. Ci sono i grandi occhi “kawaii” e la fisicità un po’ “chibi” dei bambini che nei Meisaku non si era ancora vista perché fedeli al tratto pulito di Miyazaki e soci.

Cosette de “I Miserabili”

Altri anime non classificati come Meisaku

Una certa attenzione meritano altre opere allineate allo stile Meisaku che la Nippon Animation produsse parallelamente con il World Masterpiece Theater. Queste opere non furono inserite nel filone principale perché non rispondevano ai prerequisiti fondamentali. 

Infatti il World Masterpiece Theater aveva degli standard da rispettare. Per esempio, negli anni dal 1977 al 1983, il numero delle puntate era sempre di cinquantadue e un altro paletto era rappresentato dall’intento pedagogico perpetrato attraverso opere della letteratura occidentale. Inoltre il filone principale viene trasmesso interamente dalla Fuji TV, mentre gli altri anime sono stati proiettati su emittenti concorrenti, come NHK e Asahi Television. Tutti i titoli del World Masterpiece Theater sono poi stati prodotti dalla Nippon Animation, mentre buona parte degli altri vengono creati nelle collaborazioni nippo-tedesche.  

Uno dei casi più eclatanti escluso dalla lista dei Meisaku ufficiali, è quello di “Nadia e il Mistero della Pietra Azzurra”. Questo anime è un mix di più opere di Jules Verne, con molte aggiunte degli sceneggiatori nipponici e quindi non rispecchia il prerequisito fondamentale di essere ispirato da un’opera di uno scrittore occidentale. Molte obiezioni vennero paragonando questa serie animata con “Fiocchi di cotone per Jeanie, ispirata semplicemente ad una canzone eppure ammessa di diritto tra i Meisaku. La differenza sta nel fatto che mentre Nadia era prodotta dalla Gainax, Jeanie era della Nippon Animation per la Fuji TV e quindi inserita di diritto nel World Masterpiece Theater. Il legame Meisaku-Nippon Animation risulta quindi fondamentale per classificare un anime che riprenda un’opera letteraria occidentale come Meisaku.

Fiocchi di cotone per Jeanie

Ancora Meisaku

Tra le altre opere, che vengono citate come Meisaku, perché in fondo riprendono in modo quasi completo i principi del World Masterpiece Theater ma che non fanno parte del filone ufficiale, il titolo che spicca di più è sicuramente “Mirai shounen Konan” (“Conan, il Ragazzo del Futuro”). Creato dalla coppia d’oro Miyazaki-Takahata si avvale della collaborazione di Yasuo Otsuka, che aveva dato vita dieci anni prima all’anime ispirato al “Gatto con gli stivali”

Gli anni dal 1975 al 1990, videro la fioritura di tantissime case di produzione, come la TMS che continuò a proporre Meisaku fino al 2008.

Negli ultimi anni anche il popolare Studio Gonzo si è lanciato in questa avventura, creando una delle serie più amate dal pubblico femminile degli ultimi tempi: “Romeo x Juliet”.

Romeo x Juliet

Tra le opere degne di nota, che seguirono le linee guida del Meisaku anche se viene meno il fine pedagogico, si trovano “Inekai ko” (“Dolce Remì”), “Meiken Jolie” (“Belle e Sebastien”). “Meitantei Homushu” (“Il fiuto di Sherlock Holmes”) è l’unica collaborazione di una Rete italiana (RAI) con studi giapponesi per la realizzazione di un Meisaku.

Il Meisaku europeo

Il Meisaku non fu solo una prerogativa di produttori giapponesi, ma anche di alcune case europee che contribuirono ad espanderlo anche se nei loro Paesi il termine comprendeva tutti quei “cartoni animati” che richiamavano il Giappone.

Il più famoso “Meisaku europeo”, in linea con il genere della Nippon Animation, è stato senza dubbio “David Gnomo”. Prodotto in Spagna nel 1986 è una serie che contrasta con le altre produzioni animate occidentali dell’epoca, volte a pubblicizzare prodotti commerciali. David Gnomo”, ispirato al romanzo di Rien Portvilet “Gnomi” (1976), è una chiara riproposizione della mitologia norrena. Un delizioso scorcio di vita nella natura che insegna ai bambini il rispetto per la Terra e l’ambiente.

Il Meisaku si trasforma

Come ogni espressione artistica, anche il Meisaku ha subito una certa evoluzione nel corso degli anni che lo ha trasformato sotto alcuni aspetti e in parte lo ha cambiato. Questo è dovuto ai mutamenti della società che in vent’anni ha cambiato gli standard di quello che è il pensiero, la morale, l’etica. 

Ovviamente anche la televisione cercò di adattarsi per restare al passo con i tempi. 

Un esempio molto calzante per spiegare questo fenomeno è il confronto tra due anime che si ispirano allo stesso romanzo, ma che sono profondamente diversi tra loro.

Il romanzo è il già citato “Senza famiglia” di Malot.

Nel 1977 il protagonista Remì è un bambino, mentre nel 1997 diventa una bambina. Questo cambiamento fu dovuto sia ai dettami pedagogici degli anni Settanta, che alle esigenze commerciali di fine anni Novanta. Quando uscì la prima serie, i canoni del Meisaku erano ancora strettamente rispettati e quel Remì ricalca completamente l’opera di Malot fin nei minimi dettagli. Nel 1997 la Nippon Animation era in piena crisi e pensò di adattare il romanzo, decisamente sentimentale, alle esigenze del pubblico femminile, trasformando Remì in una bambina per facilitare un’immedesimazione.

Collage by Elena Paoletta

Le puntate divennero autoconclusive e più frivole per non obbligare lo spettatore a seguire tutto lo svolgimento della serie animata. La parte del romanzo dove compare Elisa, futura moglie di Remì e per la quale lui prova una chiara attrazione, venne completamente cancellata, ma questa versione non decollò anzi contribuì ad affossare il fine del Meisaku.

Le dure leggi di mercato piegarono infatti lo scopo per cui il Meisaku era stato creato: quello di formare, istruire ed educare i bambini.

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