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Demon Slayer: la recensione del manga

Demon Slayer Tanjirou Nezuko

Introduzione

Se ci troviamo a parlare di Demon Slayer con una recensione del manga è perché si tratta di un titolo che non è facile ignorare nel panorama attuale dei battle shounen. Qualcuno dei nostri redattori ha avuto voglia di leggerlo per conto proprio, altrimenti non potremmo offrirvi oggi un’analisi dell’opera scritta di nostro pugno. Perciò qualcosa ci avrà convinto a seguirlo! Leggendo questa recensione potrete scoprire di cosa si tratta, e se Demon Slayer ci ha entusiasmato fino alla fine.

In questa recensione metteremo in evidenza alcune tematiche fondamentali dell’opera e come sono state trattate. Andremo piuttosto a fondo, per cui preparatevi!

Ricordiamo che trattandosi di una recensione essa espone principalmente il punto di vista del suo autore, ed è strutturata come un testo che argomenta a favore di alcune idee piuttosto che di altre, senza nulla togliere a opinioni differenti (che siete i benvenuti a esprimere nei commenti).
Preparatevi anche agli spoiler se non avete letto tutto il manga. Tanti spoiler, siete avvisati.

Nota: Le conclusioni sono praticamente senza spoiler per chi ha visto l’anime, ma occhio a non guardare le immagini che ci sono prima, se volete leggerla per sapere il nostro giudizio!

Pubblicazione e adattamento

Demon Slayer (Kimetsu no Yaiba) è un manga scritto e disegnato da Koyoharu Gotōge, serializzato su Weekly Shounen Jump tra Febbraio 2016 e Maggio 2020. La fama dell’opera è certamente stata accresciuta grazie all’adattamento animato prodotto dalla Ufotable nel 2019, disponibile in Italia sulla piattaforma VVVVID. Il manga ha numeri di vendita impressionanti, con oltre 60 milioni di copie fisiche vendute fino a Maggio 2020: ciò colloca Demon Slayer fra le serie più vendute degli ultimi decenni. Il solo volume 20 è stato acquistato da più di un milione di persone nella versione regolare, a cui si aggiunge quasi un altro milione di copie per l’edizione limitata.
Una curiosità: al momento non è ancora confermato se il mangaka è un uomo o una donna (in quest’articolo diremo perciò “autore”).

Disegno

Per iniziare parliamo dell’aspetto grafico del manga. Demon Slayer spicca per il tratto del suo autore, insolito e tradizionale al tempo stesso, ma il disegno non risulta né pulito né capace di restituirci ambientazioni ricche e dettagliate. L’attenzione non è solitamente posta su ciò che fa da sfondo all’avventura. Anche l’anatomia dei personaggi rischia ogni tanto di suscitare qualche occhiata perplessa, ma questo, a mio avviso, non è mai un fattore particolarmente fastidioso. Tuttavia la carenza più grave sta nella raffigurazione delle scene di combattimento, uno dei punti fondamentali del genere battle shounen a cui appartiene a pieno titolo il manga!

Le tavole dello scontro con Muzan sono quelle più fresche nella memoria (sono tra le ultime perché sono nei capitoli finali). In esse vediamo azioni delineate con tratti approssimativi, spesso limitate a un semplice attacco diretto. Delle volte non è nemmeno chiaro il movimento preciso che hanno eseguito i personaggi. Se volete un consiglio, aspettate l’adattamento della Ufotable, che probabilmente renderà i combattimenti uno dei punti di forza della serie, come è stato per la prima parte.

Nonostante tutti i difetti cui abbiamo accennato, lo stile di Gotouge ha un suo fascino caratteristico. Spesso le imperfezioni di cui parlavamo sono limate, e diventano anzi asimmetrie appena percettibili delle figure. In questi casi il suo stile riesce davvero a distaccarsi da quello di altri mangaka, perché dotato di una forza espressiva caratteristica. Inoltre ho apprezzato il character design dei personaggi.

La mia opinione personale è che col tempo l’autore potrebbe riuscire ad affinarsi, e quelle che oggi sono imperfezioni troppo evidenti un giorno resteranno soltanto asimmetrie che si comporranno in perfetto equilibrio. O almeno è quel che spero accadrà.

Passiamo alla parte di recensione che tratta la storia di Demon Slayer (andando molto più avanti della prima serie dell’anime, ci saranno spoiler!).

Shinobu e Inosuke

Impegno, fatica e costo

Proseguiamo con la recensione del manga parlando della storia e dei suoi temi: uno dei pregi che troviamo in Demon Slayer, per quasi tutta la sua durata, è l’accento che pone sulla reale difficoltà dei compiti assegnati ai personaggi. Non si tratta solo di far capire a chi legge che gli obiettivi da raggiungere sono spesso sovrumani, questo accade quasi in ogni battle shounen. Si tratta invece di mostrarci quanta fatica e quali difficoltà superano i personaggi, e di farci capire che spesso c’è un prezzo da pagare.

Tanjirou entra nel corpo dei Demon Slayer (Kisatsutai) dopo aver perso i propri cari, come accade nella maggior parte dei casi. Ma per entrare non basta essere un orfanello, questo non lo rende speciale: ciò che conta è l’impegno che profonde nell’allenarsi, costantemente e fino allo sfinimento.

Più avanti, quando compaiono le Lune Superiori, non è più sufficiente essere allenati ed esperti, e nemmeno i Pilastri bastano a tener testa alla situazione. Il risultato è che fin dal primo incontro che ha luogo sul treno con la terza Luna Superiore ci sono conseguenze irreversibili. Queste possono essere la morte di qualcuno, o una ferita invalidante che costringe un personaggio a ritirarsi dal campo di battaglia per sempre.
Il messaggio che ne trarrei è il seguente: la vita è fatta di difficoltà che vanno necessariamente superate mettendoci tutto l’impegno possibile, ma anche in questo modo andando avanti spesso si è costretti a perdere qualcosa di importante.

L’epilogo che demolisce un messaggio

Mi sembra questo il momento di parlare anche del capitolo conclusivo dell’opera, lasciando per un attimo da parte tutto il resto della trama.

Il finale presentato nell’epilogo di Demon Slayer sembra demolire la morale di cui abbiamo appena parlato e che l’opera trasmetteva fino a questo punto: come dicevamo i personaggi avevano dovuto sopportare gravi perdite nelle difficoltà, andando avanti senza lasciarsi abbattere dalle circostanze in cui si trovavano, per quanto disperate esse fossero.

Nell’ultimo capitolo però troviamo un lieto fine, che di amaro ha solo l’essere ambientato dopo la morte di quasi tutti i protagonisti. I quali tuttavia si sono ormai reincarnati e vivono una vita felice e relativamente priva di preoccupazioni.
Le perdite subite negli scontri coi demoni non ci sono più, sono svanite e restano confinate nelle leggende — che non sono più nemmeno storia reale agli occhi dei nuovi protagonisti dell’ultimo capitolo.

Un’obiezione potrebbe essere che questo è il giusto premio per essersi impegnati tanto nella vita passata. Se si assume che esista una tale forma di giustizia, di karma, troverei difficile ribattere a ciò. Come ripeterò per altri motivi più avanti, personalmente penso sia troppo aspettarsi un destino che risponda a una simile idea di giustizia, e quindi non gradisco il finale. Ma si tratta pur sempre di una mia opinione. Escludendo allora le questioni morali, resta però la sensazione che si tratta di un elemento estraneo all’opera, che si rifà a una concezione ben presente nella cultura giapponese, ma a cui non era mai stato fatto riferimento nel raccontare la storia prima di questo epilogo.

Demon Slayer e demoni infelici

Passando a un altro grande punto di forza del manga, quel che mi ha sempre colpito di più in Kimetsu no Yaiba è come viene messa in risalto la condizione infelice in cui si trovano i “cattivi”, i demoni. Questi si muovono guidati da istinti che non sono più in grado di controllare, e che, in fin dei conti, nascondono la profonda infelicità causata ai demoni dalla loro posizione.
Non riescono più a vedere o a riconoscere i propri cari, non ricordano più i loro momenti felici e il calore umano. Si sentono soli e tristi, ma spesso non sono neppure in grado di realizzarlo. Ciò che resta sono solo l’aggressività e la violenza.

Per questo motivo i momenti che più mi hanno colpito della serie si trovano soprattutto al termine di alcuni combattimenti. Proprio quando Tanjirou si ferma a guardare il mostro nei suoi ultimi istanti di vita, e lo fissa con aria malinconica compatendo la tristezza che si è concentrata in quel determinato individuo. Un punto di forza di Demon Slayer, che lo distingue dalla massa degli altri shounen, è dunque per me che i demoni, i nemici, “sono esseri tragici”. In questo modo assumono spessore e il lettore riesce ad empatizzare anche con essi.
Quest’aspetto della storia mi ha sempre comunicato un senso di calore misto a tristezza, facendomi pensare che Tanjirou sa davvero cosa significa far parte tutti della stessa comunità, includendo anche chi è più sfortunato di noi.

Anticipiamo che anche questo messaggio verrà tradito dallo stesso manga che lo aveva rappresentato tanto bene, però. Questo screzio è evidente nella parte finale della storia. Ora con ordine cominciamo ad analizzare la trama era e propria, per tornare poi su questo punto.

Una trama lineare

La trama vista nel suo insieme non presenta caratteristiche che mettano Demon Slayer particolarmente in risalto rispetto ad altri manga del suo stesso genere. Dopo il primo trauma che porta Tanjirou sulla strada del cacciatore di demoni si susseguono periodi di allenamento e battaglie contro un particolare gruppo di demoni per volta. Sostanzialmente tutto si può riassumere così. Devo dire che in effetti si nota una certa mancanza di complessità se ci si concentra solo sulla visione d’insieme: la storia appare davvero lineare. Fin troppo, se devo esprimere la mia opinione, dettata da gusti personali.

Infatti per un puro caso è proprio Tanjirou, tra tutti i cacciatori di demoni, a incontrare Kibutsuji nelle prime pagine del manga, nonostante neppure i pilastri fossero mai riusciti ad avvicinarlo o anche solo a scovarne la posizione. Da quel momento in poi sembra che la strada verso la definitiva sconfitta del mostro sia tracciata in modo inequivocabile. Sarà anche irta di ostacoli, ma basta impegnarsi, sacrificare ciò che è necessario, e la vittoria sarà a portata di mano (si vedrà poi se sarà effettivamente possibile ottenerla nello scontro finale). Questa era l’impressione mentre leggevo il manga, ed è stata confermata dalla conclusione che esso ha ricevuto.

Niente complicazioni nella trama, niente imprevisti che ritardino il confronto diretto, niente necessità di raccogliere informazioni tenute gelosamente nascoste dai demoni, per esempio: per sconfiggere Kibutsuji basta essere abbastanza forti da metterlo alle strette (pure se al prezzo di tante vite, incluse quelle dei pilastri).

È possibile che con mille anni di esperienza e una rete di demoni estesa e altrettanto longeva Muzan non avesse altre armi a sua disposizione, altre strategie per ostacolare i cacciatori di demoni?
Si tratta di uno svolgimento quasi ingenuo, che mi ha lasciato una sensazione di insoddisfazione di fondo. Ma ragionandoci, c’è una spiegazione, per quanto non mi piaccia molto.

Una trama guidata dal destino?

È il destino a guidare Tanjirou verso la vittoria? Arrivati al finale del manga devo concludere di sì. Non ho altre spiegazioni che possano giustificare in modo verosimile la fortuna sfacciata che ha avuto dall’inizio alla fine. Ha incontrato Muzan per primo, ha ereditato il respiro del Sole, è riuscito a metterlo in pratica solo dopo aver “ricordato” come fare grazie alla propria discendenza, e l’organizzazione è riuscita a mettere alle strette i demoni nel giro di alcuni mesi dal suo arrivo, dopo secoli di ostilità.

Fire Kagura

In definitiva abbiamo assistito alla fine predestinata dei demoni, niente di più, niente di meno.
Sembra quasi che per raggiungere questo scopo non contino poi così tanto la fatica e il dolore dei protagonisti. Sono probabilmente elementi necessari, ma sono solo conseguenze del destino, non ciò che lo ha determinato. Come abbiamo detto infatti nella storia è presente una mano invisibile che ha guidato tutti alla vittoria.

Non mi ritrovo, personalmente, nel punto di vista trasmesso: mi sembra troppo affidarsi al destino assumendo che esso sia portatore di giustizia.

Ma, tralasciando anche il gradimento soggettivo di tipo morale, ha un senso questa fine predestinata dei demoni? Questo destino risponde a un ideale di giustizia, forse? Cosa voleva dirci l’autore?

Il messaggio del manga non è per niente chiaro. Da una parte viene esaltato l’impegno dei protagonisti, dall’altro essi non avrebbero mai raggiunto il proprio obiettivo se non fosse intervenuto il destino ad aiutarli. Qual è il valore dei loro sforzi allora? Mi risulta molto difficile comprenderlo. Questi sforzi paiono svuotati del loro significato a causa degli “aiuti” ricevuti perché il finale doveva essere quello giusto. L’opera non può essere quindi una metafora per il mondo sempre pieno di difficoltà e “ingiustizie”, da superare lottando con tutte le proprie forze, perché nel destino era già scritto che la “giustizia” avrebbe trionfato.

L’arco conclusivo

Siamo arrivati a parlare dell’arco finale, quello che riguarda la lunga battaglia contro Muzan e le Lune Superiori. Esso occupa più di 60 capitoli, dunque una parte considerevole della storia (205 capitoli in totale). Dirò fin da subito che ho trovato estremamente insoddisfacente quest’arco narrativo. È parso affrettato nel mettere in campo il “boss” Kibutsuji, solo per restare praticamente in stallo da quel momento in poi. Non c’è stato approfondimento del cattivo principale e il combattimento conclusivo è stato il più noioso di tutto il manga. Davvero un pessimo finale.

Muzan Kibutsuji
A proposito, ma quanto era brutta questa trasformazione?

Il motivo non sembra essere di tipo editoriale: capita che impongano a una serie di chiudere anticipatamente, o al contrario di protrarsi per un tempo indefinito. Ma qui la sensazione è diversa, sembra che questo sia proprio il finale che Gotouge ci ha voluto mostrare.

Sta proprio in ciò il disappunto. Quest’arco conclusivo, che avrebbe dovuto riassumere ed esaltare i temi caratteristici dell’opera, sembra dimenticarsi di quanto è venuto prima, getta tutto a mare e, da quando Muzan entra in scena come ultimo avversario rimasto da abbattere, gran parte delle tematiche e delle caratteristiche che hanno distinto Demon Slayer da tanti altri battle shounen svaniscono nel nulla. Non c’è più il nemico che suscita compassione, dotato in fondo degli stessi sentimenti di noi tutti.

Muzan diventa semplicemente l’Altro e non è niente più che un demone malvagio: il lettore non riesce a percepire la sua umanità, la quale anzi viene minata pure nel minuscolo flashback che il manga riserva al signore dei demoni. Qui vediamo come fin dalla nascita Muzan fosse diverso da tutti gli altri, perché attaccato alla vita in maniera quasi innaturale. Infatti era nato morto e si risvegliò solo un momento prima che lo seppellissero.

In fin dei conti, sembra che la concezione del “nemico” che ha Demon Slayer non riesca ad andare abbastanza a fondo da riconoscere davvero ad ogni nemico la nostra stessa natura umana, come invece era stato capace di mostrarci negli archi precedenti.

Il valore del gruppo

L’ultima parte del manga, nonostante tutti i difetti di cui abbiamo parlato, continua a mostrare un i suoi lati positivi: l’importanza dell’unirsi a formare un gruppo per sconfiggere l’avversario è certamente uno di questi. Se ci pensiamo un momento cos’è che cambia radicalmente fra la situazione in cui si trovano Tanjirou e i suoi compagni e quella di 500 anni prima, quando Muzan si era già trovato in difficoltà ma era sopravvissuto? Penso che se è stato possibile trionfare è solo perché tutti hanno fatto la loro parte, da Tamayo a Yushirou, da Ubuyashiki ai pilastri. Pure corvi e gatti hanno contribuito stavolta! Insomma, l’unione fa la forza, e Demon Slayer ce lo mostra in modo non banale. Perché è vero che insieme si è più forti, ma è anche vero che quasi tutti hanno dovuto perdere la propria vita per arrivare alla vittoria.

Combattimenti avvincenti

Come abbiamo detto i disegni non mettono bene in risalto le scene di lotta, ma non per questo gli scontri sono meno avvincenti. In Demon Slayer infatti non sai mai cosa succederà in un combattimento: quali ferite subiranno i personaggi, se il demone verrà ucciso oppure se si dovrà ritentare con una nuova squadra, non si sa mai chi morirà e chi vivrà. Quest’ultimo aspetto crea una notevole tensione. La morte di un dato personaggio non viene mai preannunciata ma è sempre improvvisa, e anche per questo colpisce al cuore il lettore. Perciò non si può dire che il manga soffra troppo di plot armor, almeno questo pregio lo si deve riconoscere. Lo trovo un grande vantaggio sui battle shounen concorrenti (si potrebbero fare fin troppi esempi).

upper moons demon slayer

Insomma, mi ha sorpreso la coerenza con cui quasi tutti i pilastri sono morti uno dopo l’altro. Purtoppo il trio dei protagonisti invece sembra un po’ immune a tutto quel che succede: anche se dotati di meno esperienza e abilità dei pilastri sopravvivono tutti in modo da potersi riprendere dalle ferite, anche dopo aver affrontato apertamente Muzan.

I personaggi

I personaggi introdotti sono tanti, e non ci si può aspettare che ad ognuno sia dedicato uno spazio considerevole. Un lato positivo della loro gestione però è che ad ogni pilastro e ad alcune delle lune superiori è stata dedicata circa la stessa attenzione, c’è un buon bilanciamento. Non si può dire invece che l’approfondimeto psicologico sia particolarmente curato. Per nessuno, nemmeno per il protagonista o per i suoi compagni. Il character design dei personaggi, piuttosto, è uno dei punti forti della serie.

Demon slayer personaggi

Quasi tutti i personaggi hanno avuto il proprio momento per brillare, in cui di solito è inserito un flashback per approfondire la loro storia personale. Spesso questo ha coinciso con la fine per il personaggio, e devo dire che sono impressionato da come ogni morte sia stata carica di significati. Non ricordo altri shounene che mi abbiano fatto provare qualcosa di simile, a parte forse Hunter x Hunter. Non si può che provare rispetto ricordando come molti dei pilastri sono scomparsi.

Dato che tutti i personaggi facevano parte del corpo dei demon slayer (Kisatsutai), o erano stati trasformati in demoni, è ben giustificato che ciascuno avesse trascorsi tragici. Perciò i flashback sono sempre sembrati plausibili. Terminata la serie però non li conosciamo molto bene, come persone. Non è un grave difetto, comunque, se si considera che è piuttosto diffuso nel genere e che non è l’introspezione il tema principale della storia.

Il protagonista

Tanjirou Kamado

Tanjirou come personaggio incarna soprattutto valori quali dedizione, responsabilità e pietà. Si può contestare che egli aderisce fin troppo a un modello idealizzato, che non sembra una persona “vera”, con difetti propri; e sono anche d’accordo. Nonostante questo limite, però, io l’ho apprezzato molto. Anche mostrare un ideale di comportamento ha i suoi meriti, e Tanjirou ci ricorda spesso che se ne abbiamo la volontà siamo capaci di superare molte nostre barriere mentali, sia verso gli altri, sia verso la fatica che siamo disposti a sopportare per raggiungere uno scopo. Se confronto Tanjirou con i protagonisti di altri battle shounen ho l’impressione che a lui i progressi fatti siano costati molto di più. Basta pensare a come ci vengono mostrate spesso le sue mani piene di ferite, a ricordarci che deve continuamente fare i conti anche con il proprio corpo.

I coprotagonisti meh

Proprio Zen’itsu e il cinghiale, Inosuke (lui non si ricorda i nomi degli altri, io ho difficoltà a ricordare il suo…), sono una nota dolente. Avendo molti momenti in cui sono al centro dell’azione, al pari di Tanjirou, mi sarei aspettato una bella crescita da parte loro. Che non si è vista. In particolare Zen’itsu è partito come una macchietta che produceva gag troppo insistenti e fastidiose, e purtroppo tale è rimasto fino al termine della serie. Si potrà dire al più che ha acquisito un po’ di sicurezza in sé verso il finale.

Non si tratta di un caso, secondo me: ho l’impressione che Gotouge non abbia voluto mai scalfire il trio dei protagonisti. Così ha sempre messo i due compagni di Tanjirou in situazioni da cui c’era la possibilità di uscire vivi e, perché no, con ferite rimarginabili. Credo che si sia mantenuto davvero troppo sul sicuro quando si trattava di mettere in campo Zen’itsu e Inosuke, ma ciò che ne ha risentito di più è proprio il loro sviluppo. Peccato, mi sembra un errore bello grosso e che tende a sminuire il valore dell’opera.

Cattivo top

Il personaggio che personalmente mi ha colpito di più in tutta l’opera è la terza Luna Superiore, Akaza. Si tratta di un cattivo avvincente che conserva una individualità spiccata anche dopo la trasformazione in demone (cioè dopo aver subito l’influenza di Muzan). Vedere la sua determinazione suscita perfino la simpatia del lettore. Nel suo momento culminante si trova a un passo dall’evolversi in un nuovo tipo di demone, anche grazie alla sua forte volontà, ma alla fine il briciolo di umanità che gli resta lo convince a desistere. Mi sono trovato quasi a fare il tifo per lui…

Akaza demon slayer

Anche la prima e la seconda Luna Superiore erano cattivi di tutto rispetto, inquietanti e dotati di un fascino particolare. Come Akaza, hanno dato vita a un combattimento pieno di colpi di scena ed emozioni. Però le due Lune più potenti erano forse troppo vicine a Muzan e perciò avevano troppo poco di umano. Forse Akaza aveva l’equilibrio perfetto.

Il demone originario

A Kibutsuji Muzan invece non intendo dedicare molte parole: lo trovo un personaggio davvero poco interessante, è cattivo per un proprio motivo egoistico, e non c’è altro da aggiungere. Non è una tipologia di avversario che ti porta a riflettere o a provare sentimenti contrastanti. E questa è stata certamente una delusione avendo letto una storia così lunga.

Ci sono ancora molte cose che si potrebbero dire su quest’opera, ma chiudiamo qui questa recensione del manga di Demon Slayer tirandone le somme.

Conclusioni

Tanjirou vs Rui

Demon Slayer è un battle shounen che impiega tanti elementi molto comuni nel suo genere narrativo, e in ciò non è particolarmente originale. Ha però alcune qualità notevoli che lo distinguono: quelle che personalmente mi hanno colpito di più sono la compassione di Tanjirou verso i “cattivi” della storia, e la durezza del mondo in cui il manga è ambientato. Questa si traduce in perdite inevitabili per i personaggi, pure quando essi si impegnano al massimo delle loro possibilità, e ci viene mostrata anche da quanto risulta estenuante far parte dei Kisatsutai.

Sfortunatamente proprio queste qualità sono eclissate nel lungo finale, che è stato costruito in modo inappropriato e rovina il lavoro fatto in precedenza.

Se dovessi fare un bilancio complessivo direi che sono contento di aver conosciuto questa storia, ma non del medium scelto per fruirne: a posteriori mi pento di aver letto il manga invece di attendere l’anime (che però impiegherà molti anni per terminare). La differenza di resa è troppo grande, anche grazie al lavoro della Ufotable. Quindi, vi sconsiglio di leggere Kimetsu no Yaiba (o Demon Slayer) a meno che non siate davvero grandi fan dell’opera.

Siccome però ci sono stati troppi momenti indimenticabili che mi hanno emozionato e commosso, troppi combattimenti avvincenti e personaggi che emanano un’aura di rispetto visti i sacrifici compiuti, non me la sento di dare un giudizio del tutto negativo, e il mio voto finale per il manga è 7,5/10.

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