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Quattro chiacchiere con Shin’ichi Sakamoto: la mente dietro “Innocent” e “The Climber”

Indice contenuti

Introduzione: chi è Shin’ichi Sakamoto?

Non è una facile impresa, soprattutto in questo periodo, mettersi in mostra fra la folla tramite un’opera. Al giorno d’oggi sono molti i titoli dalle tematiche ridondanti, già affrontate e dunque, come conseguenza, abbastanza prolisse e noiose. In un mercato manga che è diventato assai esigente, è raro trovare quell’autore, il quale stile e la quale mentalità si differenzino dal normale, ma non impossibile. Shin’ichi Sakamoto da bambino non è mai stato troppo colpito dai tankobon, così racconta lui stesso, ma un giorno, come all’improvviso, nella sua mente arrivò la primavera e di conseguenza sbocciò un fiore.

Fu un colpo di fulmine. Fra i suoi lavori più rinomati troviamo “The Climber” (“Kokou no Hito”), una trama incentrata sull’alpinismo, preoccupata di studiare a fondo l’essere umano e di quanto quest’ultimo sia piccolo ed insignificante rispetto alla natura. “Innocent”, e dunque “Innocent Rouge”, a seguire: opere che hanno come sfondo la Rivoluzione Francese, un tema ben poco affrontato in un manga e di difficile interpretazione.

• È un piacere averti qui fra noi. Direi di cominciare con una domanda classica: come hai conosciuto il mondo dei manga?

Shin’ichi Sakamoto: Grazie mille, lieto di essere qui oggi. Va bene, ci sono. Ammetto che durante l’infanzia non sono mai stato troppo interessato ai manga, non erano la mia principale fonte di attrazione. Ricordo ancora un episodio riguardante la mia gioventù: quando frequentavo il primo anno delle elementari, trovai uno Shonen Jump abbandonato nel parco vicino a casa mia, così iniziai a sfogliarlo e il mio occhio venne rapito da “Hokuto no Ken” (“Ken il Guerriero”). Fu impressionante, ricordo ancora la sensazione, era come se fossi stato colpito in pieno da un fulmine. Questo fu il mio primo incontro con un manga.

Chiesi disperatamente ai miei genitori di comprarne il seguito per il mio compleanno, volevo assolutamente conoscere il continuo della storia e fu allora che cominciai a collezionare Jump assieme a mio fratello. Iniziai con “Hokuto no Ken”, ma mi spinsi anche oltre, relazionandomi ad esempio con Kinnikuman“.

Shin’ichi Sakamoto in un’intervista realizzata nel 2019.

• Le tue trame assumono molto spesso un significato allegorico, cosa puoi dirci riguardo ciò?

✒ Shin’ichi Sakamoto: Certamente, molto spesso inserisco nelle mie trame dei simbolismi al fine di rendere più interessante, scorrevole e comprensibile la narrazione. Ad esempio: “The Climber” è un’opera completamente basata sull’arrampicata e sull’alpinismo, la montagna è tema principale delle vicende ma, al tempo stesso, raffigura il ciclo della vita umana. Le pendici rappresentano l’infanzia, la nascita dell’uomo, all’inizio non possiamo spingerci troppo in alto, non possiamo arrampicarci, occorre prima imparare a camminare.

Col tempo impariamo a stare in piedi ed è qui che comincia la nostra avventura. Cominciamo a scalare, ma non è così semplice, occorre fare pratica. Andando avanti il viaggio diventa sempre più difficile, i pendii sempre più ripidi e gli ostacoli sempre più numerosi. La montagna è piena di imprevisti, momenti di felicità e di sofferenza, così come la vita. È questo il punto su cui ho voluto fare leva.

Tavola a colori, fonte: “The Climber” (“Kokou no Hito”).

• C’è qualcosa che secondo te rende il tuo stile particolare?

Shin’ichi Sakamoto: Ora che mi ci fai pensare sì, c’è qualcosa che rende il mio stile particolare, se così si può definire. Una particolarità delle mie opere è che non presentano onomatopee, ne inserisco sempre poche o, altre volte ancora, non le inserisco proprio. Non è da molto tempo che ho adottato questa mentalità, ho cominciato “recentemente” con “The Climber” e in particolar modo con “Innocent”. Un giorno mi sono chiesto: “CRASH! È questo il rumore che fa un vetro mentre si rompe?”, non tutte le persone interpretano una situazione allo stesso modo e così ho iniziato a privare le mie tavole di suoni onomatopeici.

Il mio manga deve rispecchiare la realtà, proprio per questo motivo non deve avere delle regole da seguire. Privare il lettore della sua immaginazione è una cosa orribile. In “The Climber” c’è una scena in cui un ghiacciaio collassa, un rumore che non si sente tutti i giorni; la gente è però abituata a sentire il frastuono dei palazzi che crollano grazie al cinema, ho pensato fra me e me, e così ho inserito un edificio in macerie nel contesto. La stessa cosa ho fatto in “Innocent”.

“Innocent” è l’esempio perfetto di morte e bellezza, la trama è costruita sulla Rivoluzione Francese, quindi è normale immaginarsi una storia cruda nei minimi dettagli. Cerco sempre di metaforizzare l’aspetto effimero della vita umana ed è per questo motivo che faccio molta attenzione alla composizione delle vicende. Nella storia c’è un uomo, Robert-Francois Damiens, il quale è condannato allo smembramento: una tortura che prevedeva la divisione dei quattro arti dal tronco del corpo. Invece che mostrare una scena così cruenta, ho raffigurato le corde di un violino che si spezzano, ognuna a simboleggiare un pezzo di corpo amputato.

“Innocent”: esecuzione di Robert-Francois Damiens.

• Com’è il lavoro di mangaka per lei? Difficile? Di solito fa una pausa fra una tavola e l’altra?

✒ Shin’ichi Sakamoto: Mmh, non reputo il mestiere del mangaka troppo complesso, logico poi, c’è una prima volta per tutti: all’inizio è sempre difficile stare al passo con le date di scadenza e con gli editor, pensi sempre che il tuo lavoro non sia abbastanza. Forse però questa insicurezza è positiva, non c’è nulla di negativo nell’auto-rimproverarsi, penso che ciò aiuti molto nel migliorare il proprio stile personale. Dopotutto sbagliando si impara.

Di solito realizzo 2/3 sketch al giorno, per un totale di (circa) 2 tavole giornaliere. Non è poco, ma dobbiamo contare anche il supporto dei miei assistenti, senza di loro molto probabilmente il mio ritmo subirebbe un drastico cambiamento. Una volta completata la mia mansione, prima di tornare a casa, mi dedico allo sport. Ho iniziato da pochi anni a correre e sempre da poco ho riscoperto la bellezza di questo passatempo. Non riesco a sentirmi soddisfatto se non corro, è un modo per scaricare la tensione accumulatasi durante il lavoro.

C’è un particolare divertente che noto quando pratico questo hobby quotidiano: nei manga c’è sempre un senso di insoddisfazione, sia personale che non, tuttavia, quando mi dedico completamente a me stesso, questa impressione svanisce. Anche se percorro 5km posso dire di essere fiero di me, significa che ce l’ho fatta, ho completato il mio obiettivo.

Fonte: “The Climber”.

• Hai citato i tuoi assistenti, ebbene, come lavori con il tuo staff? Andate d’accordo?

Shin’ichi Sakamoto: Incontro il mio staff tre volte a settimana, quando siamo insieme lavoriamo sullo sviluppo del manga in generale, sulla storia. Con “Innocent” e in seguito con “Innocent Rouge”, ho deciso di adottare uno stile di disegno completamente digitale; anche quando realizzavo “The Climber” apportavo delle modifiche ai paesaggi tramite tavola grafica, ma adesso è diverso. La tecnologia sta progredendo rapidamente e reputo che quest’ultima sia davvero molto utile nella stesura delle tavole della mia opera.

I miei assistenti probabilmente non sono molto abituati a disegnare manga via china e pennino, il nostro stile è assai lontano da quello originale. Dare in mano ad uno di loro un G-pen probabilmente sarebbe come regalare un accendino ad un bambino di 2 anni: si scotterebbero subito (ride). Ci sono cinque persone nel mio team e ognuno di loro ha delle capacità differenti. C’è ad esempio chi è più bravo a ritoccare gli abiti, chi a disegnare i panorami e chi invece a dare espressività ai volti dei personaggi. Alla fine tutti questi taselli si assemblano, dando vita all’opera finale; a me piace definire tutto ciò “catena di montaggio”.

“Innocent” è un manga incentrato sulla Rivoluzione Francese, all’epoca andavano di moda dei vestiti sgargianti e ricchi di decori. Ammetto che non è facile riportare in digitale degli abiti così barocchi, così chiedo solitamente al mio staff di indossarli (ne abbiamo comprati giusto un paio) e in seguito di posare davanti alla fotocamera. Le fotografie ci semplificano il lavoro.

“Innocent Rouge”: tavola centrale del capitolo 27.

• Cosa ne pensi dei manga in generale?

Shin’ichi Sakamoto: Questa è una domanda che io reputo difficile. Tempo fa pensavo al manga come ad un qualcosa che si legge e poi si lascia stare: sfogliamo un manga durante la pausa pranzo, prima di addormentarci, insomma quando ci riposiamo. Secondo questa filosofia però, il mestiere del mangaka viene sminuito. È per questo motivo che con il passare degli anni ho cambiato totalmente il mio modo di pensare, ora il mio obiettivo è rimanere impresso nella memoria del lettore.

Se riflettiamo, le mie ultime opere (si riferisce ad “Innocent” e “The Climber”) sono entrambe molto realistiche, penso che lavorare su un’opera che si basi su fatti realmente accaduti mi aiuti molto ad instaurare un contatto diretto con il mio pubblico. Nel periodo in cui lavoravo ad “Innocent Rouge” ho tentato di trasmettere ai fan anche delle piccole nozioni storiche; adoro la storia, molto spesso è una materia che viene trascurata, vorrei però ricordare che senza di essa, molto probabilmente, anzi, certamente, io non sarei qui oggi (ride).

Marie Joseph Sanson.

Discutendo a proposito di “The Climber”

• In “The Climber” viene tracciato un parallelismo con la vita reale, cosa puoi dirci riguardo questa questione?

Shin’ichi Sakamoto: Era questo il mio obiettivo, tramite “The Climber” volevo provare a creare uno “specchio della realtà”. Penso che disegnare un protagonista in cui il lettore si riveda sia oramai diventa una pensata classica, è una strategia estremamente efficace, che porta l’opera su un piano reale. Eppure non mi sono accontentato. Ho ripensato al mio stile anti-onomatopeico: il rumore di un edificio che crolla è comune, nonostante ciò, le persone interpretano i suoni in maniera unica. Ho dunque riflettuto a lungo e alla fine ho ritoccato il personaggio principale della mia storia, rendendolo estremamente versatile.

In questo modo avrebbe rispecchiato alla perfezione i miei fan (ride). Quando sei deciso a descrivere un protagonista versatile però, ti imbatti sempre in un grande rischio, ovvero la paura di tramutare la tua creazione in un burattino, in parole semplici in un corpo vuoto. Come conseguenza, la trama subirebbe un cambiamento spaventoso, nessuno vorrebbe infatti leggere una storia monotona. Ammetto che c’è stato, all’inizio, il timore di far apparire Mori Buntarou noioso, per questo motivo ho deciso di focalizzarmi in particolar modo sulle montagne, volevo che queste ultime mi aiutassero nella caratterizzazione della figura principale. Alla fine ho dato origine ad una vera e propria “relazione”: Mori dipende dalle montagne e viceversa.

In ordine da sx a dx: il vicecapitano Komatsu Tatsuji, Niimi Taku, Murata Yasufumi, il capitano Ninomiya Yuusuke, Mori Buntarou e Kase Akihiko.

• Ci sono altri messaggi all’interno di “The Climber” con i quali vorresti fare breccia nel cuore dei lettori?

Shin’ichi Sakamoto: Penso che “The Climber” sia l’opera in cui ho dato tutto me stesso. Non ho disegnato molti manga, nonostante ciò, mi piacerebbe un attimo fare un confronto fra “Kokou no Hito” e “Innocent”. Con l’ultimo ho preferito adottare uno stile di disegno completamente digitale, volevo sottolineare la grazia e l’eleganza dei personaggi che presentavo. Ho prestato molta attenzione al colore della pelle, agli abiti e agli sfondi, volevo ripresentare perfettamente la Francia del XVIII secolo a delle persone appartenenti al XXI secolo. Con “The Climber”, invece, la questione è del tutto differente.

All’epoca mi dedicavo solo ed esclusivamente ad un’arte di tipo manuale, il mio unico obiettivo era quello di rappresentare fedelmente la realtà. Questa è la più grande differenza fra le due opere: “Innocent” presenta un mondo perfetto (esteticamente parlando), è coerente con la storia; “The Climber” ritrae invece il nostro mondo così com’è, pieno di imperfezioni. Non è casuale la scelta di rendere il tratto più “sporco” in quest’ultimo. Il disegno è fondamentale nella conprensione della trama, ciò che volevo trasmettere al lettore non era altro che una lezione di vita. Il mondo è pieno di pericoli e la vita è una stancante scalata. Non esiste un pianeta Terra perfetto.

“The Climber”: paesaggio.

• Il protagonista, Mori Buntarou, va alla ricerca di un qualcosa di inesplorato, è corretto dunque interpretare questo viaggio come una maturazione psicologica? In realtà Mori è alla ricerca di sé stesso?

Shin’ichi Sakamoto: La storia di “The Climber” si apre con una specifica tavola a colori, dove vediamo il nostro protagonista andare alla ricerca di… (ride); volevo che il pubblico si domandasse “Dove vuole arrivare?”, o una frase simile. In realtà, quella che dalle prime pagine sembra una semplice scalata, si trasformerà in seguito in un qualcosa di estremamente significativo. La parete orientale del K2 si presenta come un qualcosa di nuovo, di totalmente inesplorato, Buntarou coglie al balzo l’opportunità, raccoglie il guanto di sfida e si accinge a conquistarla.

Se c’è un fattore su cui ho fatto molto leva nel periodo in cui disegnavo “Kokou no Hito”, quello è sicuramente la personalità della figura principale. Mi sono focalizzato principalmente sul suo modo di relazionarsi con il prossimo e con la montagna. Insomma, ciò che volevo ottenere in conclusione, era un Mori diverso nel finale, il mio obiettivo era di presentare ai lettori una persona diversa, trasformata. Perciò la risposta è “SÌ”, l’intera trama non è altro che un significativo viaggio di maturazione psicologica.

Mori Buntarou scala la parete est del K2.

• “The Climber” sottolinea più volte il concetto di “libertà”, puoi dirci di più a riguardo?

Shin’ichi: Qui andiamo a riflettere su una delle tematiche più intricate e complesse di tutta l’opera. Onestamente all’inizio non ero totalmente convinto del risultato ottenuto, probabilmente mi ero posto un traguardo piuttosto impegnativo. “Kokou no Hito” si fonda sul concetto di “libertà”, basti pensare alla conclusione della trama, dove possiamo intravedere un Mori Buntarou finalmente libero. Le montagne recitano ancora una volta un ruolo di fondamentale importanza: rappresentano infatti il solo luogo in cui il protagonista possa sentirsi un tutt’uno con la natura (un altro tema assai ricorrente).

La cosiddetta “Individual climbing”, o, più semplicemente, “Solo”, è l’unico appiglio sicuro per Mori, il solo e inimitabile trampolino di lancio per arrivare a toccare il cielo. Ho appositamente creato una personalità complicata, la figura di Buntarou è di difficile comprensione, in poche parole è un introverso. Senza questi handicap molto probabilmente non ci sarebbe stata nessuna scalata. La montagna è l’unica via di fuga da una società opprimente, un luogo in cui il tempo sembra fermarsi, in cui l’uomo torna alle sue origini.

Se da un lato il richiamo della natura ipnotizza la mente di Mori Buntarou, c’è da calcolare che, dall’altra parte, la ricerca di affetto e amore, fa scendere la nebbia sulle montagne. La ricerca della comprensione di sé stessi e a sua volta il desiderio di perdersi nella natura, è questa drammatica dualità che si ripresenta successivamente nei rapporti amorosi. L’infatuazione è però vana, se confrontata con la sfida al K2 è praticamente insignificante.

“The Climber”: capitolo 103.

• Nel tuo manga ci mostri quanto l’alpinismo possa essere pericoloso: è un’altra lezione di vita? È importante confrontarsi con le difficoltà per vivere al meglio?

Shin’ichi Sakamoto: Come già detto, nel mio manga la montagna è una raffigurazione della vita umana e di quanto quest’ultima possa essere effimera. Sono un appassionato di arrampicata e di certo non posso mentire a riguardo: è una disciplina sportiva veramente complessa ed estremamente pericolosa. Probabilmente la paura più grossa per gli scalatori è (e rimarranno) le slavine, per colpa della loro imprevedibilità. L’uomo non sa quando giunge la sua ora, non è mai totalmente consapevole dei rischi a cui va incontro, per questo motivo si cimenta nelle imprese più grandiose.

Penso che non esista la libertà senza la sofferenza, la prima è conseguenza dell’ultima e questo è un tema che ho approfondito meglio in “Innocent”. Reduce dal K2, Mori decide di tornare con i piedi per terra, la cima di una delle vette più alte al mondo lo ha cambiato, ora potremmo quasi dire che è in pace con sé stesso, finalmente il ragazzo si è sentito accettato ed ha accettato sé stesso. Nonostante le sue condizioni fisiche non siano più quelle di una volta, Buntarou non si arrende. Tramite le ultime tavole di “The Climber” cercavo di dare uno schiaffo al lettore (ride), il mio intento era quello di dirgli: “Forza! Non importa quante volte cadrai, rialzati! Vivi la tua vita al meglio”.

“Kokou no Hito”: libertà (tavola finale).

Discutendo a proposito di “Innocent”/”Innocent Rouge”

• Perché hai scelto il titolo “Innocent” per la tua opera?

Shin’ichi Sakamoto: Probabilmente con questa dichiarazione deluderò un sacco di persone (ride). Ho deciso di adottare il titolo “Innocent” in seguito alla lettura de “Il boia Sanson”, l’opera di Masakatsu Adachi. Infatti, all’interno della trama, c’è un momento dove Charles esclama a gran voce “Io sono innocente!”, in quell’istante dentro di me nacque un fuoco, avevo avuto l’ispirazione e inoltre ricevetti un ottimo trampolino di lancio. Successivamente sono andato a punzecchiare leggermente la mia storia, volevo filosofeggiare sul termine “innocente”: chi è innocente? E chi invece colpevole?

Il XVIII secolo francese è passato per essere uno dei periodi storici più crudi e sanguinolenti di sempre; la Rivoluzione spingeva da una parte e dall’altra vi era il popolo, assolutamente privo di ogni libertà. In una realtà simile è piuttosto complesso decidere chi vesta i panni del paladino e chi invece no, ma è proprio per questo motivo che l’ho scelta! Dunque preferisco passare la patata bollente ai miei lettori, domandando ad ognuno di loro: “Secondo voi chi è innocente?”.

Charles-Henri Sanson: primo piano.

• Come mai hai deciso di concentrare la tua attenzione sulla figura di un carnefice? Puoi spiegarci un attimo come ti è venuto in mente il personaggio di Charles-Henri Sanson?

Shin’ichi Sakamoto: Tengo subito a precisare, per coloro che non lo sapessero, che Charles-Henri Sanson fu un personaggio realmente esistito, un boia della famiglia Sanson per l’appunto, nonché responsabile dell’esecuzione di Luigi XVI durante la Rivoluzione francese. Circolano varie voci e varie leggende attorno a questa figura e ciò fa di lui un soggetto misterioso. Ho scelto Charles come protagonista di “Innocent” per fare uno strappo alla regola, mi spiego meglio.

Solitamente un manga storico prende in considerazione personaggi leggendari, ad esempio Giulio Cesare, un classico. Nel mio caso il mio editor mi pose lo stesso quesito, suggerendomi di raccontare invece la storia del re francese e non quella di un gelido carnefice. Eppure l’idea di presentare ai lettori la storia di un sovrano ben conosciuto non mi andava a genio, inoltre, vi era da una parte una porzione storica notevole da narrare, quasi impossibile da rappresentare sulle pagine di un fumetto. Così mi venne in mente Henri Sanson, un individuo semplice, ma al contempo complesso. La filosofia di un esecutore è assai facile da comprendere: uccidere o non uccidere? Senza nemmeno preoccuparsi di chi sia la vittima. Se poi il sipario si apre con un boia che vuole andare controcorrente il tutto prende una piega diversa e, soprattutto, originale.

Charles-Henri Sanson.

• Possiamo delineare un collegamento fra Charles-Henri Sanson e Mori Buntarou? Entrambi i protagonisti dopotutto condividono un senso di solitudine simile

Shin’ichi Sakamoto: Certamente, possiamo dire che Charles-Henri Sanson e Mori Buntarou si somiglino e c’è un motivo dietro ciò. Forse è un po’ faticoso da credere, ma per il personaggio di Mori non solo mi sono affidato alla figura realmente esistita di Katou Buntarou, ma mi sono ispirato anche a me stesso, al mio modo di fare e ragionare. In un certo senso per me “Kokou no Hito” rappresenta uno specchio dell’anima. Anche per l’erede della famiglia Sanson ho fatto leva sulla mia personalità, dopotutto entrambi i protagonisti sono frutto di un’unica mente, se avessi cambiato prospettiva allora avrei mentito a me stesso.

La solitudine di Buntarou e di Charles è molto simile, nonostante ciò è ambientata in due epoche totalmente differenti. All’epoca di Luigi XVI non era facile andare controcorrente: un boia che temeva di uccidere non sarebbe stato per nulla visto di buon occhio; per questo motivo la figura principale, in un modo o nell’altro, è costretta ad accettare sé stesso per quello che è. In “The Climber”, invece, il discorso cambia. Mori conduce un’esasperante ricerca della libertà e alla fine, malgrado le varie difficoltà, riesce a trovare una propria pace interiore. Ammetto che questa analogia/differenza fra i due personaggi non era voluta, è più un qualcosa nato casualmente. Un colpo di fortuna! (ride).

Marie Joseph Sanson & Charles-Henri Sanson.

• Come mai, tramite “Innocent”, hai deciso di rappresentare una realtà così sadica?

Shin’ichi Sakamoto: Mi hanno posto in molti una domanda simile e ogni volta ho risposto quanto segue: “Signori! Ma questa è la storia!”. Non ho deciso io di disegnare e in seguito descrivere una società fredda e sanguinolenta, all’epoca la violenza era all’ordine del giorno. Ovvio poi, è anche vero che, a volte, ho avuto il piacere di soffermarmi su scene brutali (si riferisce all’esecuzione di Robert-Francois Damiens), ma l’ho fatto solamente per porre sullo stesso piano bontà e crudeltà, al solo scopo di analizzare scrupolosamente la filosofia di vita di Charles-Henri Sanson.

Il mio obiettivo era anche presentare al lettore una quotidianità fuori dagli schemi. L’uomo di oggi, me compreso (ride), è abituato agli “imprevisti moderni” e alle mille difficoltà lavorative/familiari ecc… che la vita ci pone davanti. Eppure, dobbiamo ammetterlo, l’essere umano appartenente al 21°secolo è ben diverso da un cittadino modello del 700. Lo scopo finale, insomma, era anche quello di marcare un netto confine fra i due periodi storici, mi sarebbe piaciuto se i miei fan, alla fine della storia, avessero pensato: “Caspita! Come eravamo! E come ci siamo evoluti!”.

“Innocent Rouge”: esecuzione!

• Come mai hai deciso di spaziare fra “Innocent” e “Innocent Rouge”?

✒ Shin’ichi Sakamoto: Ci sono molti motivi, ma solo uno di questi è principale. La serie di “Innocent Rouge” è stata lanciata sul mercato pochissimo tempo dopo la conclusione di “Innocent” (16 aprile 2015), ovvero il 20 maggio 2015. Innanzitutto bisogna pensare a Rouge come un ipotetico finale o un vero e proprio spinoff della serie principale. Questa volta si cambia prospettiva, dal (inizialmente) duro dal cuore tenero Charles-Henri Sanson, passiamo alla fredda discendente della casata Sanson, ovvero Marie Joseph Sanson. Letteralmente, ho girato la frittata.

Mi è piaciuto molto raccontare del personaggio di Marie Joseph, perché è una figura che elude ogni canone; non so come ho fatto, ma a quanto pare le ho donato una personalità e un comportamento tutto suo. Con Marie ho tentato di rendere il lettore più partecipe nella trama, volevo che i miei fan si sentissero presi per mano in un certo senso. I protagonisti delle due opere quindi, seppur ad occhio molto simili fra loro, sono in realtà agli antipodi. Basta analizzare il finale di “Innocent Rouge” (ora non voglio svelare troppi dettagli) per capire quanto Marie Joseph sia diversa da Charles, ho reso la sua figura praticamente immortale, l’ho letteralmente stampata sulle pagine del mio manga.

Bal a Versailles.

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