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Rainbow: riflettere sul tema delle carceri

Rainbow

Generalità

A partire dal 21 Settembre 2021, sulla piattaforma VVVVID, è disponibile l’anime Rainbow. L’opera è arrivata un po’ in ritardo: il manga, iniziato nel 2002, ha ricevuto una trasposizione animata già nel 2010. In Italia invece, il fumetto è stato licenziato nel 2013 (a serializzazione giapponese ben conclusa) e pubblicato da Planet Manga, mentre l’anime è arrivato solo adesso, nel 2021.

Dico “solo”, perché Rainbow è un’ottima occasione per riflettere sull’attualità, su tematiche che oggi si fanno sempre più presenti nel dibattito culturale quotidiano. La scelta di mandarlo in streaming gratuitamente, in questo periodo, non è stata affatto sbagliata.

L’Italia, infatti, il 6 Aprile 2020, ha visto uno dei casi di cronaca più tristi della sua storia: al carcere di Santa Maria Capua Vetere sono avvenuti ripetuti pestaggi, torture e altre violenze, fisiche e verbali, ai danni di 177 carcerati.

Il quotidiano “Domani” ne ha anche pubblicato le registrazioni delle telecamere di sorveglianza, che testimoniano l’orribile accaduto. Lo staff di Rainbow ci tiene a contestualizzare la storia, ma è importante anche interfacciarsi con la realtà e ricordare che la rappresentazione vista nell’anime non è poi così lontana dalla realtà quotidiana.

Una serie simbolica

Rainbow non è basato su una storia vera, pur cercando di ricreare un preciso periodo storico. Ambientato nel secondo dopoguerra, la realtà storica e politica del tempo interviene pochissimo nel corso della storia. I conflitti politici con gli Stati Uniti, la difficile ripresa economica e psicologica dopo il dramma delle bombe atomiche, appare come uno sfondo solo vagamente tratteggiato.

Il fulcro assoluto della narrazione è lo sviluppo morale dei personaggi principali. Questi, non sono osservati in modo analitico, ma vengono mano a mano idealizzati. Questa idealizzazione del personaggio, di cui discuteremo più avanti, contribuisce alla creazione di un universo più simbolico che letterale.

Le scene scandite dalle frasi lapidarie della voce narrante, che ricordano l’andamento degli haiku, circondano le immagini di un alone quasi mistico, religioso. Il storia del protagonista, Sakuragi, non entra a contatto con il contesto storico, ma vive di vita propria: potrebbe essere la vita di un carcerato qualsiasi.

Dentro l’opera

Più caratteri che personaggi

I personaggi non si presentano come persone a tutto tondo, piuttosto sembrano caratteri, universali, a tratti stereotipati, idealizzati.

  • Partiamo dal personaggio più importante: Sakuragi, detto An-chan (termine che da VVVVID è stato tradotto con “fratellone”). La sua storia può essere letta come un campione di bontà: nonostante le ripetute angherie, Sakuragi mette davanti a tutto il perdono. Nel suo personaggio, estremamente positivo, c’è qualcosa di ideale e mitico. La sua è una presenza costante nel corso della storia. Sakuragi rappresenta, infatti, la morale assoluta, l’etica pura, dettata solo dal cuore.
  • A Sakuragi, per importanza, segue Mario Minakami, detto semplicemente Mario. Fra tutti gli sviluppi emotivi, quello di Mario è il più approfondito. Da ragazzino impulsivo e incosciente, Mario si trasforma presto in adulto capace realmente di confrontarsi realmente con la durezza del mondo esterno. Un mondo avverso agli ultimi e giustizialista, che Mario combatte con la stessa pazienza di Sakuragi, figura di cui è erede. Anche lui, quindi, dopo il primo arco narrativo, incarna il sogno di una morale perfetta, di una legge che guardi veramente ai bisogni dell’uomo.
  • Abbiamo poi Joe Yokosuka, detto semplicemente Joe, dallo sguardo bello quanto malinconico. Molto meno eroico (i primi due sono quasi eroi romantici), Joe incarna, nel suo volto, tutta la fragilità della bellezza, quel mono no aware tanto caro alla cultura giapponese. Non è un caso che Joe continui la sua strada post-riformatorio con il canto. Più drammatico che eroico, Joe è più spesso vittima di abusi: lui, in fondo, rappresenta il talento, la creatività, distrutti dal sistema violento nel quale sono immersi.
  • Noboru Maeda è tutto il contrario. Egli è infatti detto Suppon (letteralmente “Tartaruga”), parola che VVVVID ha abilmente tradotto con “Mandibola”. Questo perché il morso di Noboru ricorda il rapido attacco di alcune specie di tartarughe. A parte il nome, la stessa fisionomia del personaggio evoca il suo carattere: piccolo e scaltro, quanto impulsivo e furbo. Di gran lunga il personaggio più comico, Mandibola è la personificazione della lealtà. Come una specie di Servo della Commedia dell’Arte, nonostante il carattere un po’ istintivo, molte situazioni vengono risolte proprio grazie alle sue abilità.
  • Altrettanto comico è Masaku Matsuura, detto Kyabetsu, ovvero “Cavolo”. C’è poco da dire su di lui: è il classico ragazzo alto e robusto, poco intelligente, ma estremamente buono e gentile, un Maciste. Il suo carattere, seppur stereotipato, è comunque uno dei meglio riusciti. Il suo arco narrativo post-riformatorio, è una dolce boccata d’aria fresca.
  • Stereotipato come Cavolo, è il personaggio di Soldato (in giapponese Heitai). Molto poco approfondito, Soldato risolve le situazioni quasi esclusivamente con la forza bruta, anche quando si tratta di sgridare i propri amici.
  • Opposto a Soldato è Ryuuji Nomoto, detto Baremoto, che letteralmente significa “Smascherato”, ma che VVVVID ha tradotto con “Bronzo”, credo giocando con il modo di dire “Faccia di bronzo”. Bronzo è un personaggio di grande sapienza, ma profondamente vigliacco. Tra tutti è il personaggio meno leale e più realistico. I suoi piani e le sue abilità rimettono la storia in una condizione di maggior naturalismo, altrimenti totalmente assente.
Rainbow
Da sinistra verso destra: Soldato, Sakuragi, Cavolo, Mandibola, Joe, Mario.

Gli antagonisti non sono da meno

Se la caratterizzazione dei protagonisti è portata al massimo dell’idealizzazione, attraverso caratteri stereotipati e fisionomie simboliche (Mandibola piccolo e scaltro, Cavolo grosso e stupido), la caratterizzazione degli antagonisti non è da meno. Anzi, i tratti somatici dei personaggi negativi sono tutti molto simili: occhi piccoli, sorrisi sardonici e volti volutamente caricaturali.

Rainbow
Ishihara, l’antagonista principale del primo arco narrativo.

Ad un certo punto, tutte le persone avverse al gruppo dei protagonisti, sembrano reincarnare Ishihara, vera personificazione del male, incapace di redimersi. Il secondino infatti, non rappresenta un uomo, ma tutta la corruzione che si nasconde dietro la violenza della polizia carceraria, un male contro cui tutt’oggi si combatte.

La corruzione, più che la violenza (anzi, a volte vista come necessaria), è ciò che l’anime vuole combattere, attraverso discorsi a volte retorici. Questo accade soprattutto nell’arco narrativo di Sasaki. Queer coding a parte, la sua storia è già vista (oserei dire, anche nella realtà): è il politico carismatico e promettente, che però nasconde rapporti con minorenni.

Giustizialismo

Fare giustizia diventa una necessità, un bisogno quasi impellente. Ma che tipo di giustizia bisogna fare?

Se i giovani protagonisti, con la violenza e i mezzi non proprio pacifici, propongono una giustizia naturale, etica, che combatte il potere corrotto e compromesso, gli adulti antagonisti propongono una giustizia severa e spesso sommaria.

Il giustizialismo, dopo la corruzione, diventa il secondo male da sconfiggere. Avvocati e giuristi, piuttosto che guardare ai bisogni dell’uomo, sembrano guardare ad un desiderio di vendetta, più che di giustizia.

Sbattere in carcere per ripristinare l’ordine, punire piuttosto che rieducare. Anche questo è un argomento che ha tanto toccato l’Italia (può essere interessante ripercorrere il caso dei “Diavoli della bassa modenese” descritto dalla serie Veleno, disponibile su Prime Video) e su cui Rainbow mi ha permesso di riflettere.

Che si tratti dunque di fare giustizia a tutti i costi o imporre rigide e inutili norme, il mondo degli adulti è il naturale nemico del mondo dei “ragazzi”, fatto di sogni e speranze, spesso deluse.

Il Procuratore è la perfetta incarnazione di una giustizia che preferisce punire i criminali piuttosto che riparare il danno commesso.

L’opera nel nostro contesto

Viene da sé, collegare l’universo di Rainbow con il nostro, quello fatto di carne ed ossa. Quello dove le carceri sono un problema scottante che però nessuno ha il coraggio di guardare in faccia.

La violenza nelle carceri

I nostri protagonisti subiscono le peggiori umiliazioni: dalle sevizie del pedofilo Sasaki, alle manganellate di Ishihara, date senza alcuna ragione precisa. Sebbene le atmosfere sembrino, talvolta, quelle di un film dell’orrore, si tratta di una problematica oggi ancora estremamente diffusa. In Italia, oltre al già menzionato carcere di Santa Maria Capua Vetere, sono ben 8 le carceri indagate per “violazione dei diritti umani”.

Storicamente parlando, anche il Giappone è noto per le violenze commesse nelle sue prigioni e non solo: insieme agli Stati Uniti, il Giappone è l’unico paese del G7 a contemplare ancora la pena di morte. Per non parlare delle violenze commesse nei campi di prigionia durante la Seconda Guerra Mondiale, un argomento egregiamente toccato dal capolavoro di Nagisa Ooshima: Merry Christmas Mr. Lawrence (1983).

Uno dei protagonisti del film, interpretato proprio da David Bowie.

Proprio come il Capitano Yonoi, protagonista del suddetto film, mirabilmente interpretato dal compositore Ryuichi Sakamoto, l’Ishihara di Rainbow riversa la violenza là dove non riesce ad arrivare. Distruggere i sogni di una gioventù, non potendo possederli. Far soffrire chi è in condizioni peggiori delle nostre pur di non sentire il nostro disagio interiore. E quando si mostrano persone come Sakuragi o il Maggiore Celliers (il David Bowie qua sopra), che alla violenza rispondono con il perdono, l’unica via di fuga è impazzire.

Il problema delle recidive

Il problema delle recidive è un problema serio, che ha duramente messo in questione il sistema carcerario europeo e mondiale. Il carcere costa e anche tanto, che senso ha mantenerlo così, se non svolge il suo compito? (Per leggere dati precisi clicca qui).

In Rainbow, difatti, alcuni protagonisti, bene o male, sembrano tornare nel mirino della criminalità. Qualcuno per scelta (come Mandibola), qualcuno involontariamente (come Mario), nel mondo raccontato da Rainbow abbandonare il proprio passato è troppo difficile. Come se non bastasse, il carcere, o meglio, il riformatorio, lascia un segno indelebile nelle vite dei protagonisti.

L’infermiera Setsuko, innamorata di Mario, è costretta ad un matrimonio di convenienza.

Soprattutto nei rapporti con le figure femminili, il carcere sembra un mondo dal quale non si può realmente uscire. Una volta entrati si viene marchiati a vita. A quel punto non resta che adattarsi al ruolo che la società stessa affibbia ai protagonisti.

Rainbow non connota negativamente la criminalità, il problema è sempre nella rigidità delle norme, delle apparenze. I veri nemici sono altri e spesso questi nemici sono più sofisticati di semplici crimini minori: la corruzione, il giustizialismo o perfino l’invidia (nell’arco narrativo post-riformatorio dedicato a Joe). Tutti nemici che il carcere non riesce veramente a sradicare dal tessuto sociale. Nell’interpretazione di Rainbow, potremmo dire che, a finire in riformatorio, non sono di certo i carnefici, ma le vittime di un sistema incapace di osservare la vera “malattia”.

Conclusioni

Si potrebbero toccare tanti altri argomenti sulle carceri, come il carcere minorile, che anche Rainbow, in modo meno evidente, già affronta. Per esempio: Il sovraffollamento, l’alto tasso di suicidi nelle strutture di detenzione, tanto per citare due degli argomenti più problematici.

Ma se Rainbow è riuscito a sensibilizzarvi su queste tematiche, vi consiglio di concludere questa lettura aprendo il sito dell’Associazione Antigone e di leggere le loro accuratissime raccolte di dati.

Pure con le sue punte di idealizzazione estrema, di poco contatto con la realtà storica, Rainbow ci ricorda che il tema delle strutture di detenzione è un tema ancora estremamente caldo. Un tema, soprattutto, che abbraccia tutta la realtà sociale in cui viviamo: la giustizia, la politica, la storia culturale e i diritti umani.

Tutto sommato, si tratta di un anime accessibile a tutti – i maggiorenni, s’intende – in grado di affrontare chiaramente e senza troppa retorica un argomento di questa portata. Unico problema: il coinvolgimento emotivo è tantissimo, per cui… Preparate i fazzoletti!

FONTI: Per i dati sulla situazione delle carceri ho reperito i dati su due siti.

  1. Editoriale Domani
  2. Associazione Antigone. Potete inoltre sostenere l’Associazione Antigone con una semplice donazione, sul loro sito.

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