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Parliamo di Attack On Titan – The Final Season Part 2

Guardare la seconda parte della quarta stagione di Attack on Titan, a distanza di quasi un anno dalla conclusione del manga, vuol dire riscoprire un pezzo importante di un’opera importante.

Sappiamo bene come la storia di questa Final Season sia complessa. Rivederla, conoscendo la trama a priori, mi ha permesso sicuramente di cogliere più sfumature. Il motivo principale della complessità nasce, infatti, dai temi trattati. Sapere dove Isayama vuole andare a parare permette di comprendere meglio questi temi e l’impatto che hanno avuto sui nostri personaggi.

Questo articolo, più che una recensione, vuole essere un approfondimento sugli spunti di riflessione che la storia offre. L’opera ci invita a riflettere sulla condizione dell’essere umano e credo non ci sia periodo storico più adatto di questo per affrontare tali argomenti.

Fatta la doverosa premessa, partiamo con un sunto della stagione, che adatta i capitoli da 117 a 130 del manga.

La trama di Attack on Titan: The Final Season Part 2

La stagione inizia con un ultimo attacco di Marley all’isola di Paradis con l’obiettivo, da parte dei marleyani, di recuperare il Fondatore. Inizialmente, sembra che Eren e Zeke siano alleati e abbiano l’intento di attivare il potere del Fondatore, così da portare a termine il piano “eutanasia”, presentato nella stagione precedente.

Attack on Titan: battaglia di Paradis
Yelena osserva la battaglia compiaciuta

Una volta attivato il potere, però, Eren tradisce Zeke. Ci ritroviamo, quindi, con Eren e Zeke che viaggiano fra i ricordi del loro padre e vengono a conoscenza del suo passato. Eren decide, quindi, di attivare il boato della Terra, comandato da lui stesso, nel corpo del Gigante Fondatore. Il suo piano, in realtà è sempre stato quello di distruggere tutti gli umani al di fuori di Paradis, in modo da “resettare” il mondo e portare a termine la spirale di odio e vendetta.

Si apre, quindi, un dibattito morale fra i suoi compagni. C’è chi non riesce a stare a guardare mentre Eren uccide miliardi di innocenti e chi sostiene la causa del protagonista, come Floch e gli altri yeageristi.

Si arriva alle armi quando i primi, ai quali si è aggiunta Annie (uscita dal suo cristallo dopo che Eren ha annullato tutti gli indurimenti per avviare il boato), decidono di rubare l’idrovolante della famiglia Azumabito per raggiungere Eren e fermarlo. Nonostante la sanguinolenta battaglia, che ha visto scontrarsi chi una volta era considerato amico, i protagonisti riescono a partire.

Un ritratto della società moderna

Il mondo al di là delle mura

Uno dei cambiamenti maggiori che si avvertono nel passaggio fra le prime tre stagioni e la quarta riguarda il periodo storico a cui Isayama si è ispirato. L’isola di Paradis sembra una cittadella fortificata del Tardo Medioevo, mentre Marley ricorda più i primi decenni del ventesimo secolo.

Non si tratta di una scelta casuale: i primi anni del ‘900 sono, infatti, gli anni in cui si è diffuso il fenomeno della società di massa. Ciò che stupisce i protagonisti al loro primo sbarco a Marley è l’enorme quantità di esperienze che una città moderna offre. Gli abitanti di Paradis, abituati alla loro vita dura e faticosa, si stupiscono di cose che a noi spettatori appaiono banali, come un semplice gelato o un’automobile.

Ciò che vediamo subito dopo, però, è come questo tipo di società generi disparità. In una veloce sequenza di qualche minuto, l’anime ci presenta il tema della criminalità, attraverso un ragazzino che ruba il portamonete di Sasha. Levi, assistendo alla scena, blocca il bambino prima che possa scappare, catturando l’attenzione dei passanti, che ora vorrebbero picchiare il bambino. Questi uomini, classici cittadini medio borghesi, non si chiedono per quale motivo il bambino abbia rubato, scopriamo solo in seguito trattarsi del figlio di una famiglia molto povera.

In questa sequenza, l’opera ci mostra abilmente la disparità delle classi sociali e la mancanza di forme assistenziali per gli strati più poveri. Persino dietro il volto vispo di un piccolo ladruncolo si può nascondere una forma di disagio. Si tratta, insomma, di una critica abbastanza chiara alla società moderna.

Si può andare oltre nella riflessione e notare come sia a Marley che a Paradis ci sia disparità, nonostante prendano spunto da periodi storici molto diversi. Questa analogia vuole quasi mostrare come l’etica umana non sia cambiata molto in questi secoli, nonostante il progresso tecno-scientifico e i cambiamenti economico-sociali.

La lingua del divertimento

Subito dopo gli eventi descritti sopra, però, il gruppo entra a contatto con gli abitanti dell’accampamento di cui fa parte il bambino. Nonostante la loro povertà, decidono di trattare i nostri protagonisti come ospiti, offrendogli cibo e bevande alcoliche di ogni genere. Ciò che ne nasce è una vera e propria festa.

Il forte messaggio che Isayama ha voluto lasciare riguarda il linguaggio del divertimento. Gli abitanti di Paradis non parlano la stessa lingua di queste persone e spesso faticano a farsi capire. Non condividono la stessa cultura e nemmeno la stessa etnia. Nonostante tutte queste differenze, però, riescono a divertirsi e ridere insieme, cantando e ballando fino alla mattina seguente.

La forza di questo messaggio è accresciuta dal fatto che la quarta stagione mostra principalmente uno scontro culturale fra Paradis e Marley. Sembra quasi un barlume di speranza in cui credere, come se Isayama volesse ricordarci, dopo una lunga critica sociale, che gli uomini sono capaci anche di diffondere felicità e armonia.

Proprio per questi motivi mi piace definire Attack on Titan un ritratto della società moderna, in quanto presenta personaggi e relazioni in cui possiamo immedesimarci, nel bene e nel male.

Il vero demone di Attack on Titan

Scegliere di uccidere

Nelle stagioni precedenti, lo scontro era diretto: umani contro giganti. Non ci si ponevano molti dubbi etici su quanto fosse giusto uccidere, dato che si trattava di pura sopravvivenza; si eliminavano dei mostri. La situazione cambia quando bisogna puntare la lama contro altri esseri umani, se non addirittura compagni.

Ciò che strazia maggiormente lo spettatore è vedere vecchi amici costretti a puntarsi pistole alle tempie. In un contesto come quello presentato, i concetti di nemico e alleato si mescolano, sfumando l’uno nell’altro. Il soldato marleyano e quello di Paradis, che fino a poche ore prima combattevano aggressivamente l’uno contro l’altro, dopo il boato si trovano dalla stessa parte, con l’intento di fermare Eren. Viceversa, cari amici si ritrovano da parti opposte del fronte, costretti ad uccidersi vicendevolmente

yeagerista punta pistola a Connie
Uno yeagerista punta la pistola a Connie, suo vecchio compagno

In questi frangenti, si percepisce la futilità dei pretesti di guerra. I soldati di Marley sono sbarcati con l’intento di uccidere i “demoni dell’isola”, mentre gli yeageristi attaccarono Marley per difendere la loro patria e il rinato “Impero Eldiano”. Entrambi gli schieramenti fanno risalire i loro moventi a fatti storici accaduti millenni prima, ignorando che sull’altro fronte si trovano innocenti e estremisti come loro.

Si è spesso paragonato Attack on Titan alla seconda guerra mondiale, ma a mio parere ha più senso fare un parallelismo con la prima. Fu in quegli anni che tutti gli eserciti si mossero spinti da sentimenti nazionalisti, guidati da motti come Dulce et decorum est pro patria mori (è bello e dolce morire per la patria). L’intento di Isayama è proprio quello di mostrare la futilità di tali ideali.

Uscire dalla foresta

A questo punto la domanda sembra scontata: chi è il vero “demone” della storia?

La risposta arriva da uno dei personaggi secondari, ovvero Niccolò, cuoco eldiano facente parte del gruppo di volontari, partito per Paradis nella stagione scorsa. Gli esseri umani sono, per lui, bestie selvagge, che si combattono fra loro per natura. Il demone si annida in ognuno di noi, portandoci a compiere atrocità per raggiungere i nostri fini e generando spirali d’odio e vendetta.

L’unica soluzione, per Niccolò, consiste nel tentare, giorno per giorno, di migliorarsi e migliorare il mondo. Se si seguiranno questi presupposti, in futuro, le persone saranno in grado di “uscire dalla foresta” e dar vita ad una vera e propria società civilizzata.

Niccolò spiega il suo punto di vista
Niccolò spiega il suo punto di vista

Il compito dei maestri

Un altro tema interessante che Isayama tocca riguarda il ruolo degli insegnanti. In uno degli ultimi episodi della stagione, vediamo l’istruttore Sadis e il comandante Magath intenti a sacrificarsi facendo esplodere una nave, in modo che gli yeageristi non possano raggiungere e uccidere i loro allievi. Poco prima di morire, però, i due discutono sul loro ruolo nella vicenda.

Sadis è stato istruttore del corpo di ricerca di Paradis. Durante la sua vita, ha cercato di instillare un senso di giustizia e libertà nei suoi allievi, in modo che li potesse guidare nelle loro missioni fuori dalle mura. Sadis si è detto fiero di ciò che stanno facendo per fermare Eren. Questi giovani avrebbero potuto vivere tranquilli sull’isola, eppure rischiano la loro vita per salvare vite innocenti, proprio grazie a quel senso di giustizia che lui gli ha trasmesso.

Magath, invece, si sente deluso da se stesso. A un passo dalla morte, si rende conto di come i suoi insegnamenti d’odio verso i demoni dell’isola fossero solo ideali futili. Sente su di sé la responsabilità di vite private della loro innocenza, incolpandosi di averle cresciute sotto i discutibili valori del suo paese.

A conti fatti, entrambi raccolgono i frutti del loro lavoro. Sentono addosso il peso e la responsabilità del loro compito, come insegnanti e quindi plasmatori di giovani menti. In fondo, però, si possono dire entrambi soddisfatti di aver cresciuto ragazzi con un forte senso di giustizia e responsabilità, capaci di discernere il giusto anche in situazioni complesse.

Il loro sacrificio, infine, rappresenta l’ultimo disperato tentativo di salvare le vite dei loro allievi. Come dice lo stesso Sadis: “In fondo, è proprio questo il compito dei maestri”.

Attack on Titan: Magath e Sadis
Da sinistra: Magath e Sadis

La parabola di Eren

Un protagonista “passivo”

Sicuramente, avrete notato il ridottissimo screen time di Eren. La scelta di dedicare poco tempo al personaggio, soprattutto nel finale di stagione, però, non è affatto casuale.

In questa parte dell’opera, Eren diventa la chiave di volta della trama. C’è chi si schiera eticamente e militarmente con lui, chi si rifiuta, chi non ha un’idea precisa anche quando punta la pistola contro qualcuno. Insomma, tutti cosa fare in funzione delle sue azioni.

In questo senso, Eren diventa un protagonista “passivo”. Le sue mosse non sono più seguite in prima persona (ad eccezione degli episodi ambientati nei sentieri), ma tutta la vicenda si svolge rimandando alle sua azioni e alla sua figura. In questo modo, il punto di vista si capovolge e permette a noi spettatori di cogliere i conflitti interni nelle varie parti del mondo, oltre che la portata storica dell’evento.

Si tratta di una sperimentazione assolutamente innovativa per il mondo dell’intrattenimento. Una sperimentazione che, a mio avviso, ha avuto ampio successo.

I’m the same as you

In questa stagione, si analizzano anche le analogie fra Eren e Reiner. Si chiarsisce, ora, quella famosa frase detta da Eren durante il discorso di Willy Tibur nella stagione precedente. L’obiettivo del primo, attivando il boato della Terra, è semplicemente di salvare il mondo, per lo meno secondo i suoi ideali, ed è disposto a sacrificare vite innocenti per farlo, esattamente come Reiner quando distrusse le mura.

Questo espediente permette all’autore di analizzare lo sviluppo di una spirale d’odio. Grazie anche all’inversione del punto di vista, veniamo catapultati in una situazione uguale ma opposta alla prima stagione. Questa volta, la causa di tutte queste vittime innocenti, che hanno generato l’odio dei marleyani verso gli eldiani, è Eren, così come la causa scatenante dell’odio verso i marleyani da parte degli eldiani, per motivazioni affini, è proprio Reiner.

Possiamo, poi, riconoscere come le azioni di Reiner abbiano portato alla sete di vendetta degli yeageristi. In questo senso, Eren si mostra come il punto di rottura della spirale. Secondo lui, le guerre esisteranno fintanto che esiterà l’uomo. L?unico modo per salvare i suoi amici è, dunque, uccidere tutti gli altri essero umani. Come abbiamo visto sopra, l’opera riflette molto su come l’umanità tenda a commettere sempre gli stessi errori. Se per Niccolò la soluzione era tentare di essere ogni giorno migliori, per Eren l’unica via d’uscita è il genocidio.

Attack on Titan: I'm the same as you
La famosa frase di Eren

L’assenza di finalità di Attack on Titan

Dentro la storia

In questi episodi, che rappresentano “l’inizio della fine”, è possibile riconoscere il tema dell’assenza di finalità. Spesso, abbiamo assistito a personaggi che si chiedevano il “perchè” di ciò che stava accadendo. Con l’arrivo delle prime risposte, è stato sempre più chiaro che un motivo, in realtà, non c’era.

La backstory di Ymir ci mette davanti proprio questo leitmotiv. L’origine della creatura che le diede i poteri è un mistero. Molto probabilmente, si tratta di una forma di vita come altre e l’incontro con Ymir, che guarda caso è una schiava e ricopre un ruolo sociale quasi nullo, è pura casualità.

Lo stesso concetto lo ritroviamo nella nomea degli Ackerman, che conta giovani e meno giovani spiccatamente più forti e prestanti della media. Più ci inoltriamo nella storia e meno sappiamo di questo fantomatico “gene” o “potere” che renderebbe gli Ackerman diversi rispetto a una qualunque altra persona. Infatti, non sono altro che persone comuni spinte dalla loro volontà di sopravvivere e di questa sopravvivenza hanno fatto la loro forza. 

Il fine ultimo e il perché un dato personaggio riesca o meno a fare una determinata cosa non inficia affatto sulla storia, ma anzi, la rende molto più realistica. Alla fin fine, non sempre c’è una spiegazione a tutto.

Fuori dalla storia

L’assenza di finalità si riscontra anche nello schema narrativo adottato. Con un occhio attento, si può notare come tutti i personaggi seguano i propri ideali, compiendo le azioni in base a ciò che pensano, senza essere asserviti alla trama.

Nessuna azione è compiuta per ottenere un finale specifico, ma tutti si comportano in funzione della propria morale. In questo modo, la storia appare senza finalità. Possiamo quasi dire che si costruisca da sola, il compito di Isayama è solo quella di disegnarcela e mostrarcela.

Tutto ciò concorre a restituire un realismo senza pari. Amiamo i personaggi di Attack on Titan perchè sono incredibilmente veri. Allo stesso modo, ci immergiamo nella storia perché è credibile, aspettando con ansia l’episodio successivo

I disegni, le animazioni e la CGI di Attack on Titan

Affrontati i temi riguardanti la trama, mi approccio all’analisi della parte artistica. Il lavoro fatto da Studio MAPPA è assolutamente migliorato rispetto alla stagione scorsa.

Molte sono state, infatti, le critiche dell’anno passato, soprattutto riguardo alla CGI. Ora, possiamo dire che si sono fatti grandi passi avanti ed è indubbio che lo stile di disegno presentato sia diverso da quello di Wit Studio, ma si tratta pur sempre di disegni prodotti egregiamente. Si può discutere per ore su quale delle due interpretazioni grafiche sia più adatta, ma, a mio parere, sono entrambe ottime.

Sul piano della CGI, invece, bisogna riconoscere una qualità generale decisamente migliore della precedente. Per quanto si possa storcere il naso davanti a questa nuova frontiera dell’animazione, con un po’ di onesta intellettuale si deve anche ammettere che il prodotto finale è decisamente ben riuscito.

Gigante corazzato
Il gigante corazzato, reslizzato in CGI, in un frame dell’anime

Conclusioni

Al termine di questa lunga analisi, posso confermare ciò che voi lettori avrete già capito. Attack on Titan mi è piaciuto.

Si tratta di un prodotto in costante miglioramento, che presenta tematiche profondissime, oltre che difficili da raccontare. Il tutto è posto in una cornice grafica più che accettabile e in uno schema narrativo che fa dell’immersione e della trasparenza i suoi valori fondanti. Insomma, tutto ciò che mi aspetto da una produzione di successo.

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