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Guida per introdursi al mondo di Shigeru Mizuki

Introduzione: chi è Shigeru Mizuki?

Shigeru Mizuki, pseudonimo di Shigeru Mura, è uno dei più acclamati autori manga passati. Probabilmente meno noto rispetto ad altre leggende quali Osamu Tezuka o Shotaro Ishinomori, questo per colpa della mancanza di notizie riguardo la sua vita in generale. Mizuki si dedicò durante il suo periodo di attività solamente alla stesura di opere che vedevano come protagonista un sé stesso bambino, o, al massimo, uno Shigeru Mura adolescente.

Gli vanno attribuite delle grandi opere autobiografiche, ad esempio “Verso una nobile morte”, una trama piena di significato, vera e dura, una storia che Mizuki visse sulla propria pelle. Oppure racconti storici del passato come “Gekiga Hitler” o “La battaglia del Riso e del Ferro”. Ben più rinomati furono i suoi capolavori folkloristici e dunque a tema yokai, grazie ai quali Shigeru divenne uno dei più grandi intenditori in materia.

Ma il vero exploit si verificò nel 1959, l’anno in cui l’autore pubblicò su “Weekly Shonen Magazine” quello che diverrà il suo cavallo di battaglia: il celeberrimo “GeGeGe no Kitaro”. Da qui in avanti la carriera di mangaka di Mura non farà che splendere. “Akuma-kun”, “NonNonBa”, “Kappa no Sanpei”, sono solamente una manciata dei lavori appartenenti all’artista. Opere leggendarie che gli permisero di divenire un vero e proprio mito.

📚 Ordine di lettura per approcciarsi al mondo di Shigeru Mizuki

Considero quello che segue un mio personalissimo “ordine di lettura”, non obbligatorio. Vi sono opere dell’autore che necessitano un’introduzione, altre che invece implicano la lettura di altri racconti, altre ancora che coinvolgono, per quanto siano facili in quanto a comprensione, delle piccoli basi storiche e mitologiche. Durante il suo periodo di attività che va dal 1957, ovvero l’esordio del suo primo lavoro, “Rocketman”, al 2005, dieci anni prima del decesso, Mizuki scrisse e disegnò un numero impressionante di manga, molti dei quali scartati e dunque non rintracciabili.

Molte delle sue trame nel corso del 21°secolo divennero di difficile reperibilità: basti pensare alla “Shigeru Mizuki Complete Works”, la collana di cento e passa volumi contenente la maggior parte delle produzioni dell’artista. È di conseguenza complicato determinare una vera e propria scaletta, nonostante i temi trattati siano molto simili fra un filo narrativo e l’altro. Questo è dunque un articolo scritto per fare chiarezza, per rispolverare vecchi titoli e per introdurre i nuovi lettori a questa leggenda del mondo dei manga.

“GeGeGe no Kitaro”

Il cavallo di battaglia dell’intero repertorio di Shigeru Mizuki, “Kitaro dei Cimiteri”, venne creato due anni dopo la pubblicazione di “Rocketman” (la primissima opera dell’autore), e vanta dunque una longevità eccezionale per l’epoca. Lo stile distorto di Mura si combina con un’atmosfera grottesca, e le ambientazioni, per le quali il mangaka fu a lungo acclamato, ottengono un effetto ben più realistico. Ci troviamo difronte ad una svolta epocale: l’introduzione di personaggi in stile cartoon in uno scenario da fotografia.

Ciò che però rapì gli occhi dei lettori non fu tanto la finta (comica) trama in stile horror, bensì la maniacalità e la cura con cui gli esseri del folklore giapponese, gli yokai, venissero trattati. L’intero character design è una perfetta riproduzione della mitologia nipponica. Da questo momento in avanti Shigeru Mizuki non farà altro che affinare le sue capacità fino al giorno in cui sarà riconosciuto come uno dei massimi esperti del genere.

• Ordine di lettura/visione

Non vi è uno specifico ordine di lettura per il manga di “GeGeGe no Kitaro”: esistono solamente una grande quantità di oneshot e spinoff della serie principale, i quali necessitano di essere collocati nella giusta posizione. Tutto ciò, logicamente, per permettere una corretta lettura dei volumi e dunque al fine di godersi al meglio la narrazione. (Nota bene: quello che segue è solamente un elenco).

Per la serie animata invece vi sono da tenere in conto anche i film, molto importanti per collegare i vari spezzettoni fra loro. Di conseguenza consiglio una particolare scaletta da seguire, a parer mio funzionale e corretta cronologicamente.

📓 Manga

  • 🇯🇵 “Hakaba Kitaro”: è la prima versione di “GeGeGe no Kitaro”, una serie che fa leva soprattutto sul lato horror della narrazione. Il titolo, e di conseguenza il contenuto, furono cambiati perchè considerati inadatti ad un pubblico adolescente.
  • 🇯🇵 “GeGeGe no Kitaro”: la serie principale, durata ben 10 anni. Pubblicata all’interno di 9 volumi.
  • 🇯🇵 “Kitaro vs Akuma-kun”: uno spinoff che vede le narrazioni di Kitaro e di Akuma-kun mischiate in un’unica storia.
  • 🇯🇵 “Watashi wa GeGeGe”: un breve oneshot che racconta la storia di ognuno dei componenti della banda di Kitaro.
  • 🇮🇹 “Le spaventose avventure di Kitaro”: una serie di racconti provenienti dalla serie principale. Edito da JPOP.
  • 🇮🇹 “Le inquietanti avventure di Kitaro”: una serie di racconti provenienti dalla serie principale. Edito da JPOP.
  • 🇮🇹 “I segreti di Kitaro e degli yokai”: volume da collezione. All’interno è spiegato il mondo di Kitaro secondo Shigeru Mizuki.

Quello che segue è l’ordine di lettura secondo il sottoscritto. Come già specificato non è obbligatorio. Può darsi che una parte delle opere citate implichino a loro volta la lettura di un secondo titolo.

“Hakaba Kitaro”Non molto consigliato per colpa della difficile reperibilità.
“GeGeGe no Kitaro”Può essere letto anche per primo.
“Watashi wa GeGeGe”Un approfondimento sulla serie appena letta.
“Kitaro vs Akuma-kun”Presuppone la lettura di “Akuma-kun”.
“Le spaventose avventure di Kitaro”Un modo alternativo per recuperare facilmente “GeGeGe no Kitaro”.
“Le inquietanti avventure di Kitaro”Un modo alternativo per recuperare facilmente “GeGeGe no Kitaro”.
“I segreti di Kitaro e degli yokai”Può essere letto al posto di “Watashi wa GeGeGe”.

📺 Anime

La serie animata è andata incontro ad un sacco di remake. Molti di questi migliorano in qualità e grafica rispetto all’originale, mentre altri ancora hanno subito invece un vero e proprio cambiamento a livello narrativo. Di seguito l’ordine di visione.

“GeGeGe no Kitaro” (1968)È il ritratto fedele del manga originale di Mizuki.
“GeGeGe no Kitaro” (1968) (FILM)Un film da 1 ora che riprende le avventure del Kitaro del ’68.
“GeGeGe no Kitaro” (1985)Cronologicamente, gli eventi narrati sono antecedenti al remake del ’71.
“GeGeGe no Kitaro” (1971)Una delle possibili conclusioni della trama principale. Da qui in poi troviamo solo spinoff.
“GeGeGe no Kitaro” (1996)Spinoff della serie principale (facoltativo).
“GeGeGe no Kitaro” (2007)Spinoff della serie principale (facoltativo).
“GeGeGe no Kitaro” (2018)Remake che si distacca dalla trama ideata da Mizuki.

“Akuma-kun”

“Akuma-kun” è la seconda opera di spicco del repertorio di Shigeru Mizuki. Questa volta il tanto amato genere folkloristico e gotico adottato in precedenza per Kitaro viene riutilizzato in maniera diversa. Il protagonista calza un po’ le vesti di Carletto di “Carletto il principe dei mostri” dei Fujiko Fujio, un simpatico e goffo tiranno pronto a prendere le decisioni più bizzarre.

Non c’è da stupirsi se l’autore per questa opera decise di optare per una prospettiva simile. Quasi un decennio prima infatti, apparve in tutti i cinema il famosissimo Godzilla, una delle produzioni cinematografiche giapponesi più acclamate di tutti i tempi. Probabilmente il maestro Mura ha tentato di prendere spunto da questo mito: Godzilla è enorme, spaventoso, un vero e proprio re dei mostri; Shingo (il protagonista) è invece l’esatto contrario, è questo il fattore su cui il mangaka vuole fare leva. Ciò che l’artista in parole povere voleva creare era insomma una fedelissima parodia.

• Ordine di lettura/visione

Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un bivio. L’intera serie di “Akuma-kun” vanta di un grandissimo deficit: tre sono infatti le versioni del manga riportate, di cui una sola originale, mentre le altre sono semplicemente delle trame parallele poste a colmare le lacune della principale. Per questo motivo scrivere uno specifico ordine di lettura per l’opera cartacea è già di per sé un’impresa ardua, cosa che invece non si potrebbe dire per l’anime.

📓 Manga

“Akuma-kun” (1963)La prima vera saga dell’opera.
“Akuma-kun” (1966)Una continuazione del manga del ’63. Il nome del protagonista subisce una variazione.
“Akuma-kun Returns: Millennium Kingdom”La prima parte dell’arco principale della trama.
“Akuma-kun: Final War”È il finale di “Millennium Kingdom”.
“Saishinban Akuma-kun”Uno spinoff della serie principale (facoltativo).
“The Great Prophet Nostradamus”Una storia perlopiù incentrata sulle descrizioni dei protagonisti.
“Kitaro vs Akuma-kun”Come già spiegato implica la lettura di “GeGeGe no Kitaro”.

📺 Anime

La trasposizione animata di “Akuma-kun” non è, modestamente, troppo fedele al copione originale. Molte parti sono state tagliate, forse perchè troppo macabre (?); nonostante questi piccoli difetti l’anime rimane una buona perla da recuperare.

“Akuma-kun”La saga animata principale.
“Akuma-kun” (FILM)Il film di “Akuma-kun”. Può essere visto al posto della prima serie animata.
“Akuma Land e!!”Contiene una parte degli episodi raccontati in “Millennium Kingdom” e “Final War”.

“NonNonBa”

Difficile non inserire “NonNonBa” fra i must scritti e disegnati da Mizuki, specialmente perchè il lettore, una volta concluso “GeGeGe no Kitaro”, molto spesso viene rapito dallo stile folkloristico trattato dall’autore. La funzione di questo volume unico è infatti proprio quella di approfondire il mondo degli yokai raccontato da Shigeru Mura nel suo primissimo capolavoro. Nonostante ciò, la storia ha radici ben più profonde.

La protagonista è un’anziana signora ribattezzata per l’appunto NonNonBa, lo stesso nome con cui il giovane Shigeru anni prima chiamava amorevolmente una vecchina sua compaesana. “NonNonBa” racconta la mitologia giapponese, ma al tempo stesso narra i ricordi di un Mizuki adolescente e di come la sua passione per gli yokai sia sbocciata.

Shigeru Mizuki: le enciclopedie

Ad un certo punto della sua vita (circa dal 1985 al 1992), nacque nella mente di Shigeru il desiderio di condividere con quante più persone possibili il suo sapere su tutto ciò che riguardava il panorama mitologico/folkloristico. Vennero così disegnate e scritte con una precisione impeccabile le enciclopedie dei mostri e degli spiriti giapponesi.

Vennero inizialmente pubblicate delle versioni alternative rispetto a quelle reperibili ai giorni nostri, due manuali spezzati divisi per nome: il primo si estendeva dalla lettera A alla K, mentre il secondo dalla M alla Z. In seguito i volumi vennero fusi in un unico tomo da più di 500 pagine e venne per la prima volta coniata anche l’edizione inerente agli spiriti.

“Enciclopedia dei mostri giapponesi”

Bisogna però ammettere anche una grande verità, ovvero che questa sottospecie di dizionario universale non fu interamente un’idea di Mizuki, anzi, al mangaka si devono soltanto le descrizioni e le illustrazioni. Già anni prima della pubblicazione un amico di Mizuki, Sato-chan (Shigeru non rivelò mai il nome completo, ma in una breve intervista si lasciò sfuggire un piccolo particolare, il quale fece ipotizzare un nominativo ben preciso, ovvero Satoshi), gli consigliò vivamente di pubblicare una raccolta di questo tipo.

Egli (secondo quanto riportato da Mura) lo stimolò ricordandogli i lunghissimi pomeriggi estivi nei quali il piccolo Mizuki si dilettava nel raccontare con entusiasmo al coetaneo le storie di fantasmi udite dalla NonNonBa. Allettato dalla proposta l’autore accettò, offrendo persino una citazione in copertina al caro amico, il quale però rifiutò. Il volume è ricco di informazioni sui vari esseri folkloristici facenti parte della mitologia giapponese, che l’autore raccolse dopo svariate riletture di testi storici passati. Successivamente venne pubblicato in Giappone addirittura un artbook intitolato “Yokaido“, al fine di onorare lo stile reale ma al tempo stesso bizzarro dell’artista.

“Enciclopedia degli spiriti giapponesi”

La seconda enciclopedia venne resa pubblica non troppo tempo dopo l’avvento del primo volume. Evidentemente Mizuki non stava più nella pelle, desiderava a tutti i costi imbottire di notizie e di cultura il suo pubblico. “L’Enciclopedia degli spiriti giapponesi” nasce inizialmente come un ipotetico seguito/continuazione della compagna; malgrado tutta questa frenesia, però, le difficoltà sono dietro l’angolo e molto presto Shigeru Mizuki si troverà a fronteggiare un bel problema.

Di lì a poco l’autore avrebbe avuto l’ennesima brillante idea, la quale consisteva nel riprendere in mano le tanto amate trame storiche di un tempo. Dalla sua penna stava nascendo “Gekiga Hitler”, un lavoro alquanto rinomato, considerato quasi al pari di “Verso una nobile morte”, solamente meno conosciuto. L’autore decide così di fermare bruscamente la stesura della sua ultima enciclopedia tagliandone delle parti, il che si nota assai visto che il manuale contiene molte meno pagine rispetto al suo collega.

Mizuki e la grande caccia al genere storico

Per conoscere questo nuovo paragrafo della vita di Mizuki è d’obbligo compiere un salto indietro nel tempo, in un’epoca che vedeva il Giappone in una situazione post-bellica. Nel 1956, anno in cui l’autore fece rientro dalla Papua Nuova Guinea dopo un estenuante conflitto, questi cominciò a lavorare come aiutante in un cinema e si badi bene, tutto ciò avvenne prima del suo grande esordio sul mercato manga. “Non dimenticai mai ciò che vidi lì dentro, non ero mai stato in un cinema prima di allora: un peccato, pensai. Le figure eseguivano dei movimenti perfetti e le battute venivano recitate nel momento ideale. Forse è da qui che è sbocciata la mia passione per l’arte”.

Così riferì Shigeru Mizuki in una vecchia intervista, praticamente il cinema gli cambiò la vita. Comincia così a sviluppare un proprio stile che, involontariamente, sarà costretto, come per coincidenza, ad incrociarsi più volte con il genere gekiga. L’autore era desideroso di disegnare su carta la brutalità della guerra, di far capire ai cittadini quanto questa potesse nuocere alle persone. È così che nacquero grandi classici quali i già nominati “Verso una nobile morte” e “Gekiga Hitler” e “La guerra del riso e del ferro”.

“Gekiga Hitler” ovvero il Führer secondo Mizuki

Nel 1971 Shigeru Mizuki decide di trattare, e in seguito buttare su carta, un tema piuttosto delicato. Un dettaglio importantissimo da ricordare è che il Giappone era appena uscito da un periodo buissimo, ovvero la Seconda Guerra Mondiale e, come del resto ben sappiamo, i conflitti armati non piacciono a nessuno. La faccenda prende una piega ancor più negativa se il personaggio descritto è Adolf Hitler, dunque Mizuki era consapevole della posta in gioco e degli alti rischi a cui poteva andare incontro.

Ogni qualvolta che rileggo l’opera mi viene impossibile non ricollegarla ai “Tre Adolf” di Tezuka: quest’ultimo per la realizzazione del volume si è probabilmente appoggiato, sotto certi aspetti, alla meticolosa descrizione di Mura. Difficile non ammettere che il volume in sé per sé non riservi al pubblico un’atmosfera cruda e assai triste, ma è proprio questo l’obbiettivo del mangaka, mostrare alla gente e specialmente a dei lettori adolescenti, quanto buio possa essere l’animo dell’essere umano.

“Verso una nobile morte”: un faccia a faccia con la realtà

“Verso una nobile morte” è un’opera di fondamentale importanza nel repertorio di Shigeru Mizuki, un manga al quale Mura ha sempre tenuto molto. Qui non vi è un attaccamento di tipo affettivo come nel caso di “GeGeGe no Kitaro”, non è una storiella che l’autore dedica ai suoi lettori, bensì Mura la scrive più per sé stesso, per soddisfazione personale. Ma quale soddisfazione? Potremmo infatti definire l’intero volume come una vera e propria lettera piena di rimpianto e di tristezza legata al passato.

Più volte durante la stesura del racconto Shigeru affermò quanto difficile fosse disegnare su carta eventi tanto atroci quanto sanguinosi come la guerra, la perdita improvvisa di compagni fedeli, le affannose routine quotidiane dei soldati, le veglie notturne e molto altro ancora. Egli stesso confessò senza timore che, ancora prima di partire, si considerava già un morto vivente, un’anima condannata al patibolo. “Quest’opera è un miracolo…”, disse esplicitamente Mizuki tempo fa durante un colloquio, “…un libro che accomuna tutti i sopravvissuti e ricorda coloro che non ce l’hanno fatta”.

“Konjaku Monogatari”

La “Konjaku Monogatari” non è un’opera molto conosciuta, difatti sono veramente poche le persone che hanno affrontato codesta tipologia di lettura. C’è da ammettere anche però che, escludendo i lavori di Mizuki che citano direttamente gli yokai, la “Konjaku Monogatari” è il manga con più riferimenti a poemi e leggende antiche, quali ad esempio “Le note del guanciale” di Sei Shōnagon.

Non è una lettura obbligatoria, anzi, è tranquillamente evitabile contando che Shigeru scrisse una storia simile solamente per offrire un tributo alla sua amata cultura. Nonostante ciò, il volume potrebbe rappresentare un’ottima opportunità per approfondire le tematiche di cui il mangaka ebbe il piacere di occuparsi in vita e gettare delle fondamenta per approcciarsi con l’ultimo manga dall’omonimo stile: “La guerra del riso e del ferro”.

“La guerra del riso e del ferro”

“La guerra del riso e del ferro” è, senza alcun dubbio, l’opera di Shigeru Mizuki che più si esprime sul panorama folkloristico, storico e per certi aspetti mitologico del Giappone. Molte volte mi è capitato di girovagare per il web e imbattermi in recensioni di questo volume: ne approfitto sempre per dare una breve occhiata e posso affermare che, più o meno tutte, siano d’accordo sul fatto che “La guerra del riso e del ferro” sia il testamento in stile manga di Mizuki. Difatti, tramite questo racconto, l’autore vuole mettere una pietra sopra al tanto amato genere storico e riprendere in mano le storielle alla “GeGeGe no Kitaro” o alla “Akuma-kun”. Da qui nascerà infatti “Kappa no Sanpei”, ma questa è un’altra storia.

Il mangaka vuole chiudere questo capitolo della sua vita in grande stile, ritornando a citare le origini del suo paese. Per molti anni si è occupato della guerra e di come quest’ultima condizioni la mentalità del singolo individuo; ciò che però ha sempre desiderato non era altro che fare ritorno in patria, riadattandosi alle tradizioni e ai costumi del suo paese natale. Proprio per questo motivo Mura riparte da zero, ricominciando da una leggenda che oramai è divenuta il suo pane quotidiano: la nascita del Giappone.

“Kappa no Sanpei”

Un altro racconto alquanto carino e neanche troppo lungo è “Kappa no Sanpei”, un manga assai analogo a “GeGeGe no Kitaro” e “Akuma-kun”, insomma dello stesso stampo. Una delle, potremo definirle pecche, è la reperibilità di tale opera, al giorno d’oggi divenuta praticamente introvabile a livello cartaceo e assai complicata da leggere in scan. Pertanto considero quest’ultima anch’essa evitabile, essendo inoltre un racconto che Mizuki scrisse più per soddisfazione personale, con l’obbiettivo di creare una storiella comica in tutti i sensi.

E infatti “Kappa no Sanpei” rappresenta una vera e propria parodia del canone mizukiano: i capitoli, così come i personaggi, non sono altro che delle apparizioni mitologiche del tutto parodizzate, spesso con qualche lieve accenno ad altri titoli dell’autore. “Volevo disegnare qualcosa di diverso dal solito, ma non troppo” affermò Shigeru Mura. Nacque così uno dei copioni più bizzarri mai realizzati dal mangaka.

“3, Street of Mysteries”

Concludiamo con un titolo che si spinge ben oltre i classici standard di Mizuki, un’opera che, secondo il sottoscritto, sarebbe d’obbligo leggere come ciliegina sulla torta. “3, Street of Mysteries” non fu scritto in età avanzata, benché meno durante il periodo di esordio di Mura. È un racconto che, quasi come per magia, contiene la maggior parte dei temi che il mangaka decise di trattare nel corso della sua carriera.

Un paragrafo solo non sarebbe affatto sufficiente per esplicare tutta la grandiosità dell’opera, ciò che occorrerebbe sarebbe una vera e propria analisi strutturale del testo. In questo volume l’autore non si limita solamente a trascrivere le solite piccole e accurate citazioni, bensì tenta un’approfondita indagine sull’anima dell’uomo.

Ancora una volta Shigeru Mizuki dà prova della sua compassione verso il genere umano e ci mostra come quest’ultimo sia costantemente in lotta contro il proprio destino.

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