in ,

Gli archetipi narrativi in Summertime Rendering

ASPETTATE A PROTESTARE

Leggendo Summertime Rendering in maniera distratta, potreste provare perplessità e anche contrarietà di fronte a tavole che presentano apparenti errori di stampa, tanto da desiderare di protestare contro l’editore. Lo stesso qualora vi approcciaste alla serie animata, dove sono frequenti immagini pixellate e disturbi nel sonoro.

Ebbene, non sono difetti: col progredire della lettura (o della visione), vi rendereste conto ben presto che si tratta di glitch voluti, per fornirvi qualche indizio su ciò che sta accadendo al protagonista, Shinpei.

E non è questa l’unica trovata interessante di Summertime Rendering, un’opera che essenzialmente vuole fornire un buon intrattenimento thriller e action, ma lo fa adoperando tutta una serie di archetipi narrativi in maniera davvero intelligente.

Tali archetipi non diventano mai stereotipi, quindi regalano al pubblico un effetto di familiarità senza che questa diventi prevedibilità o addirittura banalità.

Nelle righe che seguono mi sono divertito a mettere insieme i più evidenti di questi archetipi, o almeno quelli che potevo elencare senza incorrere in spoiler esagerati. (Qualcuno non ho potuto evitarlo, sia chiaro, ma mi sembra tutto sommato irrisorio e non tale da compromettere il piacere della fruizione).

Ma prima, per chi non conoscesse ancora questo titolo, un breve sguardo sulla trama.

summertime rendering
No, non è un errore…

LA TRAMA

Il giovane Shinpei, dopo aver vissuto per qualche anno a Tokyo, ritorna a Hitogashima, l’isola dove è nato. L’occasione è mesta: Shinpei deve presenziare ai funerali di Ushio, sua sorella adottiva (il ragazzo è infatti orfano ed è cresciuto con la famiglia di lei).

In breve Shinpei scoprirà che Ushio non è morta in un incidente, come si crede, ma è stata uccisa. E questo è solo uno dei tanti misteri che nasconde l’isola. Tutto dipende da certe creature soprannaturali, “le Ombre”, le quali si stanno progressivamente sostituendo alla gente del posto.

Ma non è finita. I drammatici eventi continuano a ripetersi più volte, finché Shinpei si rende conto di essere imprigionato in un loop temporale e che tutta la realtà che lo circonda ha qualcosa di illusorio.

Nella lotta contro gli avversari, si uniranno a lui l’altra sorella adottiva, due amici di infanzia, un poliziotto cialtrone, un anziano scorbutico e una fascinosa “cacciatrice di Ombre”.

summertime rendering
L’ombra in agguato…

GLI ARCHETIPI

LA COMMISTIONE DI GENERI

Cominciamo la disamina dalla commistione di generi, che non è propriamente un archetipo strutturale ma è comunque una componente che presiede al loro impiego.

Come già detto, Summertime Rendering è essenzialmente un’opera che vive nella tensione, nei combattimenti, nei colpi di scena. Però ha l’intelligenza di non renderli fini a sé stessi come in un nefando battle shōnen, bensì di inserirli in un plot gravido di mistero e sapientemente congegnato, che include elementi mutuati dal poliziesco, dall’horror, dal fantastico, dalla fantascienza, in uno stimolante crescendo di stupore (e sospensioni di fiato) per il pubblico.

L’efficacia di questa commistione è tale che, a un certo punto, il rapporto rischia di invertirsi e ti viene quasi la tentazione di leggere (o guardare) le scene d’azione più velocemente per correre alle parti esplicative e capire meglio ciò che c’è dietro.

L’UNIFORMITÀ DI REGISTRO

Già che ci siamo, ne approfitto anche per chiarire che, invece, non c’è alcuna commistione di registri. Il tono della narrazione, pur non essendo troppo angosciante, vuole comunque essere inquietante, e non sente il bisogno di sdrammatizzare con siparietti comici. Insomma, per intenderci, non ci sono personaggi che improvvisamente si mettono ad agitare braccine e gambette o a sudare dalla capigliatura. E non ci sono nemmeno animaletti buffi.

C’è, sì, qualche piccola eccezione. E, in una fase iniziale, pure qualche gag apparentemente direzionata al più spudorato fan-service, ma non è ciò che sembra. Quei panorami di mutandine e quelle collisioni di tette sono in realtà degli indizi che acquisiranno senso nel seguito. Altra sottigliezza.

Tutto ciò in controtendenza rispetto a una scelta stilistica non ignota alla cultura europea (basti pensare a Shakespeare), ma tipica di quella giapponese (a partire dagli inserti kyōgen nei drammi per arrivare appunto a manga & anime, persino quelli più angoscianti come Neon Genesis Evangelion) e da qui ampiamente ridistribuita in Occidente. Avete presente gli Avengers, che non riescono a restare seri nemmeno un minuto, e nemmeno davanti a una catastrofe planetaria? Ecco. (Che poi io puntualmente ci ricaschi come una pera matura e rida comunque, da perfetto scemo, ogni volta… è un tema scomodo che non mi sento di affrontare pubblicamente. In fondo, sono un otaku semplice.)

avengers fastfood
Senza parole.

LA NOSTALGIA E IL RIMPIANTO

Come insegna il benamato Propp, la maggior parte delle storie ha origine da una crisi (una mancanza o un danneggiamento) che interrompe la quotidianità dell’eroe. Può trattarsi di una qualche rivelazione, la morte di un genitore, il rapimento di una persona cara, la voglia di avventura o anche solo il bisogno di procacciarsi il pane quotidiano.

Tante volte l’eroe stesso si reca, volente o nolente, in un luogo dove accadono fatti strani. Tali esperienze lo faranno crescere, facendo sì che il suo viaggio fisico rimandi metaforicamente a un viaggio interiore.

Ebbene, un sottoinsieme molto importante di questo tipo di storie è quello in cui l’eroe non va in un posto a lui estraneo ma torna in un posto che conosce già, spesso i luoghi della sua infanzia. L’incontro col nuovo diventa così una esperienza del cambiamento, spesso dolorosa. Tale è, d’altra parte, l’etimo della parola “nostalgia”, che significa letteralmente “dolore del ritorno”. Opere di questo tipo sono per esempio l’Odissea, Il giovane Holden, La luna e i falò, Nuovo cinema Paradiso.

In Summertime Rendering, Shinpei torna appunto a “casa”. La sua vicenda non avrebbe lo stesso sapore se non fosse condita da quella sensazione perturbante di trovarsi di fronte a luoghi e volti che gli sono ben noti e scoprire che non solo sono cambiati, ma non sono mai stati ciò che credeva.

Per di più, Shinpei prova un malcelato rimpianto per i genitori perduti (nonostante la sua famiglia adottiva non gli abbia fatto mancare alcunché, nemmeno in termini di affetto) e per la perduta Ushio. Ushio è, per Shinpei, un po’ più di una sorella e un po’ meno di una innamorata. L’apparente solarità dei due è continuamente compromessa da questo non-detto relativo a un sentimento mai del tutto realizzato e poi stroncato dalla morte di lei.

(Bonus: Tanaka Yasuki, autore dell’opera, è a sua volta cresciuto su un’isola e dichiara apertamente di essersi ispirato ai propri ricordi nella realizzazione del manga.)

odissea rai
La storica Odissea della RAI (1968).

LA COMUNITÀ RISTRETTA

La “casa” cui Shinpei fa ritorno è una piccola comunità isolana. Ogni paesino narrativo che si rispetti è un coacervo di immobilismo, campanilismo e perbenismo. Invidie, gelosie, maldicenze di comari, cattiverie assortite e antiche faide vengono nascoste dall’ipocrita patina di paesaggi da cartolina e di miraggi di una vita genuina, lontana dal caos urbano e all’insegna dei sani valori di una volta. È sempre così, da Peyton Place a Twin Peaks (con l’aggiunta almeno del recente Dark, su cui bisognerà tornare tra poco).

(Bonus: sollevando il velo degli inganni dal paesino e risalendo all’indietro di generazione in generazione, si scoprono le segrete origini del male adombrate dalle tradizioni locali, e… Sì, le leggende sono vere!)

twin peaks
Twin-Peaks. Popolazione: 51.201 senza contare le entità soprannaturali.

L’ISOLA MISTERIOSA

Inoltre, il paesino di Shinpei è situato su un’isola… E su un’isola, si sa, tutte queste dinamiche risultano esponenzializzate.

Le isole hanno un fascino tutto loro e, per quanto incantevoli possano essere in apparenza, raramente sono un’ambientazione rassicurante. Sono piuttosto il luogo narrativo della riapparizione di un rimosso ancestrale.

Mettere piede su un’isola è varcare la “soglia” di un altro mondo. Ce lo ricordano, in ordine sparso: La tempesta, L’isola del tesoro, Robinson Crusoe, L’isola del dottor Moreau, Il signore delle mosche, Dieci piccoli indiani, Gli ammutinati del Bounty, Lost.

signore delle mosche peter brook
Il signore delle mosche nella versione cinematografica del compianto Peter Brook (1963).

L’ASSASSINO È UNO DI NOI

A proposito di Dieci piccoli indiani, un’isola è per sua stessa natura “isolata” (mi si perdoni la tautologia) e, se la storia narrata ha un che di poliziesco, scatta immediatamente quel terribile meccanismo noto come “l’assassino è uno di noi”. Tale meccanismo è tipico appunto dei gialli all’inglese di Agatha Christie (in contrapposizione a quelli all’americana, più movimentati e meno intellettuali).

Verificare per credere: in Summertime Rendering, la chiave del mistero va cercata nell’ambito di un numero ristretto di personaggi. Ognuno di loro ha qualcosa da nascondere e, immancabilmente, i più ingannevoli di tutti sono proprio quelli all’apparenza più innocenti. Per ovvi motivi, non posso aggiungere altro.

assassinio orient express
Assassinio sull’Orient-Express nella versione cinematografica
di Sidney Lumet (1974),
film del quale nego esista un remake.

LA MORTE SOSPETTA

Già che siamo in argomento di polizieschi, quante volte abbiamo già incontrato una morte misteriosa che dapprima sembra essere una tragica fatalità ma che poi si scopre essere stata un omicidio?

Ciò accade anche a Ushio. Per fortuna, come già anticipato, l’archetipo non diventa stereotipo: il colpo di scena ci viene somministrato praticamente subito e senza troppi sensazionalismi, quasi fosse un passo inevitabile con cui fare i conti, compiuto il quale ci si può davvero cominciare a sbizzarrire.

(Bonus: come in un giallo dei più sofisticati, il manga mette a disposizione una serie di materiali extratestuali, per esempio stralci dei diari di alcuni personaggi.)

LA SQUADRA DI ALLEATI

Così come Ushio è la classica “damigella in pericolo” (per quanto già morta), anche gli altri personaggi, oltre a comporre la tipica “squadra”, sono singolarmente riconducibili a illustri e numerosi precedenti, come l’amico sempliciotto ma di buon cuore e l’anziano burbero considerato un vecchio pazzo dai compaesani ma in realtà al corrente di spaventosi segreti…

Ovviamente, i personaggi sono ripartiti nelle categorie di protagonista, deuteragonista, antagonista, ognuno coi suoi aiutanti più o meno “magici”. Quindi abbiamo anche l’uomo di potere segretamente corrotto, i bambini mostruosi, una serie di avversari progressivamente più potenti… Per non farci mancare niente e completare il nostro Campbell tascabile, abbiamo anche qualcosa di simile a un “messaggero”, un “guardiano della soglia”, un “imbroglione” e, ovviamente, diversi “mutaforma” (non solo in senso metaforico, ma anche letterale, eheheh).

Trovo particolarmente intrigante il personaggio di Hizuru. Non posso rivelarne il motivo, ma posso dire che il suo passato tormentato, il suo animo battagliero, il suo look total-black e il suo… martello (prezioso materiale da cosplay!) fanno rivivere tutti insieme gli archetipi della donna-guerriero, della femme-fatale, della dark-lady, e così via…

Un’altra menzione particolare va a Shinpei. Ma, purtroppo, non è positiva. Proprio il protagonista, infatti, sembra essere il personaggio meno caratterizzato di tutti. Il che andrebbe bene, se ciò accadesse a vantaggio di un approfondimento psicologico, che invece manca. L’essenza di Shinpei, invece, sta tutta nell’avventura in cui è coinvolto e nella melanconia del ritorno di cui sopra, anch’essa funzionale agli eventi. Non conosciamo niente di ciò che gli passa per la testa, se non la sua reattività alle cose incredibili che gli accadono.

E dire che quella eterocromia oculare e quella capigliatura tenuta lunga ma perennemente imbrigliata sembravano rimandare a una qualche bizzarria, a un represso desiderio di ribellione… Invece niente. È pur vero che, in questo, Shinpei rievoca un altro archetipo, quello dell’eroe senza macchia e senza paura, ma… Che diamine, Shinpei, dimostra un po’ di personalità, raccontaci un aneddoto della tua vita a Tokyo, tira fuori qualche difetto, trovati un hobby, qualsiasi cosa…

villaggio dannati
Gli adorabili bimbi del Villaggio dei dannati (1960).

L’HORROR E LE OMBRE

Se finora abbiamo fatto riferimento soprattutto al giallo, al poliziesco, al thriller e a tutti i generi affratellati dalla tensione e dal delitto, man mano che ci addentriamo nei meandri di Summertime Rendering, le atmosfere si fanno decisamente horror. Non c’è altro modo per classificare le perlustrazioni di luoghi abbandonati, le aggressioni improvvise con tanto di jump-scare, i raccapriccianti spargimenti di sangue, le truculente uccisioni, la gente che muore male, insomma.

Responsabili di tutto (l’ho già anticipato e non credo sia spoiler se non minimamente) sono le Ombre. Non posso addentrarmi in dettagli circa la loro fisiologia, le loro origini, le loro intenzioni; ma mi preme dire che, ancora una volta, in Summertime Rendering ci troviamo di fronte a un’idea non originale ma sapientemente impiegata.

Le Ombre sono dei perfetti antagonisti: nella prima fase fanno paura perché sono una minaccia occulta; successivamente, quando si rivelano, continuano a spaventarti per le loro caratteristiche; e non ti vengono mai a noia perché ci sono sempre nuove cose da scoprire sul loro conto; fino al punto in cui arrivi addirittura a provare per loro una forma di simpatia…

Efficace il climax con cui vengono presentate le Ombre: dapprima sono una presenza arcana intangibile e invisibile, poi le si intuisce nel comportamento bizzarro di parte degli abitanti dell’isola, poi le si indovina nei lineamenti stravolti degli stessi, poi appaiono sotto forma appunto di “ombre” propriamente dette, fino alla rivelazione del loro vero aspetto. Il quale, a sua volta, presenta interessanti variazioni nelle figure dei loro “capi” e in quelle, davvero disturbanti, dei grossi neonati-ombra dal cranio spaccato e luminescente.

L’ombra cinematografica per eccellenza,
quella del vampiro in Nosferatu
di Murnau (1922).

IL TEMA DEL DOPPIO

Le Ombre di Summertime Rendering non sono altro che l’ennesima manifestazione del “tema del Doppio”, uno dei più fecondi in assoluto della storia universale della narrativa.

Il Doppio può assumere varie forme. Può essere un riflesso o un’effigie (Il ritratto di Dorian Gray), può essere un demone (Lo studente di Praga) o un alieno (L’invasione degli ultracorpi) con le tue sembianze, può essere un tuo sosia (Anfitrione) o un gemello (Gli elisir del diavolo), può essere un’entità o un alter ego che nascondi dentro di te (Il dottor Jekyll e Mister Hyde o Fight Club)…

Il Doppio può essere pure, semplicemente, l’altro-da-te, amico o nemico che sia: si veda per esempio la relazione, a volte simmetrica a volte complementare, tra illustri coppie di amanti (Romeo e Giulietta oppure Otello e Desdemona) o di amici (Don Chisciotte e Sancio Panza, oppure Sherlock Holmes e Watson, oppure ancora Topolino e Pippo).

E cosa sono le maschere, i pupazzi, i fantasmi, i robot se non “doppi” dell’umanità intera? Un esempio fra i più significativi: i replicanti di Blade Runner. In Summertime Rendering, a un certo punto, si dovrà inevitabilmente rispondere alla sconvolgente domanda: la copia perfetta di un essere umano non è essa stessa un essere umano?

Se poi vogliamo allargare il campo a dismisura, esistono doppi addirittura dell’intero mondo di cui abbiamo esperienza: da Alice nel Paese delle Meraviglie a Matrix, con una mia predilezione particolare per Nessundove (il romanzo di Neil Gaiman che offre una visione inedita di Londra, quella degli emarginati e dei miserabili di ogni tipo). Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano, e lo abbiamo in parte già affrontato parlando dell’isola. Basti aggiungere che, in Summertime Rendering, non solo le persone, ma anche gli oggetti, e tutta la realtà, possono essere ridotti a una sequenza di dati, “copiati” e… raddoppiati.

In ogni caso, comunque si presenti, il Doppio mette in discussione la tua identità.

E non solo la tua.

Con una inquietante conseguenza.

Non sai mai chi hai davanti.

invasione ultracorpi
I famosi baccelloni dell‘Invasione degli ultracorpi (1956).

IL VIAGGIO NEL TEMPO

Ho detto che, in Summertime Rendering anche la realtà viene duplicata? Ahah. Stolto che sono. No, questo non è esatto, perché la realtà non viene semplicemente “duplicata”; viene altresì “moltiplicata” innumerevoli volte.

Questo è il senso di quei glitch di cui al nostro incipit.

Come già anticipato, Shinpei si accorge di rivivere più volte gli stessi avvenimenti, ogni volta con qualche differenza rispetto alla precedente. Insomma, il protagonista è imprigionato in un loop, il cui funzionamento non mi è dato rivelare ma che, dopo essere stato compreso, permetterà al ragazzo di effettuare degli autentici viaggi nel tempo e di riscrivere la realtà correggendola secondo il suo desiderio, un po’ come accade nella recente serie tedesca Dark (nel suo genere, un capolavoro) e nel simpatico, ma purtroppo semidimenticato, film Lola corre.

Va da sé che la cosa non è semplice come sembra. Prima di tutto, i loop sono… come dire… un tantino dolorosi. Poi, ci sono delle limitazioni precise a questi viaggi nel tempo. Le correzioni che Shinpei tenta di realizzare raramente riescono del tutto… Per non dire che spesso lo precipitano dalla padella nella brace.

Insomma, il nostro protagonista non gode di possibilità illimitate e ciò fa sì che l’espediente narrativo, piuttosto che permettere tutto e il contrario di tutto, trasmetta un amabile senso di catastrofe incombente.

Ho ampiamente discusso di viaggi nel tempo nella mia recensione di Tokyo Revengers, quindi rimando a quella per approfondimenti. In questa sede mi limiterò a dire che, per quanto le alterazioni temporali siano appannaggio più che altro della fantascienza, vengono inserite coerentemente, e quindi credibilmente, nella mitologia delle Ombre.

Resta il fatto non trascurabile che, come sempre quando si tratta di storie di questo tipo, bisogna prestare attenzione alle date, agli orari e a vari altri dettagli, per non perdersi. Il che potrebbe scoraggiare il pubblico meno disposto a concentrarsi. Ed è questa l’unica altra problematica, oltre alla mancanza di carattere del protagonista, che mi sento di segnalare in un’opera che, per il resto, trovo perfettamente riuscita.

lola corre
Meravigliosa. Lola corre (1998).

CONFRONTO TRA MANGA E ANIME

Questo è uno di quei casi in cui io dico: “a meno che non abbiate un feticcio per la carta, lasciate perdere il manga e passate direttamente alla visione dell’anime”.

summertime rendering

Non lo dico per disprezzo nei confronti della versione cartacea. A questa non si può rimproverare niente se non il tratto un po’ sporco e a volte ridotto all’essenziale che potrebbe non soddisfare tuti i gusti. Lo dico per ammirazione nei confronti della serie animata, la quale adatta molto fedelmente il manga donandogli in più suggestioni che sono prerogative solo di un prodotto audiovisivo.

Summertime Rendering 14
Tre tavole del manga in un mio montaggio.
Lettura da destra a sinistra.

L’anime presenta infatti immagini molto nitide e un bel senso della luce. I personaggi sono ben tratteggiati e armonicamente inseriti su fondali che rendono giustizia all’ambientazione marittima e rurale. Le Ombre e i vari mostri non sono da meno e “recitano” come si deve nei numerosi combattimenti, scene chiave che donano alla serie buona parte del suo mordente.

La regia è tradizionale e illustrativa, ma si concede alcuni preziosismi che la elevano al di sopra della media, come inquadrature iper-angolate, simulazione della camera a mano, insostenibili rallentamenti e improvvise accelerazioni in alcune ardite sequenze da cardiopalma dell’episodio 18, per non parlare dei surreali episodi sulla battaglia finale.

summertime rendering

Le musiche fanno la loro parte nel creare la necessaria atmosfera. Sono caratterizzate soprattutto dall’impiego delle celeberrime “voci bulgare” (che ogni fan di Akira o Ghost in the Shell conosce bene) e di enigmatici tintinnii di campanelli, peraltro così tipici dell’estate giapponese e quindi perfettamente adatti a rendere quello svelamento del perturbante celato dall’isola che presiede all’intera opera.

COME PROCURARSELO

Nonostante abbia consigliato soprattutto la visione dell’anime, non voglio passare sotto silenzio i pur validi motivi per procurarsi il manga. Può essere che vogliate seguire il dipanarsi della vicenda con altri occhi (rigorosamente bicolori, eheheh), può darsi che vogliate prendervi i vostri tempi per metabolizzarla prima di voltare pagina, o ancora potreste avere la vocazione del collezionismo.

In tal caso, sappiate che i tredici volumi di Tanaka Yasuki (originariamente editi in Giappone tra il 2017 e il 2021) sono stati pubblicati in Italia da Star Comics.

Il relativo anime consta di venticinque episodi ed è prodotto da OLM, per la regia di Watanabe Ayumu. Il pubblico italiano lo potrà guardare presto su Disney+, anche doppiato, il che costituisce un piccolo grande evento, dato che si tratta della prima produzione totalmente giapponese acquisita dal colosso statunitense.

summertime rendering

(Bonus: Summertime Rendering è una storia organicamente concepita dall’inizio al termine, e, come tale, è perfettamente conclusa. Per una volta, dunque, non dovremmo avere a che fare con diluizioni del plot che nemmeno la particella di sodio nell’acqua minerale, affastellarsi di prequel e sequel i quali esauriscono più che essere esaustivi, spin-off sulle emozioni dell’amica della cugina della signora che appare affacciata a una finestra sullo sfondo di un’inquadratura di transizione fra due scene dell’episodio ics, e via trascinandosi. Spero di non essere smentito.)

Comments

Leave a Reply
  1. Mi lascia sempre simpaticamente sconcertata come un posto di 50.000 abitanti venga definito tranquillamente “piccolo paesino”. Usiamo lo stesso termine per dove vivo io, popolazione meno di 10.000. Immagino che il termine corretto sia villaggio o ammasso di casupole.

    • Ahah, non hai tutti i torti. Certo, ogni cosa è relativa, e il paesino da cui provengo io di abitanti ne ha poco più di tremila (tra l’altro, è un paese di mare: una cosa che mi ha fatto “legare” a “Summertime Rendering”), quindi comprendo bene l’obiezione.

      In ogni caso, nell’articolo si parla di “comunità isolana” e di “paesino narrativo”: quello di Shinpei viene chiamato “paesino” solo dopo aver messo in corto circuito le due cose, cioè quando la definizione di “paesino” non è più letterale bensì, appunto, archetipica.

      Grazie per aver letto l’articolo, e con tanta attenzione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Loading…

0
Made in Abyss

Made in Abyss: parliamo della seconda stagione

Un nostalgico viaggio con Dragon Ball Super: Super Hero