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Cannibale: vita e morte in Kazuo Kamimura e Yu Aku

cannibale

Generalità

Cannibale (人喰い) è un manga del 1971 realizzato dal celebre disegnatore Kazuo Kamimura, in collaborazione con il poeta Yu Aku. L’opera è arrivata in Italia solo di recente, nel 2021, grazie alla casa editrice J-Pop.

La copertina, colorata di un rosso vivido, presenta due occhi che sembrano scrutare nella nostra anima e l’impatto visivo è già di per sé ottimo, proprio per la qualità sempre molto alta dei volumi J-Pop.

Oltre alla storia, l’opera è ampliata da una piccola, ma incisiva, post-fazione di Taro Fukada, primogenito dell’autore Yu Aku.

Infatti, è fondamentale avere chiaro il contesto storico e biografico in cui il fumetto nasce. Cannibale è una storia fortemente realista, che presenta molti contatti con quella che è stata la carriera proprio di Yu Aku, persona vicinissima al mondo dello star system giapponese.

Un’accoppiata vincente

Da una parte abbiamo Yu Aku (1937-2007), poeta, scrittore, ma soprattutto autore televisivo. Si occupa inizialmente di pubblicità, per poi diventare giudice e autore in un programma di talent scouting.

Vincitore di numerosi premi letterari giapponesi, Yu Aku è anche paroliere di numerose canzoni giapponesi fra gli anni ’70 e ’90. La perfetta conoscenza della comunicazione di massa, di attori, attrici e cantanti, ha reso Cannibale uno degli scorci più interessanti sulla cultura dei media di quegli anni.

Dall’altra parte, Kazuo Kamimura (1940-1986) in quegli stessi anni si afferma come uno dei principali disegnatori di gekiga, termine con il quale si intende un genere di manga più drammatico, con un altrettanto diversa costruzione dell’immagine, più matura e più esplicita.

La sua collaborazione con Kazuo Koike fu particolarmente fruttuosa, egli è infatti lo sceneggiatore del manga Lady Snowblood (realizzato nel 1972, In Italia è stato pubblicato da J-Pop nel 2016), disegnato per l’appunto da Kamimura, celebre per aver avuto un’enorme influenza sul mondo del cinema (dal film omonimo di Toshiya Fujita, al più famoso Kill Bill).

Cannibale
Una scena di Lady Snowblood

Il centro della ricerca narrativa, in entrambi gli autori, è una femminilità slegata da qualsiasi stereotipo. Una femminilità aggressiva, libera, distruttiva, quasi un’erede dei fermenti del vicino ’68. A quest’aggressività liberatoria si accosta una sessualità altrettanto violenta, dominante.

Se in Lady Snowblood la femminilità assume una connotazione epica, quasi leggendaria, in Cannibale il discorso si fa molto più materiale. Non c’è nessun valore da difendere: con l’aiuto di una sceneggiatura così aderente alla realtà, in tutta la sua crudeltà, Kamimura è riuscito a realizzare un’opera altrettanto violenta e contrastante.

Ma entriamo nel dettaglio.

Il disegno di Kazuo Kamimura in Cannibale

Uno sfondo che partecipa

Le tavole di Kamimura procedono spesso per contrasti netti. Sin dall’inizio è chiaro un concetto: il grigiore esistenziale di un povero paesino di campagna avvolge le vite di quelle che saranno le due protagoniste, la giovane Namiki e la cantante Eri Misaki.

Non c’è nulla di sottinteso, Namiki si prostituisce per soldi, nel tentativo di fuggire dalla campagna, mentre Eri sfrutta la sua posizione per umiliare e approfittarsi degli altri.

Il disagio del paesino di campagna, chiuso in sé stesso, inquinato dal proliferare di svariate fabbriche, non è quindi solo uno sfondo. È, da una parte, l’aria di cui le protagoniste si nutrono ma, dall’altra, anche un ambiente soffocante e claustrofobico dal quale si tenta disperatamente di fuggire.

Il contesto, quindi, è sempre violentemente presente nello sfondo. Anche la città, confusa, caotica, veloce, sembra confondere le tavole, come se sparpagliasse sulle pagine pezzi di un puzzle. Al lettore spetta il compito di ricomporre una storia spesso fatta di silenzi, di immagini accostate l’una all’altra senza necessariamente avere un rapporto di precisa conseguenzialità.

Cannibale
Una serie di vignette geniale: il caos distruttivo della città si manifesta nella confusione del disegno.

Corpi umani e sguardi

Lo sfondo, con il suo peso, si scontra con i corpi slanciati e gli sguardi penetranti delle figure femminili. Lo sguardo, come sapientemente già racconta la copertina, sembra racchiudere la vita intera dei personaggi.

Non c’è nemmeno bisogno delle parole, dato che il corpo, in particolare gli occhi, sembra già raccontare tutto: la vita si manifesta in tutta la sua potenza, contemporaneamente costruttiva e distruttiva.

I personaggi “risorgono” proprio nel momento in cui il loro corpo viene trasformato e/o liberato. Le linee del pennino si fanno pure e semplici, evidenti; le inquadrature diventano chiare ed ampie. Anche quando lo sfondo si fa pesante, il corpo dei personaggi riempie di energia la vignetta.

Come se Kamimura stesse realizzando un “cannibalismo” visivo. Le figure umane invadono la scena in una sorta di “divoramento” della vignetta. Molto spesso lo sfondo scompare dietro i corpi o addirittura diventa parte di questi. Le seguenti immagini chiarificheranno tutto:

Cannibale

Qui Namiki nutre i suoi primi desideri di vendetta nei confronti dell’attrice Eri, che di lì a poco rovinerà facendole gettare dell’acido sul volto. Il corpo occupa gran parte della vignetta e centrale è lo sguardo, a metà tra la rabbia e lo sconforto. Lo sfondo, così scuro, poco delineato, è parte integrante dell’odio che la protagonista nutre per la sua avversaria: una specie di visualizzazione dei sentimenti.

In questo caso il corpo è addirittura tutta la vignetta. Si tratta di uno dei momenti cruciali della storia: Namiki ha appena conosciuto Yano, una specie di manager estremamente severo, pronto ad usare i corpi delle ragazze a suo piacimento, con cui costruirà una rapporto di amore e violenza (come d’altronde tutti i rapporti in Cannibale). Questa prima “rivelazione”, perfettamente inquadrata da Kamimura, sarà l’inizio di una lunga serie di cannibalismi sempre più violenti, verso il proprio corpo e verso il corpo degli altri.

La poesia di Yu Aku

Vita

La narrazione si apre con una poesia bellissima, intitolata “Vivere”:

La traduzione italiana è di Tommaso Ghirlanda

Di fatto, è il centro interpretativo di tutto il testo. Namiki è coinvolta in una sorta di costante vortice che l’ha spogliata di ogni purezza o semplicità. La sua è una vita fatta di incontri e di separazioni, ovvero quel moto perpetuo di contrasti che lo stesso Kamimura aveva inquadrato nel confronto tra corpi e sfondi.

Nella trama, questo vortice è ancora più evidente; la vita di Namiki sembra fatta per lo più di sesso e violenza. Gli uomini (e, in misura minore, le donne) che attrae a sé finiscono per essere distrutti. È in questa perpetua violenza che si attua quel “cannibalismo” di cui parla il titolo: la protagonista “divora” gli altri personaggi, assorbendone capacità e forza, per poi rigettarli una volta accresciuto il suo potere.

Morte

Ma più che Namiki, è lo star system ad essere un gigantesco macchinario di distruzione. La parabola finale della nostra protagonista è essenziale per comprendere questo spostamento di accento: la libertà che lei credeva di possedere è in realtà un semplice ingranaggio nel gigantesco mondo dei mass media.

Alla fine, non è tanto il desiderio di Namiki di vivere, ma è lo spettatore ad essere cannibale. Quello delle cantanti, delle idol, degli show-man e delle show-girl è un grande sacrificio da dare in pasto agli spettatori, che possono essere giudici di vita e di morte.

Non appena Eri viene sfigurata, la sua carriera finisce, non è più una bellezza vendibile alle masse. Se all’epoca di Aku e Kamimura, le masse avevano un potere molto limitato, proviamo a pensare come oggi sia potente questo cannibalismo: le vite di molti influencer dipendono dal numero di consensi che ottengono nel pubblico.

Cannibale è senza dubbio una storia visionaria, oltre che un piccolo capolavoro di due autori che hanno fatto la storia. Gli appassionati di Kamimura non possono perdersi quest’opera ed è un’ottima occasione per chi vuole avvicinarsi ad una produzione di fumetti più matura.

Un contatto con il Cinema

I pinku-eiga

Come dicevamo poco sopra, gli anni ’70 ereditano molte caratteristiche del vicino ’68 e non solo. La cinematografia in generale deve metabolizzare, in quegli stessi anni, la rivoluzione maturata con l’arrivo delle Nouvelle Vague nazionali. Sono anni di grande cambiamento per il mondo del cinema e di conseguenza, anche del fumetto, che alla settima arte deve tantissimo.

In Giappone in particolare è la nuberu bagu a cambiare le carte in tavola: soprattutto grazie ai registi Shohei Imamura e Nagisa Ōshima. Non si raccontano più grandi storie di samurai e la perfezione estetica di Yasujirō Ozu è quasi completamente abbandonata.

Uomini e donne vengono invece visti da una prospettiva materiale, povera, naturalistica. Si cerca di rivelare, in quegli stessi anni di boom economico, il volto oscuro del Giappone (Il profondo desiderio degli Dèi di Shohei Imamura ne è la perfetta espressione).

Ma non è una rivoluzione che riguarda solo il cinema d’autore. Si tratta di un cambiamento quasi trasversale: sono questi gli anni in cui nasce il pinku-eiga. Questo genere di pellicola, molto più commerciale e spesso affine alla pornografia, inquadra precisamente la condizione femminile di quegli anni. Le pulsioni sessuali degli uomini invece si manifestano con violenza. È la società, infatti, a reprimere ciò che di lì a poco sarebbe stato liberato tutto d’un solo colpo.

Kōji Wakamatsu è stato uno dei principali autori di pinku-eiga, spesso affrontando tematiche scabrose, per l’epoca, come la violenza sulle donne.

Kamimura, il cinema e la donna

Dal pinku-eiga, Kamimura ha dedotto molte caratteristiche del suo stile: la donna è posta al centro del discorso e dell’immagine, spesso senza veli che la nascondano, mentre l’uomo si rivela in tutta la sua violenza. La prostituzione non è più un tabù, così come la sessualità diviene parte integrante dell’arte di Kamimura (di lì a poco lo sarebbe diventata del fumetto in generale).

In particolare questo genere, nell’arte di Kamimura, si è declinata nel pinky-violence: la protagonista è essenzialmente una donna violenta, collegata alla criminalità e ad una sessualità estremamente libera (praticamente come in Lady Snowblood). Ma è molto spesso una vendetta a muovere questa violenza, un bisogno di rivalsa: la figura femminile riprende lo spazio che l’uomo le ha tolto per tutta la storia.

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Una scena del film di Toshiya Fujita, del 1973.

In Cannibale non possono non ravvisarsi tutte quelle caratteristiche che compongono molta cinematografia commerciale. Ma mentre in Lady Snowblood queste caratteristiche invadono la storia e il disegno, tanto da assumere una connotazione epica, quasi assurda, in Cannibale l’elemento pink è edulcorato e proiettato verso un realismo più maturo e profondo.

Mi piace immaginare che, dopo aver guardato ai pinku-eiga, Kamimura abbia addirittura aperto lo sguardo verso il cinema d’autore europeo, che in quegli anni (’60 e ’70) andava espandendo notevolmente il suo raggio d’influenza. Impossibile non notare la lampante somiglianza di Cannibale con alcune scene di Zabriskie Point (1970), uno dei film più celebri e belli di Michelangelo Antonioni.

Le scene di fuga, nel deserto, del fotografo e Namiki rimandano direttamente alle scene nella Death Valley in Zabriskie Point. Lo stesso fotografo, con il desiderio di rubare uno scatto scandaloso, ricorda un altro film di Antonioni, Blow-Up (1966).

Il disagio esistenziale dei protagonisti di Antonioni, somiglia a quello dei protagonisti di Cannibale: questi scappano continuamente dall’ambiente castrante e claustrofobico che li ha generati, per poi finire, come in un girotondo, in quello stesso disagio da cui scappano.

Non so dire se Kamimura amasse o meno la cinematografia di Antonioni, certo è che, per comprendere al meglio la sua produzione, è necessario accompagnarla con la conoscenza del cinema di quegli anni. Impossibile negare la simbiosi che c’è tra le due arti. Impossibile negare quanto ancora oggi sia attuale e vicino alla nostra sensibilità Cannibale.

Ecco perché quest’opera è assolutamente consigliata, così com’è consigliato accostarla alla lettura di altre opere di Kamimura e alla visione del cinema di quel periodo storico. Sarà più facile avere un’idea chiara di ciò che Cannibale vuole raccontare. E a voi, cos’ha raccontato?

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