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Moe: non un trope, ma il trope

Quale immagine vi sovviene appena sentite la parola moe? Quella di un personaggio femminile, presumo: carino, dolce, magari un po’ sciocchino. Sicuramente giovane, una adolescente in uniforme, una bambina esuberante e biricchina.

Per lo meno, questo è lo stereotipo che molti hanno della cosiddetta “estetica moe, ma oggi non andremo a sezionare questa parola come un articolo di Wikipedia. No, no. Oggi, vi mostrerò che, sotto questo tappeto fatto di culture underground, manga, anime, light novel e quant’altro, c’è nascosto molto, molto altro.

Cos’è?

Se siete novizi del mondo otaku, magari avrete visto il termine usato come un sinonimo di “carino”, il che vi avrà portato a chiedervi quale siala differenza fra l’uno e l’altro. 

Andiamo con ordine e apriamo con la classica analisi grammaticale e sintattica della parola, come ogni buon articolo di informazione fa quando deve riempire spazio: 

Moe (萌え) è un sostantivo, derivato dal verbo moeru 萌える, germogliare. Può essere usato anche come verbo, un po’ come se diceste “moeru questo personaggio” invece di “amo questo personaggio”.

Tanaka Miyuki di Lucky star, esempio classico di moe.
Esempio: Tanaka Miyuki (Lucky Star, 2007) ha la caratteristica-stereotipo estetica degli occhiali, mentre quello comportamentale dell’essere intelligente ma timida. 

Chiaramente, stiamo parlando di un germoglio metaforico. Il suo significato attuale, staccato dal verbo d’origine, esprime un concetto ben preciso: la volontà di proteggere, coccolare e in generale amare un determinato personaggio. 

Molti, erroneamente, equiparano il neologismo a una fissazione più carnale, relativa a quanto sexy o attraente si ritenga la nostra cotta 2D. In realtà, l’idea di moe nasce da un aggregato emotivo comparabile a quello che si può avere per il proprio bebè o il proprio animaletto domestico. 

L’immagine stereotipata che di norma viene associata con il moe è, appunto, quella di una ragazza in età scolastica dalle più varie declinazioni comportamentali e fisiche. Già, non tutte le ragazzine moe sono nate uguali! 

Ogni piccolo tassello del loro carattere e del loro aspetto è divenuto ormai standardizzato. Da questo standard, sono nate tutte le etichette più popolari, famose ormai anche a livello internazionale. 

Tanigaki Genjirō  di Golden Kamui, esempio contemporaneo di moe.
Esempio: anche Tanigaki Genjirō (Golden Kamui, 2014) è considerato da molti un personaggio moe, avendo degli elementi caratteriali e fisici contrastanti. Un corpo virile e muscoloso, con una personalità riservata, timida. Tanigaki viene anche spesso stuzzicato dal resto del gruppo (e dall’autore stesso).

Deredere デレデレ (personaggio positivo, solare e amabile), dojikko ドジっ子 (personaggio femminile impacciato), meido メイド (vestiti da domestica vittoriana), kemono-mimi 獣耳 (orecchie da animale), ahoge アホ毛 (capelli con l’antenna), meganekko o megane-kun メガネっ子・メガネくん (ragazza o ragazzo con gli occhiali) e chi più ne ha più ne metta, sono solo alcuni esempi presi dall’enorme quantità a disposizione dei fan per creare (o trovare) il personaggio moe che più li aggrada.

In realtà, adesso il termine è diventato appannaggio comune nel mondo animanga (comprensivo di videogiochi, light novel, mobage, etc.), tanto che qualunque personaggio, a prescindere dal genere, dall’estetica e dal carattere, può comunque essere considerato moe.

Diventando un termine così personale e particolare, che può ricalcare perfettamente i gusti di ognuno, moe è ormai usato con ampissimo raggio. 

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Un po’ di storia

Dopo aver delineato le caratteristiche principali di questo termine, passiamo alle sue origini storiche. Lo so, lo so, appena leggete “storico” vi annoiate, ma vi assicuro che è molto più interessante di quel che crediate. 

Non si sanno le precise origini del termine, probabilmente perse nel tempo e nei meandri dell’internet 1.0, fra bacheche d’immagini online e forum. Tuttavia, un aneddoto ricorrente è che fosse iniziato tutto con un cosiddetto typo: l’errore di battitura.

Nella foga di scrivere il proprio amore per questo o quell’altro personaggio, un anonimo creatore scrisse moeru 燃える, “esaltarsi” o “essere eccitati” (ma anche “essere caldo” o “riscaldare”), con il kanji del suo omofono, moeru 萌える, germogliare. 

Per mimesi (o meglio, memesi in questo caso), l’errore prese piede con un particolare misto di significati; il germogliare di una passione. Ripetizione dopo ripetizione, il nuovo sostantivo si insedia nello slang comune degli aniota アニオタ (anime otaku). Così, fra la fine degli anni ‘90 e l’inizio degli anni 2000 diventa cultura popolare, seppure ancora di nicchia.

Nel 2005, però, moe vince il premio U-CAN per il miglior neologismo dell’anno (che, nel 2021, è stato vinto  – fra altre – dalla parola Z sedai Z世代, generazione zeta!), rendendolo ufficialmente parte integrante della lingua giapponese.

La popolarità del moe

Clarisse de Cagliostro

Per molti potrebbe essere strano, ma l’apripista per il design moe fu un personaggio apparentemente ignorato dal pubblico più ampio, ma amatissimo da quello otaku: Clarisse de Cagliostro, dal film del 1979 di Miyazaki Hayao per la saga di Lupin III, Il castello di Cagliostro

L’adolescente rispecchia tutti i canoni estetici e caratteriali che troviamo ancora alla base di molti design: bellissima, giovanissima, delicata, dalle circostanze infauste; costretta a doversi sposare contro la sua volontà, viene poi salvata dal matrimonio dal famoso ladro gentiluomo.

Una Clarisse-ombra, Moko-chan, mascotte fra il 1981 e il 1992 della compagnia di modellismo Tamiya.

La sua popolarità fu tale da spingere alla nascita di una serie di Clarisse-ombra, cioè mascotte create per rassomigliare alla duchessa, passate di mano otaku in mano otaku per tutti gli anni ‘80. Però… Nessuno ha mai chiamato Clarisse moe! 

Infatti, dal libro dello psichiatra Saitō Tamaki, Dai isshō otaku no seishinbyōri 第一章オタクの精神病理 (Tomo primo: Studio della psiche otaku, 2006), scopriamo che uno dei prototipi di moekyara 萌えキャラ (personaggio moe), a cui venne affibbiata l’etichetta, fu proprio Tomoe Hotaru (aka Sailor Saturn), dal famosissimo Bishōjo senshi Sailor Moon

Chiaramente l’autrice, Takeuchi Naoko, non aveva alcuna intenzione di mostrare un personaggio incastrato nello standard estetico moe. Tuttavia, i fan presero le caratteristiche della esile, estremamente giovane e malinconica Hotaru (vi sto facendo l’occhiolino affinché uniate i puntini logici) e le usarono come una cianografia per perfezionare le caratteristiche-stereotipo.

Dalla metà degli anni ‘90 in poi, la cultura otaku spopola sia in casa che all’estero, portando con sé tutte le sue particolarità (nel bene e nel male), fra cui il nostro moe. Così, lo sviluppo estetico e caratteriale che lo definisce si delinea sempre di più.

Se prima i fan erano soliti prendere un personaggio da storie già fatte e finite, modificandolo a piacimento ed elevando le sue caratteristiche moe, dal Duemila in poi accade l’opposto.

I moekyara vengono creati a tavolino e inseriti nella narrativa con dei trope ben definiti, a seguito dell’incredibile successo e della forte richiesta da parte del pubblico otaku. Come scrive Azuma Hiroki nel suo Otaku: Japan’s Database Animals (2009), nel panorama animanga contemporaneo, lo stereotipo viene prima della caratterizzazione principale del personaggio.

Ecco da dove vengono tutti quei “amo le ragazze yandere” oppure “preferisco i megane”. Già, anche voi che pensate di non essere mai statə vittime del fascino moe, in realtà ne siete attivə partecipanti! 

L’espansione

Il moe contemporaneo è il frutto di un’evoluzione semantica! Il concetto che esprime si è ampliato e può essere liberamente applicato a qualunque personaggio, purché quest’ultimo susciti sentimenti di protezione nei propri confronti da parte del pubblico.

Grazie a questa spinta, la parola è entrata nell’uso comune, uscendo dalla sfera prettamente cisgenere ed eterosessuale (diciamo: quella mainstream). D’altronde, al momento la platea che ne fa uso con gli intenti più svariati si è ampliata a dismisura.

Infatti, nell’ambito fumuke 腐向け (in pratica, il mondo relativo a Boy’s Love vari ed eventuali, includendo anche i loro lettori, cioè fujoshi 腐女子, fudanshi 腐男子 e fujin 腐人), abbiamo tantissimi esempi di moe al maschile.

Le categorie stesse di uke 受け (la parte passiva della relazione) o seme 攻め (la parte attiva) possono essere rimandandati a caratteristiche moe, come se fossero sue sottocategorie.

Basti pensare agli svariati siti giapponesi dedicati alle fanfiction che risolvono la problematica della ricerca nel database non per titoli, bensì per caratteristiche comportamentali o estetiche.

Il pubblico femminile otaku fu protagonista di uno dei casi più eclatanti: quello che portò alla nascita di Free!, noto anime sportivo sul nuoto. 

Nel 2013, la Kyoto Animation pubblicò un piccolo corto pubblicitario, presentando quattro nuotatori bishōnen accompagnati dalla bella animazione dello studio, mentre si muovevano a tempo di musica e battiti di mani.

Il corto in sé conta trenta secondi, eppure la foga con cui il pubblico chiese a gran voce un adattamento televisivo per questi quattro personaggi anonimi fu dirompente, forti della lettura moe affiancata loro.

Video promozionale della Kyoto Animation

Gli archetipi e le copie

Quindi, dopo tutta questa manfrina, sapete riconoscere quali sono gli originali moekyara e quali sono le loro copie (come Clarisse e Clarisse-ombra)? Vi faccio degli esempi: Ayanami Rei e Sōryū Asuka Langley non sono solo le due deuteragoniste del noto Neon Genesis Evangelion, ma anche gli archetipi di due altrettanto famose categorie moe.

Il personaggio di Ayanami ha dato il via a una serie di cloni a sua immagine e somiglianza, il kuudere: tipicamente stoici, impassibili, riservati e molto intelligenti. Il loro tratto distintivo è la capigliatura normalmente di colore azzurro, bianco o grigio (con ovvie eccezioni). 

Di Ayanami-ombra ne troviamo a bizzeffe e non per forza al femminile! Tachibana Kanade da Angel Beats!, oppure Nagato Yuki da La malinconia di Suzumiya Haruhi, come anche Ciel Phantomhive di Black Butler, sono tutte derivazioni stereotipo dalla nostra pilota dello 00.

Invece, dall’altra parte abbiamo Asuka: la regina dello tsundere. Scontrosi, arroganti, pieni di sé, ma vittime dell’imbarazzo e dell’insicurezza, un personaggio moe tsundere è facilmente riconoscibile. I capelli rossi sono un’aggiunta, ma non una conditio sine qua non.

Taiga Aisaka da Toradora!, Nishikino Maki da Love Live!, fino ad arrivare a Sakura Kyōko di Puella Magi Madoka Magica rappresentano solo alcuni nomi del vastissimo universo tsun-tsun. Posso dirvi che, retroattivamente, Vegeta è considerato il re dello tsundere.

In soldoni

Cos’abbiamo imparato da tutto questo? 

Sicuramente, che il moe è molto più complesso di quello che sembra, ormai specchio dei gusti di ognuno. Per quanto il termine sia canonizzato nella cultura popolare con una certa accezione, oggi possiamo tranquillamente puntare il dito verso un qualunque personaggio, sia esso un ragazzo, una ragazza, nessuno dei due, entrambi, un robottone, un animale antropomorfo o uno slime e dire “è moe”.

Perché? Perché ci piace!

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