Junji Ito: viaggio tra i Racconti e Tomie

Introduzione

Il mio rapporto con i fumetti di Junji Ito è particolarmente intimo, in un certo senso epifanico.

Un giorno mi sono trovato in libreria, sperduto, in vena di leggermi qualcosa che mi si piazzi sullo stomaco. Vidi su uno scaffale il volume della J-pop “Voci”, il secondo di vari volumi contenenti racconti di Junji Ito da lui stesso commentati.

Per puro caso acquistai: il tratto del mangaka era puro, tradizionale, le storie sembravano inquietanti e non inutilmente paurose.

Le opere di Junji Ito

Tra me e “Voci” nacque dunque un amore segreto. Corsi a comprare altri volumi pubblicati da Jpop sempre dell’autore: “Tomie”, “Brivido”, “Labirinto”, “Oblio”, “Circo”, “Soichi”. Mi gustai con passione più volte anche l’anime, in streaming su Crunchyroll col titolo di “Junji Ito collection”, dove erano per altro comprese storie assenti nelle raccolte antologiche.

Più tardi scoprii anche che Junji Ito era stato pubblicato da Star Comics: “Black Paradox” (2009), Uzumaki (1998) etc. L’universo di questo autore mi si schiudeva davanti come un buffet ricco di sorprese.

Junji Ito è uno di quegli autori iper-prolifici nel mondo dei manga, il cui nome non si lega ad un solo lavoro, bensì si consolida nella creazione di un universo narrativo composto da elementi chiaramente definiti e pochi errori di calcolo, di cui oggi mi piacerebbe trattare.

Se cerco nella mia libreria altri universi narrativi così chiaramente definiti non mi è facile trovare un parallelo adatto ad Ito. Con un “universo narrativo” intendo l’insieme di narrazioni tenute insieme da: uno stile coerente, figure, motivi e temi ricorrenti.

Universi narrativi: alcuni esempi

Cambiando completamente genere, penso ad un’autrice come Rumiko Takahashi e reputo sia un esempio adatto per comprendere cosa significhi costruire un universo narrativo nel mondo dei manga. I fumetti dell’autrice hanno più o meno ingranaggi e sistemi narrativi molto simili, tutti fondati sul motivo del folclore giapponese (“Inuyasha” 1996, “Rinne” 2009, “Il bosco della sirena” 1984…) o cristiano (“One pound gospel” 1987), che in alcuni casi, si pensi a “Maison Ikkoku” (1980), si è traslato in un realismo psicologico ad ampio respiro, oserei dire popolare.

Avviciniamoci di più al mondo dei seinen e pensiamo ad un altro maestro del genere: Naoki Urasawa, un autore che ha fatto del motivo infantile, declinato in varie modalità, tra sogni e ricordi d’infanzia, un vero e proprio “pattern” (come “Pluto” 2003) o impianto (come “Monster” 1994) o addirittura in alcuni casi è la storia a ripercorrere tappe che assomigliano a miti e sogni infantili (come in “Master Keaton” 1988 o in “Billy Bat” 2008). Tutte queste casistiche, inutile farne un elenco, culminano nell’opera “20th century Boys” (1999), ovvero la realizzazione distopica dei sogni di un bambino, su una linea temporale e storica completamente sfalsata e nient’affatto lineare.

Così, anche Junji Ito, non solo ha creato un motivo narrativo unico e personale, ma l’ha incarnato nella sua figura più iconica: “Tomie”. Nella trattazione che mi accingo a svolgere terrò per lo più conto delle “antologie”, ovvero l’insieme di racconti sparsi raccolti da J-pop in vari e preziosi volumi.

Trionfo dell’inorganico

Non è così facile partire dalla trattazione di un autore chiedendosi cosa è organico e cosa no, cos’è vita e cosa non lo è. Nella narrazione di un qualsiasi racconto di Junji Ito queste dicotomie percorrono un viaggio di metamorfosi che spesso sosta in quelle che definirei “zone grigie”.

In ogni caso mi limiterò a definire l’inorganico come l’insieme di elementi privi di vita o contrari alle normali rappresentazioni di vita quotidiana, viceversa per l’organico.

Gliceridi

Il primo processo di strutturazione del racconto di Junji Ito parte proprio da una situazione che ho definito “situazione di mezzo”. Eventi non totalmente spiegabili, rapporti lasciati a metà, presagi, ma nulla è mai polarizzato verso una situazione di stallo. Partiamo quindi dal racconto forse più icastico: “Gliceridi”.

La situazione di mezzo prende le mosse da una famiglia la cui casa è particolarmente unta. Ci è dato saperlo da questo asfissiante contrasto visivo tra il grigiore delle pareti di casa e il bianco del cielo sul monte Fuji che la nostra protagonista contempla nei pochi momenti liberi.

La narrazione, che in un altro racconto horror sarebbe partita da un punto di calma, si apre in una già apparente tensione, uno scontro sotteraneo. La situazione di mezzo non sempre appare all’inizio del racconto, ma può essere posizionata in vari momenti narrativi. Ad esempio dopo un flashback o uno spostamento del protagonista, purché apra lo sviluppo temporale del racconto.

Essa in ogni caso esiste e riempie quel grigiore che sta tra l’orrore e la calma. La situazione di mezzo dunque, viene rotta da un’ invasione nello spazio narrativo di un elemento reiterato. Questo è quanto mai fondamentale e centrale per comprendere lo stile e le tematiche di Junji Ito, per cui ci perderò un po’ di tempo.

Prendiamo ancora “Gliceridi”. Il semplice unto che permea nelle pareti, sembra poche vignette più in là permeare anche nel bisogno fisico di olio del fratello della protagonista.

Ossessioni

L’olio piano piano diventa un’ossessione non solo del fratello, ma del vero e proprio spazio narrativo-visuale, che viene reiterato in apparizioni quasi mistiche. Un esempio è il sogno della bambina che vede aumentare il livello di “oleosità” nell’aria.

La reiterazione sublima quindi in un culmine apparente, che per poco smorza la tensione narrativa, ma raggiunge poi quello che si definirebbe un plot twist e che io in questo caso preferisco definire trionfo dell’inorganico.

Nel racconto già citato difatti, il fratello sublima nella produzione di grasso dal volto, che disgustosamente, in preda alla follia, riversa sulla sorella. La conclusione reale, tuttavia, avviene solo nella completa trasformazione del padre in olio. Non solo il padre ha sempre dato da mangiare i suoi famigliari messi all’ingrasso, ma egli stesso si è trasformato nella materia che controllava.

Ecco come la reiterazione ha portato ad una normalizzazione e la normalizzazione, che proverbialmente chiameremmo la forza dell’abitudine, ha donato vita propria alla materia, all’inorganico che è divenuto organico e viceversa, componendo de facto quella zona grigia di cui parlavo sopra, a metà tra le due cose.

Reiterazioni di oggetti

Inquadriamo meglio il fenomeno: ne “Il camion dei gelati” vari bambini prendono ossessivamente il gelato fino a trasformarsi in questo stesso. In “Muffa” un maniaco delle muffe si trasforma in muffa… Sono vari e disparati gli esempi di reiterazione ossessiva che normalizzano e donano vita ad un elemento che nel nostro cervello non dovrebbe essere vivo (sebbene la muffa in un certo senso sia “vita”).

Il processo in realtà non si innesta solo in racconti composti da materie trasformate in vite, ma anche in situazioni dove la materia è altro: un comportamento o un fatto qualsiasi.

Reiterazioni di comportamenti

Vediamo quindi “La città senza strade”. Il racconto trova la sua situazione di mezzo in questa ossessione per il voyeurismo (sul quale si potrebbe riflettere anche dal punto di vista psicanalitico) che circonda amici e famigliari.

La giovane protagonista è costretta a fuggire, ma si trova in un luogo che è già la sublimazione di un evento reiterato: una città senza alcun tipo di privacy. Se il comportamento voyeuristico dei suoi famigliari era legato alla casa e alle mura domestiche, nella fantomatica “città senza strade” il voyeurismo è esso stesso normalità, abitudine, vita.

In quel luogo sostanzialmente non si può pensare la vita in maniera diversa; anche se quella zia, follemente esibizionista, non dimentica l’amore per la nipote, è lei a decidere di rimanere legata per sempre a quell’ambiente, oramai divenuto normale attraverso la reiterazione di un comportamento, al quale si è adattata (che Junji Ito ci voglia parlare di un qualche darwinismo nascosto nelle sue storie?).

Reiterazioni già in atto

Vi sono poi racconti nel quale un elemento esterno (realmente o figurativamente) ingloba la reiterazione che si presenta già in atto. Prendiamo “Labirinto” e “La città delle mappe”.

Nel primo si prende un antico rito buddhista- il nyujo– assurdo quanto crudele e lo si trasforma in evento normale, ripetuto da una comunità di monaci che rendono l’assurdo (quindi inorganico) possibile.

L’aggregazione dei monaci trasforma la comunità di individui in massa ripetuta, come un meccanismo senza vita che procede in funzione del rituale, fino a che le tre protagoniste non si perdono a loro volta in questo enorme, metaforico, sistema di produzione in serie.

Nel secondo racconto, una coppia si trova in una città dove è normale perdersi e per questo è necessario avere una mappa ad ogni isolato. L‘iperinformazione subita dal duo porta loro lo stesso spaesamento normalizzato dagli abitanti della città.

Reiterazioni nascoste

In alcuni casi la reiterazione sembra essere assente, mentre si palesa nella visione di una metamorfosi fisica (qui nascosta per altri fini narrativi).

E’ il caso de “La villa delle marionette” dove presto o tardi, vivi o morti, tutti si trasformano. Sembrerebbe un’eccezione il protagonista. Pur rimanendo uomo fino alla fine del racconto, la sua percezione degli altri si è drasticamente modificata. Egli si chiede infatti se costoro non fossero state marionette sin dall’inizio (inutile trattare la vastità delle implicazioni ideologiche di questo racconto, che tuttavia insaporiscono il racconto).

La casistica è potenzialmente infinita, ma come già spiegato per Urasawa, anche Ito ha un’opera che è somma delle altre: Tomie.

Tomie come creazione

Tomie muore e nello stesso momento in cui muore risorge da sé stessa: essa è il ciclo naturale di vita e morte.

La reiterazione tipica dei processi narrativi di Ito qui assurge al grado massimo di rappresentazione dell’archetipo di “madre natura”, di evento creatore, non nella sua iconologia classica (quella di madre amorevole), ma di monstrum le cui azioni sono bestiali, violente, come un terremoto o un nubifragio.

Non solo, Tomie genera un universo che è popolato solo in funzione di sé stessa. Così come in “Gliceridi” tutto era olio, così tutto si svolge e si dispiega in funzione di Tomie, potenzialmente infinita, simbolo di una forza creativa naturale che necessariamente comprende anche la distruzione.

La ricreazione di Tomie avviene per mezzo dello smembramento, ovvero la divisione delle sue parti. Almeno fino a che 2 personaggi, assai marginali, decidono di cementificarla.

La cementificazione finale conclude potenzialmente il ciclo narrativo. Ma nell’atto stesso di essere compresa Tomie sfugge, come il vento, come particella di un universo più grande. Essa è una cellula che si divide e nel momento in cui si divide da via ad un’altra esistenza: è il processo della meiosi o di mitosi, se si considera che Tomie è sempre la stessa.

Quelle di Tomie, alla quale già ci saremmo dovuti riferire al plurale, sono vite create da uno stesso originatore e questo originatore si è ulteriormente scisso nelle sue opere.

Raccontare sé stessi

Mi piace immaginare quindi che Tomie sia anche l’atto creativo in sé di Junji Ito. Egli smembra e riassembra questo calderone di storie potenzialmente tutte unite dalle metamorfosi della protagonista stessa. Nei racconti di Ito il divenire è una costante sostanziale per lo svolgimento del processo narrativo.

Riassumendo, Tomie attrae a sé una persona, più persone o gruppi di individui, allo scopo di distruggere sé stessa e indirettamente gli altri (secondo sempre questa doppia spinta di unione e separazione).

Tomie si fa smembrare, separare, tagliare in tante parti, così come l’autore l’ha generata e poi suddivisa in tanti racconti, per poi risorgere, appunto, nel racconto immediatamente successivo, “possedendo” e quindi racchiudendo esclusivamente in sé stessa tutto il resto.

Possiamo quindi concludere che Tomie è l’arte di raccontare questa reiterazione normativa, quasi fine a sé stessa, ovverosia come un autore parla della propria idea di arte attraverso una e una sola “creatura” che è una e molti.

Conclusione

Cos’è quindi ciò che rende il mondo di Ito così pauroso, disgustoso e alienante? Se si è seguito attentamente questo percorso che ho delineato non è difficile ipotizzare una risposta. Il fumetto di Junji Ito parla per archetipi distorti, indagando sulla natura reale delle cose. L’oggetto, la materia senza vita, diventa un corpo pieno di significato, la forma prende sostanza e rompe la nostra naturale percezione degli oggetti inanimati.

Ecco come questa non-etica reincarnata da Tomie ribalta la concezione archetipica di vita che vince necessariamente sulla morte. Questo è quanto più di terrificante ci sia, se si pensa a tutta la simbologia che l’uomo si è costruito attorno questo archetipo, se si pensa al ciclo delle stagioni e alle religioni di molti luoghi lontani fra loro.

Insomma, l’horror di Junji Ito mina la funzionalità dei nostri “archetipi-base”, quel rapporto di causalità che vi è tra organico e inorganico, rompendone le distinzioni nette.

Soichi

Questo lato più “giocoso” del ribaltamento è grottescamente ripercorso nella vita dispettosa del livoroso Soichi.

Le sue maledizioni non appartengono di certo all’universo di reiterazioni e mondi inorganici. Sono narrazioni molto più classiche, tradizionali per certi aspetti, ma certamente rispecchiano quella romantica “rivalsa della morte” e del demoniaco, per l’appunto della non-etica.

L’ossessione per la costruzione di una bara è l’emersione nell’ambito conscio, secondo poi quello stretto rapporto tra uomini e aldilà nel codice della cultura giapponese tradizionale, del trionfo dell’inorganico, nonché della morte e del non-etico.

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Deathbyglamour

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