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“Mononoke”: un’odissea folkloristica

Introduzione

Se si parla di anime curiosi, bizzarri, stravaganti e, specialmente, fuori dal comune, è impossibile non citare “Mononoke”, uno dei capolavori di Toei Animation. Ciò che rapisce in particolar modo sono le animazioni e le ambientazioni, queste ultime talmente colorate da incantare solamente al primo sguardo. Chi adora o è appassionato di mitologia giapponese (come il sottoscritto) non può perdersi questa piccola perla cinematografica.

Con quest’articolo proverò ad estrarre i contenuti e le citazioni fondamentali presenti all’interno dell’opera, cercando, possibilmente, di evidenziare un possibile legame fra una narrazione e l’altra. “Mononoke” è un misterioso intrigo di cultura nipponica, un’enciclopedia di sapere e conoscenza, una vera e propria odissea folkloristica.

📖 Trama

Protagonista principale delle vicende è un semplice e comune (a detta sua) farmacista, impegnato in un infinito viaggio intorno al mondo alla ricerca dei mononoke. Quando un’anima umana diventa preda del suo stesso odio, desiderio o follia, questa si trasforma in uno spirito vagante, intento a tormentare per sempre le vite circostanti.

Sicuramente un’impresa ardua, ma è su questo specifico concetto che la storia si costruisce. Nonostante ciò, non basta individuare il mononoke per sconfiggerlo, quello che occorre è “forma”, “ragione”/”rimpianto” e “verità”, ingredienti che possono venire alla luce solamente utilizzando una determinata spada.

• Primo atto: “Zashikiwarashi”

L’arco dello Zashikiwarashi (letteralmente “bambino del salotto”) è la prima delle 5 narrazioni, 6 se si vuole contare anche la storia del Bakeneko in “Ayakashi: Japanese Classic Horror”. Trattandosi dei primi episodi, questi hanno il compito di introdurre lo spettatore nell’universo di “Mononoke”, si badi bene però, solamente all’universo, ovvero alle tematiche principali dell’anime. Se si vuole comprendere il tutto a fondo infatti, è necessario considerare le vicende rigorosamente separate fra loro.

Toei Animation si basa sulla figura dello yokai per la creazione dei due episodi: generalmente gli Zashikiwarashi vagano di casa in casa in cerca di una fissa dimora, si racconta in giro che se uno di questi spiriti decidesse di fermarsi presso una famiglia questa sarà ricompensata con fortuna e ricchezze. D’altro canto è anche vero che se l’essere mitologico dovesse abbandonare il focolare, questo sarà preda della disgrazia a vita.

Per attirare lo Zashikiwarashi occorrono gentilezza e affetto e qui ci ricolleghiamo all’opera. La donna che il nostro farmacista dovrà aiutare è incinta, quello che non sa è che il feto non è un bambino vero e proprio, bensì uno yokai. Il regista gioca d’astuzia, citando prontamente “Il racconto del sol levante” (“Noboru taiyō no rekishi”) presente nei capitoli dell’Heike Monogatari (una raccolta di saggi della famiglia Taira), secondo il quale la dea Amaterasu fosse nata dal grembo di una contadina.

Guarda caso lo Zashikiwarashi partorito dalla giovane in “Mononoke” è di colore giallo, un pigmento che, fin dall’antichità, si è posto il problema di raffigurare il sole (simbolo riconducibile alla divinità citata sopra: “grande dea che splende nei cieli”). Nonostante ciò, i riferimenti folkloristici non finiscono qui. Impossibile non menzionare il racconto “La matrioska di luce”, una breve considerazione di Mukai Genshō, uno dei più famosi filosofi giapponesi del 17°secolo il quale ritenne che il sole fosse “sbocciato” proprio da una matrioska.

Come infatti si può ben vedere alla fine del racconto, la matrioska fra le mani della donna comincia a rompersi: è un rimando al “Kojiki” (il più famoso libro che spiega la mitologica nascita del Giappone); il sole giunge sulla terra, illuminando tutto ciò che era offuscato dalle tenebre e donando pace e tranquillità a tutti gli esseri viventi. Una liberazione, proprio come accade nell’anime in seguito alla dolorosa gravidanza.

Sono importanti inoltre le raffigurazioni artistiche visibili fin dalle prime scene nella locanda, piccoli dettagli che facevano intuire fin da subito una delle citazioni più strutturate inserite nell’opera: la “Genji Monogatari” (ma su questo torneremo più tardi). Possono essere notati anche dei microriferimenti a Yoshitoshi e Sharaku, due pilastri dell’ukiyo-e (forma d’arte nata in Giappone), specialmente l’ultimo, un professionista di illustrazioni a tema teatro kabuki.

• Secondo atto: “Umibouzu”

Cambiamo immediatamente prospettiva, ci trasferiamo dalla terraferma ad una nave nel bel mezzo dell’oceano. Capiamo subito che un filo narrativo vero e proprio fra episodi non esiste, il tutto gira semplicemente attorno alla figura del farmacista, impegnato in un viaggio alla ricerca dei mononoke. Questa volta conosciamo vari personaggi: Mikuniya Tamon, un commerciante nonchè collezionista di pesci rossi, Yanagi Genyousai, un cantastorie (su questo personaggio non può che scapparmi un sorriso e fra poco ne esplicherò il motivo), Kayo, una signorina molto affezionata al nostro protagonista per una ragione che scopriremo in seguito, Sasaki Hyouei, un samurai e per finire Genkei-sama e Sougen, due bonzi. Comincia il secondo atto, ovvero uno dei più longevi.

La storia scelta è quella dell’Umibouzu (“monaco di mare”). Secondo il folklore, un Umibouzu non è altro che un monaco annegato in posizione di preghiera, riconoscibile dal capo pelato, tipico segno religioso shintoista. Durante il periodo Edo si sparse in giro una bizzarra diceria: se una di queste creature avesse avuto modo di arrabbiarsi, avrebbe obbligato il vascello colpevole ad auto-affondarsi usando mestoli o barili (in altri racconti invece è lo yokai che compie questo gesto).

Per fare sì che ciò non accada il nostro farmacista dovrà indagare sul colpevole, che, a quanto pare, è ancora legato ad un passato malinconico e pieno di bugie, in seguito evolutosi in un mononoke. Questo pezzo di storia è pieno zeppo di riferimenti a personaggi comparsi in vari poemi/storielle della cultura nipponica, partiamo ad esempio inquadrando la figura di Sasaki Hyouei: un giovane spadaccino.

Probabilmente in molti avranno pensato a lui come colpevole iniziale, viste le sue ossessioni verso la spada del nostro protagonista e dopotutto come dare torto? La cosa che sfugge all’occhio (anche perchè la fonte è ben poco conosciuta) è la figura mitologica di colui che si “nasconde” dietro questa “maschera”. Stiamo parlando di Torachiyo Ganmei, aiutante di innumerevoli samurai (immaginari) in uno dei capitoli più bizzarri dell’Heike Monogatari.

La storia racconta brevemente il profilo del novello samurai: una persona ossessionata dalle lame altrui, alla continua ricerca della “katana più affilata”, in grado di tagliare addirittura solo osservandola. Si dice inoltre che Ganmei fosse stato addirittura ferito da questa durante un combattimento, sconfitta che gli costò la perdita dell’occhio destro. In fin dei conti in “Mononoke”, Sasaki non mostra l’occhio coperto dai capelli (per l’appunto il destro), dunque non vi è la certezza che sia cavato, nonostante ciò il personaggio che compare nel racconto è stato perfettamente caratterizzato.

Altro dettaglio assai simpatico ed evidente compare nella figura di Yanagi Genyousai, sagoma del cantastorie (che in seguito si rivelerà essere uno scippatore) dall’omonimo nome, nonchè protagonista del “Koban” (antica leggenda shintoista, nota: il koban era una valuta giapponese antica). Assai divertente è il luogo in cui questa persona è stata collocata: l’oceano, una delle sue maggiori fobie da quanto ci viene raccontato nell’antico testo. (Il personaggio immaginario compare persino nella “Genji Monogatari”, probabilmente l’ennesima citazione a quest’importante opera, che troverà massimo sfogo nell’arco della Nue).

• Terzo atto: “Nopperabou”

Un arco narrativo pieno di riferimenti anche involontari al teatro kabuki è sicuramente quello del “Nopperabou” (ovvero “fantasma senza faccia). I due episodi, rispettivamente il sesto e il settimo, sono pieni di colori vivacissimi, probabilmente una scelta direzionata a scandire rigorosamente il brusco passaggio che noteremo in seguito nell’ottavo e nono episodio, dove le ambientazioni e i personaggi assumono una colorazione cinerea.

Il Nopperabou è sicuramente uno yokai intrigante e molto interessante: nonostante la loro natura innocua, si dilettano nel terrorizzare i passanti, assumendo generalmente un profilo molto simile a quello di un conoscente della vittima, o, più semplicemente, giocando loro brutte illusioni. Da notare inoltre che il Nopperabou che compare in “Mononoke” è rappresentato in forma antropomorfa.

Il nostro farmacista compare dinanzi ad una donna, Ochou-san, colpevole di aver commesso numerosi omicidi. L’intera storia non è altro che una profonda riflessione: chi è colpevole? Chi innocente? La spada del nostro protagonista esita nell’identificare la “forma” del mononoke, la ragione è una sola, in questo caso lo spettro non ha una vero e proprio profilo. È il “Dialogo di Hakuseki”, di Arai Hakuseki (filosofo giapponese) in seguito ripreso da Hirata Atsutane, suo “collega”. Lo scritto ragiona su cosa voglia significare la frase “uccidere sé stessi”, un dubbio assai complesso e astratto a cui è improbabile dare una risposta piena.

Hakuseki ragiona per anni ed infine deduce una soluzione abbastanza logica, già sentita: un uomo che uccide il suo “io” è un uomo morto, una persona la cui vita non ha più una vera importanza per gli altri; al contrario Atsutane definisce l’uccidere l’anima come un nuovo punto di partenza, una metamorfosi. Specialmente a quest’ultimo, l’anime dedica un grande tributo, inquadrando in una delle scene dell’arco del “Nopperabou” un ukiyo-e realizzato da Yoshitoshi, chiamato per l’appunto “Saisei” (resurrezione).

Altri dettagli fondamentali per comprendere i dialoghi (specialmente quelli fra Ochou e sua madre) sono le maschere. In particolar modo notiamo le raffigurazioni di: Waka-onna, Waraijyo, Kitsune, Shikami, Kojimen, Masukami e Oni, tutte appartenenti al teatro noh/kabuki. Resteremmo qui secoli se ci mettessimo ad analizzarle una ad una per filo e per segno, si fa prima a dire che le prime 5 vengono indossate dal Nopperabou e le rimanenti sono ben visibili nella discussione madre-figlia del settimo episodio.

Mi soffermerei in particolar modo su quest’ultimo fatto, dopotutto è da qui che parte la (vera) storia. Più che un dialogo pare una vera e propria recita, del tutto somigliante ad un racconto estrapolato dalle “Stampe di sangue” (narrazioni basate su opere ukiyo-e, in genere rappresentanti scene di violenza familiare), dove una bambina, oppressa dalle ambizioni della madre, finisce per uccidere il genitore.

• Quarto atto: “Nue”

“Incredibile”, questa è l’unica parola che utilizzo per descrivere questa parte di opera (nonchè la mia preferita). Nell’arco narrativo della “Nue” Toei Animation abbonda con riferimenti a personaggi folkloristici e, specialmente, “esplode” nel racconto della “Genji Monogatari”, una storia fino ad ora solo preannunciata. Il nostro farmacista giunge a destinazione, ci troviamo in quella che sembra una dimora signorile, dove 4 pretendenti dovranno sfidarsi per la mano di una ricca donzella, Lady Rury; in realtà però, ciò che vogliono conquistare non è l’amore della donna, bensì il Toudaiji, a quanto pare un enorme tesoro. Ma procediamo con ordine.

Muramachi-han, un samurai, Nakarai-han, un commerciante di pesce e Oosawa Robou, un membro della corte imperiale, questi sono i nomi degli sfidanti. Stiamo però dimenticando Jissonji-han, l’ultimo dei quattro, scopritosi in seguito essere stato assassinato da Muramachi-han. Visto che se non si è al completo la sfida non può cominciare, il nostro protagonista decide di inserirsi nella partita all’ultimo momento. Ora che tutto è al posto giusto, il gioco del Kumikou può avere inizio.

È una disciplina piuttosto complicata, il giudice, in questo caso Lady Ruri, decide un racconto famoso (la Genji Monogatari) e i pretendenti, in seguito, dovranno odorare vari incensi, tutti diversi gli uni dagli altri. Successivamente ognuno dei partecipanti dovrà assemblare dei pezzi di legno in posizioni geometriche significative. Una sola regola: la risposta dovrà essere pertinente alla decisione presa inizialmente dal giudice. È un’usanza piuttosto antica, nonostante ciò risulta parecchio ingegnosa e fantasiosa.

Notiamo subito come i colori circostanti siano ridotti ad un pigmento cinereo, tutto è grigio, escluso il nostro farmacista. Possiamo paragonare i tre giocatori principali alle tre scimmie: colei che non vede, colei che non parla e colei che non sente. Ognuno di loro presenta una precisa caratteristica, Muramachi “non vede”, difatti è l’unico a non percepire le forme e gli odori degli incensi, associandoli persino a sterco di cavallo, Nakarai “non sente” (in quanto ad olfatto), è infatti il solo a portare uno strano tappanaso (che ha a sua volta un significato). E per ultimo Oosawa, la scimmia che “non parla”, difatti questi si rifiuta di confessare i nomi dei colpevoli dell’omicidio di Lady Ruri e di Jissonji-han.

Come dicevo prima ognuna di queste tre figure possiede dei corrispondenti in racconti antichi. Il più semplice è il samurai, sosia del già citato Torachiyo Ganmei (vedi paragrafo “Umibouzu”), lo spadaccino codardo e irascibile dell’Heike Monogatari. Muramachi-han presenta le doti e i difetti del personaggio, come notiamo ad esempio durante l’incontro con Jissonji-han, dopo pochi insulti riferiti al suo ceto sociale questi perde le pazienza e finisce per uccidere il rivale. Oosawa Robou è ispirato alla figura di Genpaku Gihei, un consigliere di corte famoso per la sua furbizia, utile per scartare qualsiasi pretendente si fosse posto dinanzi alla figlia dello shogun (che lui stesso amava), citato ne “Le note del guanciale” scritto da Sei Shōnagon.

E per concludere Nakarai, il venditore di pesce. Mi ci è voluto un po’ di tempo per associarlo ad un personaggio folkloristico interessante, anche perchè ogni paragone mi sembrava forzato; nonostante queste difficoltà sono riuscito a trovare ciò che cercavo. Hisanobu, antagonista principale de “Le note del guanciale”, corrisponde perfettamente alla descrizione richiesta. Secondo il racconto questi voleva divenire morbosamente un daitengu (una delle specie tengu, considerata anche la più importante) e, perciò, cominciò a spargere in giro la voce di essere padrone di doti sovrannaturali (come per esempio guarire i malati).

Sentitosi chiamati in causa e oltraggiati, le (vere) creature mitologiche accorsero verso l’uomo, maledicendolo. La storia possiede anche delle varianti, ad esempio quella narrata nel “Racconto del tagliabambù”, secondo il quale Hisanobu fosse vittima di una rara deformazione facciale e, per curarsi, provò a sottrarre con l’inganno l’antidoto al Sōjōbō (il capo dei tengu). Ciò però non funzionò, ed egli venne condannato a vita. Guarda caso anche il finale dell’arco narrativo è un aperto richiamo alle storie del vecchio tagliabambù: le facce che fuoriescono disperate dai muri le possiamo trovare anche nel saggio, riferite ai mercanti di bambù, che, stranamente, vennero maledetti in seguito proprio da una Nue.

• Quinto atto: “Bakeneko”

E infine, dopo aver viaggiato in lungo e in largo, il nostro farmacista ritorna faccia a faccia con il suo acerrimo nemico: il Bakeneko. Perchè ho utilizzato il verbo “ritornare”? Perchè semplicemente questa tipologia di mononoke appare anche negli ultimi tre episodi di “Ayakashi: Japanese Classic Horror”. Questa volta assistiamo ad un passaggio d’epoca notevole, un vero e proprio salto nel futuro, come se il nostro protagonista potesse effettivamente viaggiare nel tempo. Siamo all’inaugurazione di una nuova metropolitana giapponese, solamente pochi fortunati vincitori però potranno viaggiare nel vagone di prima classe; la cosa che non sanno è che tutto questo potrebbe divenire la loro ultima esperienza.

Un personaggio salta subito all’occhio, ovvero la ragazza con il cappotto giallo, del tutto somigliante a Kayo dell’arco dell’Umibouzu. Nonostante questa piccola analogia, l’anime non ci fornisce certezze, anche se, quest’ultima, è collegata in maniera alternativa alla storia del Bakeneko, essendo presente nel finale di “Ayakashi: Japanese Classic Horror”.

Ma che cos’ha di tanto speciale questo ultimo arco narrativo? Proprio niente, se non tutto. Esattamente, nella storia del Bakeneko Toei Animation si diletta nell’inserire la maggior parte dei personaggi visti finora in un’unica narrazione. Questi però sono diversi, come se qualcosa, di cui lo spettatore è ignaro, fosse accaduto dietro le quinte, in parole povere appaiono più corrotti.

Se infatti riflettiamo, sia nella leggenda della Nue che in questa, i protagonisti incontrano la morte. Il culmine viene raggiunto quando il Bakeneko in persona elimina tutte le figure secondarie comparse sul palcoscenico, come se queste fossero servite solamente come trampolino di lancio per introdurre il “sugo” di tutta la storia: la verità. Ed ecco che vengono nuovamente a galla i racconti folkloristici precedenti: l’Heike Monogatari, gli ennesimi riferimenti alla Genji Monogatari, il Kojiki e altri ancora.

In parole povere è la fine, nonostante ciò questo non è un semplice finale. La conclusione è piena zeppa di indizi che fanno intuire un possibile “collegamento” fra un racconto e l’altro, anche se, molto probabilmente, non coglieremo mai. Persino il nostro farmacista ci lascia con l’amaro in bocca, sulle spine, precisando che il suo viaggio non avrà mai una fine, questi continuerà a rincorrere i mononoke per sempre, proprio perchè il mondo non è tutto rose e fiori e fino a che persevererà odio, questi spiriti non potranno mai sparire.

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