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Due parole con Eiji Otsuka: la cinematograficità del manga e la necessità dell’ultra-violenza

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In particolar modo negli ultimi anni, l’industria fumettistica nipponica è andata incontro ad un cambiamento a dir poco impressionante e stravolgente, una mutazione che ha contribuito a plasmare notevolmente le più variegate correnti artistiche, dando vita a delle vere e proprie “filosofie” gelosamente conservate in atipici stili di disegno, sempre pronti a stupire il pubblico mostrando una costante evoluzione.

Si sa, il manga viene da sempre intravisto come un gigantesco bozzolo soggetto alle più impavide e interessanti metamorfosi, non solo stilistiche, ma anche concettuali. Si guardi per esempio il modello tezukiano, un paradigma definibile come “cartoonesco” che si vide contrapposto, a livello non solo cronologico, alla crudezza di cui erano imbibite le mature narrazioni gekiga proposte per la prima volta dalla pionieristica figura che risponde al nome di Yoshihiro Tatsumi. Partendo da simili presupposti considerabili come effettive basi progenitrici del fumetto nipponico moderno, si potrebbero chiamare in causa una moltitudine di eccezionali autori qualificabili come veri e propri rivoluzionari. Secondo questa logica, nomi a dir poco leggendari quali Yoshiharu Tsuge, Takashi Nemoto, Suehiro Maruo, Katsuhiro Otomo e molti altri ancora, andrebbero a costituire degli specifici tasselli posti a completare l’immagine di un versatile e strabiliante Pantheon mitologico.

Nonostante questa premessa, la storia e l’evoluzione del manga non sono certo argomento dell’articolo in questione, seppur sempre viste di buon occhio. Sarà bensì l’opera fumettistica moderna, o meglio, uno dei maggiori autori-esempio – nonché portabandiera – del manga contemporaneo: perfetta dimostrazione di quanto la mentalità narrativa e formulativa di un artista possa mutare nel corso del tempo, a ricoprire una posizione cardine nella discussione che segue.

Uno sguardo al nostro protagonista

Nato a Tokyo il 28 agosto 1958, Eiji Otsuka è considerabile in tutto e per tutto uno degli autori più diabolicamente geniali e sorprendenti degli ultimi anni. Narratore impeccabile ed instancabile, sempre alla ricerca di materiale nuovo con cui stuzzicare il palato dei lettori, si è distinto per merito dei suoi atipici e crudi copioni, capaci di alternare problematiche sociali a tematiche completamente folli, spesso adottate al fine di ricostruire un preciso quadro che analizza la realtà odierna. La fama di Otsuka, tuttavia, non si limita di certo al suo repertorio di opere, repertorio che include celebri titoli quali “MPD Psycho”, “Kurosagi – Consegna Cadaveri”, “Leviathan” e molti altri ancora, bensì si espande persino al campo dell’insegnamento. L’autore è infatti docente universitario presso il Centro internazionale di ricerca di Kyoto, laureato in antropologia, folklore, sacrifici umani e intenditore, nonché critico, di manga del dopoguerra. Fra i suoi allievi più conosciuti ricordiamo Shou Tajima: artista che ha collaborato nell’ambito artistico alla stesura di “MPD Psycho”, “Brothers” e “Madara”.

Eiji Otsuka ci racconta di…

…Cinema

Mi piace considerare ogni vignetta, ogni singolo attimo come un “film” a sé stante.”

Eiji Otsuka
Illustrazione a cura di Shou Tajima.

Una sequenzialità da ricomporre

  • Signor Otsuka, sfogliando le pagine delle sue opere si avverte una strana sensazione: vi è un qualcosa in più rispetto ad una normale narrazione, sembra di essere al cinema dinanzi ad uno schermo. L’obiettivo delle vignette è proprio quello di proporre al lettore una sequenza vivida, estremamente realistica, tuttavia nel suo caso questa illusione è alquanto accentuata. Cosa può dirci a riguardo?
  • Eiji Otsuka: Fondamentalmente, a mio parere, vi è una differenza piuttosto marcata fra cinema e manga. È corretto dire che uno degli obiettivi principali dell’autore debba essere quello di avvicinare e, perché no, far (quasi) coincidere due realtà così simili ma al contempo opposte, nonostante ciò, penso che non riuscirei mai a dare alla luce un’opera cinematografica nel vero senso della parola. Il divario da colmare è a dir poco enorme. Se si pensa ad un lungometraggio, solitamente ci si immagina un copione continuo, senza interruzioni, lineare in tutto e per tutto; ebbene, un manga non possiede queste caratteristiche, le vignette che contraddistinguono una scena, seppur legate fra loro, sono inevitabilmente separate l’una dall’altra, è compito del lettore ricostruire l’istante appena osservato.

  • Dunque lei pensa che sia il lettore a conferire all’opera un senso di continuità e “cinematograficità”?
  • Eiji Otsuka: Logicamente, se così non fosse la lettura si limiterebbe ad una basilare sfogliata di pagine. Nonostante ciò, l’autore non deve impiegare le sue capacità esclusivamente nella stesura della storia. Cerco di spiegarmi meglio. Come dicevamo prima, manga e cinema sono due realtà sotto certi punti di vista divergenti: il regista può liberamente tagliare e collegare le scene dei suoi film, un artista d’altro canto è consapevole che, seppur abbia dato vita ad una sequenza, le vignette saranno inevitabilmente separate fra loro. Hai capito? Nel fumetto puoi illudere avvicinando il lettore al reale, ma non puoi dare vita ad un qualcosa di “realistico” fin da subito.

  • Entrare in contatto con la realtà risulta di conseguenza estremamente complesso, soprattutto per quanto riguarda l’autore. Lei come scavalca solitamente questa problematica che penso affligga da sempre ogni artista?
  • Eiji Otsuka: Personalmente penso sia un ostacolo insormontabile (ride), non si può scavalcare, ma solamente aggirare. Tuttavia, non nego di avere le mie risorse. Mi piace considerare ogni vignetta, ogni singolo attimo come un “film” a sé stante. Se un artista decidesse per esempio di ritrarre un soggetto in movimento, dovrà tener conto di ogni singola frazione di tempo, di ogni singolo passo compiuto; ovviamente non letteralmente, ma il concetto è quello. Ebbene, perché allora non fare in modo che ogni scena appaia agli occhi dello spettatore come un lungometraggio vero e proprio? Negli ultimi anni ho cercato in tutti i modi di focalizzarmi in particolar modo sulla singolarità di ogni segmento e meno sulla totalità della tavola. La sequenzialità è importante, ma anche l’impatto visivo gioca un ruolo cruciale, costituisce l’architrave dell’intera struttura.

  • In questo modo il lettore si focalizza sull’attimo visualizzato, il suo metodo consiste dunque nel rapire lo sguardo degli spettatori. Riflettendoci appare come un’ottima e atipica tecnica narrativa.
  • Eiji Otsuka: Sì, catturare l’occhio del lettore è estremamente importante, ma non è questo il principale obiettivo che intendo raggiungere attraverso il metodo in questione. La mia più grande soddisfazione sarebbe se il pubblico riuscisse a trovare una maniera alternativa di leggere la pagina visualizzata, se riuscisse ad interpretarla in modo differente visivamente, ma speculare concettualmente. Capisci cosa intendo dire? Al giorno d’oggi sono molti gli autori che spremono le proprie meningi al fine di donare alla platea un quadro incorniciato in una maniera del tutto nuova; il mio stratagemma risulta dunque estremamente semplice: fare in modo che le vignette siano strettamente correlate fra di loro, ma non esclusivamente secondo un modello sequenziale convenzionale. Cerco sempre di elaborare ed analizzare a fondo le tavole: lo spettatore deve essere in grado di stravolgere l’ordine di lettura dell’intera pagina, ma di comprenderne comunque il significato. È come un puzzle da comporre, esistono varie strade, ma il risultato finale è medesimo.

…Dissezioni e cadaveri

“Non penso che un’opera per definirsi violenta debba mostrare al pubblico degli eccessivi spargimenti di sangue: alla fin fine non è questo ciò che traumatizza il lettore.” 

Eiji Otsuka
Akira Fudo e Ryo Asuka disegnati da Shou Tajima per celebrare l’avvento di “Neo Devilman”: raccolta che rende omaggio al capolavoro di Go Nagai.

All’interno di un film dell’orrore

  • Molto frequentemente nelle sue opere appaiono illustrazioni crude e assai realistiche, disegni che spesso esibiscono corpi umani flagellati o addirittura sezionati. Possiamo notare rappresentazioni simili per esempio all’interno di “MPD Psycho”, oppure nel realismo di “Leviathan”, o, ancora, nelle iconiche copertine di “Kurosagi – Consegna Cadaveri”, dove figure stilizzate vengono sottoposte alle torture più impensabili. Può spiegarci il perché di queste sue scelte?
  • Eiji Otsuka: Al giorno d’oggi esistono autori che fanno della “brutalità” la materia principale delle proprie realizzazioni, altri, invece, che accennano questo tipo di violenza in maniera estremamente velata, senza focalizzarsi esageratamente sulle ripercussioni a cui l’organismo umano va incontro. Ultimamente, inoltre, ho avuto modo di osservare artisti che immaginano l’orrore in maniera surrealista e questo è un vero e proprio colpo di scena, perché dimostra quanto il manga horror, per riportare un esempio evidente, possa divenire poliedrico. Ebbene, io penso che la differenza principale fra me e questa tipologia di artisti, è che io non sono un autore che si dedica al genere horror. All’interno delle mie opere, la violenza è vista come un qualcosa di “normale”, di passaggio: non è il fulcro della trama. Ciò che stupisce il lettore, difatti, non è tanto la crudezza delle tavole, bensì il modo con cui la crudezza viene sottolineata e affrontata. Alla fin fine, dunque, le dissezioni e roba simile costituiscono degli importanti tasselli volti alla creazione di un film dell’orrore.

  • Quindi faceva tutto parte di un suo piano che si poneva come obiettivo principale, ancora una volta, la stesura di un’opera più fedele al reale possibile. Nonostante ciò, in “Kurosagi – Consegna Cadaveri” le salme si muovono, prendono vita. Come spiega questo approccio tendente al paranormale?
  • Eiji Otsuka: È proprio come hai appena detto, in “Kurosagi – Consegna Cadaveri” vi è una forte influenza paranormale. Nel periodo in cui ero alle prese con l’opera in questione volevo realizzare un qualcosa di simile ai film horror incentrati sugli zombie, hai presente? Quei lungometraggi che esibiscono una marea di corpi che si divincolano all’impazzata. Solitamente in questo tipo di film il regista decide di focalizzare l’obiettivo della fotocamera proprio sui movimenti dei morti viventi, al fine di provocare una sensazione di disgusto nello spettatore. In “Kurosagi” ho deciso di adottare una filosofia simile, pensavo che combinare idee come queste fosse un qualcosa di assurdamente interessante.

  • Nonostante le sue narrazioni siano incentrate abitualmente su tematiche che esibiscono violenze e crudeltà varie, ho notato che la presenza di sangue è ridotta spesso al minimo. In un’opera quale “MPD Psycho”, per esempio, tale particolarità è in alcune tavole ben visibile, il che è un qualcosa di veramente atipico. Esiste una motivazione dietro tutto ciò?
  • Eiji Otsuka: Non penso che un’opera per definirsi violenta debba mostrare al pubblico degli eccessivi spargimenti di sangue: alla fin fine non è questo ciò che traumatizza il lettore. Nel primo volume di “MPD Psycho” c’è una scena in cui il protagonista riceve una scatola con dentro il corpo mutilato della sua ragazza, immerso in una miscela di formalina; ebbene, in casi simili la tavola del manga dovrebbe essere macchiata di sangue, ma io ho voluto far concentrare maggiormente il lettore sulla violenza corporale commessa. L’impatto che la vignetta ha sullo spettatore è ancora più traumatico: sembra di avere difronte una bambola priva di vita. Tuttavia, non nego che solitamente preferisco lasciare le tavole bianche per una questione di ordine.

  • In molte opere, l’estetica dei corpi morti viene trascurata, o, al massimo, rappresentata al massimo della sua decadenza: non è raro imbattersi in salme putrefatte. Al contrario, dalle sue parole è emersa una certa affezione per ciò che ruota attorno al macabro. Quanto dunque è importante per Eiji Otsuka l’aspetto esteriore di un cadavere?
  • Eiji Otsuka: Sono consapevole del fatto che con questa domanda la gente inizierà ad etichettarmi come un malato mentale, o magari qualcuno ha già incominciato a farlo? Chissà (ride). Quando lavoravo a “MPD Psycho” ero dell’idea che il cadavere dovesse rigorosamente possedere un colorito pallido, tendente al bianco nella tavola di un manga. È vero che in seguito al decesso la cute subisce un raffreddamento causato da un blocco della circolazione sanguigna, tuttavia pensavo al bianco come a un colore che, prima di tutto, dovesse simboleggiare la purezza. Quando l’uomo muore, questi fa ritorno ad uno stato ideale, privo di qualsiasi tipologia di contaminazione: tale era una delle classiche credenze nelle pratiche rituali dei sacrifici umani.

…Pazzi psicopatici

“Se il lettore vedendo una scena dalla violenza inaudita dicesse: “Non pensavo fosse possibile, non me l’aspettavo”, sarei estremamente felice, significherebbe che ho centrato il mio obiettivo.”

Eiji Otsuka

L’ultra-violenza che spalanca la mente

  • Arriviamo ora a trattare di una delle tematiche cardine di questa intervista: la violenza. Frequentemente all’interno delle sue opere vengono praticate le violenze più atroci e impensabili, mi sembrava dunque opportuno chiederle qual è la sua idea riguardo tali brutalità.
  • Eiji Otsuka: Personalmente, penso che l’impiego della violenza sia l’espediente narrativo con il quale mi trovo più a mio agio. Secondo il mio punto di vista al fine di scrivere una trama funzionale occorre fare leva su alcuni concetti, portarli allo stremo. Ci sono nozioni che non possono essere assimilate semplicemente attraverso la lettura, di conseguenza nel mio caso, invece che sforzarmi di far comprendere una specifica intenzione allo spettatore, impongo lui ciò che voglio trasmettere attraverso una particolare sequenza. Il mezzo ideale per “obbligare” il pubblico ad interpretare la storia in un dato modo è proprio la violenza che esibisco all’interno delle opere.

  • Dunque il suo stile è del tipo: “Non vuoi fare una cosa? Ti obbligherò io!” (ride). Comprendo il suo punto di vista, tuttavia era mia intenzione domandare se in alcuni casi l’uso della violenza potesse assumere una funzionalità differente.
  • Eiji Otsuka: Ovviamente. Ricordi quando ti dicevo che mi piacerebbe se il lettore potesse visualizzare la tavola da un punto di vista differente? Ecco, spesso introduco volutamente scene esplicite al fine di far trasparire l’istante visualizzato come una novità: raramente infatti un autore ricorre all’uso della violenza per donare alla platea un copione originale. Nel fumetto esistono dei limiti e io sono dell’idea che questi vadano necessariamente superati, avvalendosi di ogni mezzo disponibile. Se il lettore vedendo una scena dalla violenza inaudita dicesse: “Non pensavo fosse possibile, non me l’aspettavo”, sarei estremamente felice, significherebbe che ho centrato il mio obiettivo.

  • La ricerca del “violento” nelle sue trame è per caso anche impiegata al fine di segnare e, perché no, sconvolgere la coscienza dello spettatore?
  • Eiji Otsuka: Intendi se è mia intenzione lasciare un segno indelebile nella mente del lettore? Può darsi, nonostante ciò, mi sono sempre ritenuto un autore mediocre: se una persona si ricorda di me è indubbiamente merito delle mie storie schifose (ride), questa è la mia convinzione.

  • Ora una domanda più specifica. Intravede la violenza come uno stratagemma per aprire la mente del pubblico, eppure mi è sempre parso paradossale che “MPD Psycho”, una delle sue opere che meglio tratta tale concetto, faccia al tempo stesso leva sulla crisi d’identità del protagonista. Era un vero e proprio paradosso quello che voleva ottenere come risultato finale?
  • Eiji Otsuka: Questa è una bella domanda. Vedi, l’aspetto che potremmo definire “paradossale” in “MPD Psycho” risiede all’interno del solo protagonista: non esiste nulla di più enigmatico di un investigatore che rintraccia un assassino avvalendosi della sua personalità controversa e psicopatica, è un dualismo del tutto atipico.

…Curiosità varie

Dietro Eiji Otsuka

  • C’è un dettaglio particolare riscontrabile nelle sue opere più longeve, ovvero la copertina dell’undicesimo volume. Solitamente, infatti, il volume numero undici presenta un aspetto differente dagli altri, un esempio fra tutti è sicuramente “MPD Psycho”. È per caso una casualità? Oppure una scelta voluta?
  • Eiji Otsuka: Sinceramente è un qualcosa a cui non ho mai dato troppo peso (ride). La motivazione è molto semplice se non banale: essendo il numero undici il volume che inaugura la nuova decina ho pensato che una leggera modifica stilistica potesse aiutare il lettore ad orientarsi meglio. Aspettatevi un cambiamento estetico anche nel ventunesimo volume di “Kurosagi – Consegna Cadaveri”.

  • A proposito del numero ventuno, una domanda riguardante la copertina del ventunesimo volume di “MPD Psycho”. Ebbene, è evidente un esplicito richiamo a “In Utero”, l’album dei Nirvana; potrebbe fornirci eventuali chiarimenti a riguardo?
  • Eiji Otsuka: Proprio così, ma non è l’unico riferimento all’interno dell’opera in questione. L’idea di citare i Nirvana non è stata del sottoscritto, bensì del signor Tajima. Ricordo che mi telefonò e mi domandò se potesse avere campo libero per la realizzazione dell’illustrazione che sarebbe comparsa sul volume ventuno: solitamente era un qualcosa su cui discutevamo assieme, tuttavia accettai la proposta. Quello che vedi fu il risultato.

  • Man mano che leggevo le sue opere ho notato una ricorrenza, ovvero il ripresentarsi di un ben preciso personaggio: Sasayama. Per esempio, sia in “MPD Psycho” che in “Kurosagi – Consegna Cadaveri” egli compare. Con queste apparizioni ha per caso intenzione di costruire una sottotrama riguardante la sua figura?
  • Eiji Otsuka: No, affatto! È un personaggio che ho sfruttato più volte in diverse occasioni, il mio obiettivo era vedere come avrebbe reagito la critica. Ci sono difatti molte persone che si esaltano notando comparse già viste in qualche altro copione, magari dello stesso autore, il che è più probabile, ed altre che giudicano diversamente questo tipo di scelte. Volevo scoprire quale riscontro avrei ricevuto, mi fa piacere che tu lo abbia riconosciuto.

  • Solitamente i suoi titoli prediligono uno stile crudo ed estremamente fedele al reale, tuttavia in “Detective Ritual” il comparto artistico possiede un aspetto “cartoonesco”. Rientrava tutto nei suoi piani?
  • Eiji Otsuka: Sinceramente parlando, non è tanto lo stile artistico in sé per sé a condizionarmi, bensì la capacità del disegnatore di rappresentare l’opera attraverso l’uso di più sequenze cinematografiche. In “Detective Ritual” comunque l’obiettivo era proprio quello di distaccarsi dalla realtà, di far apparire il tutto sotto una luce bizzarra. La penna di Chizu Hashii possedeva tutte le carte in regola.

Extra: domande e risposte in compagnia di Eiji Otsuka e Shou Tajima

Segue una breve serie di domande che coinvolgono in prima persona Eiji Otsuka e Shou Tajima, reduci dal finale della loro opera più longeva: “MPD Psycho”. Già in passato i due avevano avuto la possibilità di collaborare, per esempio in “Madara”, oppure, ancora prima, nella realizzazione di “Brothers”, ma mai le loro menti si erano confrontate con un titolo così diuturno e dal contenuto dannatamente diabolico. L’opera in questione rappresenta una svolta radicale nel repertorio di entrambi gli artisti, un nuovo modo di realizzare ed intendere il manga, proponendosi come obiettivo principale quello di aprire la mente del lettore attraverso un utilizzo precipuo della violenza.

In fotografia: Shou Tajima.

– Essere coinvolti nella realizzazione di un’opera per circa vent’anni non è un qualcosa da poco, dico bene?

  • Eiji Otsuka: Dici bene, al momento “MPD Psycho” è l’opera a cui ho dedicato più tempo in assoluto. Abbiamo cominciato a riflettere sulla trama nel 1996, all’epoca sia io che il signor Tajima eravamo reduci da “Brothers” (1991-1992): una storia sinceramente parlando la cui stesura non richiese un impegno eccessivo. Penso tuttora che lanciarsi su un titolo da ventiquattro volumi sia stato un atto suicida, tuttavia è stato divertente.
  • Shou Tajima: Concordo con il signor Otsuka, ho vissuto periodi veramente stressanti, nonostante ciò, ho avuto anche modo di riposarmi fra una scadenza e l’altra.

– Avete avuto più occasioni per collaborare: come vi dividevate solitamente il lavoro?

  • Eiji Otsuka: Io mi dedicavo alla compilazione della storyboard e successivamente passavo la bozza al signor Tajima, il quale si occupava del comparto artistico. Non sono una persona che ama lavorare all’interno del proprio studio, così, quando mi capitava di passare più tempo in università, “sfruttavo” gli alunni per farmi venire qualche idea (ride). È un ottimo modo di lavorare, non ti sembra?
  • Shou Tajima: Rispetto al signor Otsuka la mia era una mansione più dinamica. Quando ricevevo il copione su cui dovevo lavorare non mi dedicavo subito ai disegni, bensì prendevo la mia macchina fotografica e iniziavo a scattare fotografie qua e là: sapevo che mi sarebbero tornate utili per gli sfondi delle vignette. Mi cimentavo nel disegno durante la notte, quando l’atmosfera e il clima erano più pacifici, tranne nella mia stanza però (ride), non scherzo quando dico che vi erano volte in cui mangiavo mentre lavoravo.

– Una domanda per il signor Otsuka: come mai ha scelto Shou Tajima come braccio destro per la realizzazione di “MPD Psycho”?

  • Eiji Otsuka: La risposta è molto semplice, tralasciando il fatto che il signor Tajima è uno dei primi artisti con cui ho lavorato, egli fu anche un mio allievo in passato. Pensavo che il suo stile di disegno si adattasse alla perfezione per “MPD Psycho”, sentivo che era la persona giusta con cui collaborare.
  • Shou Tajima: Quando il signor Otsuka mi contattò per informarmi del suo nuovo progetto fui talmente entusiasta della proposta che la accettai al volo. All’epoca nessuno dei due pensava a “MPD Psycho” come un’opera da venti volumi, tuttavia sapevo che sarebbe stata una lunga avventura.

– Cambiando ora argomento: c’è qualche autore a cui vi siete ispirati o per cui nutrite una grande ammirazione?

  • Eiji Otsuka: Indubbiamente vi sono molti autori di fondamentale importanza nel mondo dei manga, io, ad esempio, ricordo sempre Tezuka e Otomo, i quali, operando attraverso approcci totalmente differenti l’uno dall’altro, sono stati capaci di stravolgere un panorama già di per sé incredibilmente poliedrico. Parlando di preferenze non saprei dirti, non sono il tipo di persona che nutre un’ossessione per un preciso artista. Analizzare uno specifico stile, osservare come questo muti nel tempo, questo è il genere di cose che mi interessano.
  • Shou Tajima: Pensandoci bene risponderei anche io Otomo, ma sono un grande appassionato anche di Go Nagai: ho avuto modo persino di prendere parte al progetto per la creazione di “Neo Devilman”. Ritornando a Katsuhiro Otomo: quando ancora riflettevo sul character design che avrei dovuto adottare per “Madara”, ho deciso di prendere Tetsuo come riferimento. Il mantello rosso che ondeggiava al vento mi colpì particolarmente, volevo in un qualche modo riutilizzarlo in un mio personaggio.
Devilman disegnato dalla penna di Shou Tajima per il capitolo “MADE IN HEAVEN” contenuto in “Neo Devilman”.

Extra: domande e risposte in compagnia di Eiji Otsuka e Seira Nishikawa

Viene infine proposto un breve estratto estrapolato da un’intervista dedita all’analisi di una delle ultime, grandiose fatiche prodotte dalla mente di Eiji Otsuka: “Mishima Boys”. Un dramma storico fra i più ricordati è in questo caso la portata principale trattata dall’autore, ovvero la tragedia di Yukio Mishima, narrata all’interno di un manga avvalendosi di nozioni già snocciolate scrupolosamente in “Unlucky Young Men”, il che non è un caso, essendo le due opere profondamente correlate secondo Otsuka stesso. La conversazione procede introducendo inoltre la figura di Seira Nishikawa: autrice dalla peculiare abilità artistica nonché causa efficiente che ha portato alla nascita di un nuovo e alternativo metodo narrativo.

– Da dove è sbocciata l’idea di creare una serie gemellata con “Unlucky Young Men“?

  • Eiji Otsuka: L’idea generale che possedevo all’epoca di “Unlucky Young Men” era quella di dare vita ad un racconto cronologico degli anni cruciali del periodo post-bellico giapponese. Inizialmente ho deciso di collaborare con Kamui Fujiwara per la stesura dell’opera già citata, tuttavia, una volta concluso il progetto, ero pronto a modificare il mio stile e il cambiamento avrebbe previsto anche la sostituzione del disegnatore. Il mio editore mi propose molti nomi con cui lavorare, che però io non conoscevo, così decidemmo di rimandare momentaneamente la nascita di “Mishima Boys”. L’occasione giusta si ripresentò quando incontrai Seira Nishikawa: autrice con cui non avevo mai collaborato prima di allora, ma che si dimostrò subito un valido acquisto.
Seira Nishikawa a sinistra, a destra, invece, Eiji Otsuka.

– Sappiamo che Seira Nishikawa è stata una sua studentessa, tuttavia può rivelarci perché ha scelto proprio lei per la realizzazione di “Mishima Boys”?

  • Eiji Otsuka: È semplicemente un vero e proprio genio! Non aggiungo altro.
  • Seira Nishikawa: No! No! Assolutamente! Sono solamente stronzate, il signor Otsuka è un abile lusinghiero.
  • Eiji Otsuka: Non sono sicuro si possa dire che sia un portento nello studio, malgrado ciò possiede una creatività senza limiti, è a dir poco sorprendente.

– Seppur “Unlucky Young Men” e “Mishima Boys” raccontino degli anni ’60-’70 giapponesi, in entrambe le storie compaiono sensazioni di soffocamento simili a quelle provate ai giorni nostri. Cosa può dirci a riguardo?

  • Eiji Otsuka: Il Giappone non si è mai separato definitivamente dal passato. Nelle opere che hai citato viene narrato il dramma di giovani schiacciati dalla società, emarginati; in “Mishima Boys”, inoltre, compare la tematica dell’ “identità”, o meglio, dell’identità sociale, una problematica che mostra i personaggi della storia sempre più frammentati. È un concetto che tocca profondamente il sottoscritto e che molti autori solitamente trascurano, ignorando in questo modo una problematica di portata notevole.

– Siamo abituati ad uno stile cinematografico, tuttavia la trama di “Mishima Boys” possiede un aspetto più “teatrale”. Come ha deciso di rifarsi al teatro Noh nell’introduzione?

  • Eiji Otsuka: Ho optato per il teatro Noh perché è un classico dell’arte dello spettacolo giapponese: si adattava perfettamente al tipo di storia che avevo in mente. Per il resto ho lasciato tutto nelle mani della mia collega, che dal canto suo ha contribuito ad evolvere la mia classica metodologia. Dunque, in fin dei conti, il passaggio da cinema a teatro non lo interpreto come un cambiamento, bensì come un miglioramento.
  • Seira Nishikawa: Ho avuto per anni il piacere di studiare approfonditamente il teatro Noh e le sue varie interpretazioni, di conseguenza mi sembrava ideale includere tali nozioni nel copione che stava nascendo. Quando proposi l’idea al signor Otsuka rispose che era un’ottima trovata, si abbinava alla perfezione.

– Quanto secondo voi è importante trattare di tematiche fragili come quelle affrontate all’interno di “Mishima Boys” in un manga al giorno d’oggi?

  • Eiji Otsuka: È una domanda complicata, non credo di saper rispondere adeguatamente. Penso che tematiche quali quelle affrontate in “Mishima Boys” non possano essere approfonditamente analizzate al giorno d’oggi, proprio perché siamo ancora profondamente influenzati da un passato che pensiamo di esserci lasciati alle spalle.
  • Seira Nishikawa: Abbiamo deciso di occuparci di “Mishima Boys” al fine di smuovere in un certo senso i lettori; come diceva prima il signor Otsuka: i giapponesi al momento sono troppo focalizzati sul futuro. Dare vita ad un’opera simile è stato estremamente impegnativo, proprio perché è l’equivalente di un salto indietro nel tempo, un tentativo in cui si cerca di interpretare i vari avvenimenti storici da un punto di vista del tutto differente.
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