Approfondimenti

Mangaka sconosciuti e contributi indimenticabili

Come in ogni ambito artistico, anche il mondo del fumetto giapponese è disseminato di importantissimi autori le cui voci, nel corso degli anni, sono passate in sordina o hanno fatto fatica ad essere recepite. Gli apporti pioneristici, in una realtà come quella del manga, caratterizzata per la sua produzione intensiva, spesso, tendono a dissolversi nel nulla e a essere dimenticati per sempre. Questo fenomeno è, inoltre, drasticamente intensificato se si evidenzia come il mondo del fumetto nipponico, sviluppatesi a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, sia stato scosso nel profondo dal dramma della guerra. Non a caso, in genere, è proprio mediante l’ausilio di esperti del settore, di attenti ricercatori e di traduttori che si riscoprono perle di rara importanza.

Benché si accetti la versione “unitaria” di Frederik L. Schodt1 o meno, prima della Seconda Guerra Mondiale, il manga, nella sua accezione moderna, si era già radicato all’interno della cultura giapponese ed aveva sviluppato determinati standard. Negli anni ’20 acquisirono prestigio una sequela di autori, i quali gettarono basi visionarie e lungimiranti per un mondo che ben presto sarebbe stato soppresso dalla tragedia della bomba atomica. Dopo l’incenerimento di quello che rappresentava un preziosissimo archivio e registro culturale, il mondo del fumetto giapponese arranca e inizia ad avvalersi’ dei kashi-hon2 e dei vecchi miti lacerati dalla guerra. Da lì a poco, però, il manga inizierà a spiccare il volo attraverso insigni autori capaci di plasmare quest’arte e valorizzarla al massimo delle sue potenzialità.

Il Giappone è stata la prima nazione del mondo a concedere al fumetto – originariamente una forma di intrattenimento “umoristica” per ragazzi – quasi lo stesso status sociale dei romanzi e dei film.

Frederik L. Schodt

Contribuendo attraverso la creazione di opere oggi considerate in tutto e per tutto eterne, sono immediati i nomi di alcune personalità che hanno saputo dare nuova linfa itale al fumetto giapponese: i padri del manga, come Osamu Tezuka e Shigeru Mizuki, capaci di ispirare generazioni e generazioni grazie ai loro fantastici racconti; il movimento del gekiga, che, temerariamente all’avanguardia, ha saputo scrutare un mondo completamente nuovo; i maestri della fantascienza, da Shōtarō Ishinomori a Mitsuteru Yokoyama, passando per Leiji Matsumoto e Gō Nagai; le madri delle shōjo, incarnate nel meraviglioso Gruppo del 24 – e così via, verso centinaia di mangaka dal valore incommensurabile.

Tuttavia, nel foltissimo sottobosco di questo universo, è possibile imbattersi in autori straordinari, i cui contributi riecheggiano vividamente ancora oggi a distanza di anni, se non di un secolo. Autori di cui si è persa lentamente traccia e di cui, conseguentemente, mancano volumi ed informazioni articolate. Talvolta sono autori avvolti da un’aura quasi mitologica, talvolta sono autori molto più recenti ma tremendamente sottovalutati: ciò che li accomuna è la massiccia influenza che esercitano sul mondo attuale di intendere e concepire il manga.

Ryūichi Yokoyama

Quattro vignette, cinquemila racconti

Una delle tipologie di manga più in voga nel primo anteguerra era lo yonkoma, la caratteristica striscia a fumetti suddivisa in quattro vignette. Sebbene di primo acchito possano sembrare opere estremamente basilari, queste storielle evocano la quintessenza del kinshōtenketsu3 e, data la loro estrema brevità, costruirle è molto più complicato di ciò che sembra: inoltre, con l’avanzare degli anni e l’affermarsi di questo stile narrativo, le storie iniziano ad assumere connotati ben più densi e profondi, intrisi di un rammarico esistenziale provocato dal dramma della guerra ma controbilanciato alla spensieratezza della gioventù o l’imperturbabilità della tradizione.

Il primo ad avvalersi del metodo dello yonkoma fu Rakuten Kitazawa, che, insieme ad Ippei Okamoto, è considerato il vero padre del fumetto giapponese ed il primo vero mangaka: nel 1902, su proposta di Yukichi Fukuzawa, uno degli intellettuali più influenti nel mondo dell’editoria dell’epoca, Rakuten Kitazawa, ispiratori al modello del fumetto occidentale, diede vita a quel fumetto “a quattro vignette” il cui esorbitante successo gli permetterà di fondare l’importantissima e pioneristica rivista satirica Tokyo Puck.

Kitazawa fu, forse, l’ispirazione maggiore di Osamu Tezuka, ma chi seppe cogliere al meglio il suo lascito fu sicuramente Ryūichi Yokoyama, il quale sfruttò il canone dello yonkoma per creare delle serie dal seguito mai visto prima. “Fuku-chan” è l’esempio perfetto: le avventure del piccolo Fukuo Fuchida, durate per trentacinque anni, racchiudono perfettamente la serenità di cui il medium voleva farsi carico, così come spesso, anche con la ritrosia dell’autore, nascondono malcelati messaggi propagandistici. Dopo aver reso i suoi personaggi vere e proprie icone nazionali, dopo aver ispirato milioni di bambini, dai Fujiko Fujio a Shōtarō Ishinomori, e dopo aver valorizzato questo modo di concepire un’arte spesso ridicolizzata, Yokoyoma si apre a moltissime altre realtà, andando a rivoluzionare soprattutto il settore dell’intrattenimento con i primi studi d’animazione e i primi anime.

Fare il mangaka non è certo un lavoro semplice e, tra martellanti scadenze da rispettare ed estenuanti ore di lavoro, poteva capitare che il maestro Yokoyama non avesse tempo di completare i suoi yonkoma o non avesse il guizzo creativo giusto per concluderli: allora perché non sfidare i lettori stessi ad inventare le vignette delle sue opere?

Quando è apparso il primo robot all’interno di un manga?

Rispondere a questa domanda apparentemente banale non è complicato: molti critici, infatti, ritengono che una delle primissime apparizioni di un robot all’interno di un fumetto giapponese sia sicuramente avvenuta con “Tanku Tankuro” di Gajō Sakamoto, nel 1934. All’epoca, la tematica del robot era imbevuta di una irrefrenabile frustrazione dovuta al clima di guerra. Anche in questo, tuttavia, chi riesce a sublimare il concetto è Ryūichi Yokoyama, che, dopo aver perfezionato l’arte dello yonkoma, dipinge terribili pagine degne del suo più spaventoso doppelgänger.

In “Kagaku senshi Nyū Yōku ni shutsugen su” (“Il guerriero della scienze irrompe a New York”), Yokoyama sfoga tutto il suo astio nei confronti dell’occidente, dando vita a sporche vignette intrise di angoscia e di brutale spirito vendicativo. Scritto nel 1943 sulla rivista filo-governativa e altamente patriottica, “Manga”, il racconto mostra un rudimentale e gigantesco robot abbattersi sul simbolo del potere americano, la città di New York. La pagina è pregna di un simbolismo maledetto, che porta con sé tutte le tragiche vicissitudini della guerra.

Molto probabilmente, è anche grazie a questo gigantesco e sciovinistico ammasso di ferraglia assassino che si deve la creazione di quello che poi diverrà uno dei generi più amati di lettori giapponesi, il mecha: infatti, a distanza di ventidue anni, Mitsuteru Yokoyama, ritenuto il precursore del genere, darà vita a “Tetsujin 28-go”, manga che aprirà le porte a nuove narrazioni e che ispirerà i robot di Gō Nagai e le corse di Katushiro Ōtomo.

La vignetta più evocativa e disturbante di “Kagaku senshi Nyū Yōku ni shutsugen su”.

Shigeru Sugiura

Il mito satirico di Suihō Tagawa

A cavallo tra il periodo Taishō (1912-1926) e il periodo Showa (1926-1986), il manga è una forma artistica prettamente satirica ed umoristica, capace di astrarre una tragica e sporca realtà in mondi paralleli buffi ma estremamente crudi. L’inventore di questo tipo di narrazione è, senza ombra di dubbio, Suihō Tagawa ed il simbolo di questo periodo è sicuramente Norakuro, un cane antropomorfo assoldato dal “Feroce Reggimento dei Cani”, che, in dieci anni di pubblicazione, passerà il suo tempo a fronteggiare un’armata di maiali che allude ai rivali cinesi del conflitto sino-giapponese. Le avventure di Norakuro ispirarono a macchio d’olio generazioni di artisti, da Osamu Tezuka a Hiromu Arakawa.

Sono due gli assistenti i cui nomi sono ormai divenuti famosi in tutto il Giappone: Hachiko Hasegawa, la creatrice di “Sazae-san”, nonché una delle maggiori esponenti del fumetto giapponese del secondo dopoguerra, e Shigeru Sugiura, un simpatico autore che è stato capace di decostruire i dettami della narrazione apportata dal suo maestro.

Una colorata fotografia ritrae Suihō Tagawa e la sua creazione più famosa, Norakuro. Ispirato al Felix the Cat di Otto Messmer, il simpatico cane nero antropomorfo diverrà una vera e propria mascotte, oltre che uno dei primi fenomeni nazionalpopolari legati alla pubblicazione di un manga.

Un assurdo non senso colora vignette umoristiche

Avido lettore di riviste dai temi adulti, tra le quali non può non figurare la famosa “Shin Seinen”, Sugiura affinerà il suo gusto e il suo stile umoristico prendendo come precipua ispirazione le vignette di Otto Soglow, Carl Thomas Anderson, Storm P. e, molto probabilmente, anche quelle di Kennosuke Niizeki. Inizierà a scrivere storie in autonomia dal 1932, arrivando a trovare la fama soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale, mediante racconti inerenti ad alcuni eroi classici giapponesi e riproposizioni in chiave cartoonesca di opere leggendarie. Sugiura, ospitato in riviste come “Shōnen Club”, “Shin Shōnen” e “Shōnen Shōjo Tankai”, in pochi anni, conquisterà migliaia di lettori grazie al suo stile vivace, variopinto e iper-dinamico, matrice di quello che adora chiamare yukai, ovvero un intrattenimento che deriva da una visione distorta e la più lontana possibile dalla serietà, caratterizzata da movimento eccentrici ed assurdi.

Non riuscendo a tener testa alla produzione di massa del manga, il nostro abbandona la scena mainstream del mercato e, dagli anni ’70, si dedica alla creazione di un manga decisamente più avanguardistico nella sua mirabolante assurdità e nel suo esilarante non-senso. Ripudiando i canoni di Tezuka che fanno l’occhiolino alla Disney e non abbracciando mai uno stile vicino a quello della graphic novel, il suo modo di concepire l’arte è assolutamente sui generis ed è grazie a ciò che ha potuto ispirare un numero ingente di artisti fino ai giorni nostri. Sugiura, con le sue geniali vignette surreali e i suoi universi colorati, è ritenuto uno dei padri del gag manga e creatore di uno dei più pregevoli ed ineguagliabili esempi di manga surrealista.

Figli dell’opera di Shigeru Sugiura sono un numero interminabile di autori e tra i più ragguardevoli si ricordano sicuramente Fujio Akatsuka, mitica icona della comicità giapponese; Shigeru Mizuki, che, nelle opere dedicate a mostri e spiriti del folklore nipponico, non nasconde la sua ispirazione, arrivando a riprodurre personaggi molto simili a quelli del suo maestro spirituale; Hayao Miyazaki e Isao Takahata, che ne hanno ripreso la poetica in “Pom Poko” e moltissimi altri artisti che, nel tentativo di creare mondi paralleli fantasiosi, si saranno sicuramente imbattuti in questa stravagante e simpatica figura.

Tra colori sgargianti, scene cartoonesche e personaggi bizzarri, lo stile di Shigeru Sugiura appare ancora oggi come uno di più originali. Questa tavola, presa dall’antologia “Sugiura shigeru kessaku senshū kaisei gaigā yaoyadanuki tankōbon”, nasconde all’interno del suo vivace non senso una serie sconfinata di citazioni ad altre opere dell’autore, come nel caso di Kai Star Geiger, al folklore giapponese, alle favole occidentali e ad illustri personaggi, come dimostra la tavola precedente a questa, ritraente il famoso scrittore suicida Osamu Dazai.

Katsuji Matsumoto

Tra moda e poesia, tra Oriente ed Occidente

Oggigiorno, ritenere “La principessa Zaffiro” di Osamu Tezuka il primo manga shōjo della storia appare riduttivo e superficiale. La nascita di questo tipo di manga è databile a un paio di decenni prima, in un’epoca in cui si parlava di “jojōga“, ossia una narrazione più lirica e poetica, interamente basata sulla delicata sensibilità della lettura. I due più grandi maestri possono essere considerati i poeti e pittori Takehisa Yumeji e Koji Fujiya, che, con le loro illustrazioni delle bellissime fanciulle chiamate bijin, influenzarono a loro volta coloro che sono ritenuti i progenitori dello shōjo: Jun’ichi Nakahara e Katsuji Matsumoto.

L’innocenza, la delicatezza e la ricercatezza della bellezza delle illustrazioni riuscirono a consolidare degli stilemi oggi divenuti capisaldi del manga, come quello degli occhi grandi, e riuscirono a mescolare in maniera impeccabile euro-americani con quelli autoctoni giapponesi. Tuttavia, permanevano lampanti differenze: l’eterea figura della donna, nelle illustrazioni di Nakahara, aveva un’aura malinconica e misteriosa; mentre, invece, la più allegra rappresentazione femminile di Matsumoto presentava donne energiche e sgargianti.

Le classi delle scuole femminili degli anni ’30 erano nettamente divise tra chi preferiva Nakahara e chi, invece, Matsumoto. La differenza emergeva in maniera vistosa dal modo di acconciarsi, di vestirsi e di comportarsi.

Shizue Ushida

In tutta la sua carriera Matsumoto sperimenterà attraverso stile differenti e sempre più lontani dal canone del jojoga, arrivando a plasmare una figura della donna oggi inflazionata nel panorama shōjo. Lo stile dell’autore, che unisce la bellezza decadente ed imperscrutabile che aveva caratterizzato lo stile dei suoi predecessore con un’estetica raggiante ed angelica, che sembra essere stata partorita pensando alle illustrazioni di bambole di Margaret G. Hays, ha ispirato una elevatissima casistica di autrici ed autori. Quasi come se fossero collegati dal proverbiale filo rosso, i lavori di Matsumoto si intrecciano con quelli di Hideko Mizuno, Masako Watanabe, Miyako Maki, Macoto Takahashi per culminare nel favoloso Gruppo del 24, da Yumiko Oshima a Minori Kimura.

Da questa illustrazione del maestro Matsumoto, intitolata “Rose Girl”, è possibile rintracciare i canoni estetici prediletti in quell’epoca, dalle gote paonazze allo sguardo malinconico: nel realizzare queste tavole, gli artisti prendevano come musa ispiratrice l’indimenticabile Audrey Hepburn e la sua bellezza angelica ed eterea.

Una graziosità distorta

Oltre ad essere riconosciuto come uno dei pionieri dello shōjo, Matsumoto è elogiato per la sua versatilità artistica, che gli permise di passare da un disegno estremamente realistico ad uno diametralmente opposto, totalmente astratto e di sperimentare instancabilmente con la prospettiva. Proprio grazie a questa qualità, l’autore è riuscito a distorcere completamente il canone del jojōga per concepire un nuovo stile, improntato all’accezione iperbolica di alcune caratteristiche fisiche e ad un’atmosfera più leggera. Così, nel 1938, è nata Kurumi, protagonista di “Kurukuru Kurumi-chan” e prima vera icona giapponese del “kawaii“.

Attraverso la rappresentazione di una ragazzina di nove o dieci anni dai capelli scuri e dagli occhioni dolci, modellata nel corso degli anni a seconda delle esigenze del tempo, Matsumoto è riuscito a concepire un nuovo stile ed un nuovo modo di intendere l’arte, soprattutto quella mirata alle ragazze. Anche se dalla serializzazione altalenante a causa della Seconda Guerra Mondiale, il personaggio di Kurumi ha portato Matsumoto alla fama internazionale, ispirando un grandissimo numero di lettrici e lettori dello “Shōjo no tomo” per trentacinque anni.

Il jojōga è qualcosa destinato soprattutto alle ragazze che stanno vivendo la loro pubertà, perciò deve essere innanzitutto aggraziato. Il viso della ragazza dev’essere stupendo e i suoi vestiti, così come i suoi capelli, devono essere perfetti: è necessario fare attenzione ad ogni singolo particolare. Dopo aver disegnato jojōga per così tanto tempo, mi sono semplicemente stancato. Per questo motivo, ho deciso di prendere una pausa e disegnare manga umoristici.

Katsuji Matsumoto

Inoltre, è da sottolineare come il personaggio di Kurumi abbia di fatto originato la natura trasversale e multimediale del fenomeno kawaii, dal momento che era possibile reperire praticamente qualsiasi articolo di gadgettistica della dolce ragazzina. Quest’ultima, antesignana di Hello Kitty e Rilakkuma, ha rapito i cuori di moltissime altre personalità che, con l’avanzare degli anni, hanno contribuito ad espandere il fenomeno: esempi lampanti sono quello di Setsuko Tamura, la quale ha dedicato la sua vita a questa particolare forma d’arte e quello di Toshiko Ueda, assistente di Matsumoto ed una delle personalità femminili più importanti in un settore monopolizzato dall’influsso maschile come quello die manga.

Questa, invece, è Kurumi-chan, una delle primissime icona dello stile kawaii: comparandola con l’illustrazione precedente, risulta palese come la sua bellezza derivi da una completa esagerazione e caricatura di alcuni fattori estetici, come le proporzioni del viso e i suoi dettagli, gli occhi e l’altezza.

Shinji Nagashima

Una vita tra i pilastri

Grazie a molte delle personalità succitate, il mondo del manga diviene sempre più rigoglioso e sulle varie, primitive, riviste, così come su testate giornalistiche affermate, iniziano a spuntare i mangaka che, nel secondo dopoguerra, daranno linfa vitale al fumetto giapponese. Tra l’influenza del Tokiwa-so e quella del gekiga Kō4 si insediano, tuttavia, figure tanto importanti quanto dimenticate: una di loro è indubbiamente Shinji Nagashima.

L’autore vive dietro alle quinte di questa congrega di autori che aiuteranno la loro nazione a rialzarsi dopo la tragedia del conflitto mondiale. Dopo aver lasciato prestissimo la scuola, a quindici anni debutta come mangaka professionista: dopo aver visto il suo radioso talento, Tezuka ospiterà Nagashima sotto la sua ala protettrice. Nel giro di qualche anno, l’autore entra in contatto con molti dei fumettisti più importanti ed ammirati dell’epoca: diventa amico di Yoshihiro Tatsumi e di Takao Saito e crea un piccolo circolo di artisti assieme a Fujio Akatsuka, Shōtarō Ishinomori e Mitsuaki Suzuki.

Questa florida esperienza ha permesso a Shinji Nagashima di scrivere “Mangaka Zankoku Monogatari” (“La cruda storia del mangaka“), un’epopea dal carattere neo-realista che racconta dettagliatamente la turbolenta vita di chi svolge il mestiere di mangaka, tra aberranti preoccupazioni, angoscianti conflitti interiori e grande dignità per l’attività creativa e vivace che si sta svolgendo. Riprendendo le parole dei suoi maestri e tutte le personalità che ha conosciuto, l’autore dipinge un’immagine quasi romantica del mangaka. Opera forse oscurata dalle similari epopee di Yoshihiro Tatsumi e Masahiko Matsumoto, e perciò quasi del tutto dimenticata, in realtà rappresenta un tassello fondamentale della storia del manga autobiografico, senza il quale non potremmo leggere capolavori come “Una vita tra i margini” e “I fanatici del gekiga“.

Queste sono le copertine della riedizione di “Mangaka Zankoku Monogatari”, opera, che a detta di molti critici, è possibile ritenere come la prima di genere autobiografico all’interno della storia del manga. Pur astraendo dalla realtà per determinati elementi, come il nome del protagonista principale dell’opera, il manga riesce ad imprimere al lettore quel senso di angoscia e frustrazione tipico di chi svolge la temeraria e caotica vita del mangaka.

La parabola del manga per adulti

Scrivendo su alcune delle più importante riviste dell’epoca, da “Garo” fino a COM, Shinji Nagashima ha iniziato una sorta di amicizia-rivalità con Yoshiharu Tsuge a causa dello stile estremamente realista e crudo che condividevano. Mentre la maggior parte degli autori erano stati ispirati da Tezuka ed espandevano la collezione di racconti fantasy o fantascientifici, questi due autori, raccogliendo l’eredità del gekiga, diedero vita a profondi racconti autobiografici. Caratterizzati da un tratto grezzo e sporco, questi storie vennero rubricate all’interno di un genero denominato appositamente “racconti di scuola di vita”.

L’esempio più lampante è senza ombra di dubbio “Futen”, dove l’autore imprime nelle sue pagine la personalissima esperienza al limite del vagabondaggio vissuta a Shinjuku. Attraverso questo espediente narrativo, Nagashima diede dignità alla vita urbana movimentata, frenetica e deprecabile di Tokyo. Nonostante una serializzazione sempre più altalenante ed instabile, dovuta a periodi di buio e confusione alternati a viaggi ed impegni extracurriculari, l’opera divenne una dei capisaldi di COM e consacrò Shinji Nagashima come “padre del seinen“.

In un periodo in cui la perentoria scissione tra shōnen e seinen doveva ancora delinearsi, Nagashima riesce a far risaltare le vicissitudini dei suoi protagonisti con narrazioni rudi e brutalmente realistiche che trovano velocemente il plauso del pubblico generale. Questo stile così schietto ed introspettivo è facilmente ravvisabile in un’ingente quantità di altre opere successive: Mitsuru Adachi, Katsuhiro  Ōtomo e Fumiko Okada hanno dichiarato di aver preso a cuore il modo che Shinji Nagashima aveva di raccontare le sue storie di vita quotidiana.

Questa tavola di “Fūten” mostra chiaramente il distacco di Nagashima dallo stille all’epoca inflazionato: mediante questo corposo elenco di personaggi, inoltre, è possibile notare la cura maniacale dell’autore nel rappresentare le persone che gravitano attorno alle vie della città, dal ricco commerciante fino ad arrivare allo studente della campagna. È dando dignità agli individui comuni che Nagashima trova la forza per creare il “seinen“.

Hiroshi Hirata

L’autore che fece innamorare Yukio Mishima

Nel marasma degli artisti dell’ultimo periodo Shōwa, uno dei mangaka dimenticati più innovativi e rivoluzionari è senza ombra di dubbio il maestro Hiroshi Hirata, venuto tristemente a mancare alla fine del 2021. Dal 1958, l’autore è riuscito a creare fumetti di pregevolissima fattura, forse fin troppo avanti con i tempi: ogni opera, infatti, era impregnata dello spirito temerario del suo autore, il quale non si accontentava della classica narrazione fumettistica allora in voga, ma scandagliava meticolosamente gli anfratti del fumetto per dar vita a vere e proprie graphic novel.

In realtà, a differenza di moltissimi altri autori del periodo, fare il mangaka non era il sogno di Hirata, che invece era dedito più al mondo dell’elettronica, passione che, tra l’altro, troverà vistosa eco nel suo lavoro. Cresciuto divorando voracemente riviste storiche, arriverà a trasporre le sue amate illustrazioni di Kiyofumi Kimata nella sua opera. Come è facile dedurre, infatti, i soggetti preferiti di Hirata sono i samurai, la cui figura è esaltata da una rarissima minuzia storica e da tavole incredibilmente dettagliate. Questo binomio è l’infuso che è riuscito a rendere i manga dell’autore diversi rispetto alla caterva di pagine che contemplavano la figura del guerriero giapponese.

Mediante l’incessante utilizzo di riferimenti storico-didascalici sulla ritualistica e la dottrina del bushidō e attraverso uno stile capace di rispecchiare in maniera perfetta e solenne lo spirito del samurai, Hirata ha mostrato ai suoi colleghi come realizzare egregiamente un manga storico. Partendo dalla trasposizione di “Zatōichi” e culminando in “Satsuma Gishiden”, l’opera del maestro, traballante per via del suo umore e della sua severità, ha saputo conquistare Yukio Mishima, il quale ha rivelato non essere affine all’idea che molti mangaka avevano della loro arte, tra cui quella di Tezuka, ma di ammirare il lavoro di Hirata.

In questa tavola di “Satsuma Gishiden” è possibile ammirare l’estrema cura dei dettagli di Hirata, le cui illustrazioni, caratterizzate dalla presenza di un tratto particolareggiato e di una eccezionale misura anatomica, risultano inconfondibili. Lo stile dell’autore eccelle soprattutto nelle scene di guerra, tradizionalmente ritenute difficili e caotiche, e la nitidezza e la precisione delle tavole mettono in scena illustrazioni degne di un artefatto storico.

Il “gekiga boom”

A cavallo tra gli anni ’50 e gli anni ’60, oltre ad Hiroshi Hirata, trovò la fortuna un altro grandissimo autore, l’altrettanto compianto Sanpei Shirato, vera e propria istituzione del manga alternativo e autore di una produzione pressoché leggendaria di opere. Lo stile dettagliatamente crudo e sporco dei due artisti riuscì a far sviare la direzione dal manga mainstream e ispirò moltissimi altri artisti ad affacciarsi a narrazioni e tematiche più adulte e violente. Ispirandosi a vicenda, i due autori possono essere considerati gli antesignani del cosiddetto “gekiga boom”, il periodo in cui Osamu Tezuka, salassato dopo il famigerato “incidente W35“, viene definitivamente surclassato dal nuovo movimento del gekiga.

Dall’enorme influenza di queste ricchissime annate, nacquero numerosi autori che, con il tempo, riuscirono ad affermarsi pure sui loro maestri: ispirati dalle preziose pagine jidaigeki di Hirata e dai racconti di ninja di Shirato, Kazuo Koike e Gōseki Kojima diedero vita a quella che è universalmente considerata la storia di samurai per antonomasia, “Lone Wolf and Cub”. Tuttavia, la lista di artisti che hanno contribuito ad ampliare il filone sulle orme dei due artisti è considerabilmente lunga. Così come non mancano artisti, come Jirō Matsumoto e Takayuki Yamaguchi, che continuano a fare onore al nome di Hirata, indubbiamente sconosciuto al grande pubblico.

Molto probabilmente, uno dei motivi per cui il maestro Hirata è uscito sconfitto dalla prova del tempo è la sua scarsa costanza di pubblicazione, derivata, tuttavia, dalla sua metodologia estremamente rigorosa e maniacale. Come affermano diverse fonti, dai familiari agli assistenti, e come è possibile osservare sul suo racconto biografico, lavorare con il maestro Hirata era estenuante, vista la sua meticolosa e pedantesca analisi di ogni particolare, i quali dovevano risultare praticamente perfetti per soddisfare l’autore. Inoltre, il nostro è stato uno dei primi mangaka ad avvalersi di apparecchi elettronici per realizzare le sue illustrazioni: la figura del Macintosh è di essenziale importanza all’interno della sua produzione, spesso frammentata tra tratto analogico e tratto digitale.

Oltre che essere un rinomato mangaka, Hiroshi Hirata è ricordato anche per essere stato un eccellente calligrafo. La ricerca maniacale della precisione e della perfezione si riversano nei kanji, che nel pensiero dell’artista divengono quasi un punto di contatto con la tradizione più remota. Lo stesso Katsuhiro Ōtomo, estasiato dal tratto del maestro Hirata, lo contattò per realizzare i tre leggendari kanji di “Akira”: in questa tavola presa da “Akira Club” è possibile osservare i vari bozzetti preparatori e le pennellate del maestro.

Yoshiko Nishitani

Il trasversale progetto U-Mia…

Tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60, il Tokiwa-sō ospitò una ragazza che in un anno di convivenza seppe rivoluzionare l’intero panorama del manga. Hideko Mizuno, infatti, non esitò a collaborare con altri due storici mangaka del calibro di Shōtarō Ishinomori e Fujio Akatsuka per dare origine al progetto U-Mia. Attraverso le opere pubblicate su “Shōjo Club”, il trio realizzò quelli che in futuro risulteranno essere i prodromi e le basi granitiche del fumetto per ragazze. Dopo questa rigogliosa esperienza, la giovanissima autrice decide di sviare dal concetto puro di shōjo per creare narrazioni più mature e strutturate. Ma, mentre Hideko Mizuno si allontanava dalla matrice del manga per ragazze per creare storie rosa mischiate al fantasy e alla fantascienza che facevano l’occhiolino all’Occidente, una autrice poco più giovane si stava avvicinando allo shōjo con l’intenzione di cambiarlo per sempre.

Nel suo “Diario del Tokiwa-sō”, Hideko Mizuno ricorda i momenti più divertenti ed impegnativi della convivenza con Fujio Akatsuka e Shōtarō Ishinomori. Il gruppo “U-Mia”, il cui nome dalle prime lettere dei cognomi dei componenti, scrisse una serie di opere di successo, tra cui il thriller “Angel in the Dark”, ricalcato sulle avventure di Hercule Poirot e Miss Marple.

La rivoluzione quotidiana di Mary♡Lou

Yoshiko Nishitani è considerata storicamente la prima mangaka ad aver realizzato una “commedia romantica” nella sua accezione odierna. In un mercato del fumetto per ragazze ridotto a racconti che tendevano ad improntarsi sul canone degli shōnen sognanti l’Occidente, Yoshiko Nishitani riporta tutto in Giappone e consolida dei paradigmi che nel lungo termine diverranno il nucleo dello shōjo. Con il suo visionario MaryLou l’autrice si focalizza su tema spesso passato inosservato e mai trattato così dettagliatamente fino a quel momento: l’amore adolescenziale. Invece che prediligere narrazioni decentrate dalla realtà, l’autrice esalta la normalità di una studentessa e studia minuziosamente i suoi travagli amorosi. Con la storia di Mary Lou Brown inizia un lungo viaggio che porterà al concepimento, allo sviluppo e alla sperimentazione di uno dei generi oggi più inflazionati.

Pur non discostandosi molto dalle sue colleghe in quanto a stile e tavole, le narrazioni scritte risultavano sempre uniche e innovative perché inconfondibilmente legate ad un lato psicologico e perturbante del sentimento dell’amore: non v’era più bisogno di eroine leggendarie e haha-mono6, anche relazioni tra amici e patimenti adolescenziali potevano divenire un ottimo metodo per realizzare shōjo. La natura di queste opere colpì moltissime altre autrici, le quali aiutarono la loro madre spirituale ad espandere la commedia romantica incentrata sulle passioni di giovani studentesse in tutto il Giappone. Il suo lavoro ebbe massiccia influenza sul Gruppo del 24, da Nanae Sasaya a Keiko Takemiya, e sul Gruppo Post-24, da Yasuko Sakata a Kyoko Okazaki: la grandezza di Nishitani si nota soprattutto dal fatto che, nonostante ogni autrice abbia cercato di infondere il proprio stile all’interno della narrazione, il cuore pulsante dell’opera ricorda palesemente i lasciti dell’autrice.

Dalla seguente illustrazioni, intitolata “Spring”, è possibile scorgere l’evoluzione dello stile di quegli anni, caratterizzato dall’accento sugli occhi sognanti di fanciulle diafane e da un’atmosfera eterea.

Kazuichi Hanawa

Da Yoshiharu Tsuge all’ero-guro

Autore il cui nome presenta già una certa fama all’estero, la figura di Kazuichi Hanawa appare estremamente enigmatica e, se analizzata superficialmente, di rilevanza minima rispetto a moltissimi altri colleghi coevi. Tuttavia, l’autore, muovendosi da dietro le quinte e risultando sovente sfuggevole agli occhi più indiscreti, ha saputo influenzare irrimediabilmente il panorama del fumetto nipponico con una serie di vere e proprie pietre miliari. Riconosciuto dalla critica, giapponese e non, come il degno successore di Yoshiharu Tsuge, Kazuichi Hanawa trova nelle illustrazioni del pittore Hikotō Itō e in “Nejishiki” linfa vitale per la sua ispirazione: di fatto, la sua storia come autore è contornata da una costante pulsione a fuggire, che, paradossalmente, gli permetterà di ritornare innumerevoli volte al misterioso mondo del manga, anche qualora la psiche risultava conturbata da cattivi presagi e demotivazioni.

Le sue primissime opere, pubblicate a partire dal 1971 su Garo, quali “Kan no Mushi”, “Akai Yoru” o anche “Niku Yashiki”, erano caratterizzate da uno stile assai crudo e violento: l’autore riprende palesemente i temi cari al gekiga introspettivo di Yoshiharu Tsuge ma li condisce con una voce sulla realista, pregna di caustico sarcasmo, e con tavole rievocanti l’arte più macabra di Tsukiyoka Yoshitoshi. I suoi racconti, così beffardi nei confronti dei valori condivisi pedissequamente, quali militarismo e patriottismo, e così truci, suscitarono e destarono talmente tante critiche negative che Hanawa, sconvolto anche dalla morte della propria madre, fu costretto a relegarsi nel suo villaggio natio.

Sono stato fortemente ispirato da un manuale pieno di illustrazioni cruente realizzato da Kazuichi Hanawa e Suehiro Maruo intitolato “Bloody Ukiyo-e in 1866 & 1988 (The New Atrocities in Blood)“. Sebbene preferisca di molto i lavori di Hanawa come mangaka, le illustrazioni di Maruo hanno il primato assoluto quando si tratta di art-book. Penso che le qualità del maestro Maruo ripongano molto di più sull’illustrazione che sulla realizzazione di un manga vero e proprio.

Hideshi Hino

Fu solo dopo gli incoraggiamenti dello scrittore ed editore Hiroshi Yaku che Hanawa ritornò in carreggiata, abbandonando quella sorta di vita monastica in cui si era ritirato. Dopo il ritorno negli anni ’80, l’opera dell’autore assume tinte decisamente diverse, confacendosi a narrazioni più psicologiche, esoteriche e religiose, immerse nella spiritualità buddista e focalizzate su drammi umani scevri dal surrealismo iniziale. Nonostante abbia accusato gravemente il contraccolpo per via delle sue vedute progressiste e la sua rinascita religiosa, Kazuichi Hanawa è considerabile a mani base come l’iniziatore del genere horror più particolareggiato dell’ero-guro fumettistico capace di influenzare enormemente artisti attuali come Shintaro Kago, Usamaru Furuya e Jun Hayami, e colleghi suoi contemporanei, come il celebre Shuehiro Maruo.

Questa tavola di “Tsukinohikari” mostra chiaramente la minuzia di Kazuichi Hanawa nel realizzare personaggi grottesche e dipingere situazioni al limite dell’allucinazione.

Una prigionia escatologica

Il mattino dell’11 novembre 1994 la polizia irrompe nel suo appartamento e Hanawa viene accusato di possesso illegale di arma da fuoco. Dopo una serie di peripezie, le quali coinvolgono la pistola incriminata (una Colt calibro 45 completamente arrugginita) e un enigmatico amico tedesco, l’autore viene arrestato e condannato a tre anni di reclusione senza possibilità di sospensione della pena. Nonostante gli sforzi della difesa e lo sforzo dell’amico, critico di manga, Tomofusa Kure, Hanawa accetterà la sua pena in maniera pacata e obbediente. Prima della prigione l’autore non poteva minimamente sapere che ciò che stava per vivere avrebbe cambiato per sempre le sorti della narrazione fumettistica.

Dopo la scarcerazione, avvenuta il 4 settembre 1997, Hanawa inizierà a scrivere “In prigione”, un’opera autobiografica raffigurante in maniera spaventosamente minuziosa ed enciclopedica gli anni della detenzione. Il fumetto, divenuto patrimonio popolare giapponese, è decisamente particolare: oltre alla stupefacente meticolosità didascalica contenuta tra le pagine, è possibile ravvisare anche un pregnante senso di sarcasmo che aleggia per tutta l’opera.

Dalle pagine dell’opera sembra quasi come se il carcere avesse fatto rinascere Hanawa sia come persona che come autore: da un’esperienza vessata da un autoritarismo surreale, emerge la creatività ironica dell’artista. L’autore immagazzina eventi, regole, spazi e persone le più bizzarre, sorprendenti e profonde possibili così da introiettarli in un fumetto rivoluzionario nella sua narrazione e nel suo stile. Questo viscerale desiderio di sconvolgere il lettore non tanto attraverso scene strappalacrime quanto piuttosto mediante situazioni totalmente stralunate e kafkiane e questa cura metodica e analitica di riportare fatti accaduti ha indubbiamente ispirato il futuro del manga autobiografico e del watakushi manga, oltre che autori del calibro di Jirō Taniguchi e Tokushige Kawakatsu.

“In prigione”, opera pubblicata in Italia da Coconino Press assieme a “Dopo la prigione”, è un’opera talmente minuziosa che arriva a spiegare per filo e per segno la lavorazione della Colt Government M 1911 A-1 arrugginita.

La lezione di Sanpei Shirato

Anche le onde che colpiscono grandi rocce e si infrangono invano, un giorno faranno loro cambiare forma.

Sanpei Shirato

Le parole del maestro Shirato, una delle personalità più refrattarie al grande pubblico e, di conseguenza, più ancorate al mondo underground, sono forse le più significative e simboliche per rappresentare la storia personale e la carriera artistica dei mangaka affrontati in questa sede. Ciò che accomuna questi artisti è la loro visione dell’innovazione, la quale diviene una specie di rivoluzione personale: la dedizione ad abbattere canoni tradizionali o obsoleti per ristabilirne di nuovi diviene talmente pregnante da portare i fautori del rovesciamento a quella “deriva” tanto contestata da Yoshihiro Tatsumi nel suo “Una vita tra i margini”.

Lo stato di parziale o totale anonimato in cui imperversavano, e imperversano, questi autori non ha mai leso la loro creatività, a tal punto da divenire quasi una sorta di status symbol in negativo. Per il seguente motivo Sanpei Shirato potrebbe davvero rappresentare un eroe eponimo di questa visione dell’arte e di questa precisa mentalità: a causa del suo più completo rifiuto del mainstream internazionale e dopo aver partorito alcune delle realtà più importanti nel sottobosco alternativo del manga, il maestro ha influenzato decine e decine di autori a sperimentare con la creatività e ad orchestrare il caotico mondo del manga da dietro le quinte. E siccome il mondo del fumetto giapponese è disseminato di autori i cui nomi sono dimenticati ma il cui influsso non lo sarà mai, è prevista una seconda parte dell’articolo…

Note

1Traduttore statunitense di fama mondiale, nel corso della sua carriera, Schodt ha lavorato a stretto contatto con autori del calibro di Osamu Tezuka ed è stato fautore del primo processo di importazione del manga in Occidente. Nel suo saggio, “Manga! Manga! The World of Japanese Comics“, introduce la teoria secondo cui non è possibile ravvisare un netto divario tra un manga dell’anteguerra e un manga del dopoguerra, ma piuttosto un flusso che collega i canoni estetici e le narrazioni folkloristiche.

2Le cosiddette “librerie a noleggio”, il cui fenomeno esplose durante gli anni del secondo dopoguerra, dove ragazzini di famiglie stremate e indigenti preferivano scambiare libri e fumetti piuttosto che acquistarli direttamente. Rilevantissimo impatto ebbe sulla nascita di vari movimenti artistici, come il gekiga, e sulla vita di numerosi autori, tra cui Kazuo Umezu.

3Il sistema alla base del processo e della struttura narrativa di una qualsiasi opera letteraria asiatica. “Ki” (起) coincide con l’inizio della vicenda, mentre “Sho” (承) si riferisce alle avversità incontrate durante lo svolgimento di trama, con il conseguente incrinarsi degli eventi. Infine, “Ten” (転) è pressoché la risoluzione delle difficoltà ed il climax della storia, il cui finale viene rappresentato dal “Ketsu” (結).

4Mentre il Tokiwa-sō fu l’edificio dove coabitarono Tezuka ed alcuni dei più grandi autori dell’epoca, dai Fujiko Fujio a Shōtarō Ishinomori, il Gekiga Kōbō fu il gruppo ideato da Yoshihiro Tatsumi che unì al suo interno i fautori del gekiga, da Maasaki Satō a Shōichi Sakurai.

5Nel 1965, Osamu Tezuka, all’epoca autore già estremamente popolare, iniziò a scrivere “Wonder 3” su “Shōnen Magazine”, serie che, tuttavia, venne immediatamente troncata. Dopo soltanto sei capitoli, infatti, Tezuka decise di abbandonare la rivista per passare improvvisamente alla rivale “Shōnen Sunday”. Seppur le circostanze siano rimaste abbastanza oscure fino ad oggi, in molti credono che il motivo principale dell’abbandono dell’autore sia dovuto ad “Uchū Shōnen Soran” di Kazuya Fukumoto e Yoshikazu Miyakoshi, una serie pubblicata in concomitanza con “Wonder 3”: le due opere in questione erano molto simili e ciò è bastato per scatenare la collera dell’autore che, gridando al plagio, decise di recidere la collaborazione con Kōdansha.

6Genere inflazionato durante i primi decenni dello shōjo, nella maggior parte dei casi lo haha-mono prevedeva una struttura narrativa incentrata sull’impegnativa vita di casa della madre di famiglia e i suoi rapporti agrodolci con il marito e i propri figli.

Fonti

  1. Lambiek Comiclopedia
  2. Yokoyama Memorial Manga Museum
  3. Ryan Holmberg – Sugiura Shigeru’s Sense of Humor
  4. Ryan Holmberg – Matsumoto Katsuji and the American Roots of Kawaii
  5. Katsudi Matsumoto – A Pioneer of Kawaii
  6. Shoujo Manga Outline – Yoshiko Nishitani
  7. Juan Scassa – L’esilio di En no Gyoja e l’arresto di Hanawa

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Pubblicato da
Ryuzaki

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