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“Wet Moon”: l’omaggio al cinema di Atsushi Kaneko

“Wet Moon”: il manga che non è un manga

“Il Cinema è un’invenzione formidabile! Ma se ha un’influenza su di me, è soprattutto per via dei suoi primi film, che erano sciocchi ma meravigliosi. È qui la vera scoperta, la novità: mi ricorderò sempre di un certo Voyage dans la lune, che si proiettava alcuni anni prima della guerra, dove c’erano dei tizi che si imbarcavano per la luna proprio in mezzo ai balletti dello Châtelet. E cosa trovano sulla luna? Un corpo di ballo! E via andare! Questo sì che era sconvolgente!”

Blaise Cendrars

Così scrisse Blaise Cendrars, dedicando il messaggio a “Le Voyage dans la Lune” (“Viaggio nella Luna”, 1902) di Georges Méliès. Un cortometraggio di quindici minuti quello diretto dal regista francese, una pellicola silenziosa e in bianco e nero, che però, in tutta la sua semplicità, riuscì a strappare gli applausi del pubblico e a guadagnarsi una posizione nel mondo del cinema. Nel 1902, Méliès accetta una sfida enorme: proiettare il tanto agognato sogno lunare su solamente diciassette quadri autoconclusivi, utilizzando una semplice e primitiva cinepresa priva di mirino. Un’attrezzatura degna dell’epoca, dopotutto non stiamo parlando di un “2001 – Odissea nello spazio”.

Ma cosa c’entra tutto ciò con un manga? Per capirlo dobbiamo riavvolgere il nastro, ma prima una breve panoramica. Atsushi Kaneko (カネコ • アツシ, Kaneko Atsushi; Sakata, 26 dicembre 1966) è uno di quegli autori dal tratto caratteristico e dalla mentalità alternativa: le sue storie risentono principalmente dell’influenza del fumetto americano indipendente (un autore fra tutti è, ad esempio, Paul Pope) e dello stile cupo del macabro Suehiro Maruo. Fra i suoi lavori più rinomati troviamo “Soil”, molto probabilmente il suo capolavoro indiscusso, “Deathco” e “Bambi”. Eppure, sotto sotto, si nasconde molto di più. “Wet Moon”, per citarne uno fra tutti, non è un manga comune, bensì un grandioso omaggio all’universo cinematografico.

L’epopea cinematografica di Atsushi Kaneko

Siamo nel 2011, “Soil”, il cavallo di battaglia thriller/poliziesco di Kaneko, si era consumato già da un anno oramai, venendo apprezzato ed acclamato dalla platea come una delle opere più stravaganti ed intriganti di sempre. Ed infatti come dare torto? “Soil”, molto spesso visto come un parente lontano della serie statunitense “I segreti di Twin Peaks” di Lynch e Frost, due pezzi grossi del cinema mondiale, è un sinistro e disturbante rompicapo, caratterizzato da un’impronta lynchiana e da uno schema deliziosamente kubrickiano. E già da qui possiamo intuire a grandi linee le ideologie e i piani di Kaneko, da sempre amante del cinema. Lo stesso autore ha affermato in un’intervista a lui interamente dedicata:

“Non ho mai letto molti manga, né da bambino, né in età adolescenziale, né, tanto meno, da adulto. Ho sempre guardato di buon occhio, invece, il cinema e i suoi registi. Stanley Kubrick, ad esempio, mi cambiò la vita.”

Atsushi Kaneko

“A Clockwork Orange”, ovvero il distopico universo criminale dell’ “Arancia Meccanica” di Stanley Kubrick, cambiò totalmente il modo d’intendere l’arte per Atsushi Kaneko. Nel 1971, ovvero l’anno del debutto di “Arancia Meccanica”, il film creò scalpore e sorpresa; in poco tempo scalò le classifiche mondiali, fino a venire ricordato come un vero e proprio capolavoro, quasi come un pezzo di Ludwig van Beethoven (il quale è perfettamente coerente con il lungometraggio). Così funziona per le opere di Kaneko. La violenza gratuita di Alex e la sua banda svalvolata di drughi, può essere tranquillamente ritrovata nei personaggi di “Deathco”, insieme ad un non so che di suzukiano (Kaneko ha esplicitamente detto, dopotutto, di adorare alla follia il cinema di Seijun Suzuki).

Una tavola da “Search and Destroy”. Le ombre allungate, caratteristiche della scena pre-pestaggio del clochard, e le pose beffarde dei drughi sullo sfondo, sono un chiarissimo riferimento all’ “Arancia Meccanica” di Stanley Kubrick.

Un qualsiasi amante di film noterebbe nelle opere dell’autore l’impatto estremamente significativo di David Lynch: i reami surreali e le atmosfere tese e disturbanti di “Soil” potrebbero quasi essere paragonate all’incubo di “Eraserhead”. Ed infatti le situazioni che ruotano attorno alla cittadina di Soil sono descritte da Kaneko utilizzando la massima precisione; nessun dettaglio viene trascurato, anzi, ogni elemento viene modellato e portato su un piano irreale al limite della credibilità. Il tutto per descrivere una grottesca e terrorizzante allucinazione. Il tratto pop del mangaka, caratterizzato da linee calcate e flessibili, privo di qualsiasi tipo di chiaroscuro, parla da sé, presentando una storia, o meglio, un film, in bianco e nero, senza spazio e senza tempo.

• Nota: È ironico definire con il termine pop-art lo stile di disegno di Atsushi Kaneko, il motivo è lampante: la pop-art nacque nel Regno Unito e negli Stati Uniti come una tipologia d’arte caratterizzata da un forte uso del colore e dall’accostamento di tinte differenti. Una colorazione in bianco e nero, dunque, non potrebbe essere considerata al 100% come tale. Eppure, nelle poche tavole a colori dell’autore, è evidente l’influenza dello stile pop; lo stesso Kaneko affermò di essere un grande ammiratore di Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, Robert Rauschenberg e Andy Warhol.

“Wet Moon”, ovvero guardare l’uomo attraverso gli occhi della luna

“Wet Moon” nasce in realtà come erede del più anziano “Soil”: un’opera dalle tematiche poliziesche, una di quelle storie in cui l’atmosfera è così tesa che potrebbe essere tagliata con un coltello. Il protagonista, il detective Sada, è intrappolato in un’estenuante ricerca avente come obiettivo la cattura di un’assassina già sfuggitagli in passato da sotto il naso. Questa volta Kaneko guarda di buon occhio il genere noir, nato a cavallo degli anni ’20 del XX secolo, il che non è affatto un’assurda casualità. Il noir è in realtà, infatti, classificato come un sottogenere hard boiled, la tipologia letteraria nata per mano di Hammett e poi sviluppata da Chandler a cui l’autore deve il suo debutto. Sarebbe un crimine a tutti gli effetti non citare “Bambi”: la seconda opera a cui “Wet Moon” deve essere riconoscente, una trama che ha saputo citare band musicali quali i Destroy All Monsters e altri individui quali Quentin Tarantino, Jamie Hewlett e Alan Martin.

Ma non è finita qui. Da quanto detto da Atsushi Kaneko stesso, anche il capolavoro gotico di Joseph H. Lewis: “The Big Combo”, del 1955, contribuì in particolar modo all’assemblaggio dell’opera sorprendente del mangaka. La luna di Méliès nel racconto di Kaneko è onnipresente, funge da silente osservatrice delle vicende che coinvolgono Sada e il resto dell’umanità; sembra come se all’interno di “Wet Moon” il giorno non esista, il mondo è vittima dell’oscurità più totale. Guarda caso la storia è ambientata negli anni ’60: un periodo storico in cui l’umanità aveva gli occhi puntati al cielo stellato. In parole povere, Kaneko omaggia con le sue tavole l’allunaggio di Armstrong, Aldrin e Collins del 1969.

Tuttavia il satellite terrestre funge solamente da diversivo, ciò che l’autore vuole veramente mettere sotto i riflettori non è altro che la cicatrice dello stesso protagonista, azzeccatissima metafora posta ad indicare sia il crollo della personalità dell’investigatore, sia un’aperta denuncia alla società giapponese, sempre più soggetta alle influenze occidentali. In questo periodo della sua carriera, si possono tracciare dei chiari parallelismi fra l’arte di Atsushi Kaneko e il cinema di Seijun Suzuki. Così come il regista, nelle sue ultime produzioni (ad esempio ne “La farfalla sul mirino”), cominciò ad allontanarsi piano piano dal piano reale, il mangaka, attraverso gli sguardi della luna e di Sada, compone una trama intrisa di surrealismo.

“Il pluripremiato regista giapponese Seijun Suzuki, un validissimo artista a mio parere, venne licenziato dalla Nikkatsu dopo l’avvento de “La farfalla sul mirino”: un film di stampo noir con un pizzico di erotismo nel mezzo. Suzuki venne cacciato per aver dato alla luce un lungometraggio assai differente dal suo solito. Io non lo vedo come un male, tutt’altro. La mente dell’essere umano può spingersi molto lontano, il regista ha solamente provato a misurare questa distanza.”

Atsushi Kaneko

Il cinema di Kaneko si affaccia su un panorama da incubo

Non c’è alcun dubbio, “Wet Moon” è un vero e proprio incubo ad occhi aperti che il lettore vive in prima persona, sulla propria pelle. Atsushi Kaneko tesse un solido legame fra Sada e il proprio pubblico, dando vita ad un dramma psicologico strutturato con la massima cura. È esilarante accorgersi di come l’autore, anche in questo caso, distorca abilmente il titolo del già citato lynchiano “Eraserhead – La mente che cancella”. Se infatti nel film di Lynch il protagonista, Henry Spencer, precipita in un tormento prosciugante, l’investigatore di “Wet Moon”, tramite la terrorizzante allucinazione, conduce un’esasperante analisi interiore. D’altro canto sarebbe impensabile non citare anche il visionario “Un chien andalou” (“Un cane andaluso”, 1929) del grande Luis Buñuel.

Dal cortometraggio di appena ventuno minuti del regista spagnolo, considerato il più significativo film dell’intero cinema surrealista, Kaneko prende in prestito sicuramente quell’alone misterioso e onirico che ricopre, per tutta la durata dell’opera d’arte, le scene del capolavoro di Buñuel. Ci sono molti più parallelismi di quanto possiamo immaginare fra “Wet Moon” e “Un chien andalou”, come ad esempio la luna: utilizzata da entrambi gli artisti per aprire il sipario.

La luna nel film di Luis Buñuel: “Un chien andalou” si apre con una scena estremamente emblematica: lo stesso regista, dopo aver ammirato la bellezza della luna, affila un rasoio, per poi avvicinarsi ad una donna alla quale terrà aperto, in seguito, l’occhio sinistro. Nella scena seguente prende vita uno dei momenti più agghiaccianti del cinema di sempre, il bulbo oculare precedentemente mostrato viene abilmente tagliato in due grazie ad un trucco di montaggio, rimpiazzato con l’occhio di un vitello deceduto.

Tramite questa scena, il regista affonda le proprie radici nella psicanalisi di Sigmund Freud, presentando al pubblico un cortometraggio di difficile interpretazione. Buñuel coinvolge in prima persona lo spettatore, mostrandogli, tramite la sofferenza, una sequenza di avvenimenti mai visti, una sequenza di avvenimenti che l’uomo preferirebbe non vedere. Questo è il vero significato dietro la cruda scena del bulbo oculare. Atsushi Kaneko sfrutta in maniera eccellente il messaggio nascosto, ragionando in particolar modo sul concetto di “tagliare e osservare”, o meglio, “tagliare per osservare”, due azioni totalmente opposte. Così facendo l’occhio cecato di Luis Buñuel si trasforma nel satellite terrestre ferito dal razzo di Méliès e la luna ritorna a ricoprire nuovamente il ruolo di protagonista.

La donna all’interno dell’incubo di “Wet Moon”

Oltre a focalizzarsi sulla “rottura” della personalità del personaggio principale e qui è ovvio il rimando a “Lo strangolatore di Boston” di Richard Fleischer (come disse Kaneko in un’intervista, uno dei suoi film preferiti) e a “L’uomo senza sonno” di Brad Anderson, l’artista guarda di buon occhio la figura della donna in (non) tutta la sua femminilità. La luna è molto spesso accostata all’immagine femminile e nuovamente, a partire da un concetto così semplice, Atsushi Kaneko costruisce dei sorprendenti personaggi. Quattro sono gli individui da prendere in assoluta considerazione:

  • Komiyama Kiwako (la squartatrice): Molto probabilmente uno dei personaggi più emblematici della storia. La squartatrice è una delle principali cause dei ricorrenti deliri di Sada: nelle allucinazioni del detective la donna mostra una personalità forte e decisa, il che non è affatto un dettaglio casuale. Atsushi Kaneko ragiona sulla figura femminile degli anni ’60, mostrando al suo pubblico una donna al pari dell’individuo maschile. Tramite Kiwako, il mangaka costruisce un perfetto parallelismo fra la difficile ascesa femminile del XX secolo e l’esasperante conflitto che caratterizzava la società giapponese dell’epoca, in lotta aperta contro il processo di occidentalizzazione.
  • La signora Kinue e la giovane Akari: Il violento dualismo appena citato è assai evidente nei personaggi di Kinue e Akari, rispettivamente colei che preferisce seguire le ideologie del proprio paese e colei che vuole aprirsi e dunque abbracciare l’occidentalismo. Kaneko descrive le due donne con la bravura di un attento regista, concentrandosi maggiormente sul loro aspetto fisico e sui loro atteggiamenti. Se difatti la prima preferisce attenersi ai costumi tipicamente orientali, mantenendo un atteggiamento tradizionalista e spesso critico, la seconda tenta in tutti i modi di dimenticare le proprie origini, adottando un abbigliamento sgargiante e barocco.
  • Ruri: Dulcis (o forse no) in fundo, troviamo Ruri, una ballerina visibile fin dai primi capitoli dell’opera. Enigmatica è anche la sua posizione all’interno della storia, probabilmente intesa come capro espiatorio. È stupefacente notare, inoltre, il perfetto parallelismo fra la ragazza e la luna stessa: entrambe fonti di attrazione per lo stesso Sada, oramai in caduta libera verso il baratro e dunque non più umano.

Per quale motivo bisogna comportarsi da esseri umani? Per quale motivo bisogna mantenere la propria lucidità? E se non fosse il modo per ottenere davvero quello che si desidera? Se fosse possibile raggiungere i propri obiettivi senza attenersi a questo modello? In tal caso, Sada… io preferisco abbandonare la mia umanità.

Mori – “Wet Moon”

In conclusione

Con “Wet Moon”, ancora una volta, Atsushi Kaneko si dimostra essere un eccellente artista e, ovviamente, un (quasi) regista superbo. L’opera riesce nel suo intento, manifestandosi come un perfetto erede del più anziano collega “Soil” e dimostrandosi essere un glorioso omaggio ad un cinema poliedrico, un obiettivo non facile da raggiungere. Una trama facile, ma portata su un piano splendidamente surreale, nata dagli incastri di scene spaventosamente realistiche e drammi onirici, il tutto per dare alla luce un terrorizzante dramma umano. Tramite un qualcosa di così semplice ma al contempo enigmatico come il satellite terrestre, l’autore realizza una storia inebriante, un sogno, o un incubo, vissuto ad occhi aperti. L’uomo è stato da sempre stregato dalla luna e dai suoi misteri, tuttavia, nella nostra semplicità, non possiamo fare altro che limitarci ad ammirarla mentre risplende in un cielo stellato, proprio come se fossimo al cinema.

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