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Sulle tracce di Yoshiharu Tsuge

“Le opere di Tsuge sono a tutti gli effetti una sfida lanciata al lettore; la loro impostazione stramba, il linguaggio imperscrutabile che le caratterizza, tutto ciò ci spinge a cercare affannosamente una chiave di lettura”

Le migliori opere – sia che si tratti di fumetti, di cinema, di teatro o di qualsiasi altra diavoleria artistica – sono quelle che perdurano nel tempo, che ritornano improvvisamente a fare capolino nella mente dello spettatore, sollecitandolo con i loro messaggi, oppure con la peculiare metodologia con cui tali tematiche sono state affrontate. Yoshiharu Tsuge sembrerebbe invece stravolgere questa affermazione, mostrandoci una realtà totalmente incerta, dove concreto e astratto si fondono, facendo perdere il senso dell’orientamento – e di conseguenza della realtà – al lettore.

Rivoluzionario autore di Garo, la carriera di Tsuge comincia in realtà anni prima del suo debutto sull’iconica rivista-simbolo della corrente gekiga. Nasce a Katsushika, nel cuore di Tokyo, ma fin da giovane manifesta una flagrante attrazione verso i paesaggi rurali: la Chofu degli anni ’60, gli sperduti villaggi di Tohoku, tutti luoghi che visiterà in periodo adolescenziale spinto da un irrefrenabile desiderio di viaggiare senza meta, di svanire in quei panorami incontaminati.

Sarebbe tuttavia irrispettoso tentare di riassumere l’epopea di Yoshiharu Tsuge in così poche righe, cercare di esplicare un tratto di per sé inesplicabile in un paio di paragrafi e con esso un metodo narrativo che prima pare attingere dalle esperienze dello stesso autore, per poi mimetizzarsi in un surreale universo, che costantemente assembla realtà e immaginazione nelle combinazioni più assurde, partorendo una “morale” senza significato. Ed è proprio quest’ultima la caratteristica che contraddistingue i titoli dell’artista, un segno indelebile condiviso da tutte le narrazioni del suo repertorio: la stessa identica capacità di annullare ogni interpretazione, di “uccidere” ogni metafora o allegoria, lasciando il pubblico perplesso, in un lacerante flusso di domande.

“[…] Nemmeno se riuscissimo a penetrare nella mente di Tsuge arriveremmo a comprendere la morale che si cela dietro ai suoi racconti, poiché questa non esiste. Si guardi “Nejishiki”: in un periodo in cui gli autori gekiga descrivevano minuziosamente il “male di vivere”, Yoshiharu si perdeva in un mondo confinato fra reale e finzione. Negando ogni correlazione con l’attualità, in pratica, ha ucciso la trama del fumetto, il suo esoscheletro”

Mitsuhiro Asakawa

Alla ricerca di Tsuge

Reperire attualmente un’intervista, o anche solo una testimonianza diretta appartenente agli autori che erano soliti sfilare sulle riviste di un tempo, non è impresa facile. Se poi il soggetto in questione è una personalità timida, particolarmente introversa e caratterizzata da una fragile mentalità, si veda bene che la ricerca diviene ancora più complessa.

Potremmo benissimo definire Garo come un trafficato crocevia di informazioni, come un punto d’incontro fra universi diversificatissimi fra loro – non concentrati esclusivamente sul mondo del fumetto – : il periodico in sé costituisce un ardimentoso tentativo di unificare una grande varietà di matite e opere ricercando un disperatissimo punto in comune fra queste – si guardi l’esempio di Seiichi Hayashi e Sasaki Maki. Eppure, nonostante tutto, di conversazioni in prima persona con Tsuge, Garo ci concede pochissimi spunti.

Risulta dunque necessario appoggiarsi alle persone vicine all’autore in quegli anni al fine di comprendere da una visuale migliore la persona, le idee e le problematiche che caratterizzarono la vita di uno dei protagonisti del panorama gekiga. L’obiettivo dell’articolo è proprio questo: mettere a fuoco la carriera dell’artista ascoltando prima le parole di Mitsuhiro Asakawa, che ci racconterà del suo rapporto con Tsuge e il suo repertorio, per poi udire quelle di Takano Shinzo, scoprendo dunque il lato un po’ più nascosto dell’autore: quello di viaggiatore. Tuttavia l’intero reportage apparirebbe incompleto senza le confessioni del protagonista stesso, quelle di un Yoshiharu Tsuge più anziano, che ora guarda al passato in maniera scherzosa, sì, ma anche con un briciolo di malinconia.

Ricordi e opinioni di Mitsuhiro Asakawa

Ad oggi sono ben poche le persone che possiedono una conoscenza riguardo Yoshiharu Tsuge – la sua persona e le sue opere – paragonabile a quella di Mitsuhiro Asakawa: ex-redattore di Garo nonché grande intenditore del genere gekiga da oltre venticinque anni. Asakawa era solo un quindicenne quando, per la prima volta in vita sua, venne a conoscenza del repertorio a tratti realistico a tratti onirico dell’artista: uno stile che lo rapì immediatamente, accendendo in lui una sentita passione.

Nel 1997, in un periodo in cui la potenza di Garo era ormai prossima a spegnersi, Asakawa riunisce una piccola porzione di editori del periodico, lo stesso gruppo che solamente un anno dopo andò a costituire Seirin Kōgeisha, la casa editrice del successivo “AX”: un’antologia che raccoglie parte delle trame più anomale mai comparse sul bimestrale-simbolo del manga alternativo dell’epoca. Fra le opere più celebri curate dalla sua persona si ricordano: “Cigarette Girl” (di Masahiko Matsumoto), “Drifting Life” (di Yoshihiro Tatsumi), “Doing Time” (di Kazuichi Hanawa), “Red Snow” (di Susumu Katsumata) e lo stesso “Nejishiki” (di Yoshiharu Tsuge appunto).

— Perché hai deciso di trasferirti a Ohara? È un luogo abbastanza lontano dal centro di Tokyo. Non è un po’ scomodo?

  • Mitsuhiro Asakawa: È successo l’estate scorsa, ho deciso di trasferirmi dopo aver trascorso trent’anni a Tokyo. Cinque anni fa ho abbandonato il ruolo di editore e mi sono spostato su un settore completamente differente: la vendita di apparecchiature radio online; vedi bene che è un lavoro che non comporta la presenza in ufficio, posso operare direttamente da casa mia. Ebbene, cercando una dimora abbastanza spaziosa mi imbattei in questa vecchia casa a Ohara. Come sai, sia questa cittadina, che i luogi ad essa vicina, come Ōtaki, oppure Futomi, sono molto importanti all’interno della produzione di Tsuge. Vi sono, inoltre, altri autori legati a Garo che vivono o vivevano a Chiba – fa riferimento a Sanpei Shirato e al fratello dell’artista in questione: Tadao Tsuge – , di conseguenza questa prefettura è discretamente importante per quanto concerne il mondo del fumetto.

— Prima hai detto che sono stati necessari ben dieci anni per convincere Tsuge a cedere i diritti di traduzione delle sue opere. Come mai un periodo così lungo?

  • Mitsuhiro Asakawa: Vedi, Tsuge ha sempre cercato di evitare tutto ciò che reputava fastidioso. In questo caso, per esempio, era il confronto fra il testo originale e quello tradotto, la ricerca di eventuali discrepanze ecc… a costituire la parte noiosa del lavoro. Sapeva che doveva occuparsi di tutte queste mansioni da solo e ciò per lui rappresentava un problema notevole: Yoshiharu Tsuge infatti è stata, per la maggior parte della sua vita, una persona tormentata dai fantasmi del passato e da quelli interiori, in parole povere un soggetto molto ansioso. Ora come ora, tuttavia, sembrerebbe aver abbracciato una vita tranquilla.

— È per questo motivo che alla fine ha autorizzato la traduzione anche all’estero?

  • Mitsuhiro Asakawa: Esattamente. Ora ha 81 anni e, come già detto, è finalmente in pace con sé stesso, prende la vita con calma. Potremmo quasi affermare che momentaneamente l’ansia ha tolto lo sguardo dal passato per poggiarlo sul futuro. Tsuge è consapevole del fatto che alla sua età non gli rimane molto tempo da vivere, ma al contrario di quanto una persona normale potrebbe fare, egli non è affatto preoccupato di condurre una routine quotidiana banale, anzi, tutt’altro: si sente al sicuro nella sua ideale monotonia. Bisogna anche considerare, inoltre, che il figlio contribuisce notevolmente al lavoro che grava sulle spalle del padre; accade spesso infatti che questi si occupi degli affari riguardanti il repertorio fumettistico del genitore.

— Parliamo adesso un po’ di te: scommetto che fin da bambino sei stato un accanito lettore. Hai per caso delle opere o degli autori a te cari?

  • Mitsuhiro Asakawa: Penso che la mia generazione fosse ben più interessata agli anime che ai manga. Io ad esempio guardavo al “Sasuke” di Sanpei Shirato con grande ammirazione, ma la mia serie preferita era senz’alcun dubbio “GeGeGe no Kitaro” di Shigeru Mizuki: adoravo l’intersecarsi di folklore e cultura moderna. Credo di essere stato attratto dalla libertà con cui Mizuki narrava la sua opera – un concetto di estrema importanza, che ritorna spesso anche nell’arte di Tsuge – , poiché all’epoca rimanevo sempre chiuso fra le mura domestiche, rintanato nel mio guscio di insicurezza.
Una splendida fotografia che ritrae Shigeru Mizuki (sulla sinistra) e un giovane Yoshiharu Tsuge (sulla destra). Fra i due, in realtà, si instaurò un rapporto ben più complesso: Mizuki fu infatti maestro di Tsuge, nonché fidato amico nei confronti della sua famiglia. Il primo incontro con Yoshiharu – che nell’immagine, avvolto da una sciarpa che era solito indossare, appare al pubblico in tutta la sua timidezza – verrà descritto nel 1994 all’interno di “Showa”. Fra gli allievi di Shigeru Mizuki si ricordano anche Ryoichi Ikegami e Kuniko Tsurita.

— Ovviamente, nonostante tutto, il tuo artista preferito rimane Yoshiharu Tsuge. Quando è avvenuto il primo incontro con le sue opere?

  • Mitsuhiro Asakawa: Se non erro dovevo avere quindici o sedici anni, insomma ero un perfetto adolescente. Ricordo che lessi un’intervista di Yasutaka Tsutsui – è l’autore di “Paprika”: la stessa opera che tredici anni dopo la pubblicazione, avvenuta nel 1993, Satoshi Kon rivisiterà per mettere in scena il suo “Paprika” – in cui diceva che era stato profondamente scosso dal “Nejishiki” di Yoshiharu Tsuge, tant’è che i suoi lavori risentivano dell’influenza del titolo. Rimasi affascinato da quelle parole, così decisi di provare qualcosa di nuovo.

— E qual è stata la tua reazione appena conclusa la lettura?

  • Mitsuhiro Asakawa: Tengo a precisare che, nonostante “Nejishiki” venne pubblicato nel 1968, io ebbi il piacere di leggerlo ben più avanti, nel 1981. Prima di cimentarmi nell’opera vera e propria, i miei occhi avevano osservato moltissime parodie riguardanti la storia in questione, il problema era però che non conoscevo la fonte originale; solo quando arrivò il momento di sfogliare qualche pagina ricollegai nella mente il tutto. Ammetto che all’epoca una forza misteriosa mi travolse in pieno. Rimasi impressionato dalla portata innovativa della (pseudo)narrazione; ahimè, della raccolta che avevo comprato non era la mia preferita – prediligevo di gran lunga le trame incentrate sul tema del “viaggio” – , ma l’autore aveva celato in quelle pagine un qualcosa di talmente misterioso che era del tutto impossibile non percepire. Critici e appassionati hanno trascorso lunghi periodi di tempo a studiare “Nejishiki”, cercando di comprendere a qualunque costo i simbolismi e i vari accostamenti stilistici; quest’anno è uscito addirittura un libro: “I segreti dietro Nejishiki”. Ma non c’è alcun segreto! A pensarci bene il titolo è un collage di più episodi non correlati fra loro, non possiede un filo narrativo.

— E quando hai incontrato Yoshiharu Tsuge faccia a faccia per la prima volta?

  • Mitsuhiro Asakawa: Sono stato presentato da Takano Shinzo, attribuisco a lui tutto il merito. All’università scrissi una tesi di arte teorica e guarda caso decisi di concentrarmi proprio sullo stile di Tsuge, così il suo tratto finì per divenire l’argomento centrale della mia ricerca. Shinzo in questo lavoro mi aiutò moltissimo e nel 1991 mi introdusse all’artista in carne e ossa. Puoi capire l’emozione, no? Era la prima volta che incontravo il mio autore preferito dal vivo, ero emozionatissimo.

— Hai avuto la possibilità di studiare l’intero repertorio – disponibile – di Tsuge: secondo te cosa lo distingue dagli altri autori suoi contemporanei? Cosa costudisce la sua arte di così speciale?

  • Mitsuhiro Asakawa: Sin da principiante, Yoshiharu Tsuge ha cercato un nuovo punto di vista da cui osservare il manga. Durante l’infanzia ha vissuto in prima persona gli orrori della guerra, è stato esposto all’imperialismo giapponese e all’influenza americana del dopoguerra. Aveva sette o otto anni quando il conflitto giunse al termine e di certo uno stravolgimento ideologico e sociale simile lo segnò notevolmente. Per quanto riguarda invece i fumetti, così come la maggior parte dei suoi coetanei – e non – rimase influenzato dalla penna di Osamu Tezuka; ma quando Tsuge cominciò ad esporre le proprie tavole, un secondo autore fece il suo debutto sul palcoscenico: Yoshihiro Tatsumi, assieme ai suoi crudi racconti imbevuti di un realismo struggente. La ripresa dello stile di Tatsumi, seguita da un lungo processo di rielaborazione personale, furono le gocce che fecero traboccare il vaso: nella seconda metà degli anni ’60 il nostro protagonista entrò a far parte di Garo, pubblicando le sue trame più famose. Molte sue narrazioni sferrano un pugno all’impostazione classica del fumetto, sul serio, l’equilibrio “introduzione, sviluppo, svolta e conclusione” viene completamente sovvertito; d’altro canto vengono introdotti nuovi modi di pensare, nuovi universi. Un tratto caratteristico che accomuna tutti questi titoli è il fatto che l’artista non conclude mai la vicenda con una “soluzione”, bensì lascia che i dialoghi aperti indugino nella mente del lettore. Assomiglia ad una tortura, un’esilarante sofferenza.
Yoshiharu Tsuge ci mostra la sua costosissima collezione di macchine fotografiche.

— È un modo rischioso di disegnare manga, non credi? Potrebbe capitare che il lettore rimanga deluso se questa tecnica non viene padroneggiata con prudenza.

  • Mitsuhiro Asakawa: Hai perfettamente ragione, non è facile apprezzare lo stile di Tsuge, questo è certo. O lo ami o lo odi, penso che la sua personalità si adatti ad un criterio valutativo simile. Tra i lati positivi, tuttavia, vi è la particolarità che questa tipologia di racconti non invecchia mai: sono titoli usciti quaranta, cinquanta anni fa, eppure ancora sprizzano modernità da tutti i pori. Sono convinto che anche i lettori al di fuori del Giappone vedranno nella sua matita un qualcosa di stimolante.

— Si dice che Tsuge abbia contribuito all’evoluzione del “Romanzo dell’Io”¹, cosa ne pensi di tale affermazione?

  • Mitsuhiro Asakawa: Sono d’accordo, all’inizio della sua carriera, dopotutto, seguiva con interesse i racconti di Dazai e Chotaro. Il “Romanzo dell’Io” non è né un diario, né un saggio, nonostante ciò racchiude al suo interno elementi tipici di entrambi. Sono dell’idea che queste caratteristiche attraessero Tsuge, il quale, dal canto suo, cercò di riproporle nel suo manga. Sono molte le trame – in particolar modo quelle degli anni ’60 – che contengono riferimenti (quasi) autobiografici pur rimanendo opere di finzione. “Chiko”, ad esempio, è una di queste.

— Hai menzionato Kawasaki – Kawasaki Chotaro – , romanziere che non conoscevo finché non lo vidi menzionato dall’artista. I due sembrano condividere molte somiglianze, non credi?

  • Mitsuhiro Asakawa: In effetti anche Kawasaki era molto povero e conduceva una vita solitaria, eppure ha perseguito ostinatamente la sua carriera letteraria. Anche le sue storie, sebbene spesso si concentrino su persone che stanno attraversando un periodo difficile, non sono mai particolarmente oscure o deprimenti; sai? In realtà aveva un ottimo senso dell’umorismo. I suoi romanzi non venivano granché considerati, fu Tsuge, verso il finire degli anni ’80, a spenderne buone parole.

— Come vedi l’ “eredità” di Yoshiharu Tsuge al giorno d’oggi?

  • Mitsuhiro Asakawa: Nonostante i suoi molteplici sforzi per “scomparire”, Tsuge ha sicuramente esercitato una grande influenza sia sui suoi contemporanei che sulle generazioni più giovani. Come disegnatore di fumetti penso sia stato più influente di nomi come Mizuki o Shirato; in definitiva, sono dell’idea che la sua personalità sia destinata a stravolgere la realtà fumettistica – e non – ancora a lungo.

— Intervista: Jean Derome; febbraio 2019

Tsuge al lavoro sulla pagina iniziale di “Hissatsu Surume Katame”: una brevissima e folle storia, del tutto fuori dagli schemi.

La parabola dell’instancabile viaggiatore

— Il lavoro di Yoshiharu Tsuge è stato profondamente influenzato dalle esperienze vissute durante i numerosi viaggi: ce ne parla Takano Shinzo —

Il nome di Takano Shinzo potrebbe non suggerire molto, neppure agli occhi dei più esperti, e ciò a causa della sua personalità estremamente riservata, incredibilmente affine a quella di Yoshiharu Tsuge. Eppure, se si andassero a ripercorrere le orme di Garo passo per passo, si scoprirebbe che Shinzo, in particolar modo a cavallo fra gli anni ’60 – ’70, diede un enorme contributo alla realtà fumettistica, sia vestendo i panni di editore, che quelli di saggista.

È il 1966 quando decide di unirsi a Garo e lavorare per il periodico come caporedattore, sotto il suo controllo passeranno svariate opere che segneranno il nome della rivista e accanto alla sua persona si affiancheranno altrettanti nomi significativi: da Nagai Katsuichi fino a sfiorare la matita di Sanpei Shirato. In seguito, nel 1967, sotto lo pseudonimo di Gondo Susumu, partecipa alla fondazione di Manga shugi, ovvero una delle prime antologie dedite alla critica del manga. Dopo aver lasciato Garo nel 1971, non tarda a pubblicare la sua personale rivista: Yagyo, porto in cui molti collaboratori del mensile si trasferiranno successivamente. Oltre ad essere uno dei maggiori conoscitori dello Tsuge-fumettista e, soprattutto, dello Tsuge-viaggiatore, Shinzo è anche un grande appassionato delle opere del fratello minore di Yoshiharu – Tadao Tsuge – , che ha più volte intervistato nel corso della sua carriera.

— Si dice spesso che Tsuge fosse una persona estremamente riservata e timida. Com’è stato il primo incontro con l’autore?

  • Takano Shinzo: Incontrai Tsuge per la prima volta grazie all’aiuto di Shigeru Mizuki. A quanto pare, o almeno così mi è sembrato quando lo vidi, Yoshiharu era molto teso, probabilmente perché consapevole del fatto che lavoravo per il Japan Reader’s Newspaper: una rivista che aveva un seguito piuttosto ampio; probabilmente mi vedeva come un intellettuale (ride), chissà. Comunque, mi invitò presso il suo appartamento e discutemmo per ore di questo e di quello, parlammo di tantissime cose e scoprii che possedevamo gusti molto simili. Ci furono anche dei momenti di silenzio: una totale e imbarazzante quiete in cui fumavamo una sigaretta dopo l’altra. Si poteva notare benissimo che era un autore estremamente diverso dagli altri, riusciva ad alternare nei suoi discorsi fumetto, letteratura e quotidianità come nulla fosse. Alla fine nella stanza piombò una così buia oscurità che a malapena riuscivamo a vederci a vicenda (ride).

— Così dopo un po’ si è abituato alla tua presenza.

  • Takano Shinzo: Sì, possiamo dire così. Entrambi eravamo individui solitari e per questo motivo non avevamo molti amici con cui discutere; inoltre, Tsuge condivideva la mia stessa passione per il viaggio. Di conseguenza, quando entrai a far parte di Garo, non ebbi alcuna difficoltà a lavorare con lui.

— A proposito del viaggio: sia tu che Tsuge avete girovagato in lungo e in largo per il Giappone, sempre alla ricerca di villaggi poveri e dimenticati da Dio.

  • Takano Shinzo: In realtà, specialmente durante gli anni giovanili, sono sempre stato affascinato da località turistiche più classiche e popolate, come ad esempio Kyoto, oppure Nara; Yoshiharu Tsuge, al contrario, ebbe sempre una preferenza verso quel genere di luoghi dove nessuno solitamente mette piede. Alcuni di questi sono divenuti col tempo famosi proprio grazie alla sua persona. Ricordo che un onsen organizzò addirittura un evento per due anni di fila a lui interamente dedicato.

— Avete mai avuto l’opportunità di viaggiare insieme?

  • Takano Shinzo: Purtroppo no. Secondo me abbiamo sempre pensato che la nostra presenza potesse disturbare l’altro, dunque nessuno dei due ha mai avuto il coraggio di dire: “andiamo insieme?”. Poteva capitare che Tsuge durante le sue peregrinazioni venisse accompagnato da fotografi o altra gente simile, ma in quei casi si trattava di impegni di lavoro e inoltre ogni decisione era lasciata a lui.

— A partire dal 1976, Yoshiharu Tsuge iniziò a scrivere articoli di viaggio per la rivista “Poem” – il cui editore: il poeta Shozu Ben, interessandosi al suo personaggio, cominciò a seguirlo durante i suoi soggiorni in luoghi differenti. Ben, durante un’intervista, affermò che, nonostante l’artista apprezzasse la sua compagnia, preferiva restare per la maggior parte del tempo da solo.

  • Takano Shinzo: Esattamente, era un soggetto che amava la solitudine. Una curiosità che però in pochi sanno, come ho già detto, è che raramente viaggiava da solo: erano più le volte in cui veniva accompagnato da giornalisti o editori vari, come per esempio quelli che lavoravano per “Poem” – che hai citato – o per Asahi Graph. Ora che rifletto c’era una sola persona a cui amava affiancarsi, ovvero l’amico Tateishi². Viaggiavano spesso in compagnia e ogni volta finivano inevitabilmente per litigare. La moglie era solita rimproverarlo per questo.
“Nejishiki” – “The Dog of the Mountain Pass”.

— Nell’autunno del 1967 l’autore intraprese un lungo viaggio senza destinazione verso Tohoku, nel nord-est del Giappone. Questa esperienza sembra averlo segnato profondamente, ispirando molti dei suoi successivi titoli.

  • Takano Shinzo: Tsuge aveva letto molti diari riguardo Tohoku e altre regioni ed era rimasto affascinato da simili esperienze. Rimase circa una settimana in quei posti e alla fine aveva perlustrato da cima a fondo ogni pertugio. Incontrò tante persone, soprattutto anziani, che a detta sua possedevano uno spirito e una mentalità del tutto differente dalla gente che abitava in città, qualità più “pure”. Queste sue scoperte evidentemente lo hanno stimolato a tal punto da far nascere in lui il desiderio di riportare soggetti simili all’interno delle sue trame: i loro comportamenti, i loro difetti ecc… Quando fece ritorno ricordo che passò da casa mia, era notte fonda e aveva ancora in spalla lo zaino, era così ansioso di raccontare i suoi viaggi che non si era nemmeno cambiato. Ascoltarlo era affascinante, le sue parole riuscivano a farti immaginare perfettamente gli ambienti da lui visitati. Tsuge era un artista che prima rifletteva sulla storia e in seguito la ambientava in panorami realistici, realmente osservati; proprio per questo motivo le sue opere appaiono così vive e naturali: sono dei risultati a metà strada fra realtà quotidiana e immaginazione.

— Molte volte le persone tendono a credere che una storia, anche frutto di fantasia, abbia radici reali, non è vero? Nel caso di Yoshiharu Tsuge gran parte dei contenuti narrati sono effettivamente veritieri e ciò non fa che aumentare l’aspetto realistico che contraddistingue il suo repertorio.

  • Takano Shinzo: Hai perfettamente ragione. Anche adesso molti fan di Tsuge visitano l’onsen da lui reso famoso, magari alla ricerca di tracce dei suoi fumetti. Curiosamente, inoltre, gli stessi proprietari si divertono a raccontare alla clientela le storie ideate dall’immaginario dell’artista, senza rendersi nemmeno conto che alcuni aspetti narrativi sono semplicemente frutto di una sfrenata immaginazione. In un certo senso potremmo dire che queste trame sono diventate parte del folklore locale.

— Secondo te per quale motivo Tsuge era attratto da quei luoghi così semplici e talvolta decadenti?

  • Takano Shinzo: Tutto risale agli anni della sua infanzia, i quali, come sai, non erano affatto felici. Probabilmente gli onsen, così come i villaggi rurali erano molto simili alle strutture tipiche della città natale, non letteralmente, logicamente, poiché da ragazzo Yoshiharu maturò in particolar modo a Tokyo. Proprio il trasferimento rafforzò il suo legame con il panorama di campagna e, soprattutto, con i suoi abitanti, a lui carissimi.

— È anche vero che in alcuni suoi scritti egli affermava di volersi perdere in quei luoghi, “scomparire” completamente in essi.

  • Takano Shinzo: Tutto vero. Pensa che quando era un adolescente tentò persino di imbarcarsi su un battello diretto in America, e non una, bensì due volte! In realtà Tsuge non aveva in testa nessun piano, voleva semplicemente scomparire; anche ora afferma che vorrebbe vivere tranquillamente e indisturbato. Al momento soggiorna in una casa di montagna e non ha la patente: oserei dire che pian piano la pace tanto agognata si sta affermando.

— Per caso sceglieva minuziosamente le sue tappe? Oppure viaggiava semplicemente per puro gusto? Semplifico la domanda: come decideva in che luoghi fermarsi?

  • Takano Shinzo: Seguiva con interesse le ricerche di etnologi come Miyamoto Tsuncichi e Yanagida Kunio e di questi leggeva religiosamente ogni opera. Collezionava anche la serie “Nihon Chiri Taiken” (“NCT”; “Experience Japan’s Geography”). Quei libri rappresentavano la principale fonte di ispirazione. Qualche volta capitava che fra le pagine venissero inserite delle fotografie, sgranate, ma comunque comprensibili; a me non piacevano affato, ma Tsuge captava in esse qualcosa di affascinante: vedeva particolari che a me apparivano invisibili.

— Sei stato in molti dei luoghi rappresentati da Tsuge all’interno delle sue narrazioni. Quali sono state le tue impressioni?

  • Takano Shinzo: Ho compreso perché Yoshiharu li amava così tanto. In breve, visitare quei posti – mi viene in mente in particolar modo Kita Onsen – è equivalente a conoscere l’uomo stesso, quello di un tempo, una mentalità che al giorno d’oggi non è facile scorgere in una persona. Molti ryokan ora sono stati demoliti per lasciare spazio alle nuove strutture, di conseguenza il panorama non è più quello di una volta; nonostante ciò, a mio parere vale comunque la pena perderci ancora del tempo.

— Che ne dici di Chiba? È un ambiente in cui l’autore trascorse parte della sua infanzia e dove decise di ambientare svariate sue trame.

  • Takano Shinzo: Ancora adesso alcune location originali sono rimaste completamente intatte. Chiba è una prefettura molto semplice e poco affascinante, proprio per questi motivi era adorata da Yoshiharu Tsuge. A Futomi, dove è ambientato “Nejishiki”, il governo locale ha dedicato una targa all’artista in segno di riconoscimento per i suoi contributi fumettistici; tuttavia il nome era sbagliato, a quanto pare commisero un errore scrivendo il secondo carattere! Quando ci penso mi viene sempre da ridere. “Nejishiki”, ovviamente, è una storia perlopiù di stampo onirico, ma persino in racconti realistici come “The Incident at Nishibeta Village” si può osservare chiaramente la creatività di Tsuge al lavoro. La maggior parte delle situazioni spiegate in quest’ultimo titolo sono accadute realmente, eppure la voce narrante riesce a deformarle completamente, rendendole simili a racconti di fantasia. Yoshiharu inserì addirittura un riferimento a Sanpei Shirato, che in quegli anni era solito stare in sua compagnia.

— In che modo il tuo approccio verso il viaggio è stato cambiato dall’autore?

  • Takano Shinzo: In realtà visitavo le sorgenti termali già prima di incontrarlo. Quando però cominciai ad accompagnare Tsuge, mi accorsi che avevo cominciato a preferire le sue stesse mete, ovvero quelle tipologie di onsen disperse nel nulla. In alcuni casi l’allievo superò il maestro (ride): Yoshiharu visitò tre volte Kita Onsen, ma io ci sono stato ben dieci volte! Ancora oggi, inoltre, quando mi capita di scattare delle fotografie mi sento simile alla sua persona.

— Intravedi delle differenze fra lo Tsuge fumettista e lo Tsuge “pellegrino”?

  • Takano Shinzo: La differenza è sottile quanto quella fra finzione e realtà, arte e documentario. I suoi saggi si leggono come diari di viaggio, riescono a documentare capillarmente le sue avventure e le persone che ha incontrato o con cui ha viaggiato. Spesso si ferma con occhio attento a meditare su qualcosa, ad osservare una scena particolarmente toccante, quindi c’è anche una morale potremmo dire filosofica nei suoi scritti. I fumetti, invece, sono pura letteratura.

— Ti capita ancora di incontrare Tsuge qualche volta?

  • Takano Shinzo: Certamente, è il tipo di ragazzo che starebbe seduto a parlare per ore. La maggior parte delle persone spesso si stanca di ascoltare le sue digressioni a volta filosofiche a volte senza senso, ma non io: mi piace ascoltarlo, nelle sue parole si avverte un pizzico di malinconia. Direi che ci completiamo a vicenda.

— Intervista: Jean Derome; febbraio 2019

“I wanted to remain invisible”

— Una serie di domande e risposte senza tempo che coinvolgono in prima persona l’autore stesso. Un coraggioso tentativo di guardare la realtà da una prospettiva diversa, distorcendola, inevitabilmente, attraverso l’utilizzo dell’immaginazione —

— Hai vissuto per molto tempo a Chofu e con un ritmo intermittente. Che tipo di luogo è?

  • Yoshiharu Tsuge: Diciamo che non mi dispiace. Quando mi sono trasferito, circa intorno al 1966, Chofu era tutta campagna; fino ad allora avevo trascorso le mie giornate nel cuore di Tokyo, di conseguenza rimasi incredibilmente sorpreso. Voglio dire, la gente si muoveva ancora grazie alle carrozze trainate dai cavalli, sia per viaggiare, sia per trasportare la merce. Provenendo da un centro urbanizzato, fui molto felice di osservare quel paesaggio rurale: il clima era pacifico e gli abitanti tranquilli… era il posto giusto per uno come me.

— Quindi immagino che adesso ai tuoi occhi abbia perso parte del suo fascino, corretto?

  • Yoshiharu Tsuge: Beh, è un’atmosfera sicuramente dissimile. Certo, avere i negozi e qualche centro commerciale a completa disposizione è assai utile, e in particolar modo comodo, ma è uno spettacolo troppo affollato e rumoroso per i gusti del sottoscritto.

— All’epoca eri giunto fino a Chofu al fine di lavorare come aiutante di Shigeru Mizuki, vero? Come è stato collaborare con lui?

  • Yoshiharu Tsuge: È stata un’esperienza niente male, ma nulla di straordinario. Probabilmente sono poche le persone che lo sanno, ma quando Mizuki cominciò la sua carriera io disegnavo fumetti già da due o tre anni! In quel periodo ero l’allievo, ma in realtà avevo ben poco da imparare. C’erano logicamente altri assistenti nel suo studio e tutti erano particolarmente dotati nel disegnare gli sfondi, l’unica cosa che serviva dunque era qualcuno che sapesse disegnare i personaggi, per questo motivo venni convocato. Perché sai? Mizuki non era bravissimo a rappresentare i soggetti, specialmente quelli femminili (ride).

— I tuoi personaggi sono incredibilmente carini, ad esempio il bambino di “Mushroom Hunting” – breve racconto contenuto all’interno di “Nejishiki”

  • Yoshiharu Tsuge: A dire il vero, escludendo Kitaro³, la grande maggioranza dei personaggi presenti nelle storie di Mizuki erano disegnati dal sottoscritto.

— Capitava di organizzare incontri al di fuori delle ore lavorative?

  • Yoshiharu Tsuge: Raramente. Shigeru Mizuki era di qualche anno più grande di me e, nonostante avesse molto a cuore la mia famiglia, avevamo pochi interessi in comune. Anche al lavoro era sempre concentrato sul foglio, si potrebbe dire che odiasse le pause per quanto disegnasse. Tutto sommato, comunque, era un individuo particolarmente tranquillo.
  • Mitsuhiro Asakawa: Ma una volta avete organizzato un viaggio tutti insieme, non è vero?
  • Yoshiharu Tsuge: Sì, è vero. Era inverno e siamo andati a Kita Onsen.
  • Mitsuhiro Asakawa: Eri un tipo serio, pensavi sempre alle conseguenze delle tue azioni, mentre Mizuki era un ottimista spensierato.
  • Yoshiharu Tsuge: Non proprio. A Mizuki piaceva divertirsi, certo, ma possedeva anche una personalità altamente sensibile.
  • Mitsuhiro Asakawa: Il lavoro di Tsuge spesso andava ben oltre la creazione dei personaggi. A quei tempi “GeGeGe no Kitaro” veniva trasmesso in televisione e poteva capitare in un modo o nell’altro che Shigeru Mizuki rimanesse a corto di idee. Anche a causa della mancanza di quest’ultimo – Mizuki perse il braccio dominante – Yoshiharu era solito intervenire, modificando, quando necessario, il copione di base.

— Fra pochissimo tempo i tuoi lavori verranno finalmente tradotti sia in francese, che in inglese. È stata un’attesa piuttosto lunga, ma alla fine tutto è andato in porto.

  • Yoshiharu Tsuge: Ti stai chiedendo perché è stato necessario così tanto tempo? È difficile da spiegare. Per anni ho cercato di sfuggire all’attenzione delle persone: non mi è mai piaciuto essere al centro del palcoscenico, sotto i riflettori, il mio unico desiderio era trascorrere una vita tranquilla. Qui in Giappone si dice “ite inai”, che significa sostanzialmente vivere una vita ai margini, non essere coinvolti nella società, cercare di diventare “invisibili” agli occhi di tutti.

— Le edizioni inglesi e francesi includeranno una serie di racconti datati dal 1965 al 1987. È un bel salto temporale, che sottolinea un cambiamento a dir poco impressionante nell’approccio stilistico e narrativo.

  • Yoshiharu Tsuge: La grande svolta nella mia carriera artistica coincide con il periodo in cui iniziai a lavorare per Garo, poiché gli editori all’epoca mi lasciarono carta bianca: potevo disegnare quello che volevo. La tipologia di manga che invece pubblicavo negli anni ’50 è totalmente differente, in una parola più chiusa in sé stessa. Vi erano delle precise linee guida da seguire e ciò non mi divertiva, tant’è che cominciai a maturare una sorta di disgusto verso le mie prime opere.

— Attraverso quale procedimento eri solito scrivere le tue trame?

  • Yoshiharu Tsuge: Wow, che domanda complicata (ride). Il mio obiettivo principale, ogni qualvolta me ne veniva data la possibilità, era prendere le distanze dalla narrazione tradizionale. Si potrebbe dire che non ero interessato a quella che convenzionalmente viene definita “trama”. Quando per esempio illustravo storie destinate ad un pubblico adolescente, la richiesta era di pensare a narrazioni semplici, comprensibili, il mio editore lo ripeteva continuamente.

— E da dove traevi l’ispirazione? I tuoi viaggi erano soliti venirti in aiuto?

  • Yoshiharu Tsuge: Non proprio. Quasi tutti i copioni sono stati partoriti dalla mia immaginazione. Anche per quanto riguarda i diari di viaggio personali la trama era già nella mia testa, gli scritti contribuivano esclusivamente a tratteggiare l’atmosfera in cui avrei deciso di ambientare la narrazione. Era cosa piuttosto rara che usassi come modello la mia persona inoltre: i protagonisti sono per la maggior parte soggetti di fantasia, non hanno nulla a che vedere con il sottoscritto.
  • Mitsuhiro Asakawa: Sono molti effettivamente i lettori che associano i protagonisti delle trame a Tsuge. Si guardi fra tutte le opere “Munou no hito” (“L’uomo senza talento”), storia che molti appassionati hanno interpretato come una trasposizione intima della vita dell’autore. C’erano persone che pensavano veramente che Yoshiharu Tsuge avesse venduto rocce sulla riva del fiume durante il tempo libero (ride).
  • Yoshiharu Tsuge: Persino Mizuki lo pensava (ride). Inizialmente non ci vedevamo spesso, così un giorno mentre parlavamo mi disse: “Ho sentito che ti occupi della vendita di rocce presso il fiume Tama”.

— D’altra parte i tuoi fumetti sembrano esistere al di fuori del tempo. Mi spiego meglio: negli anni ’60 nelle strade del Giappone imperversava una vera e propria “guerra”, eppure è difficile anche solo trovarne una menzione all’interno dei tuoi titoli.

  • Yoshiharu Tsuge: Hai ragione. Non nutrivo alcun interesse verso le questioni sociali. Non avevo tempo per le manifestazioni politiche o eventi simili, a dirla tutta non sapevo nemmeno cosa stesse accadendo là fuori.
  • Mitsuhiro Asakawa: Beh, è una risposta logica considerando che Tsuge all’epoca voleva svanire dalla società.

— Hai sempre adorato considerarti un artigiano più che un artista, puoi spiegarci il perché di tale affermazione?

  • Yoshiharu Tsuge: Per me disegnare manga era come un qualsiasi altro mestiere. Quando ultimavo le tavole apportando le modifiche finali a mio parere era come se avessi concluso un lavoro manuale. Illustrare fumetti è dopotutto un impiego che comporta tempo, in cui si migliora con la pratica.

— Tra le tante storie che hai creato ce n’è una in particolare a cui ti senti legato?

  • Yoshiharu Tsuge: Mmh… questa è un’altra domanda difficile. Sai, sto diventando senile e ho dimenticato molte cose (ride).

— [Vengono mostrate a Tsuge alcune fotografie da lui scattate durante i suoi viaggi] Mi domando come tu sia riuscito a scattare questa foto [il soggetto è un gruppo di donne nude in una sorgente termale], voglio dire, tu eri un uomo…

  • Yoshiharu Tsuge: A dire il vero è stata mia moglie a scattarla, ma non importa. Quello è un onsen misto a Tohoku. Come puoi osservare sembra che le donne si stiano godendo appieno il bagno e la cosa bizzarra è proprio questa: sono più entusiaste loro che gli uomini per questo tipo di sorgente termale. Nei villaggi di campagna è normale essere viste nude da un uomo, non c’è imbarazzo.

— Ah! Quindi è tutta gente del posto?

  • Yoshiharu Tsuge: Esatto, sono perlopiù lavoratori/lavoratrici. In quei luoghi accade frequentemente che le persone, dopo aver trascorso una stressante giornata lavorativa nei campi, si riversino negli onsen in cerca di tranquillità.

— Per quale motivo trovi questi luoghi così affascinanti?

  • Yoshiharu Tsuge: Prendi come esempio gli onsen: quelli di Tohoku non erano solo vecchi, sembrava che si stessero gradualmente sgretolando. Credo di essere rimasto affascinato dal processo di “decomposizione”, dall’azione del tempo che lascia un segno sull’uomo e sulla natura. Ricordo i viaggi che feci con Tateishi, che ora sfortunatamente è morto, nell’estremo nord di Honshu, dove si potevano ammirare piccole cittadine completamente diroccate, quelli erano bei tempi.

— E in questi ultimi anni? Immagino non viaggi molto.

  • Yoshiharu Tsuge: No, non ho più la forza fisica per farlo. Oggi i miei spostamenti si limitano a girovagare per il quartire da un negozio all’altro alla ricerca di buoni affari; sono un casalingo: faccio il bucato, la spesa e cucino tre pasti al giorno. Mi rimane appena il tempo per ascoltare la musica, guardare un film o leggere un libro come facevo prima. D’altra parte dormo molto (ride). Dicono che sei ore di sonno sono più che sufficienti alla mia età, ma io passo anche fino a dodici ore a letto. Questa è la mia vita di questi tempi, in fin dei conti non è poi così male.

— Intervista: Jean Derome; marzo 2019

Yoshiharu Tsuge nel 2019, all’età di 81 anni.

“Nejishiki” e le millemila parodie

Malgrado l’enorme impatto innovativo che contraddistingue l’intero repertorio di Tsuge, rimane senz’alcun dubbio “Nejishiki” (“ねじ式”) il titolo che grida a gran voce il talento dell’autore. In particolar modo il primo racconto della raccolta, risalente al lontano 1968, segna l’inizio di un nuovo genere, o meglio, il definirsi di un nuovo punto di vista, più moderno per l’epoca. “Un uomo ferito al braccio da una medusa è alla ricerca disperata di un medico”, attraverso un copione simile l’artista distorce la classica narrazione, facendosi beffe addirittura del genere gekiga, inquadrando una panoramica surreale, introspettiva, a dir poco sconvolgente.

La tavola introduttiva rappresenta un unico personaggio deforme, con alle spalle raffigurato un mare salato e un cielo arido, infiammato e tempestoso, dove si può scorgere chiaramente una gigantesca e terrorizzante sagoma: quella di un aereo militare. Solamente sfruttando questa semplice ma immensa illustrazione, Yoshiharu Tsuge introduce un concetto astruso, simile ad un rompicapo, il quale risulta costretto a fondersi con il tema della guerraonnipresente come uno spettro in questo periodo del Giappone – , simboleggiata chiaramente dal bombardiere sullo sfondo.

Destinata col passare del tempo a tramutarsi nel potente manifesto del genere gekiga, l’immagine ha ricevuto dalla penne di svariati artisti ritocchi sempre più stravaganti, molteplici deformazioni che accompagnano altrettante varie interpretazioni, tutte differenti e caratterizzate dai più bizzarri tratti artistici. La parodia, logicamente vista in maniera affettuosa, appare così come l’ennesima spinta propulsiva che un variegato gruppo di autori ha saputo donare all’opera di Tsuge: la perfetta dimostrazione della febbrile influenza che “Nejishiki” ancora oggi esercita sul panorama del fumetto nipponico. A seguire una breve sequenza di omaggi scelti.

Galleria di immagini

Spicca fra tutte la rivisitazione di Fujio Akatsuka: esplosivo autore e personalità del tutto fuori dagli schemi. Akatsuka ricopia per intero gli scenari in cui “Nejishiki” viene ambientato, sostituendo però, al protagonista deformato di Tsuge, il suo iconico Bakabon no Papa.

Una reinterpretazione ben più “occidentalizzata” è quella di Hisashi Eguchi: matita dall’inconfondibile umorismo e caratterizzata dalle più vivaci tonalità.

È la volta di Genpei Akasegawa: artista dal tratto peculiare e letterato, che, dal canto suo, ripropone “Nejishiki” attraverso un punto di vista del tutto surreale, decidendo di soffermarsi sull’atipico alone che aleggia sul titolo.

E per concludere un omaggio in chiave più moderna direttamente da “Bakemonogatari”, dove il genio di Nisio Isin decide di accostare a moltissimi altri stravaganti riferimenti il “Nejishiki” di Tsuge.

– Note –

  • Nota ¹: Shishōsetsu, conosciuto all’estero come “Romanzo dell’Io”, è una tipologia di romanzo confessionale, dove gli eventi narrati solitamente coincidono con le esperienze vissute dal narratore. Osamu Dazai, autore successivamente citato, costituisce uno dei maggiori interpreti di questa tecnica letteraria.
  • Nota ²: Si parla di Tiger Tateishi, pseudonimo di Kōichi Tateishi: illustratore dal tratto estremamente peculiare che fece della satira la sua materia principale.
  • Nota ³: Il protagonista di “GeGeGe no Kitaro” – opera conosciuta anche più semplicemente come “Kitaro dei Cimiteri. È il titolo più conosciuto di Shigeru Mizuki. Un personaggio che con il passare del tempo è divenuto un’icona del folklore nipponico moderno: l’universo tanto amato dall’autore in questione.

— Fonte principale: “ZOOM JAPAN” no.68 – “Tsuge Yoshiharu, the unsung genius”

— In copertina: Imiri Sakabashira, ritratto di Yoshiharu Tsuge

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