Approfondimenti

Mettiamo ordine in Saiyuki

SI TORNA A PARLARE DI SAIYUKI

Saiyuki torna d’attualità, per due circostanze. Sia Netflix che Amazon hanno appena acquisito e reso disponibile tutta la storica prima stagione dell’anime, in giapponese e doppiata. Inoltre, è imminente l’uscita di una nuova stagione, intitolata Reload Zeroin, a ben vent’anni di distanza dalla prima.

Il problema con Saiyuki è che la saga, iniziata nel 1997, va tuttora avanti in maniera non solo ramificata ma anche molto irregolare (e sono eufemismi). Ciò sia per i ben noti problemi di salute della mangaka Minekura Kazuya, sia per una strategia editoriale quantomeno discutibile. Tale strategia ha portato l’autrice a disperdere le proprie già limitate energie in una eccessiva quantità di manga e anime spin-off, opere derivate (novel, drama CD, un videogame e ben nove musical), eventi vari e merchandising assortito.

Tale deleterio meccanismo si è probabilmente autoalimentato: vista l’irregolarità delle uscite, per tenere vivo l’interesse del fandom e per sfruttare il più possibile la gallina dalle uova d’oro, si è puntato proprio sulla collateralità, rendendo così le uscite ancora più irregolari e creando il proverbiale circolo vizioso. Ricordiamo che Minekura disegna personalmente ogni cosa, o almeno la supervisiona, pur dal suo letto d’ospedale e pur nello strettissimo riserbo in cui vive da sempre (non ne conosciamo né il vero nome né il volto né nient’altro).

Ulteriore confusione deriva dal fatto che, a seconda del criterio enumerativo, si può considerare la nuova Zeroin sia come la quarta stagione che come la quinta. Inoltre, stando alle anticipazioni, Zeroin non racconta niente di nuovo, perché sarebbe di fatto un remake della precedente Gunlock (seconda o terza, che dir si voglia).

Per questo motivo, a beneficio dei potenziali nuovi fan e anche dei vecchi che si sono persi per strada, ho pensato di approntare la presente guida, che mette un po’ d’ordine nella saga.

Ricordo che una mia breve analisi dell’opera è contenuta nel dossier (diviso in due parti) sull’antico romanzo cinese Il viaggio in Occidente, noto in Giappone come Saiyuki, e sulle più importanti opere a esso ispirate: Monkey, Starzinger, Dragonball e, per l’appunto, il Saiyuki di Minekura. In calce all’articolo troverete altri link utili per approfondire.

Tornando ora alla cronologia: mentre leggete, tenete sott’occhio lo schema riassuntivo che vi offre questo pucciosissimo Kōgaiji. Si parte.

CRONOLOGIA DEL MANGA

GENSOMADEN SAIYUKI

Si tratta del manga originario, la prima parte della saga. È stato pubblicato in Giappone tra il 1997 e il 2002, e comprende nove volumi, editi in Italia da Dynit.

Narra l’inizio del viaggio e, tra un combattimento e l’altro, presenta i quattro protagonisti, le ragioni della loro missione, il loro passato (sia terreno sia celeste) e naturalmente i loro antagonisti e deuteragonisti (umani, demoniaci o divini che siano).

Al netto dei brevi episodi secondari, gli archi narrativi portanti sono: l’incontro con Rikudō, il monaco posseduto che fu amico di Sanzo (con relativi flashback); l’attacco di Chin-Yisō e il ritorno a Hyakuganmaō (con le backstory di Hakkai e di Gojyo, e del loro primo incontro con Sanzo e Goku), culminante nel celebre Be there (Inno ai vivi in italiano); l’avventura nel deserto contro la donna-scorpione Ren Ri; il confronto con Kamisama (preceduto da quello coi piccoli Kinkaku e Ginkaku, e seguito dal colpo di scena finale riguardante l’identità di Ukoku Sanzo).

La copertina dello storico
primo volume giapponese.

SAIYUKI GAIDEN

Si tratta di un prequel, che narra l’antefatto da cui tutto ebbe inizio. Si svolge nel regno celeste cinquecento anni prima del “viaggio” e ne sono protagonisti i quattro amici nella loro precedente incarnazione (per l’esattezza, questo riguarda solo tre di loro, dato che Goku rimane sempre lo stesso, seppur privato della memoria). Vi scopriamo anche la storia di Nataku e le origini di Hakuryū (queste ultime sono sottintese, perciò… fate attenzione).

In breve: il regno celeste, ben lungi dall’essere un paradiso di bontà e beatitudine, è luogo di burocrazia immobilista e congiure di palazzo. Il perfido Ri Tōten ordisce un complotto per spodestare l’imbelle Imperatore di Giada, sfruttando il prestigio che gli deriva dal figlio Nataku, nuovo dio della guerra. L’arrivo del piccolo ma potente Goku, però, crea un ostacolo ai suoi piani. Attorno a Goku si stringeranno Konzen, Tenpō e Kenren (vale a dire le precedenti incarnazioni di Sanzo, Hakkai e Gojyo). Ne deriverà una carneficina senza vincitori. Ma non è la fine: Kanzeon Bosatsu, sprezzante in apparenza ma in realtà intimamente compassionevole, progetta un autentico rinnovamento del regno celeste. Per realizzarsi, il suo piano dovrà attendere cinquecento anni…

Il manga consta di quattro volumi pubblicati in Giappone tra il 2003 e il 2009, anch’essi editi in Italia da Dynit.

Conviene leggerlo proprio in questo punto, tra il Gensomaden e il Reload.

SAIYUKI RELOAD (include BURIAL)

Riprende la storyline principale da dove si era interrotto il Gensomaden. Sono dieci volumi pubblicati in Giappone tra il 2002 e il 2009, anch’essi editi in Italia da Dynit.

Comprende, oltre a vari episodi secondari e ad alcuni divertenti extra, l’incontro con Yakumo sulla neve, l’attacco di Zakuro presso il fiume e il lungo arco di Hazel. Però, nel terzo e nel quarto volume (con una numerazione a sé stante), è incluso anche il Burial, cioè quattro storie prequel racchiuse in una cornice.

Esse riguardano nell’ordine: l’avvento di Ukoku; come Sanzo imparò ad assumersi le proprie responsabilità e anche a fumare grazie al capobonzo Jikaku (quello coi sopracciglioni spioventi); i primi tempi della convivenza tra Sanzo e Goku; Gojyo conteso tra il suo vecchio amico Banri e il nuovo arrivato Hakkai. Quanto alla cornice, racconta di una antica scommessa tra l’oscuro Ukoku e il buon Kōmyō.

In uno dei brevi capitoli extra, infine, apprendiamo l’origine del bastone di Goku e dell’alabarda di Gojyo.

Probabilmente a causa delle precarie condizioni di salute della mangaka, alcune tavole sono semplicemente abbozzate. Ma la necessità si fa scelta stilistica e vedere questo scarno non-finito permette di apprezzare la formidabile mano dell’autrice.

Una curiosità: nel Reload cambia parzialmente il look di Goku, che adesso indossa jeans strappati all’altezza delle caviglie e calzature più leggere degli abituali scarponi, e di Gojyo, che sostituisce gilet e pantaloni a sbuffo con giubbotto e calzoni lunghi. Il cambiamento si fa evidente nel quarto episodio, quando il gruppo viene attaccato dai “cloni”, vestiti ancora alla vecchia maniera. Anche Kōgaiji modifica il proprio outfit, in favore di una sorta di spolverino bianco, comunque indossato sul petto nudo come il precedete giubbotto.

SAIYUKI RELOAD BLAST

Segue il Reload senza soluzione di continuità. Pubblicato in Giappone a partire dal 2009, è arrivato al terzo volume ed è fermo da così tanto tempo che si sono perse le speranze che Minekura possa tornare a lavorarci.

L’edizione italiana (sempre Dynit) è in pari, salvo per pochi episodi rimasti fuori perché non costituiscono materiale sufficiente per un intero quarto volume (mi risulta che non siano stati raccolti neanche in Giappone).

È ragionevole supporre che questo titolo avrebbe dovuto costituire la conclusione della saga. Infatti, dopo il breve ma inquietante capitolo della “sepoltura in cielo”, il gruppo arriva finalmente a destinazione e ha a che fare con Sharaku Sanzo (l’ultimo Sanzo mancante all’appello, che si scopre essere una donna, e ancora più battagliera del “nostro” Sanzo), Taruchie (il demone con aspetto di bambina e poteri profetici), Nataku (risvegliatosi e disceso sul mondo terrestre) e, naturalmente, Kōgaiji di nuovo all’attacco.

Al momento dell’interruzione, uno dei personaggi principali è in serio pericolo, mentre uno di quelli secondari sembrerebbe proprio aver perso la vita. Non aggiungo altro.

Sharaku Sanzo, dal Blast.

SAIYUKI IBUN

Si tratta di una storia prequel iniziata nel 2009 insieme al Blast e, come questo, rimasta interrotta. Per l’esattezza, al primo volume. L’edizione italiana (sempre Dynit) è in pari.

Racconta della competizione istituita tra bonzi per designare i custodi dei sacri sutra. Ne sono protagonisti l’irriverente Hōmei (destinato a diventare Kōmyō Sanzo, cioè il maestro del “nostro” Sanzo), il colossale e lungocrinito Tōdai (detto Momo, il futuro Gōdai Sanzo, cioè il maestro del perfido Ukoku Sanzo, come narrato nel Burial) e il minuscolo bonzo demone Genkai (che ha il potere di presagire la morte altrui). A dirigere la competizione è Jikaku, ovvero il capobonzo dai sopracciglioni (si veda sempre il Burial).

Essendone stato pubblicato un solo volume, è difficile stabilire che direzione avrebbe preso il racconto. Ma presumiamo che la competizione sarà vinta dai tre protagonisti. Il piccolo Genkai, figura tenera e tragica, probabilmente perirà, affidando il proprio sutra a Hōmei. Ciò spiegherebbe perché, al momento della sua uccisione, questi ne custodisse appunto due (dei quali, uno sarà trafugato dall’assassina Gyokumen Kōshu e l’altro sarà ereditato da Genjo Sanzo). Inoltre, sappiamo che Genkai è in qualche modo collegato con Taruchie e che… Tōdai perderà i capelli.

È interessante notare un certo parallelismo tra l’Ibun e il Gaiden. Il monastero, come il regno celeste, è un ambiente, chiuso, fermo, aggrappato a vuote formalità. C’è però una figura autorevole, lungimirante e beffarda (qui il capobonzo Jikaku, là la divinità Kanzeon Bosatsu) che riesce a scorgere nel nuovo arrivato (Hōmei come già Goku) un potenziale sovversivo ma anche rigenerativo.

Tutto ciò, si badi, non è una banale esaltazione dell’anticonformismo fine a sé stesso, bensì un aderire all’essenza del buddismo zen, il quale attribuisce un grande valore all’intuizione, al paradosso, all’umorismo e finanche alla provocazione. Basti pensare al famoso koan che richiede di meditare sul rumore prodotto dal battito di una mano sola.

A meno di non coltivare una grande passione per Saiyuki, si può anche ignorare l’Ibun. In ogni caso, lo si legga non prima del Burial (contenuto nel Reload) che è indispensabile per impadronirsi del quadro completo.

ALTRI TITOLI

OFFROAD. Comprende altre due brevissime storie fuori serie risalenti al 2000 e inedite in Italia, entrambe a carattere più che altro meditativo.

Nella prima il misterioso demone con pipa e occhiali da sole, che sorveglia il gruppo di Sanzo (e la cui identità viene svelata nel Blast), appare a Goku e cerca di convincerlo che tutto ciò che lo circonda non è altro che un sogno. La stupida scimmia riafferma la propria identità grazie al fatto di avere degli amici. Nonostante la presenza del demone di cui sopra, lo si può leggere in qualunque momento.

Nella seconda assistiamo alla decisione di Homura di abbandonare il regno celeste e al suo primo incontro con Goku, per poi capire, solo alla fine, che si tratta dei suoi ultimi pensieri prima di morire. Questo speciale fuori serie è l’unica apparizione di Homura nel manga, poiché il personaggio è stato creato appositamente per la prima stagione dell’anime: occorre quindi leggerlo dopo la visione della medesima.

DICE OF DESTINY. Una piccola stravaganza, anche questa datata 2000. Minekura Kazuya disegna sé stessa alle prese con gli editor della rivista “Zero Sum” (quella su cui viene pubblicato Saiyuki), i quali le impongono di realizzare una serie di illustrazioni raffiguranti i personaggi della saga. Ma non le lasciano mano libera: al colmo della crudeltà, lanciano dei dadi su cui sono indicati i personaggi da rappresentare, il luogo in cui collocarli e le azioni da far loro compiere. Inutile dire che gli esiti sono spassosissimi.

Si possono tranquillamente ignorare queste poche pagine (peraltro inedite in Italia), ma così facendo si perdono Minekura che autoironizza sulle proprie disgrazie (“Maledetti editor, sono una donna malata, lasciatemi morire in pace!”) e alcune splendide illustrazioni che confermano l’incredibile talento della mangaka.

TENJŌ NO ARI (ANTS OF HEAVEN). Si tratta di una breve storia collaterale autoconclusiva, pubblicata nel 2012 e inedita in Italia, incentrata su una recluta che si unisce al corpo armato di Tenpō e Kenren (vale a dire le precedenti incarnazioni di Hakkai e Gojyo). I nuovi compagni, soprannominati “formiche” per via del giubbotto di pelle nera che indossano, dapprima deludono il giovane per l’apparente mancanza di disciplina, ma poi lo conquistano col loro spirito di squadra e la loro capacità di apprezzare le bellezze del mondo terrestre. La loro sorte viene raccontata nel Gaiden, ed è bene leggere quello prima di questo (con un fazzoletto a portata di mano).

Il principe Homura, dio della guerra.

CRONOLOGIA DELL’ANIME

GENSOMADEN SAIYUKI

Si tratta della serie storica, quella trasmessa nel 2002 da MTV durante le mitiche “anime nights”, grazie alle quali una intera nuova generazione italiana di otaku ha scoperto non solo Saiyuki ma anche titoli come Neon Genesis Evangelion, Cowboy Bebop, Death Note e Inuyasha.

Successivamente è stata raccolta da Dynit in due box comprendenti quattro DVD l’uno. Ma, come detto all’inizio, adesso la si può guardare anche su Netflix e Amazon, sia in lingua originale che doppiata.

In Giappone la serie, prodotta dallo studio Pierrot per la pregevole regia di Date Hayato, era stata messa in onda un paio d’anni prima.

Sono ben cinquanta episodi, la prima metà dei quali rispetta pedissequamente il manga (finanche nelle inquadrature), con l’aggiunta di alcuni filler tutto sommato non sgradevoli. Dal ventisettesimo episodio prende una direzione del tutto diversa. Infatti, avendo ormai raggiunto il manga, per far proseguire l’anime vi viene introdotto il principe Homura. L’arco è superfluo ma comunque avvincente e anche molto interessante, poiché chiarisce varie dinamiche del mondo celeste; per non parlare dello splendido finale.

Da notare che, durante l’arco di Homura, viene utilizzata anche parte del manga Gaiden (il primo dei quattro volumi) sotto forma di flashback. Ciò negli episodi numero 28, 40, 41 e 45. Il Gaiden avrà però anche una propria trasposizione (si veda oltre). Nell’episodio 28 viene inserito il comicissimo extra del manga in cui i quattro compagni di viaggio, giunti a una locanda, si sorteggiano l’unico letto disponibile. I flashback dell’Inno ai vivi sono prelevati dall’arco di Kamisama. L’epilogo relativo alle stelle cadenti, infine, nel manga compare al termine dell’arco del deserto, e con lo spostamento ci guadagna.

Ci troviamo di fronte a una perfetta dimostrazione di come “fare di necessità virtù”. Non so se, all’epoca, dentro allo studio Pierrot avessero problemi di budget o di deadline (volgarmente: di soldi o di tempo), fatto sta che l’animazione presenta evidenti problemi, risolti però brillantemente.

Si ricorre a una grande quantità di sequenze riciclate, scene fisse gestite tramite movimenti di macchina o voci fuori campo, split-screen multipli, prospettive sghembe, fotogrammi sketchati o acquerellati, personaggi in silhouette, tagli di luce espressionisti, solarizzazioni… Il risultato è a dir poco ipnotico: ricorda certo Anno o il più recente Yuasa, e ben si addice alla stralunata drammaturgia di Minekura.

Il merito va anche alla colonna sonora di Sakuraba Motoi, che spazia dall’orchestrale all’elettronica, con incursioni nel metal, nel country, nel blues, nella world e nel rumorismo, risultando sempre efficacissima. Spicca particolarmente il tema della sigla iniziale (For real), il quale, nei momenti più significativi, viene ripreso prima dal pianoforte solo e poi ulteriormente espanso a tutti gli strumenti passando per una scioccante rullata di batteria.

Le punte di eccellenza sono costituite dagli episodi numero 16 (il famoso Inno ai vivi), 26 (in italiano Il grido che non si sente), 41 (Silenziosi cerchi sull’acqua) e naturalmente l’ultimo (Verso Ovest).

La traduzione italiana è piuttosto ricercata, con esiti altalenanti: da una parte è lodevole il far parlare bonzi, demoni e divinità in maniera altisonante; dall’altra alcuni dialoghi ne escono confusi, certe espressioni messe in bocca a Sanzo o Hakkai suonano arzigogolate, e i titoli degli episodi rasentano a volte il ridicolo (In attacco e in difesa contro l’oscurità, Lacrime seccatesi, Peccato (La colpa)… E più non dimandate).

I doppiatori sono semplicemente perfetti. Per non parlare del lusso di avere, come narratore, il compianto Gianni Musy in persona (per intenderci: la voce di Gandalf).

Come creare un gioiello con pochi eur… pochi yen.
(Fotogrammi del Gensomaden
in un mio montaggio.)

SAIYUKI GAIDEN

Si tratta di tre OAV di circa mezz’ora l’uno, inediti in Italia, derivanti dall’omonimo manga prequel. La produzione, datata 2011, è Anpro (non più Pierrot), con la regia di Kuzuya Naozuki.

Per quanto si possa essere affezionati alla prima stagione dell’anime, bisogna riconoscere che il Gaiden è in assoluto il miglior esito della trasposizione animata della saga, per la brillantezza dei colori, per la fluidità del movimento, per l’accortezza del montaggio, per la poeticità di molte soluzioni narrative. Tuttavia il design dei personaggi, come sempre allungato, appuntito, spigoloso, nodoso, potrebbe comunque disturbare; ma questa, del resto, è una cifra stilistica senza la quale non ci sarebbe Minekura.

Attenzione, però: questi OAV adattano solo la parte finale del Gaiden, cioè il tentativo di fuga dal regno celeste di Goku e degli altri, contenuto negli ultimi due dei quattro volumi. Il primo volume era già stato trasposto in anime all’interno dell’arco di Homura del Gensomaden, mentre il secondo è risolto in un rapidissimo riassunto introduttivo. Approcciarsi agli OAV senza una adeguata preparazione potrebbe essere quindi traumatico. Passati i primi minuti, comunque, la vicenda torna a snodarsi in maniera abbastanza lineare e comprensibile.

Tuttavia, se proprio sentite il bisogno di seguire tutta la catena degli eventi senza leggere il manga, sappiate che la parte qui mancante (il secondo volume) è stata successivamente recuperata all’interno del Blast. Perciò, potete rimettere insieme i pezzi facendo un po’ di slalom. Dovete cioè guardare gli episodi numero 28, 40, 41 e 45 del Gensomaden, poi gli episodi numero 04, 05 e 06 del Blast, e finalmente questi tre OAV.

Assolutamente straziante il finale.

Due emozionanti momenti del Gaiden.

SAIYUKI REQUIEM

Requiem è un film risalente al 2001, ancora prodotto dallo studio Pierrot e diretto da Date Hayato. Lo si può guardare in qualsiasi momento, purché dopo il Gensomaden (perché occorre aver già familiarizzato coi personaggi e le loro dinamiche) e prima del Blast (perché nel film il gruppo è ancora in viaggio).

In Italia è stato distribuito da Kazé. La traduzione e il doppiaggio sono discreti, ma, a parte l’eccelso Andrea Ward (che presta la voce a Sanzo), tutti gli interpreti sono cambiati e si sente in particolare la mancanza di Simone Crisari (voce storica di Goku), sostituito da una gracchiante (senza offesa per la sua indiscutibile professionalità) Monica Bertolotti.

Come spesso accade in questi casi, ci troviamo di fronte a un’occasione mancata. Più che un film degno di questo nome, Requiem è un episodio lungo. I quattro amici in viaggio litigano, incontrano una fanciulla in pericolo, litigano, decidono di aiutarla, litigano, finiscono in mano a un villain, litigano, vengono messi in difficoltà sia sul piano fisico che su quello psichico, litigano, vincono lo scontro, ripartono litigando.

La linearità, la prevedibilità e la scarsa rilevanza della sceneggiatura, insieme alla frequente riduzione dei protagonisti a macchiette (se togli il non-detto tsundere ai loro tormentoni, li rendi caricature di sé stessi) e a certe mende dell’animazione (ancora e sempre proporzioni anatomiche periclitanti e non all’altezza dei fondali), rendono il prodotto tutt’altro che indimenticabile.

Sono però interessanti le variazioni sul tema del doppio, la spiegazione del perché spunti dal nulla il cattivo Go Dōgan, mai sentito prima, e la singolare idea di mettere in scena anche il gruppo di Kōgaiji senza però che si incroci mai con quello di Sanzo né che abbia alcun ruolo fattivo nella vicenda.

Inoltre, in dirittura d’arrivo, abbiamo una sequenza in pieno stile Minekura: un atto di apparente spietatezza che in realtà nasconde umanissima pietà, un misto di comicità e melanconia, una bellissima panoramica che segue il volo di un aeroplanino di carta e un sontuoso tema musicale mirabilmente orchestrato. Questo struggente finale, oserei dire, riscatta l’intero film.

La melanconia del Requiem.

SAIYUKI RELOAD

Qui comincia la confusione. Ci si aspetterebbe di trovare nell’anime Reload un adattamento del manga Reload. Invece no. Solo tre episodi provengono dai primi capitoli dell’omonimo manga. Per di più sono disposti in ordine sparso e mescolati a una dozzina di filler non sempre riusciti. Dopo di che, viene recuperato tutto lo scontro con Kamisama che avrebbe dovuto figurare nel Gensomaden e che invece era stato sostituito da quello con Homura. Yakumo, Zakuro e Hazel vengono bellamente ignorati (ma saranno ripresi in seguito).

Sono in totale venticinque episodi, prodotti dallo studio Pierrot nel 2003 e diretti da Endō Tetsuya. Sono inediti in Italia, ma non tutti i mali vengono per nuocere, perché, visivamente parlando, si tratta sicuramente del punto più basso della saga. Nonostante le apparenze, dovute ai colori saturi e più vivaci che in precedenza, la semplificazione dei disegni, in particolare l’approssimazione delle anatomie e il risparmio sui dettagli, è spesso imbarazzante cringissima. Siamo quasi ai livelli di un Dragonball qualsiasi. La qualità torna soddisfacente solo nella seconda parte, quella dedicata a Kamisama.

Da segnalare la galvanizzante sigla di apertura Wild Rock, dei Buzzlip: almeno quella è degna di stare alla pari con le memorabili cinque canzoni (due sigle di apertura e due di chiusura più una extra) del Gensomaden. La sigla è preceduta dalla solita introduzione, che però adesso viene affidata, invece che a una voce narrante extradiegetica, al diligente Jiroshin, subito interrotto da Kanzeon Bosatsu che vuole andare al sodo (l’idea proviene dall’incipit del manga).

Il Reload include anche i simpatici Urasai, ma ma di quelli parlerò in seguito. Badate solo che sono collocati dopo la sigla finale, perciò mi raccomando di non interrompere la visione all’apparire dei titoli di coda!

Kamisama.

SAIYUKI RELOAD GUNLOCK

La confusione a questo punto diventa numerica, poiché c’è chi considera il Gunlock la “terza stagione”, mentre è in realtà la seconda parte della precedente, che risale a meno di un anno prima. In effetti si tratta di altri venticinque episodi, i quali, sommati ai venticinque di prima, fanno sì che il Reload e il Gunlock insieme siano lunghi quanto il Gensomaden.

Ed è solo insieme che vanno a coprire l’intero manga Reload, poiché qui vengono recuperati, seppur in ordine sparso e intervallati dagli immancabili filler, gli incontri con Yakumo, con Zakuro e con Hazel. (A dire la verità, resta fuori ancora il Burial: per quello si veda subito oltre.)

Quest’ultima è la parte di cui, a quanto pare, il nuovo Reload Zeroin sarà un remake. Il che non stupisce, poiché per l’anime venne scritto un finale diverso da quello del manga, il quale, sempre a causa delle solite interruzioni, all’epoca era ancora in fieri. In sostanza, la sorte di Hazel è diversa nei due casi. Riprenderò questo discorso in coda.

La colonna sonora è dominata, dall’ingresso di Hazel in poi, dalle sonorità sacre e inquietanti dell’organo, con un effetto scontato ma efficace.

Per quanto riguarda la qualità, a proposito del Gunlock resta valido ciò che ho appena scritto per il Reload. Anche la produzione, la regia e tutto lo staff sono immutati. Indovinati i flashback del passato di Hazel, resi come un vecchio film, con le immagini sgranate, i colori virati e il movimento a scatti.

Momenti non propriamente riuscitissimi del Gunlock.

SAIYUKI RELOAD BURIAL

Il manga Reload, come detto, include anche il cosiddetto Burial. Si tratta di tre storie prequel completamente estranee alla vicenda principale, ma ricche di bei momenti e, soprattutto, contenenti informazioni importanti. Per questo, nel 2007, si è scelto di adattarle a parte.

Il risultato sono tre OAV, prodotti sempre dallo studio Pierrot ma stavolta con la regia di Ōhata Kōichi. Sono inediti in Italia. Durano rispettivamente 25, 30 e 45 minuti. Per le trame, si veda qui sopra il relativo manga. La qualità è più che buona, quasi a livello del Gaiden e comunque, a mio parere, superiore a quella del Requiem, che mi sembra un enorme “vorrei ma non posso”.

Ukoku Sanzo.

SAIYUKI RELOAD BLAST

Nel 2017, quando pareva che Minekura stesse meglio e che avrebbe ripreso a disegnare regolarmente il Blast, si procedette alla sua trasposizione da manga ad anime. Purtroppo le cose non sono andate come si sperava: il manga, come già detto, è fermo da tempo immemorabile al terzo volume e l’anime consta di soli dodici episodi, belli ma inevitabilmente non risolutivi.

Come già anticipato prima, il Blast ripropone anche una terza versione del Gaiden, cioè l’antefatto avvenuto cinquecento anni prima nel regno celeste. Il relativo manga era già stato adattato parte all’interno del Gensomaden e parte nei tre OAV denominati appunto Gaiden, ma, nel mezzo, mancava un segmento della storia. Stavolta, invece, c’è tutto, anche se in soli tre episodi (il quarto, il quinto e il sesto) e quindi, per forza di cose, assai condensato. Ma almeno si capisce per bene la sequenza degli avvenimenti. Riadattare ancora una volta il Gaiden potrebbe sembrare stucchevole, ma si è trattato appunto di colmare una lacuna (e ottimamente, dato che il risultato merita). Inoltre occorreva rimpolpare questa serie altrimenti, in quanto inconclusa, assai scarna; e rammentare al pubblico l’importanza di Nataku, il quale, dopo cinquecento anni, finalmente si risveglia dallo stato catalettico in cui era caduto.

Nel Blast, inoltre, abbiamo una nuova dose di Urasai, oltre a quelli già visti nel Reload. Ne parlo tra poco: adesso mi limito a ricordarvi che si trovano dopo la sigla finale, quindi fate attenzione a non perderveli!

La produzione passa allo studio Platinum e la regia a Nakano Hideaki, con un netto miglioramento della qualità rispetto al Reload e al Gunlock.

Disegni e animazione sono infatti eccellenti. Si fanno notare soprattutto i colori, dalle innumerevoli sfumature pastellate, che rendono a perfezione certi dettagli come i caratteristici patchwork tibetani. Da notare anche l’uso della CG per fiammate, ondate, esplosioni, raggi di luce e schizzi di sangue. Questi ultimi sono molto più numerosi e realistici di quanto si fosse visto in precedenza e, con un simpatico effetto metafigurativo, “colpiscono” e macchiano la macchina da presa, la quale spesso oscilla come fosse una steadycam male impugnata, aumentando l’impressione di realismo. Indovinata anche l’idea di rappresentare i ricordi di Nataku come se fossero vecchi filmati salvati nella memoria di un robot.

In Italia è disponibile su Crunchyroll.

Effetti speciali nel Blast:
a sinistra la miracolosa nascita di Goku,
a destra la discesa di Nataku sulla Terra.

ALTRI TITOLI

SAIYUKI PREMIUM. Si tratta di due OAV prodotti da Tokyo Kids che risalgono al 1997 e quindi precedono addirittura la prima serie animata. Di questa erano in effetti una sorta di pilot. Sono di difficile reperibilità, io stesso non li ho mai potuti guardare e quindi non ho di che dirne.

URASAI. Sono divertenti scenette originariamente trasmesse in coincidenza con gli episodi del Reload. La trovata è stata successivamente ripresa nel Blast. Non hanno corrispondenza diretta col manga, durano meno di un minuto l’una e vedono Sanzo e compagni alle prese con la vita quotidiana o in situazioni del tutto estemporanee, come il doversi tagliare i capelli, il provare a viaggiare in aereo invece che in jeep o l’addobbare casa per Natale.

KIBŌ NO ZAIKA. È un video interattivo prodotto dallo studio Pierrot nel 2002, della durata di circa 50 minuti. Ruota intorno alla ricerca della Perla di Giada, un oggetto magico disceso dal cielo: Kanzeon invia Sanzo a recuperarlo, ma sulle sue tracce si mette anche Kōgaiji. La regia, le musiche e, in generale, l’atmosfera sono in linea con quelle del Gensomaden; ma, viste le sue finalità videoludiche, il gameplay non presenta alcunché di interessante. Ad ogni modo, lo si trova su YouTube con sottotitoli in inglese.

Urasai: Sanzo e compagni alle prese con l’igiene orale,
col taglio dei capelli, con un nuovo look
e con gli addobbi natalizi.

DOVE SI COLLOCA LA NUOVA SERIE

Ora che abbiamo le idee più chiare (si fa per dire), è finalmente il momento di inserire in questa cronologia il nuovo Saiyuki Zeroin, prodotto dallo studio Liden, che esce proprio in questi giorni (Gennaio 2022).

Come anticipato, Zeroin è un remake dell’arco di Hazel, dal titolo originale Even a worm, contenuto originariamente nella parte finale del Reload per quanto riguarda il manga e in quella finale del Gunlock quanto all’anime.

È presumibile che, con questa scelta, si sia voluto non solo evitare di far cadere definitivamente Saiyuki nel dimenticatoio (anche se non ci sarà questo pericolo finché io avrò vita) e produrre comunque qualcosa, nonostante la mancanza di nuovo materiale originale da adattare; ma pure rimediare a un piccolo torto, cioè ripristinare il finale originale. Infatti, l’anime era di nuovo in anticipo sul discontinuo manga e quindi la storia di Hazel ha ora due conclusioni diverse.

Ma, finché non avremo guardato tutto Zeroin, non potremo saperlo con certezza. Chissà che qualcuno non abbia deciso di “rebootare” tutta la vicenda e proporci un terzo epilogo completamente diverso. Appena possibile, non mancherò di recensirlo per i lettori di Otaku’s Journal.

Nell’attesa, ripassiamo i due diversi finali dell’arco di Hazel visti finora. Nel caso non siate in pari e non vogliate spoiler, interrompete la lettura qui e riprendetela dopo le prossime immagini, ovvero le due visual promozionali di Zeroin.

INIZIO SPOILER

Nel manga, si scopre che Hazel, senza saperlo, ospita nel proprio corpo un demone. Proprio da quest’ultimo derivavano gli incredibili poteri del giovane sacerdote, il quale aveva dimenticato tutto per rimuovere il trauma di essere stato responsabile della morte del proprio maestro. Durante lo scontro col gruppo di Sanzo (e con Ukoku, sopraggiunto), il demone prende il sopravvento. Sarà il sacrificio di Gatō a salvare Hazel, il quale perderà nuovamente la memoria e comincerà una nuova vita.

Nell’anime, invece, Ukoku non interviene e si limita a osservare la situazione, non visto, nei panni del dottor Ni. (In compenso, compare il gruppo di Kōgaiji.) È Gatō morente a rivelare la verità: inviato dal Grande Spirito a uccidere Hazel, il nativo gli aveva invece ridato la vita dietro l’impegno di tenere a bada il demone racchiuso nel sacerdote. In pratica, era stato Gatō a resuscitare Hazel, mentre questi era convinto del contrario.

Alla morte di Gatō, il demone prende il sopravvento e, nel recuperare energie, ne prosciuga tutte le persone apparentemente resuscitate da Hazel, causandone l’incenerimento. Incapace di controllarsi, Hazel chiede a Sanzo di sparargli. Sanzo esaudisce il desiderio. Ribadiamo che questo finale è stato scritto prima di quello del manga.

FINE SPOILER

Immagini promozionali della nuova serie: Saiyuki Reload Zeroin.

BONUS: FACCIAMO IL CONTO DEI SUTRA

Diciamo la verità: per quanto possiamo ripeterci che in un viaggio non è importante la meta ma il viaggio stesso, della meta vorremmo almeno capirci qualcosa. Mettiamo perciò a fuoco i nodi da sciogliere nel finale della saga, anche se questo finale probabilmente non lo vedremo mai.

Sicuramente i quattro amici riusciranno in qualche modo a impedire la resurrezione di Gyumaō e a riportare la pace. Per ottenere questo risultato, giungeranno a un confronto con Gyokumen Kōshu e col dottor Ni, i quali verranno finalmente identificati l’una come l’assassina di Kōmyō Sanzo e l’altro come Ukoku Sanzo che da sempre manovra tutto dietro le quinte. Genjo Sanzo avrà così la sua vendetta e recupererà l’altro sutra a lui spettante. Quanto a Kōgaiji, non gli verrà attribuita alcuna colpa dell’accaduto, anche se non è detto che riesca a sopravvivere e a riabbracciare la perduta madre.

Resta poi aperta tutta la questione relativa al regno celeste. I quattro amici riacquisteranno la memoria della loro passata esistenza? Nataku tornerà in sé dopo aver fatto strage? Ci sarà una resa dei conti al cospetto dell’Imperatore di Giada? Kanzeon Bosatsu vedrà realizzato il suo intento di scuotere le divinità dal loro superbo e ipocrita torpore? Che ruolo avranno in tutto questo le profezie di Taruchie? E in che modo quest’ultima è collegata a Genkai?

Ancora più difficile è fare pronostici sull’esito della ricerca dei cinque sutra. Sappiamo che riunirli tutti potrebbe portare a uno sconvolgimento della natura. L’autrice sceglierà avrebbe scelto un epilogo tranquillizzante che ristabilisca l’ordine costituito o uno apocalittico in cui il mondo verrà prima distrutto e poi rigenerato? In entrambi i casi, è indispensabile ricostruire i passaggi di mano dei cinque sutra. Perciò vado ora a ricapitolare.

Il SEITEN SUTRA (noto in italiano anche come “sutra del cielo sacro”) presiede al Bene. Apparterrebbe a Genjo Sanzo per decisione del suo maestro Kōmyō, ma Gyokumen Kōshu se ne è impossessata assassinando quest’ultimo. Il dottor Ni, al servizio di Gyokumen Kōshu, consegna il sutra a Homura nel relativo arco, ma, morto il dio della guerra, il sutra verrà recuperato, in un sostanziale nulla di fatto (l’arco di Homura è presente solo nella seconda parte della prima stagione dell’anime, quindi non può introdurre cambiamenti radicali).

Il MATEN SUTRA (noto in italiano anche come “sutra del cielo demoniaco”) presiede al Male. Tradizionalmente è custodito da un bonzo demone, nella fattispecie Genkai. Però, per motivi che saranno spiegati sarebbero stati spiegati nell’Ibun, è stato affidato da Genkai a Kōmyō (che quindi, cosa rara, ne aveva due) e da lui a Genjo. È proprio questo il sutra che utilizza abitualmente Genjo Sanzo in combattimento, quello che vediamo più spesso.

L’UTEN SUTRA presiede alla Vita e apparteneva a un Sanzo il cui nome non è noto. Tale Sanzo è stato divorato da Ren Ri, il demone scorpione in sembianze femminili che vive nel deserto e che compare nella prima metà del Gensomaden. Il sutra, sul momento sepolto dalla sabbia, verrà recuperato dal gruppo di Kōgaiji e cadrà quindi in mano a Gyokumen Kōshu.

Il MUTEN SUTRA presiede alla Morte. Appartiene al dottor Ni, alias Ukoku Sanzo, che lo ha strappato al proprio maestro Gōdai Sanzo. Questi compare nell’Ibun da giovane, insieme a Kōmyō e a Genkai; la sua morte è invece raccontata nel Burial. Il dottor Ni, che nessuno sa essere un Sanzo, tiene nascosto il sutra all’interno del suo coniglietto di peluche.

Il KŌTEN SUTRA, infine, presiede all’Ignoto e all’Infinito. Appartiene alla tostissima Sharaku Sanzo, che lo utilizza, tra l’altro, per erigere la sua barriera protettiva.

PER APPROFONDIRE

▪️ Goku e le altre scimmie: la vera storia del Viaggio in Occidente (I parte)

▪️ Goku e le altre scimmie: la vera storia del Viaggio in Occidente (II parte)

▪️ Saiyuki su Wikipedia

▪️ Saiyuki Wiki (fandom)

▪️ Sito ufficiale di Zeroin

▪️ Minekura Kazuya su Twitter

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Pubblicato da
Bakasaru

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