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Recensione: Your Name.

Una delle opere più famose degli ultimi anni partorita dalla geniale mente di Makoto Shinkai

“Kimi no na wa?”, questo il nome dell’opera che ha conquistato milioni di fan in tutto il mondo, tra critica e utenti tanto da ricevere una nomination agli Oscar come miglior film d’animazione. Una storia più che articolata accompagnata da una grafica mozzafiato capace di esprimere la maestosità dei grattacieli di Tokyo oppure la naturale bellezza delle montagne di Itomori, dove neanche il più piccolo dettaglio viene lasciato al caso. Tutte queste sono le qualità che rendono grande questo film, che andremo ad analizzare più approfonditamente in seguito.

Un’avventura che inizia quasi come un sogno

Mitsuha Miyamizu, una ragazza di campagna che sogna di poter vivere in una grande città come Tokyo, discende da una famiglia di sacerdotesse e ha il compito di amministrare il tempio di Itomori. Taki Tachibana, un liceale che vive a Tokyo assieme al padre e che lavora in un ristorante italiano chiamato “Il Giardino delle parole”, è molto appassionato di architettura e arte. Questi sono i protagonisti di una storia iniziata con lo scambio delle loro coscienze che si ritrovano a dover vivere uno nel corpo dell’altra. Gli scambi non avvengono a intervalli regolari, così decidono di mandarsi dei messaggi. Le scene di vita quotidiana scorrono naturalmente e caratterizzano a fondo entrambi i personaggi principali lasciando spazio anche ad una buona caratterizzazione degli amici e alcuni dei famigliari di Mitsuha.

In un certo senso poter vedere la loro vita riesce a creare un’atmosfera velatamente magica, quasi ai livelli del maestro Miyazaki. Una magia che diventa più che tangibile una volta che ci si avvia verso la fine, aspetto che viene approfondito nel volume extra della light novel “Your Name. Another side: Earthbound”, volume indipendente rispetto al film che aggiunge informazioni varie sui personaggi di Itomori e, soprattutto, mostra il rituale della famiglia Miyamizu in maniera più approfondita e da un punto di vista diverso rispetto al film e alle altre opere che ne derivano. Questo volume, edito in Italia da J-Pop non ha ereditato l’atmosfera magica del film, ma in compenso mostra una caratteristica poetica trasmessa attraverso un modo di scrivere davvero coinvolgente.

Un disegno che ci fa dubitare della realtà

Moltissime tavole che fanno da sfondo nel film sono ispirate a luoghi veramente esistenti, il che dona all’intero background un realismo quasi impeccabile. Gli effetti ambientali sono anch’essi ben resi, soprattutto nelle scene ambientate ad Itomori, essendo molto più marcati. Il sole, ad esempio, segue i lineamenti del paesaggio e degli oggetti che colpisce con completa naturalezza. Il vento è presente in alcune scene anche se molto debole facendo notare il movimento dei capelli o delle singole foglie sugli alberi. In alcune scene è possibile notare persino il pulviscolo atmosferico, dettaglio apparentemente inutile, ma che mostra ancora una volta, la cura che gli animatori hanno messo nei disegni. I colori sono molto accesi nelle scene di montagna così come le luci. Al contrario, le scene ambientate in città hanno colori leggermente più scuri che riprendono parzialmente vita quando ci troviamo nel ristorante di Taki oppure durante la caduta della cometa.

Un altro aspetto importante è la fluidità dei corpi in movimento e l’assenza anche dei più piccoli scatti. Anche i corpi umani non sono da meno, con delle ottime proporzioni.

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La spontaneità di un amore adolescenziale nonostante la differenza tra città e campagna

Il tema fondamentale dell’opera è l’amore, un sentimento che si sviluppa senza che neanche i protagonisti se ne accorgano. Più passa il tempo e più la presenza di ciascuno nella vita dell’altro diventa fondamentale, ma allo staso tempo quasi scontata. I due ragazzi non si aspetterebbero mai di poter essere divisi, nonostante la difficoltà di stare in contatto e la distanza sia fisica che culturale che li separa. Infatti, con questo film, Shinkai ci fa notare la differenza abissale che c’è tra una grande città come Tokyo e un piccolo paese di montagna come Itomori. In Giappone c’è un grande problema dello spopolamento delle campagne che in molti casi sono completamente disconnesse dalla parte più industrializzata del Paese il che impedisce di discostarsi dalle tradizioni, come nel caso di Mitsuha costretta a diventare sacerdotessa del tempio della sua famiglia.

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