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Quattro chiacchere con Naoki Urasawa

Contro uno che sta cantando non si fa fuoco“: queste sono le parole che Urasawa imprime nei suoi personaggi dal tocco esistenziale. Un autore che con il tempo è divenuto il ritratto del mangaka; un’artista di notevole perizia, di grande fantasia e placidità significativa, che riesce ad amalgamare il suo tratto distintivo con profonde e complesse tematiche filosofiche. Il maestro Urasawa rappresenta, senza ombra di dubbio, uno dei più riconosciuti esponenti in ambito seinen e uno dei fumettisti viventi di maggior prestigio a livello mondiale. I premi e i riconoscimenti che ha ricevuto durante la sua lunga e prolifica carriera sono posti in essere soltanto grazie alla sua incommensurabile passione per il disegno e grazie alla sua rilevante operosità.

Devi tranquillamente esaminare e mettere sotto giudizio tutto. Scava nella verità nel modo più razionale possibile, anche se devi sacrifare la tua felicità nel farlo.

L’interivista si è svolta durante la première della nuovissima esposizione, tenuta alla JAPAN HOUSE di Los Angeles, dedicata tutta al maestro Urasawa e ai suoi incommensurabili lavori: “This is MANGA – The Art of NAOKI URASAWA“. Contornato dai più fondamentali momenti della sua opera più rinomata, il thriller psicologico Monster, dal manichino in scala reale dell’inquientate “Amico” di 20th Century Boys e da una coloratissima sketch page dell’amato spokon sul judo Yawara!, il dialogo ha toccato snodi nevralgici nella carriera dell’artista: le sue ispirazioni, l’affinazione delle sue tecniche e di un evento storico su cui il sensei ha plasmato un iconico capitolo contenuto in una delle sue opere più acclamate.



Innanzitutto congratulazioni per la tua prima esposizione qui in America!

Urasawa: Grazie mille.

La mia esperienza con le tue opere è iniziata con Monster e, come molti altri lettori, sono rimasto affascinato dall’aspetto unico dei volti dei tuoi personaggi. Su quali qualità ti concentri quando cerchi di delineare i tuoi personaggi?

Urasawa: Quando qualcuno fa riferimento alla parola “manga”, penso che la prima impressione che la maggior parte delle persone hanno sia ciò che pensano quando vedono una maglietta con sopra il simbolo dei Nirvana. Pensano sia soltanto una semplice forma di espressione, solo un semplice riassunto delle emozioni di qualche individuo. Ma nel caso di veri umani, penso che ciò sia completamente erroneo. Non ci sono più facce identiche in situazioni differenti, ma sottili cambiamenti che si manifestano nelle espressioni facciali delle persone da un momento all’altro, e ciò è quello che io voglio catturare. Una volta ho tenuto una conferenza in un’università, la cui istituzione era focalizzata verso l’arte, e ho detto agli studenti: “Se davvero voleste capire come creare un manga, prima di frequentare un istituto artistico e gettarvi nel mondo del fumetto, dovreste partecipare a corsi di recitazione e imparare a capire l’animo umano e le sue espressioni.”

C’è una manifesta componente cinematica nel tuo stile visivo. Quando pianifichi una determinata scena, pensi come pensa un regista? Consideri panoramiche, primi piani e angolazioni precise?

Urasawa: Penso che il modo in cui mi approccio al manga possa risultare molto simile a quello dello sceneggiare un film, e sono stato avvicinato dal mondo della cinematografia attraverso diverse proposte. Ma un volta che entrato nel mondo del cinema, si palesano molte restrizioni, molte varianti che non puoi più controllare, come, ad esempio, il budget, il cast degli attori oppure il calendario, che, prima o poi, ti sfuggono di mano. Ci sono molte più persone che vengono coinvolte. Mentre con il manga finchè ho carta e penna posso dar vita a qualcosa di nuovo. Posso lavorare da solo e secondo le mie personali forme di espressione, senza limitazioni. E questa rapida inversione di tendenza mi rende maggiormente preferibile la realizzazione di un manga piuttosto che di un film.

Quali sono gli elementi che influenzano di più la struttura delle tue pagine? Come decidi quando condensare una scena in tavole consecutive o quando espandare una scena in una “full-page” di grande impatto visivo?

Urasawa: Disegno da quando ho 4 anni, perciò faccio questo tipo di lavoro da ormai 50 anni. Non penso molto alla stimolazione visiva: per me è come respirare. Seguo semplicemente l’ispirazione così come viene. Quando inizi a strutturare la storia da un punto di vista narratologico, la questione del ritmo – lo sviluppo momento per momento di un personaggio che si conclude con un bella tavola a doppia pagina per esempio – secondo quali criteri viene determinata? Dal mio punto di vista è come respirare: istintivamente sai che ciò che fai è giusto. Mi conosco e mi accorgo che quando inizio a pensare “Adesso c’è bisogno di qualcosa in più” devo procedere alla rifinitura delle tavole, naturalmente, così come l’ispirazione mi dice di fare.

Quando pianifichi una storia prolungata nel tempo tipo Monster o 20th Century Boys, quanti dettagli a livello di trama sono decisi in anticipo rispetto all’inizio della serie? Quanto spazio c’è per l’ispirazione o per nuove prospettive che verranno aggiunte dopo che sei già partito?

Urasawa: Quando inizio un nuovo progetto, delineo un quadro generale e molto ampio della storia. Mi immagino una sorta di trailer per una precisa storia e, dopodiché, ordino per bene quel trailer nella mia mente. Ad un certo punto il trailer immaginato diventa talmente bello che non riesco a non prendere carta e penna. E poi mi domando: “Da dove posso cominciare per sviluppare la narrazione?“, e questo è solitamente il primo capitolo. Una volta iniziato questo processo, la trama stessa mi suggerisce che strada prendere. Penso che dovessi provare a designare un determinato manga con tutti i dettagli scaturiti dalle ispirazioni iniziali o dovessi consegnare una storia dove tutte le cose succedono come descritto nei piani prestabiliti, non ci sarebbe speranza di creare un’opera che si prolunga per cinque o sette anni. Ogni volta che la narrazione mi spinge in direzioni inaspettate anche io mi sorprendo. Se la storia del manga cominciasse a non meravigliarmi, non continuerei più il mio progetto. Potrebbe essere presente una scena concepita all’inizio del lavoro, qualcosa del trailer che ho immaginato, ma quella scena apparirebbe illustrata soltanto cinque anni dopo.

Riallacciandomi a ciò che hai detto, penso sia successa la stessa cosa con la primissima scena di 20th Century Boys in cui Kanna che sposta la tenda e vede un enorme robot. Di fatto, questa è la prima scena dell’opera, ma dovremmo attendere il capitolo 200 per poterla vedere nella narrazione vera e propria.

Urasawa: Mi ricordo quando l’ho inizialmente visualizzata nel formato di questo ipotetico trailer e l’ho messa nella primissima pagina dell’opera. Incidentalmente, quando stavo lavorando a quella tavola, sentivo un bambino piangere nel konbini di fronte. Allora non avevo ancora realizzato il fatto che Kanna e la bambina della prima immagina potessero anche essere la stessa persona. Sapevo solo che dovevo inserire quella scena nel mio manga e mi sorpresi del sapere che potevo collegare Kanna a questa prima immagine. Una volta disegnata la bambina in varie tavole, un pensiero mi ha colpito, così come avrà colpito tanti fan: “Oh, ma quella è lei! E’ proprio lei!”.

Durante l’esibizione hai detto che la narrazione di 20th Century Boys è stata influenzata dal disastro dell’11 Settembre.

Urasawa: Erano giusto poche settimane prima degli eventi del tragico 11 Settembre e io avevo appena consegnato il capitolo in cui due robot giganti si scontravano e pareggiavano le dimensioni dei più alti palazzi di Shinjuku. Quando vidi la tragedia che colpì New York, non ho avuto più il coraggio di illustrare ancora quella scena. Quindi, pochi giorni dopo, consegnai un intero capitolo in cui Kenji canta una delle sue canzoni. In quel periodo, sono sicuro che questo fatto sarebbe passato in sordina all’interno di un manga, ma volevo esprimire mediante Kenji ciò che provavo.

Monster ha 160 capitoli, 20th Century Boys e 21st Century Boys insieme hanno più di 260 capitoli. Come fai ad avere la sicurezza che i tuoi lettori seguino la tua storia per così tanto tempo e siano così pazienti?

Urasawa: Onestamente non penso molto ai lettori quando creo un’opera. Cerco soltanto di raccontare una storia che trovo interessante, e, come risultato, se rimango interessato e mi diverto, i lettori, speranzosamente, mi seguiranno.

Qual è il personaggio che hai creato più simile alla tua personalità?

Urasawa: Questa è una domanda difficile, non ne ho idea. Se dovessi mai averlo creato, non sarebbe sicuramente un personaggio principale. Sarebbe qualcuno ai margini della trama.

Alcuni lettori ritengono che assomigli a Kenji di 20th Century Boys e che i tuoi sentimenti riguardo la musica vengano evocati attraverso questo personaggio.

Urasawa: Se ci dovesse essere una parte di me in Kenji dovreste riuscire a scorgerne un pezzo verso l’ultima parte, quando è più anziano, quando ha già fatto più esperienze nella vita. Penso che io sia più cinico.

Le tue storie hanno forti tematiche di interconnessione umana. Rimembranze del passato e incontri imprevisti sortiscono effetti inaspettati sui tuoi personaggi. Perché c’è questa componente rilevante nelle tue narrazioni?

Urasawa: Recentemente ho visto Ore 15:17 – Attacco al treno di Clint Eastwood. Basata su una storia vera, la storia si incentra su tre soldati americani che salgono a bordo su un treno diretto a Parigi e sventano un attacco terroristico. Sento come se il modo in cui vengono sviluppati personaggi e trama in questo film sia molto simile al modo in cui io cerco di creare un’opera. Se dovessi tracciare la storia di quegli uomini, di tutte le cose successe che hanno contribuito a creare quella specifica situazione sul treno… non so se “fato” sia la parola più adatta, ma la maniera in cui le esperienze vengono trasposte… il film andava a collegare eventi anche molto datati, come le loro infanzie: intrecciate da un richiamo in presidenza partito da un maestro severo. Così si conobbero, e, anni dopo, quando decisero di salire su questo treno insieme, erano già tutti addestrati abbastanza da poter ovviare alla situazione drastica del dirottamento. Vedendo tutti questi elementi collidere, ho pensato che quello stile di narrazione fosse il migliore per far capire agli altri che cosa hai intenzione di descrivere. Penso che la storia del mondo sia una rete molto più diramata rispetto alle reti già di per sé ramificate delle storie degli uomini.

Come narratore, pensi di essere più interessato a ricercare una evento-chiave drammatico nell’opera e poi sviluppare la trama intorno ai vari personaggi?

Urasawa: Nel caso di 20th Century Boys, stavo ascoltando alcuni discorsi passati in televisione provenienti dalle Nazioni Unite, e, in quelle declamazioni, mi è capitato di ascoltare un pezzo in cui si affermava: “Senza di loro, non saremmo riusciti nemmeno a raggiungere il ventunesimo secolo…”. Iniziai a pensare: “Chi solo “loro”? Chi sono queste persone?”. E ciò successe mentre stavo facendo una doccia, quindi ho dovuto immediatamente gettare l’idea nero su bianco.

Hai appena cominciato il tuo nuovo manga, Asadora! Con così tante rispettabili opere passate, qual è l’obbiettivo che ti sei posto con questa serie?

Urasawa: La protagonista è una semplice ragazza di cui non conosciamo niente. Immortalare con successo la sua vita quotidiana ed esprimerla attraverso un manga per scoprire come è riuscita ad arrivare dov’è oggi è il mio obbiettivo più importante adesso.

Oggi viviamo in un’era di rivoluzione per quanto riguarda la sceneggiatura. I comics americani sono più popolari come collezioni che come singoli spillati, ed anche le serie TV sono rilasciate come serie complete tutte in una volta. Cosa c’è di speciale in serie che prevedono una pubblicazione settimanale se non addirittura mensile?

Urasawa: Quando ero giovane, La Grande Fuga di Steve McQueen è stato trasmesso in Giappone e – cosa impensabile adesso – è stato separato in due parti. La prima parte finiva quando iniziava a scavare e citava la frase “To be continued…”. Quindi, per tutto la settimana antecedente alla seconda parte, la mia mente stava divampando di teorie: “Cosa succederà?”, “Cosa faranno i personaggi?”. Un mio collega, Mitani Kouki, è uno sceneggiatore vissuto nel mio stesso periodo, anche lui ha provato le stesse cose. Quando ha visto il film in TV, ha pensato tutto il tempo a cosa potesse capitare. Penso che quella separazione, quella divisione tra le due parti, è una succulenta occasione data alla serie per crescere. Devi pensare alla trama, ai vari snodi che gli eventi prenderanno, a come si divideranno i personaggi, a tutte le svariate possibilità su come concludere la storia. Secondo me, se dovessi consumare i media come impongono le tendenze degli ultimi anni – ho visto anche The Walking Dead rapidamente, pensando “prossimo episodio, prossimo episodio” – non avrai la possibilità di pensare a come andranno avanti le cose e non potresti mettere in esercizio la tua mente per teorizzare che piega potrebbero prendere gli avvenimenti. Divori soltanto racconti su racconti in modo celere e disilluso. E penso che una settimana tra un capitolo ed un altro sia molto preziosa. Essa ti concede il tempo di riflettere su ciò che hai appena letto e ti fa compiere voli pindarici strampalati e non. Ha davvero un valore rilevante.

Il tuo Pluto è un adattamento ad uno dei racconti presenti in Astro Boy del maestro Tezuka. In futuro, un giovane mangaka si avvicinerà a te con una proposta simile. Quale consiglio darai a questo/a giovane artista?

Urasawa: Non farlo! Questo è il mio consiglio. (ride) Ti chiederai perché ho subito risposto così. Quando realizzai Pluto, ero consapevole dell’importanza di ciò che stavo per intraprendere, soprattutto se si tratta di adattare un lavoro di un maestro come Tezuka. Avere tutta quella pressione addosso ed essere sottoposti a quello sforzo è davvero angosciante. Più il fardello diviene presente, più la situazione si fa critica, e potrebbe portare anche a problemi di salute. Penso che sia meglio restare lontani da queste cose se si vuole salvaguardare la propria incolumità.

Ma se l’artista è abbastanza talentuoso potrebbe cambiare le carte in tavola.

Urasawa: Questo è vero!


Le opere di Urasawa sono contornate dal dualismo antinomico del “bene” e del “male“. Due concetti abissali e viscerali con cui i personaggi dei suoi manga vengono intinti, ma che non vengono mai palesati in modo cristallino: si amalgamano tra loro in quelle che sono le esperienze e le scelte che la vita ci mette davanti, formando la psiche, di cui Urasawa è un grande studioso. Gli individui di Urasawa sono essere tormentati ed esterreffati davanti alle scelte shakespeariane a cui vengono sottoposti e alle rivelazioni crudeli che ricevono, finendo per essere attanagliati e pervasi da un senso di solitudine pauroso. In quella solitudine in cui rispledono gli intimi ideali a cui ci aggrappiamo oppure nasce in noi la volontà di solidarietà e sostegno. Il maestro è riuscito a dare vita a personaggi che incarnano perfettamente questa dicotomia e che da sempre si impongono come sagome che eccellono ognuno nel suo canone, basti pensare a Tenma e Johan di Monster, un dottore energico e coraggioso contro quello che sembra essere il ritratto del demonio, oppure a Kenji e alla sua combriccola, ragazzi sognatori e forti, che si scontrano contro una figura enigmatica e subdola come quella de “L’Amico“, così come basta pensare alla pura e temprata Miyuki e alla sua spietata rivale Choko. I personaggi forgiati dalla fantasia di Urasawa sono alcuni dei soggetti che più ci rispecchiano all’interno dell’immenso repertorio manga dei giorni nostri.

La forza è saper riconoscere la debolezza. E la debolezza è la codardia. La codardia è possedere una cosa importante. E possedere una cosa importante è essere forti.

Peculiarità formidabile di Urasawa, oltre ad essere la presenza di trame intricate e geniali a tal punto di essere invidiate da molti bestseller e di colpi di scena impressionanti e mozzafiato, è l’enorme costellazione di invidivui che gravita intorno alla storia principale. Personaggi primari e secondari, ognuno con una propria storia e con il proprio modo di pensare ed affrontrare le vicende, sagome mai banali e macchiate dai più disparati drammi, soggetti che, pur essendo così diversi e così astrusi da analizzare, restano impressi nella mente del lettore. Delineati nei più reconditi particolari e dettagliati in modo meticoloso, i personaggi di Urasawa sono difficili da dimenticare: la modestia di Occio, le cinque zollette di zucchero di Rosso, la vitalità di Jigoro, il ticchettio delle dita di Lunge… Personaggi tutti differenti, insomma, che galleggiano nei loro rispettivi mondi, che combattono le loro illusioni tenendo stretti i propri principi e che sembrano accomunati soltanto da una cosa sola: la morte.


Ti sei laureato in Economia alla Meisei. Avevi pianificato inizialmente di lavorare nel settore finanziario? Cosa ti ha portato a diventare un mangaka?

Urasawa: Quando ero piccolo non era il mio sogno diventare un mangaka. Ho iniziato a scrivere mangaka quando avevo quattro o cinque anni e ad otto anni ho completato la mia prima storia. E’ interessante, perché a quell’età iniziavo a capire la profondità di ciò che significa scrivere manga, perciò ho subito inteso l’abissale divario tra ciò che facevo io e ciò che un vero mangaka fa. Non volevo pubblicare ciò che scrivevo solo per guadagnare qualche soldo – noto che è pieno di manga in cui puoi sentire benissimo l’odore dei soldi tra le pagine. Non era proprio il mio intento quello.

E’ buffo, quando ero piccolo, andavo da mio zio che mi diceva spesso: “Oh, Naoki, i tuoi disegni sono stupendi! Diventerai un mangaka!”. Da lì ho iniziato a pensare: “Oddio, questo qua non sa niente di ciò che davvero è un manga”. Ecco perché non ho mai perseguito la strada del mangaka professionista. Ho studiato economia e pensavo di andare a lavorare in qualche compagnia da qualche parte.

Dirigendoci su domande più specifiche: Monster è ambientato in una Germania della Guerra Fredda. Cosa ti ha portato a descrivere una storia lì piuttosto che in Giappone?

Urasawa: Poco prima stavo scrivendo Pineapple Army e, originariamente, era ambientato a New York. Ma il mio editore in quel momento sentiva che il lettore demografico per quello specifico magazine era composto da lettori maschi quarantenni e probabilmente ci sono maggiori probabilità che le storie ambientate in Europa possano risultare loro più coinvolgenti. Ecco perché, dopo uno snodo importamente nella trama, mi sono spostato in Inghilterra, dove ho ambientato anche Master Keaton.

Penso che in Giappone il settore medico sia stato influenzato molto dai progressi tedeschi del tempo, quindi quando pensiamo alla medicina in Giappone c’è una naturale associazione con la Germania. Perciò, quando ho iniziato Monster, dove il protagonista è un chirurgo, ho preferito ambientare tutto in Germania. Mentre sviluppavo la trama, diveniva sempre più sensato inserire anche altri aspetti prettamente tedeschi, come il movimento neo-nazista.

Davvero affascinante! Penso che i lettori americani si siano persi il collegamento tra il settore medico giapponese e quello tedesco.

Urasawa: Quando ricevi la tua cartella clinica in Giappone, i medici spesso le compilano in tedesco cosicché il paziente non riesca a comprendere ciò che si sta scrivendo. Questo è un altro piccolo dettaglio della Germania che emerge nel settore della medicina giapponese.

Spostandoci a Pluto: cosa ti ha portato a ritrattare l’Astro Boy del maestro Tezuka?

Urasawa: Nella sua opera, Osamu Tezuka immagina che la costruzione di Astro Boy avvenga nel 2003. Ecco quindi che nello stesso anno, per celebrare la nascita dell’icona, i titolari dei diritti hanno aperto la licenza del manga e diversi mangaka hanno reinterpretato il mito del ragazzo cibernetico nel loro stile. Tantissimi artisti produssero one-shots e realizzarono moltissime illustrazioni per omaggiare il lavoro del maestro Tezuka.

Il più grande robot del mondo” è un arco narrativo di Astro Boy molto popolare. Perciò mi chiesi: “qualcuno ci farà un remake? E’ una storia fantastica che necessita di uno sviluppo più mirato”. Nessuno aveva il coraggio di portare avanti un progetto così altisonante. Il mio editore mi chiese perché non mi accingessi io all’opera e io risposi che sarebbe stata un’impresa folle, che non potevo assolutamente toccare un racconto così iconico. Ed eccoci qua.

L’obbiettivo di Pluto è sempre stato raccontare una storia più tetra e attualizzare l’opera del maestro oppure queste tematiche sono emerse organicamente soltanto durante la realizzazione dell’opera?

Urasawa: Penso che sia un giudizio erroneo considerare Astro Boy come un’opera spensierata e ottimista dal momento che le sue storie sono davvero cupe. Penso che, una volta animato e adattato in diversi formati, l’opera possa trasparire più “family friendly” e pura. Astro Boy venne trasmesso in un primo tempo sulla televisione giapponese. L’opera prese un’altra direzione e apparì completamente reimmaginata in un contesto più speranzoso e solare. Se si leggesse il manga scritto da Tezuka sarebbe inevitabile cascare in una trama oscura e abissale. Qualsiasi remake del suo lavoro che si vuole rispettare deve essere caratterizzato da tematiche fosche e grigie.

Ci sono altre storie di altri artisti che vorresti raccontare sul modello di Pluto?

Urasawa: (solennemente) Assolutamente no. (tutti ridono)

Sono un grandissimo estimatore delle opere di Tezuka, perciò penso che un profondo rispetto ha contribuito a portare avanti il mio lavoro. L’enorme pressione che provavo, sia esternamente che all’interno di me stesso, iniziava a darmi problemi di salute. Questa è la ragione principale per cui non farò mai più una cosa simile.

Molti dei tuoi lavori possono essere considerati come appartenenti al filone “mystery”. Come pensi possa essere strutturata una buona trama misteriosa?

Urasawa: Penso che molto di ciò si riduce a ciò che percepiamo come divertente o intrigante. Puoi attingere molto dalle più popolari serie TV. Sono sicuro che tutti voi siete stati almeno una volta nella situazione in cui vi siete detti “Devo sapere cosa succede dopo!” e vi siete passati quattro o cinque episodi compulsivamente. Ogni storia che riesce a produrre questo effetto è intinta nel mistero. Puoi prendere anche una storia d’amore: se essa ti coinvolge così tanto nella narrazione da guardare tutti gli episodi in poche ore e perché essa contiene un minimo elemento di “mistero“. Questo è il nucleo di ciò che rende intrigante una storia.

Sfortunatamente abbiamo tempo soltanto per un’ultima domanda, perciò vorrei porti una domanda abbastanza ampia. Cosa distingue il manga da ogni altra forma di arte?

Urasawa: Avvaliamoci di un’altra forma di arte: il cinema. Hai un budget elevato e moltissime persone diverse coinvolte. Richiede tempi biblici raccogliere tutti gli sponsor, sistemare il cast. Ci sono troppi invidui che partecipano alla realizzazione di un prodotto ultimo.

Con il manga tutto ciò di cui hai bisogno sono un foglio bianco e una penna. Nessun altra forma artistica traduce la tua immaginazione in modo più rapido del manga. Il manga ti può portare dall’altra parte del mondo in un istante. Il manga ti può portare in un futuro remoto pieno di innovazioni tecnologiche o in un passato distante in cui esistono ancora i dinosauri. Penso con tutto il mio cuore che nessun’altra forma artistica sia in grado di esprimere le nostre idee in modo più efficace del manga.

Una frase conclusiva stupenda. Grazie di tutto, maestro Urasawa.

Fonti: Crunchyroll , NekoPOP

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