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Mostra a Isao Takahata: l’omaggio in ricordo della scomparsa del celebre regista

Manifesto poster mostra Isao Takahata

È attualmente in corso di svolgimento in Giappone una mostra dedicata a Isao Takahata. Per l’esattezza, la mostra si è aperta il 2 luglio e resterà visibile fino al 6 ottobre presso il Museum of Modern Art di Tokyo, nel quartiere di Chiyoda.

Per quei pochi che non lo conoscessero, Isao Takahata è stato uno dei fondatori dello Studio Ghibli (di cui fa parte anche Hayao Miyazaki), ma non solo.

Nato nel 1935 e scomparso nel 2018, Takahata nel 1959 è entrato a far parte della Toei Doga in qualità di allievo regista. È in quella azienda, nella quale nascono le prime importanti produzioni animate giapponesi, che si imbatte nei colleghi Yasuo Otsuka e Hayao Miyazaki con cui è destinato a collaborare a lungo.

Firma la sua prima regia cinematografica nel 1968, grazie al film La grande avventura del piccolo principe Valiant (tradotto letteralmente in Il principe del sole – La grande avventura di Hols).

Il successo internazionale arriva però nel 1974 con Heidi, a cui seguono Marco e Anna dai capelli rossi, tre serie televisive tratte da altrettanti romanzi europei. Su tutte compie un lavoro straordinario, rendendole dei concentrati di poesia e di giovanile esuberanza. E sono proprio queste serie televisive a renderlo popolare anche in Europa, Italia inclusa, anche se spesso chi ama quei personaggi non è consapevole del nome del regista. Soprattutto dopo che Miyazaki è salito alla ribalta, si tende ad attribuire (ingiustamente) più a quest’ultimo la loro riuscita.

Tornando alla mostra, si tratta di un riuscitissimo percorso cronologico lungo la carriera di Takahata, raccontata attraverso tre linee narrative: le immagini (appunti, sketchbook, disegni preparatori, rodovetri, ecc.), i video (spezzoni di ogni sua produzione, televisiva e cinematografica), i testi scritti e narrati.

Riguardo quest’ultimo punto, infatti, va segnalato che ogni sezione della mostra è accompagnata da pannelli con testi esplicativi redatti sia in giapponese che in inglese, così come da un’audioguida (facoltativa), anch’essa disponibile in inglese.

Sin dai primi lavori si evidenziano la pignoleria e la passione impiegate dal regista in ogni opera, di cui segue ogni fase e ogni dettaglio, pur avvalendosi di validissimi collaboratori. Sottotraccia si percepisce il rapporto con Hayao Miyazaki e l’influenza che l’uno ha esercitato sull’altro. Takahata è, almeno inizialmente, il maestro di Miyazaki, ma appare evidente l’influsso che il secondo ha sul primo nella scelta dei temi europei e nel character design, morbido e un po’ infantile, seppure nella sua gradevolissima efficacia.

Quando Miyazaki prosegue per la propria strada (con Lupin III, Nausicaä, Totoro, ecc.), Takahata compie, non sappiamo se consapevolmente o inconsapevolmente, un cambio di rotta. Innanzitutto sceglie di puntare su tematiche e personaggi giapponesi e non più europei. Inoltre sul fronte grafico tende a sperimentare, seppure lungo una traccia tradizionalista, nuovi stili.

Ecco quindi che nel 1981 nasce Jarinko Chie, film e in seguito serie televisiva, avente quale protagonista la bambina del titolo (nata in un manga) e ambientata nella Osaka degli anni Settanta. Inoltre, Takahata torna a prediligere il cinema alla televisione e non ha timori nello scegliere temi ostici e/o fortemente drammatici, oppure nel puntare su personaggi e situazioni difficilmente esportabili all’estero.

Basti pensare al film Goshu il violoncellista (del 1982) che, per quanto ricco di buffi animaletti, fa della musica classica il suo tema portante. Oppure a Una tomba per le lucciole, Ricordi struggenti, Ponpoko e La famiglia Yamada.

Non è questa la sede per approfondire i contenuti di ogni suo anime (guardateli tutti, ne vale la pena), ma è il caso di sottolineare che la mostra li riassume tutti in modo più che degno, consentendo anche di visionarne spezzoni su grandi televisori che trasmettono a ciclo continuo sequenze di ogni anime.

Al contrario di altre importanti esibizioni giapponesi, questa punta quasi del tutto sul lavoro dell’artista, rinunciando a ricostruzioni in tre dimensioni di ambienti, esposizioni di gadget, ecc. Con alcune ragguardevoli eccezioni.

A inizio mostra una grande sagoma di Heidi si cala, sulla sua altalena, dal soffitto; a fine mostra una ricostruzione a dimensioni reali della capanna del nonno di Heidi, con tanto di cane Nebbia, “saluta” i visitatori.

Ma l’iniziativa più spettacolare si trova circa a metà percorso: un diorama gigantesco occupa una grande sala, proponendo in tre dimensioni (ovviamente su scala ridotta, direi circa 1:72) l’intera vallata svizzera di Heidi, con tanto di casa, caprette, personaggi. Uno spettacolo di straordinaria bellezza, che consente di immergersi completamente nel mondo della piccola pastorella.

Infine, una nota positiva anche per il catalogo della mostra, contenente una miriade di immagini e parti dei testi in inglese. Al suo interno si trovano anche alcune piccole gemme grafiche, come lo studio originale della piccola Heidi, che in origine avrebbe dovuto essere differente da come la conosciamo, accompagnata da un bel paio di treccine.

Commento finale: una delle più belle mostre giapponesi degli ultimi dieci anni.

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