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Ma siamo proprio Sicuri che i “Crunchyroll Originals” siano una Buona Cosa?

If You Know What I’ve Mean

Bella Regaz, qui è il vostro AnimeFanatic di fiducia, o se preferite di quartiere, che vi parla; anche in se in realtà vi sto scrivendo. Oggi mi sento particolarmente simpy e per questo voglio esprimermi in maniera più burlona ed informale del solito (come se il resto delle volte fossi cattedratico invece). Niente spiegoni, niente filosofia, niente riferimenti; articolo leggero, diretto e ficcante.

Ma non troppo… altrimenti il Capo Redattore mi fustiga perché l’articolo è troppo corto, il punteggio SEO è basso e nessuna lo trova sui motori di ricerca. Si Capo Redattore so che stai leggendo, e più tardi ci faremo una risata sulla cosa nel gruppo Telegram dello Staff. A proposito, siete iscritti al canale Telegram di Otaku’s Journal vero? Se la risposta è no, sappiate che siete delle brutte persone; a me la brutte persone fanno piangere, e se poi piango mentre scrivo al computer, il computer si rompe (mamma mia il gergo tecnico!), e poi non posso più scrivere i “supermegagigaultratrattati” che vi piacciono tanto.

Detto questo, andiamo a fare un po’ di introduzione descrittiva della piattaforma nel titolo; giusto per riempire il post con qualche riga in più, che tanto comunque non leggerete perché andrete dritti alla sezione che risponde alla domanda in merito. Che brutta passione che mi sono scelto, e ancora peggio è la scelta del modo di veicolarla agli altri!

“Crunchyroll”: The Origins (“Ubisoft” non denunciarmi)

Fondato nel 2006 da un gruppo di laureati della “UC Berkley”, il sito web nel 2018 ha raggiunto i quaranta milioni di iscritti dei quali 2 sono abbonati mensili stabili.

Modus Operandi

Bisogna iscriversi tramite e-mail e la maggior parte dei contenuti sono gratuiti con un sistema di pubblicità, solo alcuni sono disponibili esclusivamente mediante abbonamento. Abbonamento che, tra le altre cose, rimuove completamente le pubblicità e permette di usufruire dei prodotti in anteprima rispetto ai non abbonati.

Personal Insight

Per quanto mi riguarda: già il fatto che se ne possa usufruire gratuitamente rende il servizio meritevole di lode, ma voi sapete che io la critica ce l’ho inside proprio; quindi devo comunque mettere i puntini sulle “i”e opinare su ciò che non gradisco.

Il logo di Crunchyroll
Il logo di “Crunchyroll”

There is Something to Wrong

Ad oggi il catalogo di “Crunchyroll Italia” può vantare un parco titoli di oltre 200 unità, di cui una discreta fetta strizza l’occhio al simulcast stagionale. Discreta, non buona, attenzione! Inoltre, nonostante esistano svariate opere di rilievo (sia passate, che presenti), la sensazione che risulta è quella di un riempimento quantitativo più che qualitativo: tanti anime sconosciuti e non reperibili da altre parti, si! Ma forse se altri servizi similari non li hanno resi disponibili ci sarà un motivo. Non è che per caso interessano solo agli appassionati davvero incalliti? Per carità di Dio, “Tonari no Seki-kun” è un anime simpaticissimo; ma devi averne masticato di pane per riuscire ad apprezzarlo.

Io penso che un soggetto mainstream se si abbona, lo fa perchè si aspetta un servizio con tutti i rismi e crismi del genere; ed in effetti con riferimento al catalogo americano è così, però noi siamo italiani e quindi facciamo riferimento a quello italiano. Purtroppo, come al solito, le tre righe verticali perdono contro le stelle e le strisce. A fronte di un menù USA che contiene letteralmente il mondo (voi non avete idea), quello nostrano risulta castratissimo: opere più vecchie di 20 anni non si sa cosa siano, molti dei prodotti più importanti di sempre non presenti, per alcuni anime i sottotitoli in italiano non sono pervenuti, ecc.. Ora, tra tutte le domande che possono sorgere, la più immediata è: perché?

Una Storia di Cultura, Mafia e Soldi

Cosa vi dice l’espressione “limitazione di licenza”?

La limitazione di licenza è quando una Major Distributiva acquisisce i diritti su un determinato Copyright ma gli vengono poste delle limitazioni territoriali per l’attività di distribuzione stessa.

Ciò che avete appena letto è la motivazione per la quale Netlix, Amazon Prime Video, VVVVID e Crunchyroll, nonostante siano presenti nell’immaginario collettivo dello stivale da svariato tempo, non riescono a raggiungere i livelli delle loro speculari d’oltreoceano. Io adesso non saprei dirvi come funziona il mercato americano dello streaming content, ma risulta quantomeno ovvio che una soluzione di impatto si sia trovata. In Italia, invece, sussistono dei problemi reali che sono sotto gli occhi di tutti:

  • La “Mediaset” che fa ostracismo allo scopo di contenere il più possibile la fuga degli ascolti verso questi mezzi. Allo scopo di rimanere una potenza leader monopolizzante;
  • La cultura italiana fin troppo distante da tutto ciò che riguarda il Gippone e la sua animazione, con conseguente ghettizzazione di chi invece vi è ideologicamente predisposto;
  • La fin troppo poca folta community di genere che non incoraggia i servizi di streaming ad investire nel cartoon giapponese perché non avrebbero ritorno in termini di utenti attivi;
  • L’indebolimento generalizzato del potere d’acquisto;
  • L’eccessiva frammentarietà ed esclusività dei diritti di un singolo prodotto in mano a troppi possessori contemporaneamente;
  • Le grandi aziende e le piccole-medie imprese che non hanno neanche la benché minima idea di cosa sia un anime;
  • La radicata cultura del più furbo che spinge ad usufruire della pirateria in siti illegali.
La tua faccia quando senti AnimeFanatic parlare dello streaming legale
La tua faccia in questo momento

Che Posizione Prendere in Merito.

Ragazzi, voglio essere molto sincero con voi: io per usufruire quanto più possibile di anime in maniera legale spendo 25,96 euro al mese. Capisco che siano tanti, capisco che non tutti li abbiano, capisco che non possiate comprendermi. In ogni caso io vi dico: voglio fare tutto il possibile per sostenere il mercato dell’animazione giapponese in Italia; perché voglio che i creatori della mia passione abbiano a disposizione tutti i fondi disponibili per continuare a sfornare opere di un certo calibro qualitativo. Anzi vi dirò di più: per recuperarmi robe particolari come “Fireworks” o “Steamboy” ho pagato il noleggio su Youtube per restare all’interno dei tomi legislativi. Questa però è solo la mia scelta, che non per forza deve essere condivisa da tutti ed io di sicuro non voglio imporla. I soldi sono importanti e non vado a fare i conti in tasca a nessuno; questo discorso poi, è quanto più vero per il paragrafo successivo.

Perchè non posso Pagare Quanto gli Americani?

Questa è la seconda domanda che sorge spontanea. Un abbonamento mensile a “Crunchyroll Italia” costa 4,99 euro, quello annuale invece 39,99 euro. Io adesso mi chiedo:“Ma perché io rispetto ai maggiori esportatori mondiali di democrazia sono costretto a pagare di meno usufruendo così di un servizio peggiore?”

L’esborso per un mensile a “Crunchyroll America” è di 7,99 dollari; quello annuale risulta invece di 79,99 dollari. Al momento attuale il cambio euro/dollaro sta a 0,89 con il dollaro come moneta debole; il che equivale a dire che 1 dollaro vale 0,89 euro. Ne consegue che loro, rispetto a noi, ogni mese pagano 2,12 euro in più e ogni anno 31,20.

Ovviamente questo surplus si traduce in un’ esperienza migliore e più completa; quindi la logica mi dice che, se l’azienda, in Italia, facesse fruttare questo strabordo, allora anche io potrei avere quella piattaforma come la desiderano i miei sogni. E allora perché non è così? Perché “Crunchyroll Italia” tiene questo prezzo fornendo così un dare/avere di livello basso-medio? Per citare il paragrafo “Una Storia di Cultura, Mafia e Soldi”:

La fin troppo poca folta community di genere che non incoraggia i servizi di streaming ad investire nel cartoon giapponese perché non avrebbero ritorno in termini di utenti attivi

In Italia già è considerata follia pagare 4,99 euro per poter vedere anime; figurati se il prezzo diventasse di 7,11 euro al mese. Quei pochi anime fan che prima lo pagavano a quel punto andrebbero a ripiegare sullo streaming illegale. Ed il risultato di ciò risiede in un’ altra citazione, questa volta presa da “There is Something to Wrong”:

opere più vecchie di 20 anni non si sa cosa siano, molti dei prodotti più importanti di sempre non presenti, per alcuni anime i sottotitoli in italiano non sono pervenuti

Si ma quindi, la Soluzione?

Fatevi l’abbonamento annuale a “Crunchyroll Italia” e poi con una “VPN” accedete come se lo steste facendo da un server americano; in questo modo sbloccate tutto. Questo però a patto che siate almeno a livello C1/C2 di inglese; perché si, trovate tutto, ma solo con i sottotitoli in inglese.

Adesso, finalmente, dopo aver preso coscienza di quello di cui stiamo parlando, possiamo rispondere alla prima domanda che ci siamo posti.

“Crunchyroll”, “Originals”?

Contestualizziamo la replica iniziando con il parlare di “Netflix”. Vi è un determinato aspetto, tra i tanti altri, sulla quale “The Big N” fa un po’ la furbetta. Avete presente la serie tv “La Casa di Carta”? “La Casa di Carta” è, per l’appunto, una serie tv prodotta da “AtresMedia” fino alla seconda stagione e poi da “Netflix” dalla terza stagione in poi, poiché acquistata in toto dalla stessa. Ora, io sarò pignolo, però se vai sulla piattaforma, ti viene sparato un bel: “La Casa di Carta – Netflix Original”…mmm…

Mi sembra poco corretto… Volessimo essere onesti bisognerebbe dicitare: “La Casa di Carta stagione 3 – Netflix Original”; e se poi ci tieni così tanto che i tuoi utenti sappiano che solo tu gli permetti di vedere questa serie, ci ficchi un bel: “La Casa di Carta stagione 1-2 – Netflix Distribution Original”. Questo però sempre ammesso che a livello mondiale tu sia l’unico che possieda i diritti di distribuzione. Se non fai così, a mio avviso, inganni la gente campando sulla loro poca voglia di informarsi, allo scopo di fargli credere che tu stia investendo delle giganti somme di denaro per fare delle gran cose; in realtà, però, non è proprio così.

In conseguenza di ciò, quando “Netflix Italia” produce una serie tv, o un film, dalla a alla z ti va a buttare fumo negli occhi facendoti ubriacare sotto l’appellativo di “Original”. In questo modo ti distrae dal fatto che ha investito un budget ridicolo per lanciarti il contentino di una novità, e tu intanto ti scordi momentaneamente che il motivo per il quale ti sei abbonato fosse il catalogo americano. Nel momento in cui tornerai alla realtà, sarà pronto un’altro contentino pronto a farti ri-distogliere lo sguardo da una scelta contenutistica fin troppo scarna.

Lo scarno catalogo di Netflix Italia

Perchè “Netflix” fa così?

“Netflix” agisce in questo modo perché si è resa conto che il mercato Italiano è goloso e ci vuole rimanere, ma contemporaneamente non vuole combattere troppo con i competitor sul territorio nazionale per l’acquisizione dei diritti di distribuzione esclusivi, o per lo meno condivisi senza limitazione di licenza.

Almeno noi paghiamo di meno rispetto alla controparte statunitense. Almeno quello.

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“Crunchyroll” prenderà esempio da “Netflix”?

Vorrei potervi dire che è una domanda difficile a cui rispondere, che ci vorrà del tempo per capirlo; ma la verità è che la risposta io già ve la posso dare: si.

Per il pubblico italiano i “Crunchyroll Original” saranno un cancro fatto e finito. Già se si va sui profili AnimeClick di “Tower of God” e “The God of HighSchool” si può notare come le bugie crocchino: “Crunchyroll” non è l’unico produttore; va da se che quindi la dicitura dovrebbe essere “Crunchyroll Partenrship Original”. Ma a parte quello, invece di spendere soldi per co-produrre anime, che ne diciamo di investire per rinfoltire la scheda italiana con qualche titoletto in più?

No, perché se si va avanti così riesco già ad immaginare i vari admin del forum italiano di “Crunchyroll” rispondere in maniera fuorviante al perché la piattaforma continua ad avere così poca ciccia: “Eh si, però ci sono i Crunchyroll Original!”

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